venerdì 11 aprile 2008

La Donna del Lago - edizione Naxos

Si può tranquillamente affermare, e senza timore di smentita, che Gioachino Rossini sia stato il più grande e importante compositore italiano: il pù celebrato tra i suoi contemporanei, il più famoso, il più invidiato della sua epoca; ammirato da pubblico e potenti, celebrato e omaggiato dai più grandi musicisti del suo tempo (italiani ed europei) che lo presero come modello o come arbitro. Monarca incontrastato, non conosceva rivali o concorrenti alla sua assoluta predominanza (laddove nelle successive generazioni musicali si assistette ad un rifiorire di rivalità, nazionalistiche e non: Verdi o Wagner, Bellini o Donizetti, Puccini o Strauss). Per un certo periodo di tempo semplicemente Rossini era l’opera e l’opera era Rossini. Vedere tale grandezza mortificata dall’attuale livello delle esecuzioni teatrali e delle produzioni discografiche, è, dunque, motivo di ancor maggiore sconforto.
Il caso è quello della recente uscita di una nuova edizione della Donna del Lago, registrata dal vivo in quel di Wildbad nell’anno domini 2006, per le cure direttoriali del maestro Alberto Zedda (forse più a suo agio nelle vesti di musicologo che con la bacchetta) e pubblicato dalla NAXOS (come le altre produzioni di quel festival). Che dire? Un perfetto esempio del Rossini in formato ridotto tipico dei nostri tempi, ove alla gloria del belcanto (con tutta l’ambizione del consueto armamentario di colorature e variazioni di micidiale difficoltà, o dell’impervia tessitura dei protagonisti maschili, volti a dimostrare il potere della musica e del canto, tanto da lasciare strabiliati gli ascoltatori) si è sostituito un ben più modesto e approssimativo appiattimento esecutivo, finalizzato alla mera riproduzione di (quasi) tutte le note scritte, incurante di come tali note venissero alla fine eseguite, nell’unico e malcelato intento di riuscire ad arrivare alla fine dello spettacolo senza incidenti mortali, tagliare il traguardo e tirare, finalmente, un sospiro di sollievo. Un Rossini, dunque, senza pretese, dimesso, modesto, evidente sin dal colore orchestrale. Zedda dirige, come quasi sempre, in modo diligente, ma completamente anonimo, non sposando alcuna vera idea interpretativa dell’opera: né quella che la riconduce nell’alveo dell’estetica neoclassica dell’esaltazione del Bello ideale (attraverso pulizia e limpidezza di forma e suono), né quella che la riallaccia (forte anche di una suggestione che deriva dal testo di Scott) ad una visione preromantica, fatta di inquietudini, chiaroscuri e squarci lirici. Zedda sta a mezza via, immobile, senza prendere posizione, senza rischiare. E alla fine annoia. Sceglie un’orchestra leggera (ma verrebbe da dire povera, prosciugata, arida di colori, quasi svogliata, intenta a svolgere il proprio compitino e basta più) forse per non infierire sul volume deficitario delle voci a sua disposizione, e impone tempi abbastanza spediti, ma generalmente privi di mordente, risultando solamente sbrigativo e frettoloso (anche qui, forse, per soccorrere i cantanti, a disagio nel reggere per troppo tempo fiati e scrittura vocale proibitiva). L’opera così, scivola via, innocua e senza lasciare nulla. A margine va segnalata un’inspiegabile variante testuale, non so se frutto di nuove ricerche filologiche ovvero di scelta esecutiva (peraltro assai censurabile) dello stesso Zedda: nel finale I (momento tra i più straordinari ed innovativi dell’intera opera rossiniana), il coro dei bardi, il celebre “Già un raggio forier”, anziché essere affidato al coro maschile (come si è sempre fatto e come è indicato in partitura), è cantato da una voce solista, alla quale si aggiunge il coro solo nel finale di strofa. Ovviamente l’effetto dell’invocazione è rovinato irrimediabilmente. Davvero inspiegabile questa scelta (e il libretto di accompagnamento non suggerisce alcuna motivazione). Altrettanto censurabili, poi, le sforbiciate ai recitativi (e non si tratta di interminabili recitativi secchi, ma accompagnati, quindi parte integrante del tessuto musicale - oltre ad essere qualitativamente irrinunciabili), tanto da far sparire il personaggio di Bertram (con i