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venerdì 16 gennaio 2009

"Pensa alla Patria"


“Buon Dio, ecco terminata questa povera piccola Messa. Io sono nato per l’opera buffa, Tu lo sai bene! Poca scienza, poco cuore, ecco fatto! Sii dunque benedetto e concedimi il Paradiso…” scriveva Rossini, riferendosi alla Petite Messe Solennelle, tracciando così di sè un ritratto ironicamente umile, leggero e con la tipica modestia di chi sa di essere il più grande... Questa affermazione e la sprezzante incomprensione di Beethoven (a cui, evidentemente, rimanda), sono testimonianza di quella malinconia e di quella leggerezza che è l’universo musicale rossiniano: serio o buffo che sia. Innanzitutto per constarne la difficoltà di ridurre quest’ultimo, in particolare, alla semplice dimensione del comico! Vi sono ambiguità, segreti, malinconie, nel gioco delle costruzioni musicali, nell’apparente perfezione dei meccanismi del surreale, che mostrano quale e quanta complessità e finezza innervi la musica del pesarese che sembra sempre sollevarsi distaccata, con aristocratica leggerezza “dalle cose del mondo”, dai drammi così come dalla commedia.

Nessun titolo buffo di Rossini può essere inquadrato nel genere meramente comico, si diceva: in ciascuno vi è qualcosa di più, forse nemmeno intuito dal librettista (e spesso nemmeno colto dal pubblico, ora come allora), ma ricercato e raggiunto attraverso una certa distanza disillusa, a testimoniare la nostalgia per la fine di un mondo ormai passato e l’inadeguatezza e l’estraneità agli eccessi di quello nuovo (così irragionevole e primitivo nel dar sfogo ai suoi istinti più immediati – laddove Rossini mediava e stemperava ogni passione, ogni dolore, ogni risata, attraverso una trasfigurazione ideale e musicale, che la rendeva astratta e quasi metafisica...trasportandola ad un livello di superiore razionalità). Nemmeno nelle farse definite tali dall’autore stesso, peraltro, vi è spazio per il puro abbandono al ridicolo: ognuna nasconde un lato oscuro, segreto...niente di insistito, di troppo marcato, ma solo qualche accenno che si percepisce appena nella scelta della strumentazione, ad esempio, nell’abbandono di certe frasi di oboi o clarinetti, nel languore del canto dei corni...magari incastonati tra crescendo e concertati in cui le parole perdono significato proprio e diventano solo fonemi prestati alla musica per dar forma ad una follia del tutto razionale. Come nelle farse così nelle opere buffe: l’intima crudeltà del Barbiere di Siviglia, la nostalgia mozartiana del Turco in Italia, il malinconico lirismo della Cenerentola. Per non parlare delle grandi opere semiserie, la cui ambiguità è scelta di genere. Il grado di tale ambivalenza è ben rilevabile, poi, anche dai frequenti autoimprestiti: lo stesso brano, la stessa cellula musicale, assume significati antitetici a seconda del contesto in cui viene inserito, e la stessa musica che pareva attagliarsi perfettamente ad un ingarbugliato intreccio comico, appare inspiegabilmente perfetta (con leggere modifiche di dettagli) per esprimere situazioni e sentimenti opposti. Questa ambiguità è presente pure in quella che viene spesso indicata come il più puro esempio del buffo astratto rossiniano, della pura “follia organizzata”, del comico assoluto...la cui musica per dirla con Stendhal avrebbe fatto “dimenticare tutta la tristezza del mondo”. L’Italiana in Algeri, dramma giocoso in due atti, su libretto di Angelo Anelli, rappresentato per la prima volta a Venezia il 22 maggio 1813. In una struttura certamente incentrata sul gioco degli inganni, sull’assurdo e il surreale – in cui però emergono talvolta inaspettati squarci di lirismo e malinconia: si sentano i corni della cavatina di Lindoro – si staglia una protagonista del tutto atipica rispetto al genere: Isabella. Creato per l’ugola e la tecnica di Marietta Marcolini (che ottenne così un enorme successo) è ruolo che per statura e complessità, si pone a mezza via tra la commedia e la tragedia (ossia in quel luogo dove Rossini amava di più transitare) in un’ambiguità e polivalenza (rilevabile anche dai segni scritti in partitura) che contribuisce – forse anche inconsciamente – ad attribuirle tutto quel fascino. In particolare la grande scena con Rondò nel secondo atto, “Pensa alla Patria”, che per struttura, intensità e livello di virtuosismo, richiama l’Opera Seria. Stendhal la definisce un monumento storico! Ed in effetti si staglia come unicum nel resto dell’opera.

Il brano, il N. 15 della partitura, si presenta come una lunga scena di 228 battute strutturata in coro introduttivo, recitativo accompagnato e Rondò, composto di andante iniziale e allegro per la cabaletta. L’incipit, dopo la breve introduzione strumentale, dà già la dimensione drammatica del pezzo. A piacere, è indicato in partitura, mentre la voce scende nelle zone più basse della tessitura sino ad una cadenza in crescendo (di mano dell’autore) piuttosto intricata e con salti ascendenti di nona (SI2-RE#4; RE#3-FA#4) per poi chiudersi in un SI2. Dopo la pausa il cantabile vero e proprio caratterizzato da sestine ascendenti e discendenti e da una scrittura insistita nelle zone centrali e basse della tessitura. Segue l’allegro, dove, dopo le brevi battute in cui Isabella prima zittisce l’inopportuna ilarità di Taddeo (con un impeto e una dignità da vera eroina tragica) e poi si rivolge con severa dolcezza all’amato Lindoro (che poco prima era “impallidito” di fronte alla risoluta fermezza della protagonista), la linea vocale si arricchisce di abbellimenti e agilità di forza, nella ricerca di un estremo virtuosismo (peraltro insistito sempre in centro e in basso) che fa turbinare la voce in un vero delirio di scale, cadenze, colorature: “Qual piacer! Fra pochi istanti” con una teoria di quartine che si susseguono su e giù per il pentagramma, per concludersi, dopo la ripetizione variata, nella cadenza di prammatica, lasciata all’interprete.

