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venerdì 22 ottobre 2010

Le "farse" del Festival Donizetti

Quando si dedica ad un compositore famoso (rappresentato in tutto il mondo), un festival, una rassegna o una stagione, bisognerebbe essere in grado di eseguirlo ai massimi livelli e di offrirne interpretazioni di eccellenza, ponendosi come riferimento sia a livello esecutivo che a livello musicologico. Quando poi, per far questo, si percepiscono fondi pubblici (dallo stato, dalla regione e dal comune), oltre ai contributi di altri enti pure riconducibili alla partecipazione pubblica, bisognerebbe averne rispetto e investirli in progetti seri e culturalmente validi. Se, infine, si vogliono anche presentare nuove edizioni critiche di opere “di repertorio” (per offrirne letture differenti e più corrette), ovvero eseguirne “versioni alternative”, oppure titoli desueti, rari e sconosciuti, sarebbe doveroso che tali scelte vengano inquadrate storicamente, spiegate con cura, per poterne apprezzare appieno la portata e non intese come saggi accademici. Ecco, in assenza delle suddette capacità e volontà, bisognerebbe avere il buon gusto di rinunciare a progetti velleitari, magari “chiudere bottega” e, se possibile, ricominciare da zero.

Sotto gli occhi di tutti, in questi giorno, è la miserevole situazione del Festival Verdi: un discorso analogo – pur con le debite proporzioni, quanto a pretese, risonanza e masse di denaro impiegate – deve essere fatto per il Festival Donizetti di Bergamo. Con un aggravante: mentre Verdi non ha affatto bisogno di una rassegna a lui dedicata che “ne diffonda la musica” per l’orbe terracqueo, giacché, appunto in tutto l’universo mondo, le sue opere costituisco il 50% almeno della programmazione di tutti i teatri lirici (di qualsiasi livello e importanza), Donizetti necessita di un luogo a lui dedicato, ove indagare le troppe pieghe sconosciute del suo catalogo, offrendolo in modo corretto e coerente e proponendo, finalmente, esecuzioni degne e capaci di rendere giustizia ai suoi lavori. Ancora oggi, infatti, l’esecuzione delle sue opere, è alquanto lacunosa, sia in riferimento ai titoli (non si riesce ad andare oltre la manciata dei lavori “di repertorio”, lasciando perlopiù sconosciuta una larghissima fetta del suo ampio catalogo), sia in riferimento all’indagine musicologica, alla correttezza del testo, all’integrità delle partiture rappresentate. Basterebbe questo a giustificare l’esistenza di un Festival Donizetti? Certamente, almeno in teoria, poiché nella pratica non bastano le intenzioni (soprattutto quando non sono neppure troppo “buone”). E del resto è la storia recente che ci permette un bilancio della rassegna bergamasca: esecuzioni raffazzonate, presentate in cast discutibili, in brutti allestimenti, le cui cause non vanno identificate con l’endemica scarsezza di fondi o l’oggettiva difficoltà che un teatro che resta di provincia incontra nell’allestire titoli certamente complessi, ma il vuoto spinto dei contenuti e la totale mancanza di idee. Infatti, mentre le prime condizioni sono superabili con sforzo e impegno, le seconde sono testimonianza di una crisi profonda ed irreversibile. Già si è parlato di Poliuto e del modo inaccettabile con cui è stato allestito, ora tocca ripetere le stesse cose per le due farse che costituivano il secondo appuntamento del Festival: Amor ingegnoso di Mayr (Venezia 1798) e Il Campanello di Donizetti (Napoli 1836). Scelta che sulla carta pare ispirata a saggia prudenza (almeno per quel che riguarda Donizetti) rispetto alle velleitarie pretese del titolo inaugurale: scelta che nei risultati si è rivelata sbagliata (anche se per motivi diversi). Che senso ha, infatti, unire in un solo spettacolo opere così diverse – cronologicamente, esteticamente, qualitativamente, stilisticamente – quando nel catalogo donizettiano poteva trovarsi altra farsa in un atto da giustapporre al Campanello (e lo stesso dicasi per Mayr)? Che senso ha proporre quell’Amor Ingegnoso (in prima esecuzione moderna) smembrando il dittico originale di cui faceva parte – insieme a L’ubbidienza per astuzia – con coerenza stilistica e drammatica e che venne rappresentato dalla medesima compagnia la sera del 27 dicembre 1798, per l’apertura della stagione di carnevale? Che senso ha eseguire una partitura di valore musicale non certo sconfinato (come è quella di Mayr), priva di grande originalità (sono evidenti dappertutto i richiami a Mozart), ma ricca di difficoltà sia nella scrittura vocale (schiettamente belcantista) sia nel trattamento orchestrale (il compositore era un virtuoso nel campo e padroneggiava l’arte della strumentazione come pochi suoi contemporanei), quando si dispone di un’orchestra che ha avuto notevoli difficoltà pure con le quattro note elementari che accompagnano Poliuto e di una compagnia di canto volenterosa, ma in palese difficoltà con una scrittura così elaborata? Che senso ha eseguire una versione inedita del Campanello senza spiegare le differenze con l’originale nel programma di sala? Che senso ha la scelta di tale versione – che di fatto sostituisce i recitativi con i dialoghi e che prevede l’uso del dialetto napoletano da parte di Don Annibale – che trasforma la farsa in uno spettacolo di prosa, con un evidente squilibrio interno tra i pochi numeri cantati e gli interminabili scambi di battute? Che senso ha adottare tale versione, che comporta l’omissione del brano più famoso e gustoso – la travolgente tirata di Enrico “La povera Anastasia” che contiene uno dei sillabati più vertiginosi dell’intera produzione buffa ottocentesca – a favore di un interminabile dialogo in dialetto napoletano e veneto (che sarà pure divertente, ma che resta più adatto ad uno spettacolo tipo Legnanesi che al teatro d’opera), se non per evitare al baritono di turno di cimentarsi con il difficile brano (perché è questa la sensazione che tale scelta suggerisce, anche se magari non corrisponde al vero)? Che senso ha dedicare quasi metà del programma di sala a quel brano omesso, senza che di tale omissione vi sia traccia e spiegazione? E’ questa la filologia? E’ questo il metodo corretto di rappresentare Donizetti? E’ questo il rispetto per la propria funzione culturale, per il pubblico e per gli artisti? Donizetti non ha bisogno di un Festival da strapaese (così come Verdi, la cui rassegna parmigiana, fatte le debite differenze, è la medesima sagra). E questo a prescindere dall’evidente impegno della compagnia di canto, che però non basta a superare i limiti altrettanto evidenti (e qui la responsabilità è degli organizzatori); a prescindere dalla buona performance di Filippo Morace: un Don Annibale irresistibile (soprattutto col valore aggiunto dell’idioma partenopeo “aristocratico”), divertente, signorile ed elegante, senza mai scadere nella volgarità, e un Osmarino sagace e pungente nella farsa di Mayr; a prescindere dalla buona prova dell’Enrico di Maurizio Magnini – che interpola la cadenza della Lucia di Lammermoor (con tanto di flauto obbligato), nell’episodio del cantante “svociato”; e a prescindere, soprattutto, dalla gustosa regia di Enrico Beruschi (che si ritaglia il ruolo solo parlato ovviamente – in questa versione della farsa – di Spiridione): garbata, rispettosa e musicalissima, e che dimostra autentica verve teatrale (e amore per l’opera)…finalmente una vera regia, e non un concerto in costume. Un applauso sentito, dunque, alla maggior parte degli interpreti, al regista, alle belle scene: uno spettacolo godibile, dunque, ma che, per il contesto nel quale è inserito, mostra l’incapacità di questo Festival ad uscire dal pantano in cui si è ficcato. Un vero peccato.

