domenica 20 luglio 2008

Il tenore prima di Caruso e del Verismo, parte VII

Siamo arrivati al termine delle nostre riflessioni sul tenore antecedente la “svolta” di Caruso.
E siamo arrivati a riflettere su Leon Escalais (1859-1941) e Augustarello Affre (1858-1921), quindi, francesi e coetanei, tenori di levatura storica, più oggi che allora, rappresentanti l’ultima completa raffigurazione del tenore da Grand-Opéra.

Nel tempio del Grand-Opéra, però si esibì soprattutto Affre dal 1895 al 1908, Escalais, che a Palas Garnier aveva debuttato nel 1883 cantò soprattutto nei teatri della provincia francese (Marsiglia e Lione soprattutto) ed a Bruxelles, oltre che in Italia. Entrambi affrontarono il Covent Garden e i Teatri Americani, escluso, però, il sovraffollato per quanto concerne i tenori Metropolitan.
Il motivo ufficiale dell’esclusione dal massimo teatro francese era l’aspetto fisico di Escalais, piccolo di statura, con un grosso capo e scadente attore. La giustificazione suona sospetta; l’iconografia fotografica esclude che Affrè fosse dotato di bellezza apollinea. Per la cronaca Escalais tornò all’Operà ne 1909 a fine carriera. Sua e di Affre, che si esibì per un paio di anni ancora.
L’esilio dal massimo teatro francese fruttò ad Escalais il debutto nel massimo teatro italiano e la possibilità di eseguire il proprio repertorio sia in Italiano che in francese. Come era accaduto per l’archetipo di questi tenori Duprez, che famoso e primo tenore dell’Opera si esibiva, talvolta, al Teatro degli Italiani, applauditissimo in coppia con Rubini nel duetto del Ricciardo e Zoraide.
Affrè venne definito il Tamagno francese, Escalais dalle registrazioni somiglia non poco al creatore di Otello. E proprio nell’Otello ritengo opportuno proporlo, trattandosi di una registrazione esemplare per misura e gusto..
Devo anche aggiungere che nelle registrazioni i due cantanti suonano per timbro e gusto molto simili, con la precisazione che le registrazioni acustiche penalizzavano pesantemente le voci squillanti e ricche di armonici. Escalais, benché in forma sino alla morte, non registrò alcunché con il sistema elettrico, come fecero Knote e Bonci, con grande guadagno per la loro fama.
Entrambe le voci suonano chiare. Oggi diremmo da tenore lirico, come tutti i tenori pre carusiani, escluso Jadlowker dal colore veramente baritonale.
Eppure entrambi tenevano i repertorio opere come Profeta, Sansone, Ebrea dalla scrittura marcatamente centrale, impraticabile agli attuali tenori lirici, pena risultati censurabilissimi carriere ed acuti accorciati.
Non si accampi per giustificare la differenza la solita storia delle orchestre più voluminose. Per essere onesti nel valutare basta ascoltare l’esecuzione o dell’aria “ O paradis” o della famosissima aria “ Rachel quand du Seigneur” prendendo a metro di paragone da un lato Esclalais o Affre e dall’altro i più celebrati tenori degli ultimi cinquant’anni vuoi Pavarotti, quale Vasco de Gama, o Domingo, Shicoff ed Alagna quale Eleazar. Nel migliore dei casi (Pavarotti) a parte l’accento poco nobile si percepiranno suoni un po’ aperti al centro, ma negli altri è il trionfo de centri artificiosamente gonfiati, della dinamica piatta, del legato incerto, della salita difficoltosa agli acuti, che rendono un si bemolle un traguardo invalicabile.
La realtà è che il suono di Escalais ed Affre, il cui repertorio era quello romantico, sta, come si dice gergalmente più in alto di quello di tutti i metri di paragone sopra citati.
Il canto dei due tenori francesi è la realizzazione pratica delle prescrizioni dei più accreditati manuali di canto del tempo.
La quadratura tecnica consente acuti squillantissimi sino al do, rispetto della dinamica prevista dall’autore, salvo certe prese di fiato prima degli acuti estremi , voce sempre “ a fuoco” e morbida ad ogni sonorità compresa fra il piano ed il forte.
Per precisione possiamo dire che talvolta, solo in lingua italiana, Escalais suoni un po’ nasale in zona di passaggio, però nell’esecuzione dei passi di agilità del Robert le Diable lo stesso tenore supera anche un autentico virtuoso come Blake e non solo per la qualità vocale.
Dai reperti archeologici si può intendere che Escalais fosse più ampio al centro, Affre per legato e, forse, per la stessa qualità vocale.
Entrambi restituiscono un’immagine elegantissima e raffinata quando attaccano con sicurezza e morbidezza pari lo scomodissimo fa diesis di “O paradis” o quando legano anche nelle zone scomode, perché basse, dell’aria di Eleazaro. Nel monologo di Otello, anche esso dall’incipit piuttosto basso, propiziatore di suoni ingolati e tubati e con una chiusa travolgente e che investe la zona acuta della voce con conseguenti urla scomposte o quasi, Escalais è sfumato e nobile, sfuma dove tutti gli Otelli gridano ed urlano, e negli acuti squilla, facendo immaginare il tonnellaggio di quei suoni in teatro. Solo Slezak e Lauri Volpi, anagraficamente post carusiano, ma ultimo tenore ottocentesco gli sono, in questo passo pari.

