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domenica 3 gennaio 2010

Simone Kermes - La Diva: Arias for Cuzzoni

Smaltiti i pranzi luculliani delle feste di Natale e Capodanno, è buona norma tornare a un regime di maggiore sobrietà. In alcuni casi, urge fare ammenda e penitenza dei trascorsi eccessi gastronomici.
Abbiamo iniziato l'anno con la scoperta di due filmati inediti e assolutamente sontuosi, che ci hanno dato prova - l'ennesima, e di certo non l'ultima in assoluto - di quella che reputiamo una suprema manifestazione dell'arte canora. E' dunque troppo giusto fare un poco di contrizione e mortificare, non già la carne, bensì le orecchie. E lo facciamo trattando, brevemente, di uno degli ultimi dischi di Simone Kermes, fra le più accreditate e impiegate divine del baroccò.
Il baroccò non esaurisce peraltro il repertorio della Kermes, che in quindici anni di carriera ha affrontato, prevalentemente nei teatri tedeschi, ruoli da soprano lirico di coloratura, in particolare nelle opere di Mozart, ma anche Lucia e Gilda. La scorsa estate, al festival di Ludwigsburg, la cantante ha proposto, accanto al Ratto dal Serraglio, addirittura il Trovatore, in un'esecuzione ovviamente supportata da strumenti cosiddetti originali e diretta da uno specialista in materia. Il che per inciso rende di fatto già compiuta la paventata (dal collega Duprez) barocchizzazione del Cigno di Busseto. In tempi di pre-filologia, solo Lilli Lehmann, Elisabeth Rethberg, Eleanor Steber, Maria Callas e poche altre seppero alternare Konstanze e Leonora senza destare la perplessità, se non l'ira del pubblico e di parte consistente della critica. L'operazione Kermes, avvenuta nel più profondo silenzio mediatico (strano che nessuno fra i nostri paladini del "modo novo" esecutivo si sia sentito in dovere di segnalare ed osannare lo storico avvenimento!), dimostra in maniera inequivocabile che i tempi sono cambiati. E non in meglio, con buona pace di chi, leibniziano tardivo, ritiene che nulla di male possa avvenire, quasi che la mera esistenza di un fenomeno fosse sufficiente a dimostrarne la bontà e la necessità.
L'album "La Diva" è dedicato al repertorio di Francesca Cuzzoni, una delle stelle della Londra handeliana, rinomata per la voce angelica, l'eccellenza del registro acuto, la perfezione del legato e l'espressività nel canto elegiaco. Meno eccezionale, a quanto risulta, nel canto di bravura, in cui comunque sfoggiava una notevole sicurezza. Per noi, poveri melomani ignari e retrogradi, il nome della Cuzzoni è legato ai ruoli, scritti per lei, di Cleopatra e Rodelinda e alle interpretazioni che di quei ruoli hanno dato primedonne del calibro di Joan Sutherland, Beverly Sills, Gianna Rolandi e Lella Cuberli. Ce ne scusiamo con i lettori!!!
Per inciso, "La Diva" omette, nella sua tracklist, proprio l'aria simbolo ed epitome dell'arte della Cuzzoni e della diva barocca in genere, la celeberrima Da tempeste il legno infranto. En passant ricordiamo che, in una produzione dell'opera proposta a Genova pochi anni fa, la medesima aria venne soppressa, per non meglio specificate esigenze legate alla regia. Va aggiunto che la protagonista femminile, nel caso in questione, avrebbe potuto interpolare, con maggior profitto, Vedrai carino o Il mio ben quando verrà.
Simone Kermes ha voce di soprano leggero, poco o nulla appoggiata, che evoca fin dalle prime note il timbro chioccio e sbiancato dei controtenori oggi à la page. Forse anche questo dichiarato omaggio alla Cuzzoni è, in realtà, un tributo all'arte dei castrati, che in tempi recenti ha conosciuto ben due cimenti discografici ("Sacrificium" dell'impennacchiata Cecilia Bartoli e "La dolce fiamma" di Philippe Jaroussky, sul quale vi ragguaglieremo prossimamente...)? Segnatamente nelle arie in stile concitato, il canto di sbalzo diviene il pretesto per lo sfoggio di un'assoluta disomogeneità dei registri vocali: artificiosamente pompato il grave (basti ascoltare l'attacco - un re - dell'aria tratta dallo Scipione), privo di sostegno il centro (i si ribattuti dell'ultimo assolo di Laodice nel Siroe), gridacchiato e non di rado stridulo l'acuto (emblematico a questo proposito il brano dal Tolomeo). Le agilità, poi, sono tutte in bocca e sfarfallate, in puro stile Bartoli. A ciò si aggiunga che in zona centrale (do-sol) compaiono spesso suoni al limite della stonatura, e spesso oltre quel limite (ad esempio nella sezione centrale di Piangerò la sorte mia). Non si capisce per quale ragione i suoni spezzati, i sospiri e i gémissement, che per ecumenico giudizio vengono riprovati nelle performance di Renée Fleming, debbano essere tollerati e anzi apprezzati in quelli delle "divine" del baroccò discografico. E sarà bello tacere delle estrose variazioni che la Kermes propone nei da capo, evocando i cimenti di Nella Anfuso. Chi abbia poi avuto la ventura di ammirare almeno uno dei video della signora, che Youtube propone in copia, ricorderà bene come la medesima si produca, specie nei passaggi di agilità (ma non solo), in una plausibile imitazione di una tarantolata, con nutrito contorno di smorfie e boccacce. A ulteriore conferma di una tecnica vocale discutibile, per non dire di peggio. E anche in questo la Kermes è lungi dall'essere un caso isolato, nel panorama del baroccò .
Quale interpretazione sarà mai possibile, con siffatte premesse? Ça va sans dire, quella legittimata e prescritta dalla new wave barocchista, improntata cioè a un'esasperazione naturalistica degli affetti previsti dalle singole arie. Insomma la Kermes singhiozza, sibila, digrigna i denti, strepita. Come e più ancora delle generosissime e deprecate veriste Albanese e Favero, ma con una voce molto meno importante, il che serve solo a rimarcare la velleità di una simile lettura e a renderla, non già un'interpretazione, ma la parodia e la maniera di un'interpretazione. Forse però il termine di paragone più acconcio alla prova della Kermes è da ricercarsi nelle performance temperamentose e assolutamente prive di freni di Dimitra Theodossiou, cui a questo punto consigliamo di ponderare la possibilità di "convertirsi" al repertorio handeliano. Difatti, se la Kermes canta il Giulio Cesare e la Rodelinda, la Theodossiou potrebbe, non senza ragioni, aspirare alle incantatrici Alcina e Melissa e, perché no? a Serse ed Ariodante!
Come di consueto chiudiamo con qualche ascolto di consolazione e di comparazione. Si comincia con un grande esperto di filologia "vera", quella fatta di studio delle prassi esecutive e più ancora di grande e vero amore per la musica e le sue primedonne. A lui, in questo nastro registrato ben prima che il barocco diventasse la parodia di se stesso (ma le pioniere, segnatamente in area britannica, erano già attive...), affidiamo il più eloquente commento alle prodezze di Simone Kermes e di tutte le sue sodali.



Gli ascolti

Haendel

Sosarme, Re di Media


Atto I

O diva Hecate...Dite pace, e fulminate - Michael Aspinall (1979)

Giulio Cesare in Egitto

Atto III

Da tempeste il legno infranto - Gianna Rolandi (1980)

Mozart

Don Giovanni


Atto II

Vedrai carino - Mafalda Favero (1941)

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