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venerdì 20 agosto 2010

Mese di agosto XI - Opera tragica, terza puntata: Medea in Corinto

Giovanni Simone Mayr, conosciuto tutt’al più per essere stato il maestro di Donizetti (che nel 1806 ebbe i suoi primi rudimenti musicali proprio grazie alle Lezioni Caritatevoli che il compositore tedesco aveva istituito a Bergamo), fu in realtà autore molto fecondo e, per un certo periodo, conobbe fama, successi e onori. Nato in Baviera nel 1763, ricevette la propria istruzione musicale dal padre, perfezionandosi in breve tempo nello studio della viola di cui divenne riconosciuto virtuoso. Si trasferì presto in Italia (prima a Venezia e poi a Bergamo), dove si svolse la sua parabola artistica. Le sue spoglie riposano nella cattedrale della sua città d’adozione, accanto a quelle dell’allievo prediletto. Uomo di cultura (studiò diritto canonico e teologia all’università di Ingolstadt) e con la passione per la didattica, scrisse quasi 70 opere nell’arco di un trentennio – fino al 1824, quando i disturbi alla vista (che lo portarono alla quasi totale cecità) lo costrinsero a ritirarsi dal teatro – a cui vanno aggiunte almeno 60 sinfonie, 12 oratori (la maggior parte risalente al periodo veneziano) e poi cantate, messe, mottetti, inni, sonate, concerti, balletti, musica da camera, lieder e canzoni.

