lunedì 25 febbraio 2008

Lucia di Lammermoor a Bologna: Brava la claque!

Il Comunale di Bologna dimostra per l'ennesima volta di... non saper prendere le misure. Questa Lucia donizettiana nasceva come riallestimento di uno spettacolo del Maggio fiorentino (regia di Graham Vick), ma al penultimo momento il Teatro ha ripiegato su una nuova produzione, affidata a Walter Le Moli. Il tutto perché la scenografia fiorentina non entrava nello stretto recinto del Comunale di Ferrara, che ospiterà due recite bolognesi "in trasferta". Il caso (?) vuole che il cast vocale abbia presentato analoghi casi d'inadeguatezza strutturale.
Partiamo, in assoluto dispregio delle regole cavalleresche, dalle voci maschili, segnatamente da quelle gravi. Una certa spavalderia negli acuti (che risultano a tratti schiacciati) e la tendenza a cantare con il mento aderente al petto, a far forza sulla gola (col brillante risultato di caricare eccessivamente i passaggi dal mezzoforte in su e rendere sistematicamente fibrosi i piani e pianissimi): ecco le caratteristiche peculiari del giovane Giorgio Caoduro, cui forse gioverebbe trovare modelli diversi da quello di Ettore Bastianini (e non gli farebbe neppure male imparare il testo del libretto, dato che non è accettabile dimenticarsi il testo di Lucia, manco fosse un'opera di rara esecuzione).
La voce di Caoduro, Gergio per amici e detrattori (ugualmente da lui ricercati), è di colore chiaro e di qualità. Il colore chiaro e tenorile è tipico delle voci di baritono le quali spesso per non sembrare tenori bitumano le note del passaggio istigati da maestri e pubblico, che lanciano deliranti consigli tipo "fa' gli acuti da baritono", come se un fa o un sol acuto potesse avere colore sensibilmente diverso a seconda della corda. L'oscurare artificiosamente i centri e l'esecuzione del passaggio su note che sarebbero quelle del tenore e non del baritono porta anche per cantanti spontaneamente estesi a quelle difficoltà palesate dal signor Caoduro. Difficoltà cui si potrebbe facilmente rimediare. Per essere completo, i modelli per un baritono per quanto concerne emissione e legato sono a 78 giri e si chiamano soprattutto Carlo Galeffi e Giuseppe de Luca.
Ma il baritono è risultato sicuramente più a proprio agio del basso, che poi basso non è, trattandosi di Nicola Ulivieri, mozartiano di lungo corso da sempre a disagio nel Belcanto (ricordiamo un terrificante Alidoro a Pesaro, degno compare di un precedente don Profondo e in tempi più recenti di un discutibile Turco in Italia triestino). Oltre a mancare dell'ampiezza necessaria a conferire rilievo al personaggio del mellifluo Bidebent, la voce di Ulivieri suona quanto mai usurata e spesso e volentieri ballonzolante.
Francesco Meli spalanca comme d'habitude le fauci e dà fiato alle trombe, dimostrando sicuramente un'apprezzabile volontà di arrivare vivo e possibilmente in voce alla fine della serata. Ma non è Edgardo, non può esserlo, con quei suoni gonfiati allo spasimo (stile rana che imita il bue), gli acuti aperti, raggiunti a prezzo di singhiozzi e appoggiature che fanno impallidire quelli praticati dalla Gruberova ultimo modello, l'assoluta assenza di nuances e colori (stante che a ogni tentativo di smorzatura la voce sbianca e va indietro). Insomma, un cattivo compare Turiddu. Anche qui il problema, con buona pace degli esagitati estimatori di questo potenziale tanto notevole quanto brado, è tecnico. Guardando il signor Meli che canta, non si vede nessuno dei movimenti che rappresentano quello che in gergo si chiama "il sostegno", si vede solo lo sforzo che richiede la tessitura tipica del romanticismo e che ha il suo punto centrale nella delicata zona del passaggio. Tenori assolutamente corti come Tito Schipa o Carlo Bergonzi (sulla cui verdianità l'attuale Edgardo ha espresso le sue perplessità in interviste non recentissime) hanno mantenuto il ruolo a lungo nel proprio repertorio. Non per fare i papà Germont della situazione, ma un simile canto a gola strozzata può durare solo finché natura regge e sostiene. Insomma Un di quando le veneri....... Insomma il sostegno, l'appoggio, la proiezione sono caratteristiche peculiari del rappresentante, e non del rappresentato, come abbiamo potuto facilmente verificare ieri sera in teatro.
Last but not least, Désirée Rancatore, salutata come "usignolo" dalla temeraria claque arrivata dal paese, ha piuttosto del cardellino o cocorita che dir si voglia, afona in prima ottava, vuota al centro, mentre in acuto segue la regola "apri, spingi e fischia" (applicazione del cignesco principio "apri spingi e stringi", che in Verdi e Verismo dà risultati disatrosi per la durata della carriera) che la porta a emettere suoni fissi, sbiancati, non di rado anche stonati. Il tutto frutto della temeraria e precaria tecnica di respirazione e sostegno, che impedisce un legato corretto e sfumature almeno nella zona medio alta della voce. E per un soprano che posa a diva liberty, quelle due variazioni in croce sarebbero sufficiente motivo di vergogna, se ancora certi fenomeni potessero provare siffatti nobili sensi. L'usignolo del Monte Pellegrino infatti non ha le qualità tecniche indispensabili per collocarsi neppure lontanamente sulla scia della Pons e della Galvany.
A rimestare la minestra (rectius: la brodaglia) Antonello Allemandi, che bada solo a ottenere dall'orchestra (tutt'altro che impeccabile: vedasi a titolo d'esempio gli ottoni preludianti l'aria del tenore) un suono quanto più possibile cupo e fragoroso, lasciando il palco (i solisti e, massime, il coro) ad arrangiarsi nel marasma generale. Il cospicuo numero di tagli (in primis i da capo di quasi tutte le cabalette) è stato da molti salutato con sollievo. E anche fra il pubblico c'è stato chi ha apprezzato.
Analogo atteggiamento alla "laissez passer" ci è parso di ravvisare nello spettacolo di Le Moli, praticamente una forma di concerto con brutti abiti contemporanei che sanno d'improvvisato e raccogliticcio (la festa di fidanzamento era un compromesso fra un accampamento di sfollati, un funerale di terza classe e la riunione di un clan mafioso per lo sposalizio della figlia del padrino), due cubi fluorescenti e luci inderogabilmente funeree. Improprio parlare di direzione di attori (due perle su tutte: Lucia ed Edgardo che cantano in duetto a cinque metri di distanza l'una dell'altro e la suddetta Lucia che entra in scena, alla pazzia, trascinando scompostamente il cadavere di Arturo, molto simile a un animale da squartare). Ma certo, forse siamo stati noi a non capire che “Enrico e Lucia sono entrambi mossi da una follia opposta l’una all’altra. Per questo il loro destino è distruggersi a vicenda. Il conflitto familiare è una metafora che può essere amplificata fino a rimandarci al rapporto tra l’individuo e lo stato. Enrico è lo Stato, Lucia l’individuo. La situazione tra loro è un conflitto che non conosce possibilità di dialogo e perciò può terminare solo con la morte", mentre la scena della pazzia è "un invito alla società a riflettere sulle reazioni alle quali può spingersi un individuo se costretto. Se si esce perciò dalla prospettiva del conflitto familiare e si amplifica l’orizzonte alla società intera, questa situazione appare assai più grave, più drammatica e più vicina alle nostre paure e ai nostri incubi". Meno male che Le Moli ci ha spiegato tutto questo tramite l'ufficio stampa del Teatro! Noi seguitiamo a sognare una Lucia con la fontana, il parco, i tartan kilts e i dissestati possedimenti dei Ravenswood. Almeno non assisteremmo all'ingresso di una Lucia che meriterebbe come accompagnamento Lili Marleen o il più autarchico Camerata Richard, benvenuto.
Alla fine per i responsabili della parte visiva sono arrivati fischi, ma solo per loro: evidentemente il pubblico di Bologna vede meglio di quanto non ascolti.