conseguenti squilibri nei pezzi d'insieme). Non me lo sarei aspettato dal musicologo Zedda. Ma veniamo ai cantanti, croce e delizia di ogni esecuzione rossiniana. Si rimane davvero basiti nel leggere (su alcuni siti specializzati) che quella in oggetto sarebbe la vera edizione di riferimento della Donna del Lago: chi lo scrive dimostra di non averne mai ascoltate altre. I cantanti scelti per la presente incisione, infatti, si presentano tutti come inadeguati ai ruoli. Questi vennero scritti – non bisogna scordarlo mai – per i più grandi cantanti dell’epoca, dei veri semidei (parlo di Isabella Colbran, Benedetta Pisaroni, Giovanni David e Andrea Nozzari) e pertanto presentano difficoltà di ogni tipo, finalizzate a glorificarne l’estrema abilità. Ruoli considerati giustamente tra i più impervi della letteratura operistica (come peraltro è tutto il Rossini napoletano), ruoli dunque da affrontare con estrema prudenza e consapevolezza, poiché il rischio di soccombere ad essi è quanto mai presente. Di ciò, però, probabilmente non si è curato Zedda, o chi per esso, nello scegliere il cast. Si comincia con la Elena di Sonia Ganassi: voce totalmente inadatta ai ruoli Colbran, poiché incapace di reggere la pesantezza e le difficoltà tecniche che la parte impone. Essa poi già appariva affaticata e leggera per Cenerentola nel 2000, figuriamoci dopo sei anni! Ma a parte la differenza di tonnellaggio tra ciò che è richiesto e ciò di cui si dispone, è tutto il resto che non va: la coloratura che arranca, il fiato, il colore (si senta che cos’è il rondò finale). La Ganassi risolve tutto in un’aura di crepuscolare mestizia che, forse potrà andare bene per qualche dramma pseudo pastorale della belle epoqué, ma che stona terribilmente con la nobile dignità di Elena. Ma il peggio lo danno, come sempre, i tenori (nota dolente di ogni odierna produzione del Rossini napoletano), giacchè né Maxim Mironov, né Ferdinand von Bothmer appaiono minimamente adatti alle loro parti. Giacomo V e Rodrigo vennero scritti per due autentici fuoriclasse: il primo, tenore contraltino, dalla tessitura acutissima e dall’impervia agilità (David); il secondo, baritenore, che richiede micidiali salti di due ottave, eroicità d'accento e coloratura smagliante (Nozzari). Di tutto ciò non vi è traccia alcuna nell'evanescente Mironov, debole e pallido negli acuti (sfibrati e in odore di falsetto), pasticciato nelle agilità, approssimativo nell’intonazione (in “Oh fiamma soave” sembra sul punto di cadere da un momento all’altro). E neppure Bothmer ricorda, neppure alla lontana, un baritenore: la voce è piccola e poco corposa, con acuti schiacciati e sbiancati (l’orribile acuto lanciato in chiusura di aria nel I atto è rivelatore), oltretutto è malsicura nei salti d’ottava e molle e pasticciata nelle agilità. Per trovare interpreti degni di questi ruoli bisogna risalire a Rockwell Blake e Chris Merritt, gli unici che, nonostante oggi si assista ad un penoso tentativo di delegittimazione, sono riusciti a darci un’idea di quello che dovrebbe essere stato un vero tenore rossiniano. Da ultimo il Malcolm della Marianna Pizzolato: timbro bruttino, con notevoli difficoltà in acuto e poco corpo nei bassi (il confronto con la Horne o con la Podles nella cavatina è impietoso). Le manca, ed è la cosa più grave, il carattere eroico del personaggio, qui ridotto a svenevole paggetto. Detto questo la Pizzolato è, paradossalmente, la migliore in campo. Infine una postilla: nella piccola particina di Albina troviamo Olga Peretyatko, la Desdemona dell’ultimo Otello al ROF, davvero “straordinaria” la sua carriera, passare in così pochi mesi da una particina più che marginale ad uno dei più grandi ruoli del belcanto italiano. Davvero incredibile che un punto d’arrivo di un percorso artistico vocale, come può essere appunto Desdemona, che richiede una tecnica più che perfetta ed un’esperienza da vera primadonna, diventi ruolo da debuttante in esordio di carriera. Resto sempre scettico di fronte a certe cose: ma sono troppo cinico e maligno io, oppure è l’aria di Pesaro che trasforma degli esordienti (a cui non posso che augurare felici e ricche carriere, ovviamente) in novelle Colbran?