Scrisse anche un gran numero di testi teorici (ad uso dei suoi allievi). Oggi la quasi totalità del suo vasta catalogo è dimenticata, eppure i suoi lavori furono premiati da generosi successi in Italia e in Europa, e da continue riprese, almeno sino alla metà del secolo. Mayr è figlio della grande cultura musicale europea, che bene aveva appreso la lezione di Haydn, Mozart e Beethoven: fu tra i primi a diffondere in Italia la conoscenza e lo studio dei grandi maestri austriaci e tedeschi (diresse, tra l’altro, la prima esecuzione italiana della Creazione, proprio a Bergamo nel 1809). E già come Cimarosa (i cui Orazi e Curiazi hanno aperto questo nostro breve excursus nell’opera italiana tra Rossini e Donizetti) appare come una specie di estraneo nel panorama musicale della penisola, ancora impantanato nelle formule ormai svuotate dell’Opera Seria. Ogni volta che viene riscoperto un titolo del suo catalogo, infatti, si resta sorpresi per l’abilità della scrittura musicale, che unisce all’eccellenza tecnica (nella costruzione sinfonica dell’ordito orchestrale, con ampie e spettacolari concessioni ad inserti concertanti), la padronanza delle forme e la robustezza dell’ispirazione. Mayr riesce a fondere mirabilmente le conquiste della cosiddetta riforma gluckiana (nei suoi più elaborati sviluppi “francesi”: in particolare Cherubini) da cui gli deriva l’afflato tragico e la tensione drammatica, con le più complesse costruzioni musicali di Haydn e Mozart, lasciando intravedere – pur solo sullo sfondo – l’imminente esplosione romantica (che segnerà in modo più compiuto la generazione successiva: quella del melodramma donizettiano e belliniano) di cui anticipa linguaggi e suggestioni.
Scrisse quasi 70 opere – si diceva – e tra i tanti titoli, particolare attenzione merita quello che è riconosciuto essere il suo capolavoro: Medea in Corinto. Scritta “alla maniera francese”, per soddisfare i gusti della corte di Giacchino Murat, per la celebrata ugola di Isabella Colbran (la futura Signora Rossini), fu rappresentata per la prima volta il 28 novembre 1813, al San Carlo di Napoli. Fu un trionfo. Accanto alla Medea della Colbran, Andrea Nozzari e Manuel Garcia si spartivano i difficilissimi panni tenorili di Giasone ed Egeo, Michele Benedetti (creatore di numerosi ruoli rossiniani: Elmiro, Idraote, Mosé, Ircano, Fenicio, Douglas, Leucippo) interpretò Creonte, Teresa Luigia Pontiggia fu Creusa e nel ruolo minore di Tideo si esibì Domenico Donzelli (una curiosità: tra le comparse – quale figlia di Medea – apparve per la prima volta sul palcoscenico di un teatro la figlia di Garcia, che, nel giro di qualche anno, sarà universalmente conosciuta come Maria Malibran). Fin da subito la stampa, i critici e il pubblico si resero conto di essere di fronte ad uno dei lavori più importanti dell’epoca. L’opera, subito ripresa l’anno successivo, iniziò presto a girare i maggiori teatri italiani ed europei: nel 1821 a Dresda, nel 1823 a Milano e a Parigi dove si “appropriò” del ruolo di Medea, Giuditta Pasta, che poi portò l’opera a Londra (nel 1826, 1827, 1828, 1831, 1833 e 1837), a Napoli e ancora a Parigi (1826) e a Milano (1829). Fino al 1850 a Londra – interpretata da Teresa Parodi (allieva della Pasta) – nella sua ultima apparizione nel secolo XIX. I maggiori cantanti dell’epoca interpretarono l’opera nelle sue tante riprese: Elisabetta Ferron, Fanny Ayton, Carolina Hunger, Domenico Donzelli, Giambattista Rubini, Gilbert Duprez, Vincenzo Galli, Luigi Lablache...