Gli ascolti

Léon Escalais

Halévy
La Juive - Atto IV: Rachel, quand du Seigneur (in francese - in italiano)
La Juive - Atto IV: Dieu m'éclaire

Massenet
Le Mage - Atto II: Ah! parais

Meyerbeer
Le Prophète - Atto III: Roi du ciel

Rossini
Guillaume Tell - Atto II: Ses jours qu'ils ont osé proscrire

Saint-Saëns
Samson et Dalila - Atto I: Arrêtez, ô mes frères

Verdi
Aida - Atto I: Celeste Aida
Otello - Atto III: Dio! Mi potevi scagliar
Il Trovatore - Atto III: Ah sì, ben mio


Augustarello Affre


Halévy
La Juive - Atto II: Dieu, que ma voix tremblante

Meyerbeer
L'Africaine - Atto IV: O paradis
Les Huguenots - Atto II: Beauté divine, enchanteresse
Le Prophète - Atto I: Pour Berthe moi je soupire

4 commenti:

Lele Bruni ha detto...

E' vero, sia Affre che Escalais sapevano cantare, eccome! Il secondo poi, incisioni acustiche o meno, sfoggia acuti di uno squillo trascendentale, cose oggi semplicemente impensabili. Forse l'ultimo a sfoggiare acuti così impressionanti (a scapito però di netti limiti interpretativi) è stato Filippeschi. Corelli aveva acuti splendidi ma più colossali che squillanti. I migliori venuti dopo hanno in qualche caso sfoggiato splendide o sorprendenti note acute, come nel caso di Kraus, di Matteuzzi o del primo Merritt, ma si trattava di suoni di una natura diversa, d'una filigrana più delicata e penetrante, ma non tale da far pensare a delle trombe d'argento puro (cito a memoria Celletti, che riferì questa metafora allo squillo di Lauri Volpi).

Domenico Donzelli ha detto...

grazie per il tuo commento
credo che il disastro verista del canto cui lauri volpi nei propri testi frequentemente faceva riferimento sia stato proprio quello di richiedere voci più basse atteso che le tessiture erano per certo più basse di quelle dell'opera romantica.

poi se devo parlare di voce alta e penetrante l'esempio o quasi è quella della diva verista per eccellenza Madga Olivero.

grazie e alla prossima
domenico

Velluti ha detto...

Per quanto concerne voci tenorili, direi di non dimenticare il grande Nicolai Gedda, uno dei pochi in grado di cantare nella perfida zona sol-do con un vero p. e con vere mezzevoci, e non con uno smunto falsettino... In questo è lui il più vero erede dei grandi tenori preveristi.

Tamberlick ha detto...

Accidenti... gli ascolti non sono più attivi! Potreste fornire i dati dei dischi da cui li avete tratti? Purtroppo su youtube non ci sono tutti.