Il brano proprio per quelle caratteristiche di atipicità (che non può essere considerata mera parodia dell’Opera Seria) e per la sua estrema difficoltà, è stato banco di prova di tante primedonne, tra cui non può essere dimenticata la Laura Cinti-Damoreau: una delle più grandi cantanti del suo tempo, a Parigi collaborò direttamente con Rossini, nella stagione del Théatre-Italien. Per il ruolo di Isabella scrisse una serie di variazioni e di cadenze che ben danno l’idea di cosa fosse il canto d’opera nella prima metà dell’800 e di quale fosse allora il ruolo dell’interprete (che – spesso si dimentica, suggestionati da certe vulgate che risalgono alle ottuse incomprensioni di certi campioni del germanesimo musicale – era anch’esso e prima di tutto, musicista e non ignorante e capriccioso guitto da palcoscenico come amano rappresentare i suddetti). Dette variazioni – che si possono leggere nella loro interezza in nota all’edizione critica dell’opera – si caratterizzano per una vera e propria riscrittura acrobatica del brano: non solo, infatti, si inseriscono nelle corone a fine frase (luoghi deputati alla cadenza), ma anche, e soprattutto, nel cantabile (battute 87-99) e nella ripresa del tema dell’allegro (battute 184-207). La Cinti-Damoreau nell’arricchire la scrittura rossiniana, insiste nella zona acuta (più congeniale alle sue corde). Particolarmente impressionante è la grande cadenza nella sezione finale dell’andante, con quattro salti ascendenti di ottava (SI2-SI3; RE#3-RE#4; FA#3-FA#4 e LA3-LA4) inseriti in quartine discendenti, seguiti da una lunga scala cromatica che sale e scende dal SI acuto al RE, per chiudersi sulla tonica della tonalità. Non da meno, naturalmente, le cadenze finali tendenti allo sfogo in acuto.

Tuttavia, pur divenendo in fretta il brano più famoso dell’opera (vuoi per l’atipicità del suo carattere, vuoi per l’esibizione vituosistica), non passò indenne alle sue successive revisioni, spesso dovute ad esigenze di censura: a Roma vennero cambiate le parole in “Pensa alla sposa”, a Venezia fu sostituito il coro introduttivo a causa della sua nascosta citazione della Marsigliese. Ma l’intervento più radicale fu la sostituzione del brano per la ripresa al San Carlo di Napoli nel 1815, dove il pezzo che mai avrebbe potuto passare la rigida censura borbonica, fu rimpiazzato dal N. 15a, “Sullo stil dei viaggiatori”, anch’esso di notevole impronta virtuosistica, caratterizzato da una scrittura più acuta, ma assai più convenzionale e inevitabilmente inferiore rispetto all’originale. Il ruolo di Isabella attirò le grandi primedonne dell’epoca, e anche nel secolo successivo non smise di affascinare le grandi dive.

La riscoperta novecentesca dell’opera si può far risalire alla sera del 26 novembre 1925 quando Vittorio Gui accompagnò Conchita Supervia a Torino. E da lì sino alle protagoniste della Rossini-renaissance a partire dagli anni ’60/’70 e cioè Teresa Berganza, Marilyn Horne, Lucia Valentini-Terrani, Martine Dupuy e, più recentemente, Ewa Podles (tralascio volutamente Agnes Baltsa, poiché fenomeno legato alla moda dell’epoca e alle majors del disco – e perché, oltre alle evidenti mancanze tecniche, poco interessante dal punto di vista esecutivo: mera lettura della pagina scritta, seguita pedissequamente senza alcuna fantasia o libertà…in ossequio alla fondamentale incomprensione di Abbado dell’opera belcantista e rossiniana – così come Jennifer Larmore che si limita a fare la parodia della Horne). Ognuna di esse con un approccio differente al ruolo e al brano, derivante da diversità di tecnica e di personalità artistica.

Si consideri ad esempio la morbida eleganza della Berganza (mi riferisco all’incisione ufficiale del ’63), vellutata e venata di malinconia, ma con una coloratura perfetta (anche se non si avventura in iperbolici sfoggi di virtuosismo, mantenendo, e semplificando, per lo più le cadenze originali e senza variare più di tanto la ripresa dell’allegro), nitida, brillante, oppure l’Isabella della Valentini-Terrani (sul finire degli anni ’70): coloratura fluente, pulita, linea di canto sicura in tutta la gamma dell’estensione.

