giovedì 1 maggio 2008

Carmen a Firenze: La burletta di Siviglia

Ieri sera, prima di Carmen al Maggio Musicale Fiorentino con il seguente cast:

Carmen - Julia Gertseva
Don José - Marcelo Alvarez
Micaëla - Inva Mula
Escamillo - Ildebrando D'Arcangelo
Frasquita - Gemma Bertagnolli
Mercédès - Bracha Kol
Le Dancaïre - Alessandro Battiato
Le Remendado - Carlo Bosi
Zuniga - Maurizio Lo Piccolo
Moralès - Enrico Marrucci

Orchestra e Coro del Maggio Musicale Fiorentino

Maestro del coro - Piero Monti
Direttore - Zubin Mehta
Regia - Carlos Saura

Fin dal Preludio l'orchestra si rivela in tutta la pesantezza prescritta da Mehta. Il fracasso è peraltro assai disordinato (vedi le spernacchiate degli ottoni), anche se l'orchestra suona mediamente bene. Il direttore opta per tempi estremamente stringati, che gli crano non pochi problemi nei cori, nel quintetto del secondo atto, un po' ovunque nelle strette e soprattutto nel finale dell'opera. La notte, il mistero, la sensualità della Spagna fittizia immaginata da Bizet e dai suoi librettisti restano sulla carta (con quale pregiudizio per pagine come gli Entr'acte numero 1 e 2 è facile immaginare). La regia, finto-moderna con questi pannelli di plastica retroilluminati, è un clone dello zeffirellismo più becero, condito da caccole "moderne" tutte da gustare (nella folla del quarto atto fa capolino un cardinale tutto di rosso vestito scortato da un bimbo parato alla stessa maniera: un evidente omaggio ad Almodóvar).

Inva Mula, un sopranino di volume minimo, denuncia fin dal suo ingresso i danni di un'emissione aperta e verista, tanto da non riuscire a legare i suoni nel duettino con lo stinto Moralès di turno.
Dopo i cori di prammatica (pesante e metronomico quello dei fanciulli, assai stonatelli, e incolore e privo di sensualità quello di oziosi e sigaraie, peraltro con i tagli riaperti) entra Carmen: è Julia Gertseva, un soprano con la prima ottava aperta e soprattutto tubata che non sa che cosa sia il canto sul fiato, come dimostra il fallito tentativo di cantare piano, con civetteria, la seconda strofa dell'Habanera. La voce ci sarebbe anche, ma non c'è nessun accento, nessuna insinuazione à la opéra-comique e neppure la sensualità magari volgare delle Carmen all’italiana (sensualità che risiede semmai, per la signora, nel gesto anche troppo frequente di scoprire le gambe). In alto è piuttosto ballante e ingolata. Il tempo assai rapido, del resto, toglie sensualità al brano.
Nessuna carica demoniaca ha la riproposizione del tema "del destino" che prepara il lancio del fiore stregato.
Al duetto Alvarez attacca sgraziato: i suoni in zona centro-alta sono spinti grossi, la voce è inspessita ed inscurita, nessuno squillo, tante contrazioni di gola per salire in centro. Al “Tout cela, n’est–ce pas, mignonne” emette anche suoni buoni, in grazia della scrittura molto centrale. Quando sale - “Ma mère, je la vois” - si strozza miseramente, modello Carreras, e grida un “Souvenir chéri” che spiega il taglio di una buona metà del duetto (in sostanza la prima comparsa del motivo cantabile "Ma mère, je la vois": si passa quindi dal bacio di Micaëla alla frase "Qui sait de quel démom"... taglio filologico o pietoso rammendo per evitare al tenore una doppia, improba fatica?). La Mula grida o emette falsettini. Falsetti pure lui alla chiusa, con un poco di catarro in guisa di corona.
Clangori orchestrali da Wagner durante la rissa delle sigaraie (che sembrano piuttosto valchirie alquanto stridule e in affanno) e all'arresto di Carmen.
Carmen attacca i “Tra la la la” con suoni ora aperti ora ingolati e poitriné, sempre fibrosi: nessuna insinuazione, nessuna volgarità e ovviamente nessuna eleganza. Ogni tanti udiamo suoni degni della miglior scuola russa (Obratzsova). Zuniga non pervenuto.
Seguédille e finale: ancora suoni ingolati, aperti in basso, per una Carmen trasferita dalle rive del Guadalquivir a quelle della Moscova. In alto suona opaca e stimbrata, pessimi i tentativi di cantare piano "Je l’aimerai". Lui replica con un "Carmen, tu m'aimeras?" parimenti strozzato. Nessuna variazione o puntatura alla ripresa finale della Seguédille, eccezion fatta per i suoni nasali sul passaggio superiore.

