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giovedì 11 giugno 2009

Don Pasquale a Bologna

Spettacolo di chiusura della stagione lirica felsinea, questo Don Pasquale sostituisce le previste Nozze di Figaro con la regia di Robert Carsen, spettacolo svanito dal cartellone a causa dei famigerati tagli al FUS. I medesimi tagli al FUS non hanno peraltro scoraggiato la direzione del Teatro, dimentica forse di avere proposto lo stesso titolo non più di cinque anni fa, dal commissionare un nuovo spettacolo, affidato per la parte registica ad Alfonso Antoniozzi e per quella canora agli allievi della Scuola dell'Opera, cui si aggiungono, tenuto conto di numero quattro prime parti, cantanti in piena carriera come Michele Pertusi, Francesco Meli e, in sostituzione di quest'ultimo, per alcune repliche, Darío Schmunck. E se la presenza di Pertusi si può giustificare per la lunga esperienza scenica e consumata arte vocale del cantante parmense, che lo rendono (sebbene debuttante nel ruolo) possibile figura di riferimento per i "pulcini" dell'accademia, non possiamo non chiederci a che titolo figurino in locandina gli altri due senior, accomunati peraltro da vistosi problemi nella zona acuta della voce (quella zona che la parte di Ernesto massimamente sollecita) e più in generale alquanto in conflitto con la grammatica del canto professionale. Per essere chiari: simili presenze, verosimili rammendi della penultima ora a un cast difficile da assemblare (perché è follia pura sperare di allestire un titolo monstre come Don Pasquale affidandolo a cadetti o poco più, salvo miracoli che giustamente non si sprecano in siffatte occasioni), inducono a valutare lo spettacolo non più come un saggio di accademia, con tutti i limiti del caso, ma alla stregua di una rappresentazione costruita attorno a cantanti in piena carriera.

Delle quattro famigerate prime parti il solo Michele Pertusi ha dato discreta prova delle proprie abilità, sebbene il ruolo, da vero basso, non gli si confaccia per natura vocale e richieda una duttilità che mai, neppure nelle serate più felici, è stata fra le caratteristiche del cantante parmense. Pertusi è artista oculato, molto professionale nel dosare le forze lungo tutto l'arco della serata (distinguendosi in questo dai suoi non altrettanto accorti compagni di viaggio), tenta di ancorare le bizzarrie, gli scatti d'umore e le melanconie del personaggio a un canto grigio e un poco anonimo ma solido, mediamente sicuro soprattutto ove non sia sollecitata l'ottava grave (decisamente vuota), a tratti un poco nasale in acuto ma nel complesso, e per i magri tempi che corrono, più che accettabile. Forse un'aggressività un po' meno marcata in alcuni passaggi, soprattutto nell'ultimo atto, consentirebbe all'artista di disegnare un personaggio più a tutto tondo e, quel che più conta, di risolvere con maggiore scioltezza lo scoglio, ieri sera non superato, del sillabato al duetto con il dottor Malatesta.

Il quale Malatesta era Davide Bartolucci, che nel repertorio belcantistico trova certo un terreno più favorevole rispetto a quello pucciniano (la voce è molto più sonora che nella Rondine di qualche mese fa) ma è comunque affetto da un'emissione tutt'altro che impeccabile. Ne conseguono gravi carenze nel legato (particolarmente alla sortita) e una diffusa presenza di suoni duri e poco proiettati, segnatamente nei pochi acuti previsti (ai quali dovrebbero aggiungersi quelli interpolati dall'esecutore, ma sotto questo profilo l'intera edizione è stata, quasi invariabilmente, latitante). Intendiamoci, nella corda baritonale siamo ormai avvezzi ai peggiori orrori e il giovane Bartolucci non rientra fra i più rozzi esponenti di questa schiera, ma proprio perché il materiale di partenza appare tutt'altro che disprezzabile (sebbene colore e peso vocale facciano pensare più a un tenore non sfogato che a un autentico baritono), dispiace vederlo e soprattutto sentirlo sprecato. Anche per lui il sillabato rimane un mistero, assai poco glorioso.