Importante punto di svolta, però, è costituito dalla Horne: mi riferisco a due incisioni diversissime tra loro. L’incisione in studio dell’opera integrale (1980 con Scimone) e il recital “Souvenir of a Golden Age” (recentemente ristampato) che contiene il Rondò e che risale al 1966. La Horne affronta il personaggio con piglio “eroico”, come sfoggio di un vertiginoso vituosismo “di forza”. L’esibizione vocale è, in entrambi i casi, stupefacente. Le quartine sgranate in modo perfetto, la voce sicura che spazia in alto e in basso con una facilità disarmante, le cadenze pirotecniche e le ricche e fantasiose variazioni nelle riprese. Mentre nell’incisione integrale, però, la Horne si attiene fondamentalmente alla redazione rossiniana (pur prendendosi tutte le libertà dovute all’interprete, come nelle variazioni dell’allegro, risolte nel registro basso) ed esegue, ad esempio, solo parte della grande cadenza prevista dall’autore prima del cantabile dell’andante, nel recital recupera alcune delle variazioni della Cinti-Damoreau (sia nelle due cadenze dell’andante stesso che in quelle finali, mentre le variazioni nella ripresa dell’allegro sono più o meno le stesse che riproporrà 15 anni dopo con Scimone), in uno strepitoso esempio di acrobatico virtuosismo.

Sulla stessa linea, ma ancor più indirizzata verso un’interpretazione eroica e guerriera del brano, è il Rondò della Podles (in un bel disco del '95), dove sfrutta appieno il sontuoso registro basso e l’incredibile facilità nello sgranare la coloratura: la Podles nell’andante non esegue le cadenze di Rossini, ma opta per formule più ridotte, tuttavia nell’allegro (sia nelle variazioni della ripresa, sia nella cadenza finale) recupera alcuni stralci della Cinti-Damoreau.

Una lettura meno “di forza”, ma pur sempre di grandissimo impatto virtuosistico, è quella della Dupuy (dal vivo a Bologna nel 1987), che pure si attiene alla scrittura rossiniana, sostituendo – come tutte finora – le cadenze originali con altre, meno impegnative. In effetti non mi risulta che, sino ad ora, siano mai state riproposte integralmente le variazioni della Cinti-Damoreau, né che sia mai stata eseguita integralmente la grande cadenza scritta da Rossini prima della sezione cantabile dell’andante. Scelta comprensibile e filologicamente ineccepibile (almeno per una filologia rettamente intesa): ogni cantante ha la sua propria personalità, le sue caratteristiche vocali e, soprattutto, è interprete del ruolo. E un vero interprete, almeno nel senso ottocentesco del termine, contribuisce alla configurazione del ruolo, lo adatta alle proprie capacità e peculiarità, ne arrichisce la scrittura dove e come può o vuole. Non ripropone meccanicamente e non riproduce (almeno tendenzialmente) interpretazioni che appartengono ad altri: sennò si rischia di ricadere nella mera archeologia musicale. Resta il fatto che sulla carta sono incredibili e piacerebbe ascoltarle prima o poi…anche se, visto il livello delle odierne e sedicenti primedonne – che usurpano il ruolo di cantanti rossiniane – forse è meglio immaginarsele o leggerle, piuttosto che ascoltarle, magari stuprate dalla tecnica periclitante di qualche starlette da rivista patinata che scimiotta le grandi dive del passato (in operazioni commerciali giocate su improbabili e improponibili parallelismi).

Gli ascolti

Rossini: L'Italiana in Algeri

Atto II


Pronti abbiamo e ferri e mani... Amici, in ogni evento... Pensa alla Patria... Qual piacer! Fra pochi istanti - Teresa Berganza (1957), Marilyn Horne (1981), Lucia Valentini-Terrani (1985), Martine Dupuy (1987), Ewa Podles (2002)


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domenica 10 agosto 2008

Contro ROF, parte prima: Semiramide

Nel mese di marzo 2001 DD e GG affrontarono una recrudescenza dell’inverno in Europa ed a Liegi assistettero ad una esecuzione di Semiramide che valeva il viaggio.
E’ difficile per noi, che dal 1980 abbiamo, in pratica, assistito a molte delle tante esecuzioni di Semiramide, uscire soddisfatti dal teatro, non fosse perché nelle nostre esperienze precedenti di ascoltatori avevamo incontrato interpreti dei quattro ruoli protagonistici di levatura storica.