Arrivati al secondo atto, dopo un preludio assai poco onirico, la Chanson bohémienne, staccata a tempo lento, non vede l'orchestra progredire dionisiacamente strofa per strofa così come previsto dalla partitura. Per Carmen il discorso non cambia: la tessitura bassa evidenzia suoni opachi. Non è insinuante e non è volgare. Sue degne comari le zingarelle: timbro e voci da comprimariato Frasquita e Mercedes. I "montait" della gitana sono uno più gridato dell’altro e l'acuto finale uno strillo. Assai greve la coda orchestrale.
L'assolo di Escamillo è una trombonata e Metha ci va a nozze, ma esagera. Ildebrando d’Arcangelo ha voce dura, stimbrata, bitumata al centro anche in un ruolo di baritono: in alto grida. Non gli riesce neppure l’attacco in piano di Toréador
Il “regarde”, un mi, è un urlo, "l'amour t'attend" praticamente parlato. Manca il cantante da opéra-comique dall’accento spaccone e di gran classe. Pesantissimo l’accompagnamento della ripresa. Pessima la stridula Frasquita.
Quintetto da comprimariato di bassa lega. Mercedes ha emissione sgangherata, Frasquita grida con voce bianca e tutti emettono suoni duri. Siccome le scritture sono elementari gradiremmo almeno un po’ di accento e colori. Tempo velocissimo, generalmente riservato alla ripetizione del quintetto, sfoggiato invece dal primo enunciato. Mehta deve essere convinto di stare dirigendo il Falstaff. Anche qui è pieno giorno su una assolata piazza di Siviglia. Carmen emette pianissimi stimbrati ed indietro.
La voce di Alvarez è bellissima in natura quando canta la canzone del Dragone d'Alcala. L’interprete non esiste: canta solo forte. Al primo acuto si strozza.
Carmen è nasale sulle note di passaggio. Canta piano la prima strofa poi ritorna in riva alla Moscova con difficoltà di legato e diffusa piattezza (non differenzia i vari “La la la”). Quando la scrittura richiede un po’ di mordente, grida. Lui è piattissimo, incapace di rendere il senso di quel che canta.
Arrivati al Fiore l'attacco è incerto, i suoni indietro, aperti ed opachi nel tentativo di addolcire il canto. Nella sezione centrale declama, al "seul désir" sono urla scomposte, il legato è avventuroso e frammentario. Al “Ma Carmen” compare il singhiozzo. Calante e urlato il si bem che l'autore avrebbe voluto in pianissimo.
Anche scenicamente il buon Marcelo si adegua ai canoni vigenti: il lancio della seggiola è da manuale.
In finale d'atto lei emette suoni in basso da riva della Moscova: compare un falsettino maschile alla chiusa della sezione "a due". Poi cominciano a cantare Sansone e Dalila senza, ovvio, la grandeur dell’opera di Saint-Saëns. All'arrivo degli zingari nessuna ironia, l’orchestra pesta. Pesantissimo il concertato condito dalle urla di Frasquita.