Lucia di Lammermoor
Dramma tragico in due parti e tre atti
Libretto di Salvatore Cammarano
Musica di Gaetano Donizetti

Enrico Ashton - Giorgio Caoduro
Miss Lucia - Désirée Rancatore
Edgardo di Ravenswood - Francesco Meli
Raimondo Bidebent - Nicola Ulivieri
Arturo Buklaw - Ivan Magrì
Normanno - Francesco Denaro
Alisa - Elena Borin

Coro e Orchestra del Teatro Comunale di Bologna
direttore - Antonello Allemandi
regia - Walter Le Moli

Teatro Comunale di Bologna
23 febbraio 2008

PS - Lo sventagliato mi bemolle in chiusura di duetto per certo è passato da Edgardo a Lucia, ma del signor Meli non udimmo nè il do (che sarebbe di Lucia) nè il mi bem, di competenza del protagonista maschile. Forse eravamo troppo distratti dalle sue spalancate fauci.

by DD e AT
scelta immagini: GG

2 commenti:

maurizio ha detto...

Se interessa (sperando che gli allievi superino i "maestri"):
Trasmissione in diretta radiofonica web della replica del 28 febbraio di “Lucia di Lammermoor”,ore 20:30 eseguita dagli allievi della Scuola dell'Opera Italiana. L'ascolto sarà possibile collegandosi al portale:

www.magazzini-sonori.it

Orchestra e Coro del Teatro Comunale
Lord Enrico Filippo Bettoschi
Miss Lucia Arianna Ballotta
Sir Edgardo Camillo Facchino
Lord Arturo Ivan Magrì
Raimondo Luca Tittoto
Alisa Elena Borin
Normanno Francesco Denaro

L'iniziativa mi sembra apprezzabile.

P.S: Non è che a Bologna siamo tutti sordi, ma il pubblico della prima e' troppo distaccato. Purtroppo, oramai anche quello delle repliche...

Antonio Tamburini ha detto...

Condivido quello che dice Maurizio. Il pubblico di ieri sera, di fronte a una Lucia di ben altro calibro rispetto alla Rancatore, sembrava non accorgersi della differenza... Del resto ormai non si valuta la voce o l'uso che se ne fa, ma il Nome.