A Liegi della autentica e, temiamo irripetibile, renaissance di Rossini era ancora presente Rockwell Blake, certo con timbro sbiancato ed un poco asessuato (fra l’altro non del tutto inadatto ad un personaggio esornativo come Idreno), ma assolutamente unico nell’esecuzione dei passi acrobatici. E’ una ripetizione parlare della pertinenza stilistica ed estetica, oltre che della grande tecnica, sfoggiata nelle esecuzioni di Rossini ad opera di Blake, soprattutto quando il tenore americano era alle prese con un personaggio che vive essenzialmente di una perfetta esecuzione vocale.
Il vero ed autentica motivo di interesse che ci aveva portati a Liegi era la protagonista: Darina Takova. La Takova era stata la vera protagonista della disastrata edizione di Lucrezia Borgia alla Scala nel giugno 1999, dove la presunzione della diva di turno – Renée Fleming - era stata stigmatizzata dal pubblico con pesantissime riprovazioni, che avevano indotto Beautiful Voice (!) a ridurre al minimo le recite con conseguente sovraccarico per la Takova, che pur non essendo un soprano drammatico se l’era cavata con onore, aiutata e sorretta da una voce di qualità veramente eccezionale. Poco dopo la Borgia scaligera, Darina Takova aveva avuto un trionfo quale Amenaide nel Tancredi pesarese. A Liegi Darina Takova aveva esibito una voce bellissima ed un accento nei passi più segnatamente drammatici, che la metteva al livello delle più complete protagoniste della renaissance Rossiniana e addirittura le superava in altri. Spontanemente, poi, la Takova aveva mordente e slancio nei passi di agilità di forza. Semiramide per certo è stato il personaggio più significativo della carriera. Avesse avuto pari applicazione e zelo nello studio la Takova, oggi, sarebbe la numero uno contesa nel repertorio del primo ottocento da tutti i maggiori teatri del mondo.
Scusate non è proprio da tutti sostenere il confronto con soprani della levatura di Lella Cuberli e June Anderson.
Ewa Podles fu per certi aspetti formidabile. Termine usato alla latina. Perché, e lo abbiamo già scritto altrove, al primo momento l’accentuato utilizzo, anche nel registro medio basso, sconcerta. Soprattutto perché le note seguenti hanno un qualche cosa di poco sonoro e suonano, spesso, vuote. Sopra, si naturale compreso, allora la Podles era facilissima e l’esecuzione della agilità erano sorprendenti per precisione e fluidità. Né la Horne né Martine Dupuy, i più accreditati Arsace, avevano ostentato il registro medio grave della Podles, che richiamava le descrizioni di Scudo riferite alla Pisaroni.
La scelta di questa Semiramide, benché diretta dall’attuale direttore artistico del ROF e valente soprattutto nel grandioso finale prima anche se da un direttore della cultura e fama di Alberto Zedda ci si sarebbe aspettata la predisposizione di varianti ad hoc per le due protagoniste è quanto mai da contro festival.
Il ROF ha sempre ignorato Ewa Podles, l’unica cantante in grado di vestire con pertinenza vocale e stilistica i ruoli en travesti e di non far rimpiangere le cantanti della generazione precedente, ha pensionato con rapidità Rocky Blake, come se i suoi successori potessero essergli pari per tecnica, pertinenza stilistica e capacità di affrontare ruoli che, per loro stessa natura sono impietosi di ogni minima menda vocale. Entrambi dimenticati per cantanti, che declinavano il paradigma della terza generazione di cantanti, che sarà anche la terza, ma che è molto poco rossiniana. E non per nostra fantasia, ma da un semplice esame delle scritture degli spartiti rossiniani.

Gli ascolti

Rossini - Semiramide


Atto I

Ah! Dov'è, dov'è il cimento - Rockwell Blake
I vostri voti omai...Giuri ognuno...Qual mesto gemito - Darina Takova, Ewa Podles, Rockwell Blake, Boris Martinovich & Leonard Grauss

Atto II

In sì barbara sciagura...Sì, vendicato - Ewa Podles
Ebben, a te, ferisci...Giorno d'orrore - Darina Takova & Ewa Podles