L’introduzione al terzo atto non ha la necessaria atmosfera notturna e la levità che pur nel mistero deve possedere la scena per non sembrare un clone delle scene di congiura tipo Ugonotti.
Nella scena delle carte è difficile dire chi delle due zingarelle sia la più scalcinata, stimbrata, urlante. Carmen crede di cantare la profezia di Marfa, suoni di petto e nasali del miglior pessimo gusto. Con tanti saluti al ritorno a quanto previsto dell'autore. Scontata la piattezza dell'interpretazione.
Rientra in campo la Mula e sfoggia voce da megera, dura in prima ottava, un po’ meglio in alto dove le sonorità risultano però attutite. Nella sezione centrale espone impietosamente suoni non sostenuti. Il si naturale è spinto e forzato, i fiati assai corti. Quando i soprani non eseguono correttamente il primo passaggio cantano come Inva Mula, e le filature si spezzano. Nonostante tutto la signora guadagna il primo vero applauso della serata.
Al duetto con José, Escamillo vuole dimostrare di non essere da meno del rivale e lo imita nel vociare. Resta il fatto che Alvarez ha il doppio della voce. Un la naturale di Alvarez è un suonaccio stimbrato in chiusa della sfida. Gli acuti di d’Arcangelo sono sistematicamente “indietro”, quelli di Alvarez duri e spinti e la scrittura centrale acuisce il vizio del cantare aperto a centro. Anche qui megataglio di tradizione (tutta la sezione centrale, in cui Escamillo atterra il rivale e gli risparmia la vita prima del secondo assalto: viva la filologia).
In chiusura d'atto la Mula stenta nel “Moi je viens te chercher”, non lega i suoni e gli acuti sono ghermiti e le cose non vanno certo meglio a “Une parole encore”. Alvarez scade al più bieco parlato verista alle ultime battute: man mano che l'opera si allontana dal modello dell'opéra-comique e tende al "vero", i cantanti scivolano o meglio si buttano a capofitto verso la retorica di stampo verista.

Quarto atto: preludio e coro d'introduzione fragorosi, ma per una volta è quello che richiede la circostanza. Resta il fatto che entrano i toreri e non i Maestri cantori. L'emissione assai plebea dei cantanti rende impossibile la giusta e opportuna civetteria del duettino Escamillo/Carmen.
Al duetto finale lui è gemebondo all’inizio poi comincia a schiumar rabbia e allora grida, bercia, vocifera, il tutto a maggior gloria dell'opéra-comique, mentre lei passa con acuti gridati e calanti, suoni bassi tubati e alla fine autentici schiamazzi da cortile. Con simili cantanti, il finale tragico assume il sapore di una comica finale, specie quando Alvarez, gettata a terra Carmen, le si avvinghia quasi a mimare un amplesso more ferarum. Entrambi i contendenti arrochiscono sensibilmente, tanto che il tema del Toréador esposto dal coro fuori scena appare per contrasto un celeste canto di purificazione. Finale veramente da Politeama Garibaldi, che il pubblico fiorentino accoglie con battimani e grida di giubilo, a dimostrazione del fatto che il malcanto continuerà a imperare nei nostri teatri finché ci sarà un pubblico che così apertamente lo ama, lo brama e lo reclama.

E ora, qualche Carmen per rifarci la bocca:

Atto I
Habanera - Emma Calvé
Parle-moi da ma mère - Veriano Luchetti & Mirella Freni

Atto II
Les tringles des sistres tintaient - Shirley Verrett, Marilyn Horne
Votre toast je peux vous le rendre - Samuel Ramey
La fleur que tu m'avais jetée - Giovanni Martinelli

Atto III
Terzetto delle carte - Christa Ludwig (con Lucia Popp e Margarita Lilowa)

Atto IV
Mais moi, Carmen, je t'aime encore - Giovanni Martinelli & Geraldine Farrar

29 commenti:

giulio ha detto...