Lo stesso Mayr apportò alcune modifiche per la ripresa del ’23 per meglio adattare il testo alle esigenze dei nuovi interpreti: in particolare accanto a modifiche minori e ad un duetto ripreso da un lavoro precedente, dotò Giasone di una nuova e spettacolare cavatina (di dubbia paternità però, giacché identica – o quasi – ad un brano della coeva Zoraida di Granata: per cui non si riesce a stabilire se questo fosse di mano donizettiana o se quello che compare nell’opera di Donizetti fosse stato in realtà scritto da Mayr) e aggiunse un’impervia cabaletta per Egeo.
Vista da vicino l’opera rappresenta il meglio dello stile di Mayr. La complessità sinfonica è evidente sin dall’overture e dalla ricca ed elaborata introduzione; i numeri si fondono l’uno con l’altro senza cesure e interruzioni, grazie all’uso sapiente dei recitativi accompagnati e dei cantabili che collegano i brani solistici e i pezzi d’insieme. L’uso del coro rivela la familiarità dell’autore con il genere oratoriale, mentre le ricche introduzioni alle arie, sono veri e propri dialoghi tra voce e strumento obbligato. La scrittura vocale è sì fiorita e virtuosistica, ma mai in modo meccanico o fine a sé stesso (l’uso della coloratura richiama quello del Mozart delle grandi arie da concerto) e le pur spettacolari difficoltà appaiono finalizzate all’espressione di drammaticità e tragedia, più che al mero esibizionismo vocale. Di grande spessore drammatico le arie della protagonista, in particolare la scena delle ombre nell’atto II, ma in generale tutti i suoi brani solistici mostrano una superba concezione musicale, incentrata sulla severità e la tragicità dell'accento: dall'aria di sortita con il violino obbligato a quella finale (di cui sono state tramandate due versioni con differenti gradi di coloratura e diversi strumenti solisti: corno inlgese e violino). Più smaccatamente virtuosistici i brani per i due tenori e e per Creusa (in particolare l'episodio che apre l'atto II con la suggestiva arpa obligata e l'elaboratissima scrittura fiorita). Ciò che colpisce, dopo l'ascolto, è la cura del minimo dettaglio e la coerenza compositiva, l'ampio respiro dell'invenzione musicale: il tutto denota una consapevolezza superiore, decisamente superiore, alla stragrande maggioranza della musica coeva, tanto che per raggiungere la stessa eccellenza bisognerà attendere il miglior Rossini napoletano. Opera dunque che presenta molteplici punti di interesse, ma che sconta delle difficoltà oggi quasi insormontabili per una sua compiuta riscoperta: richiede una protagonista che possa padroneggiare il canto declamato e tragico (di ascendenza cherubiniana), due tenori capaci di affrontare ruoli monstre per difficoltà ed esigenze, una seconda donna dalla coloratura sicurissima, un'orchestra che sappia suonare davvero (abituata a Mozart e Haydn, non come certi complessi più o meno festivalieri che paiono ensemble semi dilettantesche e si limitano ad eseguire - spesso maluccio - le mere note) e un direttore d'orchestra capace di non ingarbugliarsi negli intrecci dell'orchestrazione (non un mero accompagnatore di primedonne...destinato, nel caso di Mayr, a soccombere). In gran parte insoddisfacenti i più recenti tentativi di riesumazione (con la sola eccezione della bella incisione Opera Rara): sia i più risalenti nel tempo (1969 e 1977) che paiono costruite solo sulla protagonista (rispettivamente la Galvany e la Gencer) ma che attorno ad essa sfoggiano il nulla (con punte di imbarazzo per i tenori e la direzione d'orchestra), oltre ad essere funestate da tagli sconsiderati; sia l'ultima uscita cronologicamente, registrata dal vivo nel 2009 in Svizzera e basata sulla nuova edizione critica dell'opera (di cui viene scelta la versione del manoscritto del '21, assai più comoda per gli interpreti, e che contempla numerosi raggiusti e tagli d'autore, per adattarla alle più modeste capacità della compagnia milanese). Una nuova produzione di Medea verrà presentata a Monaco, nell'ottobre di quest'anno, con la direzione di Ivor Bolton (onesto kappelmeister del Mozarteum di Salisburgo di ascendenza baroccara, non molto dotato di fantasia, ma in grado, si spera, di non ridurre l'accompagnamento ad una bandaccia), la rediviva Iano Tamar nel title-role, Ramon Vargas nei difficili panni di Giasone (confermandosi ancora tenore in cerca d'autore), nonchè l'immancabile regia alla tedesca: in questo caso il pernicioso Neuenfels.

Gli ascolti

Giovanni Simone Mayr

Medea in Corinto


Melodramma tragico in due atti

Libretto di Felice Romani

Prima rappresentazione: 28 Novembre 1813, Teatro San Carlo di Napoli



Atto I

Come! sen riede...Sommi Dei - Marisa Galvany (1970), Leyla Gencer (1977)

Cedi al destin Medea - Allen Cathcart & Marisa Galvany (1970), William Johns & Leyla Gencer(1977)

Dolce figliuol d'Urania...Scendi Imene...Vanne a terra - Marisa Galvany, Allen Cathcart, Joan Patenaude, Robert White & Thomas Palmer (1970), Leyla Gencer, William Johns, Cecilia Fusco, Ginfranco Pastine & Gianfranco Casarini (1977)

Atto II

Dove mi guidi?...Ogni piacer è spento...Antica notte - Marisa Galvany (1970), Leyla Gencer(1977)

Ma qual fioco rumor...Se il sangue, la vita - Marisa Galvany & Robert White (1970), Leyla Gencer & Gianfranco Pastine (1977)

Ismene, o cara Ismene...Miseri pargoletti...Era tua sposa - Marisa Galvany (1970), Leyla Gencer (1977)

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