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venerdì 11 aprile 2008

La Donna del Lago - edizione Naxos

Si può tranquillamente affermare, e senza timore di smentita, che Gioachino Rossini sia stato il più grande e importante compositore italiano: il pù celebrato tra i suoi contemporanei, il più famoso, il più invidiato della sua epoca; ammirato da pubblico e potenti, celebrato e omaggiato dai più grandi musicisti del suo tempo (italiani ed europei) che lo presero come modello o come arbitro. Monarca incontrastato, non conosceva rivali o concorrenti alla sua assoluta predominanza (laddove nelle successive generazioni musicali si assistette ad un rifiorire di rivalità, nazionalistiche e non: Verdi o Wagner, Bellini o Donizetti, Puccini o Strauss). Per un certo periodo di tempo semplicemente Rossini era l’opera e l’opera era Rossini. Vedere tale grandezza mortificata dall’attuale livello delle esecuzioni teatrali e delle produzioni discografiche, è, dunque, motivo di ancor maggiore sconforto.
Il caso è quello della recente uscita di una nuova edizione della Donna del Lago, registrata dal vivo in quel di Wildbad nell’anno domini 2006, per le cure direttoriali del maestro Alberto Zedda (forse più a suo agio nelle vesti di musicologo che con la bacchetta) e pubblicato dalla NAXOS (come le altre produzioni di quel festival). Che dire? Un perfetto esempio del Rossini in formato ridotto tipico dei nostri tempi, ove alla gloria del belcanto (con tutta l’ambizione del consueto armamentario di colorature e variazioni di micidiale difficoltà, o dell’impervia tessitura dei protagonisti maschili, volti a dimostrare il potere della musica e del canto, tanto da lasciare strabiliati gli ascoltatori) si è sostituito un ben più modesto e approssimativo appiattimento esecutivo, finalizzato alla mera riproduzione di (quasi) tutte le note scritte, incurante di come tali note venissero alla fine eseguite, nell’unico e malcelato intento di riuscire ad arrivare alla fine dello spettacolo senza incidenti mortali, tagliare il traguardo e tirare, finalmente, un sospiro di sollievo. Un Rossini, dunque, senza pretese, dimesso, modesto, evidente sin dal colore orchestrale. Zedda dirige, come quasi sempre, in modo diligente, ma completamente anonimo, non sposando alcuna vera idea interpretativa dell’opera: né quella che la riconduce nell’alveo dell’estetica neoclassica dell’esaltazione del Bello ideale (attraverso pulizia e limpidezza di forma e suono), né quella che la riallaccia (forte anche di una suggestione che deriva dal testo di Scott) ad una visione preromantica, fatta di inquietudini, chiaroscuri e squarci lirici. Zedda sta a mezza via, immobile, senza prendere posizione, senza rischiare. E alla fine annoia. Sceglie un’orchestra leggera (ma verrebbe da dire povera, prosciugata, arida di colori, quasi svogliata, intenta a svolgere il proprio compitino e basta più) forse per non infierire sul volume deficitario delle voci a sua disposizione, e impone tempi abbastanza spediti, ma generalmente privi di mordente, risultando solamente sbrigativo e frettoloso (anche qui, forse, per soccorrere i cantanti, a disagio nel reggere per troppo tempo fiati e scrittura vocale proibitiva). L’opera così, scivola via, innocua e senza lasciare nulla. A margine va segnalata un’inspiegabile variante testuale, non so se frutto di nuove ricerche filologiche ovvero di scelta esecutiva (peraltro assai censurabile) dello stesso Zedda: nel finale I (momento tra i più straordinari ed innovativi dell’intera opera rossiniana), il coro dei bardi, il celebre “Già un raggio forier”, anziché essere affidato al coro maschile (come si è sempre fatto e come è indicato in partitura), è cantato da una voce solista, alla quale si aggiunge il coro solo nel finale di strofa. Ovviamente l’effetto dell’invocazione è rovinato irrimediabilmente. Davvero inspiegabile questa scelta (e il libretto di accompagnamento non suggerisce alcuna motivazione). Altrettanto censurabili, poi, le sforbiciate ai recitativi (e non si tratta di interminabili recitativi secchi, ma accompagnati, quindi parte integrante del tessuto musicale - oltre ad essere qualitativamente irrinunciabili), tanto da far sparire il personaggio di Bertram (con i conseguenti squilibri nei pezzi d'insieme). Non me lo sarei aspettato dal musicologo Zedda. Ma veniamo ai cantanti, croce e delizia di ogni esecuzione rossiniana. Si rimane davvero basiti nel leggere (su alcuni siti specializzati) che quella in oggetto sarebbe la vera edizione di riferimento della Donna del Lago: chi lo scrive dimostra di non averne mai ascoltate altre. I cantanti scelti per la presente incisione, infatti, si presentano tutti come inadeguati ai ruoli. Questi vennero scritti – non bisogna scordarlo mai – per i più grandi cantanti dell’epoca, dei veri semidei (parlo di Isabella Colbran, Benedetta Pisaroni, Giovanni David e Andrea Nozzari) e pertanto presentano difficoltà di ogni tipo, finalizzate a glorificarne l’estrema abilità. Ruoli considerati giustamente tra i più impervi della letteratura operistica (come peraltro è tutto il Rossini napoletano), ruoli dunque da affrontare con estrema prudenza e consapevolezza, poiché il rischio di soccombere ad essi è quanto mai presente. Di ciò, però, probabilmente non si è curato Zedda, o chi per esso, nello scegliere il cast. Si comincia con la Elena di Sonia Ganassi: voce totalmente inadatta ai ruoli Colbran, poiché incapace di reggere la pesantezza e le difficoltà tecniche che la parte impone. Essa poi già appariva affaticata e leggera per Cenerentola nel 2000, figuriamoci dopo sei anni! Ma a parte la differenza di tonnellaggio tra ciò che è richiesto e ciò di cui si dispone, è tutto il resto che non va: la coloratura che arranca, il fiato, il colore (si senta che cos’è il rondò finale). La Ganassi risolve tutto in un’aura di crepuscolare mestizia che, forse potrà andare bene per qualche dramma pseudo pastorale della belle epoqué, ma che stona terribilmente con la nobile dignità di Elena. Ma il peggio lo danno, come sempre, i tenori (nota dolente di ogni odierna produzione del Rossini napoletano), giacchè né Maxim Mironov, né Ferdinand von Bothmer appaiono minimamente adatti alle loro parti. Giacomo V e Rodrigo vennero scritti per due autentici fuoriclasse: il primo, tenore contraltino, dalla tessitura acutissima e dall’impervia agilità (David); il secondo, baritenore, che richiede micidiali salti di due ottave, eroicità d'accento e coloratura smagliante (Nozzari). Di tutto ciò non vi è traccia alcuna nell'evanescente Mironov, debole e pallido negli acuti (sfibrati e in odore di falsetto), pasticciato nelle agilità, approssimativo nell’intonazione (in “Oh fiamma soave” sembra sul punto di cadere da un momento all’altro). E neppure Bothmer ricorda, neppure alla lontana, un baritenore: la voce è piccola e poco corposa, con acuti schiacciati e sbiancati (l’orribile acuto lanciato in chiusura di aria nel I atto è rivelatore), oltretutto è malsicura nei salti d’ottava e molle e pasticciata nelle agilità. Per trovare interpreti degni di questi ruoli bisogna risalire a Rockwell Blake e Chris Merritt, gli unici che, nonostante oggi si assista ad un penoso tentativo di delegittimazione, sono riusciti a darci un’idea di quello che dovrebbe essere stato un vero tenore rossiniano. Da ultimo il Malcolm della Marianna Pizzolato: timbro bruttino, con notevoli difficoltà in acuto e poco corpo nei bassi (il confronto con la Horne o con la Podles nella cavatina è impietoso). Le manca, ed è la cosa più grave, il carattere eroico del personaggio, qui ridotto a svenevole paggetto. Detto questo la Pizzolato è, paradossalmente, la migliore in campo. Infine una postilla: nella piccola particina di Albina troviamo Olga Peretyatko, la Desdemona dell’ultimo Otello al ROF, davvero “straordinaria” la sua carriera, passare in così pochi mesi da una particina più che marginale ad uno dei più grandi ruoli del belcanto italiano. Davvero incredibile che un punto d’arrivo di un percorso artistico vocale, come può essere appunto Desdemona, che richiede una tecnica più che perfetta ed un’esperienza da vera primadonna, diventi ruolo da debuttante in esordio di carriera. Resto sempre scettico di fronte a certe cose: ma sono troppo cinico e maligno io, oppure è l’aria di Pesaro che trasforma degli esordienti (a cui non posso che augurare felici e ricche carriere, ovviamente) in novelle Colbran?