Non entro nel merito di questa Carmen, l'esecuzione può essere piaciuta o meno. Non capisco questa pervicace crociata alla distruzione di tutto ciò che si fa nel presente. Cercate di preservare il buon canto? Ammirevole intento. Ma non vi rendete conto che il sistematico distruggere TUTTO senza mai salvare una nota o un cantante, è ridicolo e comico? Sembrate una parodia di Celletti mal riuscita e ulteriormente caricata. Una sorta di esercito della salvezza che agisce per slogan e proclami (malamente copiati ovviamente dal critico ciociaro).
Oltretutto questo sito ha uno sfondo plumbeo cimiteriale e funereo che ben si addice ai contenuti.
Probabilmente non verrò pubblicato. Se così non fosse sarebbe una grave censura a quella libertà di critica e di pensiero delle quali volete fare i paladini.
Saluti
Giulio.

Antonio Tamburini ha detto...

E invece ti abbiamo pubblicato, caro Giulio. Come abbiamo sempre fatto, tranne che nel caso di commenti-spam e di meri insulti.

Se avrai la bontà di leggere tutto il blog, e non solo uno o due post, vedrai che ci sono interpreti che non abbiamo "distrutto" e che in ogni caso ci sforziamo di cogliere, in tutto quello che ascoltiamo e vediamo, quello che c'è di positivo.

Non è colpa nostra se, andando a teatro o ascoltando i dischi, il più delle volte proviamo solo una fortissima delusione: il fatto è che sono sempre di meno gli interpreti in grado di assicurare un livello minimamente decoroso. Perché se oltre al professionismo dovessimo pretendere - come sarebbe giusto e doveroso - anche l'Arte...

Ti invitiamo ad ascoltare la registrazione di questa Carmen (facilmente reperibile su Internet) e a farci sapere le tue impressioni in merito... Chissà, magari ci dirai che siamo stati anche troppo buoni!!!

Un saluto. AT

daland ha detto...

Ho ascoltato ieri sera la diretta radio.

Nel primo intervallo Mehta, alla domanda “quale Carmen sta dirigendo?”, ha risposto “ma quella originale, di Bizet, perdinci!” Solo a giudicare dai tagli e dai recitati accompagnati... non si direbbe.

Pochi giorni fa RAI FD5 aveva riproposto la Carmen di HvK (1963) con Price, Corelli, Freni, Merrill e i Wiener. Pur non essendo il terreno ideale per Karajan, bisogna ammettere che era di altra “statura”.

Antonio Tamburini ha detto...

... Mi hanno riferito che un celebre critico Rai ha tessuto oggi lodi sperticate nei confronti di Mehta e del cast, "il migliore oggi possibile"... La notizia è così sconfortante che non riesce nemmeno a commentarsi da sé!

giulio ha detto...

L'ho ascoltata dal vivo qesta Carmen. L'ho trovata una Carmen dignitosa nella parte vocale. Nè eccellente nè disastrosa.
Vedo che sistematicamente esaltate le incisioni di inizio 900 e che vivete in una sorta di venerazione per i cantanti antichi.
Io nei primi dischi trovo solo squadrature, libertà di solfeggio, stonature, voci belanti, a volte ridicole. Preferirei avere più equità nei vostri giudizi. Che viviamo in un'epoca raffazzonata è sacrosanto, che si debba PER FORZA e per indirizzo editoriale, stroncare sempre tutto è però una mostruosità a mio parere.
Chiedo inoltre se lo stile da cloni Cellettiani sia voluto o deliberato. A me sembra alquanto parodistico, al di là del mio giudizio sul Celletti stesso. Fate i "succhiaruote" del Celletti (lui amava dire che Carreras era un succhiaruote di Di Stefano...e uso un suo termine), e perdete di personalità e unicità. E me ne dolgo perchè alcuni spunti sarebbero interessanti se detti in altro modo.
Ho letto con attenzione gran parte del sito e tutt questo sfrzo nell'apprezzare qualcsa del presente non lo riscontro. Anzi c'è un compiaciment nel tiro a segno stucchevole, ome ancor più stucchevole è l'esaltazione senza distinguo di certi divi del passato.
Mi auguro di trovare maggior equilibrio in futuro...anche perchè così si ottiene solo di far provare simpatia per le crocerosse su cui sparate...(e non sono tutte crocerosse..suvvia!!)