Sentendo le acclamazioni del pubblico (invero non così folto) dopo la serenata si sarebbe potuto immaginare che un Bonci o un Anselmi fossero tornati a dispensare la loro sublime arte sulle scene del Comunale. Se la voce di Francesco Meli è oggi senza rivali, per qualità timbrica e ampiezza, nel repertorio rossiniano e protoromantico, la tecnica di canto appare molto più discutibile, e il primo a rendersi conto di questo appare essere proprio il tenore genovese, che sembra avvertire la difficoltà a cantare legando i suoni nella zona del passaggio. Difatti l'attacco di Cercherò lontana terra lo vede ghermire i suoni in fascia do-fa centrale, trionfando nella non facile impresa di sciupare una delle melodie di maggiore effetto nell'opera. Nel precedente recitativo l'iniziale tentativo di messa di voce dà luogo a suoni sbiancati e indietro, oltre che piuttosto oscillanti, ai quali Meli reagisce aumentando il volume e trascurando ancora una volta le indicazioni di legato che in questa e molte altre pagine abbondano. La successiva cabaletta, scorciata del da capo, è di nuovo l'apoteosi del suono brado, che poco o nulla si addice a un personaggio che, spogliato di ogni eleganza e raffinatezza, potrebbe sembrare un cugino di recente inurbato di Nemorino piuttosto che il fascinoso vitellone, croce della tranquilla vecchiaia di zio Pasquale. Del resto questo Ernesto "ruspante" e , per dirla con Manzoni, un poco baggiano s'impone con estrema coerenza fin dal Sogno soave e casto, caratterizzato da riprese di fiato troppo frequenti e un'intonazione meno che adamantina, arriva a urlare all'ingresso al finale secondo e intona una serenata (al proscenio, e non dietro le quinte come previsto dall'autore) sgangherata e quel che è peggio del tutto piatta, priva di magia e mistero, così come inesorabilmente pasticciato e in più punti anche falsettato appare il sublime Notturno, culmine emotivo della vicenda (in cui, come da tradizione, il do diesis acuto è affidato a Norina e non più al suo amato bene, come da spartito).

Rimane da dire della Norina, Arianna Ballotta, che in natura avrebbe discreta voce di soubrette ma che, allo stato attuale, vedremmo meglio impiegata in un repertorio meno oneroso di quello lirico. La voce è asprigna e sfocata, molto ridotta in prima ottava e tendente al grido in acuto (i primi acuti, è il caso di sottolineare). Quali risultati possa sortire siffatta voce, alle prese con un personaggio concepito per la Grisi, quindi "regina e guerriera" sia pure in un contesto autoironico e borghese, è facile immaginare. Anche scenicamente la signorina Ballotta, pur avvenente, è molto lontana dalla donna fascinosa e imprevedibile descritta dal libretto e soprattutto dalla partitura. Vorremmo poi amichevolmente consigliare alla giovane artista di astenersi dalle modeste, in ogni senso, variazioni inserite nei couplet in chiusura d'opera.

Nel buon successo generale sono piovuti fischi per il solo direttore, Leonardo Vordoni. Francamente non sappiamo spiegare le ragioni di questa eccezione. Il maestro Vordoni ha dimostrato scarso nerbo e una spiccata predilezione per i tempi slentati, che richiederebbero, per risultare convincenti, ben altra capacità di controllo e una maggiore varietà di colori orchestrali. Ha tuttavia svolto, al di là di qualche sfasamento con il palco (soprattutto al finale secondo) e di un paio di momenti spinosi (il peggiore in assoluto, il preludio per tromba obbligata all'aria di Ernesto), passabilmente il proprio non centralissimo compito, visto e considerato che al centro di un'opera come il Don Pasquale dovrebbero essere le voci. Ha quindi poco senso censurare aspramente il direttore, per poi riservare decisi consensi a chi, sul palco, si è di fatto dimostrato non all'altezza di quanto richiesto dalla partitura. Per inciso: fatichiamo a ricordare, in questo titolo, blasonate bacchette del passato recente o del presente, che non siano almeno in parte da accomunarsi a Vordoni per imprecisioni e "scivoloni" orchestrali. Nell'ambito di una partitura, va ribadito, che all'orchestra e al concertatore assegna un ruolo di secondo piano, con la parziale eccezione dell'intermezzo dei servitori nel terzo atto (ben risolto dagli artisti del Coro bolognese).

Quanto alla regia, è apparsa di segno tradizionale (la trasposizione in epoca moderna è ormai un cliché per questa e molte altre opere), purtroppo gravata da tocchi volgarotti, alla Vanzina, di cui non si sentiva il bisogno (da citare almeno il lecca-lecca di Norina alla sortita e Don Pasquale che, all'idea delle sue prossime nozze, soffoca con un cuscino l'insorgere , neille deputate parti del corpo, del foco insolito evocato dal libretto). Di bell'effetto, comunque, le colorate e funzionali scene di Tiziano Santi, mentre i costumi di Claudia Pernigotti scontano qualche caduta di stile nelle toilette da teenager della pseudo Sofronia.



Gli ascolti

Donizetti - Don Pasquale


Atto I

Quel guardo il cavaliere - Fiorella Pediconi (1981)

Atto II

Cercherò lontana terra - Pietro Bottazzo (1971)

Atto III

Cheti cheti immantinente - Paolo Montarsolo & Thomas Hampson (1986)

Tornami a dir che m'ami - Manfred Fink & Daniela Dessì (1984)


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