G. ROSSINI - LA DONNA DEL LAGO

Atto I


Eccomi a voi - Dano Raffanti

Atto II

O fiamma soave - Chris Merritt
Ah si pera - Martine Dupuy
Tanti affetti - Lella Cuberli, Martine Dupuy, Marilyn Horne, Darina Takova

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martedì 4 marzo 2008

Lucrezia Borgia a Barcellona: Arsenico e vecchi merletti


Nel desolato panorama d'oggi, la parabola di Edita Gruberova ha del miracoloso: a sessantuno anni - e in carriera da quaranta - la signora ha un ritmo lavorativo da far invidia a colleghe e colleghi tanto più giovani di lei. Mentre i trenta-quarantenni arrancano per arrivare a fine recita e cancellano produzioni onde "riposare" la voce, la cantante ceca inanella concerti (in cui alterna e dosa con saggezza Lieder e pagine d'opera) e produzioni liriche (eclettiche anche queste: ad Ariadne auf Naxos e Puritani si affiancano Devereux e Norma) e arriva ad annunciare, per il 2011, nientemeno che una ripresa di Anna Bolena. E trova anche il tempo di preparare un debutto ambizioso e per certi versi assolutamente folle come Lucrezia Borgia! Il Corriere della Grisi non ha potuto fare a meno di volare a Barcellona per assistere all'ultimo (ma non ultimo, ne siamo certi) peccato di vecchiaia di Frau Edita.
La signora ha evidentemente studiato, e tanto: l'impegno è sempre massimo, tanto sotto il profilo vocale quanto interpretativo, che poi nel caso della Gruberova (in questo veramente "old style") coincidono perfettamente. La signora coglie di Lucrezia soprattutto il lato di madre trepida e sventurata, trasformando l'altera duchessa di Ferrara in una composta signora dell'alta borghesia che al massimo potrebbe vendicarsi delle amiche che spettegolano su di lei mettendo il pepe nelle loro tazze di tè. Persino l'abito scelto per il concerto (una mise pesca-rosa da matura cresimanda) appare non tanto inadeguato, quanto del tutto indifferente allo spessore tragico del personaggio. Ed è di conseguenza soprattutto nei cantabili (Com'è bello, M'odi ah m'odi) che Edita (come la chiama, anzi la invoca a gran voce, il devotissimo pubblico del Liceu) dà il meglio di sé, sfoggiando una voce ancora ben salda al centro e inserendo, fra un portamento e l'altro, prodezze tecniche che hanno, oggi, pochi o punti termini di paragone (un esempio per tutti: il la bemolle acuto nel finale del prologo, attaccato in pianissimo, tenuto allo spasimo e rinforzato), testimonianza della capacità, languente ma non spenta, di piegare la propria voce agli effetti desiderati (per quanto di dubbio gusto). Anche i sovracuti, tradizionale tallone d'Achille della Gruberova anni 2000, appaiono più saldi del consueto (tranne l'ultimo, attaccato bene ma sporcato in chiusura). Semmai questa matura Lucrezia mostra la corda, malgrado raggiusti e puntature, nei recitativi e ovunque sia necessario sfoderare un minimo sindacale di accento imperioso (Son la Borgia: ma de che?), per tacere delle ossute variazioni di Era desso il figlio mio, in cui è scontato, ma non per questo scorretto, rimpiangere l'impeccabile vocalizzare di una Sutherland a fine carriera.
Nei panni di Gennaro, Josep Bros fornisce una prova corretta e priva di brividi (in ogni possibile senso). La voce, ben proiettata al centro, è sufficientemente morbida, nonostante risulti a più riprese alquanto nasale. Il fenomeno si avverte in maniera spiccata nell'aria aggiunta T'amo qual s'ama un angelo, in cui la scrittura, decisamente alta, fa emergere più di una tensione, particolarmente negli acuti ghermiti con visibile - e udibile - sforzo. Confortante, comunque, la solidità di questo onesto professionista, in un'epoca che eleva agli altari ben più modesti idoli.
E veniamo alla grande delusione della serata. Ewa Podles non esibisce più che una voce smilza smilza, che facilmente sparisce nei "tutti" e ovunque non appena l'orchestra oltrepassi il mezzoforte. La tessitura centrale di Maffio (cui si aggiungono, tradizionalmente, non poche impennate all'acuto) fa a pugni con quel che resta di una vera voce di contralto: la signora freme e sbuffa, agitandosi in modo piuttosto scomposto e compromettendo la qualità dell'emissione. Eufemistico parlare di registri disomogenei: si fatica a trovare due note, anche prossime, che non sembrino assemblate a partire da voci differenti. Si aggiunga la parsimonia (questa davvero sospetta) di variazioni nel celebre brindisi, che il pubblico applaude vigorosamente forse più per tradizione che per convinzione.
Ildebrando d'Arcangelo, voce piccola perché maldestramente proiettata, corta in alto e fioca in basso, è un Duca Alfonso un grandino sopra il comprimariato (e fatto salvo il giovane e gentile aspetto).
Comprimari tremendi, a eccezione del Gubetta di Roberto Accurso.
Stefan Anton Reck sceglie tempi spediti (richiesta della Diva?) e scarse finezze (ma con un'orchestra, e soprattutto un coro, come quelli del Liceu non c'è da aspettarsi copia di raffinatezze), conducendo abilmente in porto l'operazione "Edita Borgia", un'operazione improbabile cui neppure la Diva (che pure annuncia una ripresa in forma scenica per il 2009 a Monaco) sembra credere sino in fondo.