G. ROSSINI - LA DONNA DEL LAGO

Atto I


Eccomi a voi - Dano Raffanti

Atto II

O fiamma soave - Chris Merritt
Ah si pera - Martine Dupuy
Tanti affetti - Lella Cuberli, Martine Dupuy, Marilyn Horne, Darina Takova

6 commenti:

Unamuno ha detto...

Ottima disanima, come sempre. Fin troppo truce, ma fin troppo inevitabile. Che versione consiglierebbe?
Grazie

Gilbert-Louis Duprez ha detto...

La discografia, almeno quella ufficiale o semi ufficiale, non offre molto. Live da Torino 1970 (non ufficiale, ma di facile reperibilità, la pubblica pure Opera d'Oro), a parte l'Elena della Caballè, il resto è tutto da censurare. Poi quelle ufficiali: Pesaro 1983 (Pollini) che presenta una Ricciarelli in pessimo stato e una direzione assai discutibile; Milano 1992 (Muti) con un cast sulla carta stellare, ma in parte compromesso dalla direzione inadeguata (e compromesso dall'infima qualità della registrazione: davvero pessima - e si tratta di disco ufficiale Philips - ricordo la differenza notevole tra l'ascolto diretto in teatro e quello fissato su cd); Opera Rara 2006, decisamente poco riuscita. Io, quindi, te ne consiglio due non ufficiali: Houston 1981 (Scimone - Von Stade, Horne, Blake, Raffanti, Zaccaria, Mentzer, Ford), pubblicata dalla Ponto, semplice da trovare e dal suono decisamente buono. E poi Parigi 1986 (Lewis - Cuberli, Valentini-Terrani, Blake, Merritt, Dworchak).

Unamuno ha detto...

Perfetto, grazie.
A riscriverci.

Giulia Grisi ha detto...

.......a me l'orchestra di Muti nella Donna scaligera piacque moltissimo a suo tempo....peccato che la presa delle voci del disco sia così maldestra..

Gilbert-Louis Duprez ha detto...

Sì, vero, l'orchestra era splendida e ricca di colori (anche se non percepibili dal cd), ma, secondo me, faceva la SUA Donna del Lago, purtroppo il direttore sembrava più interessato alla concertazione che alle voci (alle quali, tra l'altro, non vennero concesse moltissime libertà in tema di ornamentazioni e variazioni - anche se più di quanto ci si potrebbe aspettare, trattandosi di Muti). Certo l'incisione della Philips compremette un'edizione che, nel complesso (con pregi e difetti) poteva essere assai valida. Davvero un peccato e ogni volta motivo di stupore: come può, una major del disco, permettere l'uscita di un prodotto tanto mal realizzato? Devo dire, però, che rispetto a Pollini, Zedda, Benini siamo su un'altro pianeta....

Falstaff ha detto...

Ho assistito a quell'"Otello". A mio avviso la Peretyatko se l'è cavata più che discretamente. Nulla a che vedere con i grandi soprani rossiniani, ma in tempi di crisi (soprattutto economica) non sarei così severo con le scelte di Zedda e Mariotti. Comunque condivido il tuo ragionamento, se non altro in linea di principio.
Tornando alla "Donna del lago", devo dire innanzitutto che non conosco l'edizione Naxos. Conosco invece quelle dirette da Pollini, Muti e Benini, e delle tre la mia preferita e senz'altro la prima. Posto un commento che lasciai tempo addietro in altro forum, con intento comparativo, subito dopo aver ascoltato l'edizione Philips (in DVD). Spero di far cosa gradita.

"Abbastanza deludente, nonostante i grandi nomi. Si parla tanto dei limiti tecnici della Ricciarelli, ma la Anderson fa sentire parecchi brutti suoni, è monotona nel fraseggio e non ha un timbro altrettanto bello e lunare. Nel rondò finale esibisce tanta coloratura ma poca personalità. Luci e ombre anche dai due tenori. Le cose migliori Blake le fa ascoltare nella parte virtuosistica dell'aria, dove scandisce con facilità le quartine e firma una mezzavoce e uno smorzato conclusivo entrambi di grande effetto. Tuttavia, nel complesso, non si può dire che la sua prova lasci imperituro ricordo: le puntate verso l'acuto non sono per niente belle e la linea di canto non è delle più fluide. Merritt è ormai ridotto piuttosto male. L'estensione è, come sempre, prodigiosa, tanto che nelle discese al grave - di solito al limite dell'udibile - sembra di ascoltare un baritono; però è impreciso, incerto e inespressivo. Nell'aria Raffanti ha tutto un altro stile e un altro piglio, oltre a cantare meglio la sezione centrale, e in definitiva vince il confronto a mani basse. La Dupuy, viceversa, ha bel timbro, canta bene entrambe le arie e delinea un personaggio interessante, anche se il modello della Valentini è difficile da eguagliare. Surjan è discreto, ma molto al di sotto di Ramey.
Infine c'è Muti, che rispetto a Pollini ha probabilmente qualche carta da giocare in più dal punto di vista tecnico, ma la cui superiorità, sul versante interpretativo, è tutta - ma proprio tutta - da dimostrare."

Potrei rivedere qualcosa di quel giudizio, ma non il mio apprezzamento per Pollini. La direzione di Muti è più elegante e rifinita - del resto, sarebbe strano il contrario -, ma senza grandi idee. Mi annoia quasi in ogni momento. Pollini, viceversa, se la cava bene sul piano musicale, coglie in pieno lo spirito della partitura, e regala all'ascoltatore alcune sottolineature ritmiche e strumentali da brivido - penso all'Aria di rodrigo, al Finale Primo, al Terzetto del secondo atto (memorabile).
In attesa di conoscere il live di Houston, la "Donna" di Pollini rimane di gran lunga la mia preferita.

Saluti.