Lucrezia Borgia
dramma tragico in un prologo e due atti
libretto di Felice Romani
musica di Gaetano Donizetti

versione in forma di concerto

Alfonso d'Este - Ildebrando d'Arcangelo
Lucrezia Borgia - Edita Gruberova
Gennaro - Josep Bros
Maffio Orsini - Ewa Podles
Jeppo Liverotto - Roger Padullés
Apostolo Gazella - Alberto Feria
Ascanio Petrucci - Francisco Santiago
Oloferno Vitellozzo - Jordi Casanova
Gubetta - Roberto Accurso
Rustighello - Bülent Külekçi
Astolfo - Bálint Szabó
Servitori - Xavier Comorera, Pierpaolo Palloni
Una voce - Mariano Viñuales

Orchestra Sinfonica e Coro del Gran Teatre del Liceu
Direttore - Stefan Anton Reck
Maestro del coro - José Luis Basso

Gran Teatre del Liceu, Barcellona
1 marzo 2008

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venerdì 4 gennaio 2008

Il dolce suon della sua lira: Gluck, Orfeo ed Euridice

Prima opera della Riforma gluckiana, Orfeo ed Euridice nasce sotto una stella austera, per non dire arcigna. Parlando della sua collaborazione con il compositore, il librettista Calzabigi scrive: "Lo pregai di bandire i passaggi, le cadenze, i ritornelli, e tutto ciò che di gotico, di barbaro, di stravagante è stato inserito nella nostra musica. Il signor Gluck aderì ai miei punti di vista". E in effetti l'opera, anzi, l'azione teatrale è, nella sua prima versione (Vienna 1762), quanto mai lineare nella struttura (azione semplicissima, tre soli personaggi, massiccio uso del coro e recitativi sempre accompagnati dagli archi) e spoglia nella linea di canto. Fortuna (o sfortuna: dipende dai punti di vista) volle che questa situazione non dovesse durare a lungo.

Già nella stagione 1769-70, quando l'opera venne ripresa a Londra, era diventata tutt'altra cosa, trasformandosi in un pasticcio su musiche ovviamente di Gluck ma anche di Johann Christian Bach, Pietro Alessandro Guglielmi e dello stesso Gaetano Guadagni, evirato cantore già creatore del ruolo a Vienna, che sostituì l'ultima strofe del quadro delle Furie con un'arietta in tempo di Minuetto da lui stesso composta. Charles Burney, che ebbe modo di vedere Guadagni in questa ripresa londinese del (fu) lavoro gluckiano, scrive di Guadagni: "Egli aveva raggiunto una estensione quasi doppia di quella che aveva prima e da contralto era divenuto soprano, ma così facendo aveva in parte sciupato la bellezza e la forza della sua voce. La musica che cantava era la più semplice che si possa immaginare; poche note con frequenti pause e la possibilità di liberarsi dal compositore e dall'orchestra era tutto ciò che desiderava. E in questi passaggi, che solo in apparenza erano estemporanei, egli dimostrava come il potere proprio della melodia fosse completamente indipendente dall'armonia e non venisse aiutato nemmeno da un accompagnamento all'unisono". Il fascino del suono puro, insomma, a dispetto delle intenzioni dei riformatori. Del resto Guadagni poteva permettersi questo e altro. Il virtuoso non doveva essere stellare, ma certo lo era il cantante. Lo stesso Burney ricorda che Guadagni era particolarmente noto per la capacità di ottenere, partendo da toni estremamente sonori, smorzature che suonavano "come note morenti in un'arpa eolica". Il che attesta, per inciso, che la voce dei castrati (quelli bravi, almeno) aveva una potenza e una proiezione, oltre che una flessibilità e capacità dinamica, impensabili per i loro falsettanti epigoni. E in generale per la gran parte dei cantanti di oggi.

Dodici anni dopo la prima viennese, Gluck (che nel frattempo, a Parma nel 1769, aveva riscritto la parte di Orfeo per il soprano maschile Giuseppe Millico) riallestì l'opera a Parigi e per l'occasione la ripensò completamente: Orfeo fu infatti il tenore Joseph Legros (che aveva da poco creato la parte di Achille nell'Ifigenia in Aulide e in seguito avrebbe interpretato Admeto nella prima francese di Alceste e Rinaldo in Armida). Il primo atto vide l'aggiunta di un'aria di sortita per il personaggio di Amore e soprattutto l'inserimento di un assolo per Orfeo in finale d'atto. L'aria L'espoir renaît dans mon âme deriva forse dal Tancredi di Ferdinando Bertoni, presentato nella stagione 1766-7: c'è però da dire che la stessa aria compariva già nel Parnaso confuso gluckiano del 1765, e successivamente era stata riciclata nelle sue Feste d'Apollo. Chiunque ne sia l'autore, questo brano di squisito segno italiano contribuì a indirizzare la parte di Orfeo verso una più canonica accezione di virtuosismo. Nel secondo atto, da altre composizioni gluckiane provengono la Danza delle furie (dal balletto Don Juan) e la Gavotta della scena dei Campi Elisi (dal Paride ed Elena). Nel quadro degli Elisi fanno poi la loro comparsa un lungo assolo di flauto e un'aria per Euridice. Quanto al terzo atto, oltre a un duettino Orfeo-Euridice (tratto ancora una volta dal Paride) inserito prima del "da capo" dell'aria del soprano, nuova è quasi tutta la scena finale, con l'inserimento di numerose danze (fra cui la Ciaccona conclusiva, squisito omaggio al gusto francese) e del terzetto Tendre Amour, derivato da Il Trionfo di Clelia (1763). Insomma, non solo il nuovo finale primo, così "italiano" nella struttura e nelle linee musicali (soprattutto rispetto al postludio stile "scale e arpeggi" di cui prende il posto), ma tutta l'opera, con l'aggiunta di siffatti divertissement, si allontana con decisione dall'idea di severità che caratterizzava la versione viennese.

Gli anni si succedono e così le modifiche apportate alla versione di Parigi (fra cui, dagli anni '90 del Settecento, la sostituzione del Coro finale con uno derivato da Eco e Narciso, mentre nel 1824 Adolphe Nourrit canta, alla fine del primo atto, un'aria dalla medesima opera al posto di quella prevista da Gluck). Ed eccoci alla terza grande versione di Orfeo, quella nata dalla volontà di Pauline García-Viardot di impersonare l'eroico cantore. L'adattamento curato da Berlioz (per l'occasione anche direttore) e riorchestrato per ampia compagine da Saint-Saëns va in scena al Théatre Lyrique di Parigi nel novembre 1859. Interessante notare che Berlioz considera senza dubbio spuria l'aria finale del primo atto, ma non fa nulla per toglierla dalla partitura. E' anzi lo stesso Berlioz a "istigare" la Viardot a comporre una cadenza spettacolare e strappa applausi (riproposta in tempi a noi più vicini dalla Horne e dalla Podles) per chiudere l'aria, arrivando a scriverle: "Se è necessario diremo che si tratta della cadenza che faceva Legros. I Parigini la berranno di sicuro". E così Madame chiude l'atto con una megacadenza scritta a sei mani, come lei stessa avrà in seguito occasione di ricordare: "La cadenza che mi hanno fatto l'onore di rimproverarmi è stata decisa da noi tre: la prima parte (di Berlioz) è bella; la seconda (di Saint-Saëns) è un po' strana; la piccola sezione scritta dalla cantante è troppo "da cantante"; e l'ultima parte, di Berlioz, potrebbe anche essere del portiere". Fortunata l'epoca in cui le ragioni di una vera primadonna hanno la precedenza sugli scrupoli filologici! L'anno successivo la Viardot riprese il "suo" Orfeo a Londra: la capitale inglese, che già nel 1792 aveva visto stampare presso l'editore Preston un Orfeo ed Euridice definito "a Grand Serious Opera with Music by Gluck, Haendel, Bach, Sacchini, Weichsel and W. Reeve" (!), avrebbe dovuto aspettare altri quarant'anni prima di udire la versione francese così come concepita dall'autore. Ma evidentemente una Viardot val bene un pasticcio.
Assodato che ogni interprete (piccolo o grande che sia) ha diritto a scegliere la versione che ritiene più acconcia per le proprie caratteristiche e per il proprio stato di salute vocale, appare evidente che un buon Orfeo non può fare a meno di possedere una voce di puro velluto ovvero un accento di grandiosa essenzialità di stampo autenticamente tragico ovvero un'attitudine ben radicata al virtuosismo vocale in tutte le sue declinazioni. Anche più di una delle succitate caratteristiche, ove possibile.

Le interminabili arcate melodiche (per risolvere le quali occorrono fiati all'altezza) del tombeau al primo atto, gli elegiaci effetti d'eco in Chiamo il mio ben così, il tripudio vocale del finale primo (Addio, o miei sospiri, nella traduzione italiana) o, a scelta, la grandiosità di Divinità infernal dall'Alceste (è questa la scelta adottata da interpreti quali Stignani e Barbieri, cui mal si addice uno spoglio recitativo in finale d'atto), la grandiosa perorazione alle Furie (esaltata dalle puntature di un Kozlovsky), la morbida e impeccabile emissione richiesta dall'arioso Che puro ciel, la stilizzata disperazione del duetto con Euridice e del successivo Che farò senza Euridice sono altrettanti scogli per qualunque cantante che non possieda un'altissima padronanza della tecnica e al tempo stesso idee ben chiare su come utilizzare detta tecnica a fini espressivi. Serve inoltre un direttore che sia in grado di evocare la compostezza del bassorilievo classico (anche percorso da bridivi espressionisti: vedasi in proposito la memorabile conclusione della scena delle Furie nel live da Buenos Aires diretto da Kleiber padre, con il progressivo spegnersi del Coro di fronte alla vittoria dell'Orfeo della Stevens) senza deragliare nell'arazzo grigiastro o, ancora peggio, nel biscuit fuori tempo massimo. Tutti rischi da cui la corrente filologia non sembra mettere abbastanza in guardia.




Atto I

Ah se intorno a quest'urna funesta - Fedora Barbieri, Ebe Stignani
Chiamo il mio ben così - Margarete Klose, Kerstin Thorborg, Shirley Verrett
Addio, o miei sospiri - Marilyn Horne, Ewa Podles, Rockwell Blake

Atto II

Deh! placatevi con me - Ivan Kozlovsky, Léopold Simoneau, Risë Stevens
Danza delle furie - Arturo Toscanini
Danza degli spiriti beati - Arturo Toscanini
Quest'asilo di placide calme - Daniela Dessì
Che puro ciel - Ivan Kozlovsky, Marilyn Horne, Ebe Stignani

Atto III

Vieni, segui i miei passi... Vieni: appaga il tuo consorte - Risë Stevens & Isabel Marengo, Nicolai Gedda & Janine Micheau
Qual vita è questa mai... Che fiero momento - Lella Cuberli
Che farò senza Euridice - Ernestine Schumann-Heink, Sigrid Onégin, Tito Schipa, Kirsten Flagstad, Ebe Stignani, Grace Bumbry, Marilyn Horne

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