Antonio Tamburini ha detto...

Eri anche tu in sala? Magari eravamo seduti vicino!

"Dignitosa"? Vuoi per favore illustrarci in che cosa risieda la dignità della prestazione di Marcelo Alvarez? Perché nessuno dei cantanti antichi che tu giudichi belanti e stonati ha mai osato cantare come il tenore argentino ha fatto ieri sera... T'invito al confronto non con gli immensi tenori delle Carmen "tradotte" commentate da Donzelli e nemmeno con Martinelli, ma con l'onesto lavoratore Veriano Luchetti, che per fortuna sua è ancora vivissimo e ha cantato la Carmen di cui abbiamo proposto un estratto quando era già molto avanti nella carriera... E non tagliava il duetto, e la sua Micaela era una Freni anche lei non più freschissima ma dalla voce certo più salda della Mula!

La signora Freni, per inciso, era in sala ieri sera e, richiesta di un commento sulla Mula, ha elegantemente glissato...

Quanto alla Carmen, ho appena riascoltato la Farrar (che di Carmen aveva soprattutto il bel personale, come puoi vedere dalla foto): di fronte alle urla belluine della Gertseva, è un modello di precisione ed eleganza! E non mi sembra che le altre Carmen proposte appartengano tutte agli albori della storia del disco (è preistoria anche la Verrett? e la Horne?).

Certo, per me la più grande Micaela rimane la Rethberg (hai sentito che cosa fanno lei e Tauber nel duetto del primo atto? altro che il cantar di gola di ieri sera), ma se non ti piace non so che cosa farci.

Quanto alle voci ridicole, ieri ce n'erano assai, a partire dalle zingarelle e dai dragoni...

Rodolfo Celletti è stato un grande critico e un grande studioso della vocalità. Orgogliosi di essere cloni cellettiani, se questo significa possedere anche solo una minima parte del suo acume e della sua esperienza in campo musicale.

I distinguo, anche sui cantanti antichi, ci sono e come... basta leggere...

giulio ha detto...

Questione Celletti..copiare pedissequamente chicchessia è sbagliato e ridicolo. Sono per le forti personalità, non per i cloni.
Questione Carmen del Maggio..Alvarez ha evidenti problemi in acuto. Il problema non sta nella pesantezza del ruolo rispetto alla sua dote vocale, bensì sta nel grande temperamento e nella tendenza a cantare con grande generosità (tendenza peraltro emozionante ed encomiabile per linee generali), che se da un lato gli consente una forte presa emotiva, dall'altro lo stanca e gli fa rischiare più del dovuto sugli acuti. In ogni caso, a parte il si bemolle dell'aria molto infelice, e qualche eccesso troppo verista, la prova di Alvarez è stata abbastanza buona secondo me. Certo, anche io lo preferisco in ruoli meno pesanti, ma il suo tipo di temperamento lo porta anche verso queste opere. Deve sicuramente essere più accorto e cercare di risparmiarsi dove può, per non stancarsi.
D'Arcangelo, tagliuzzato e ridicolizzato dalla vostra "recensione" è stato il migliore della serata. E' inutile stare sempre a far paragoni con 100 e passa anni di dischi, si trova sempre chi ha cantato meglio e con voce più adatta al ruolo. Però ha interpretato con eleganza e sicurezza, senza sbavature. La mania di vivisezionare ogni singola nota è da frustrati e occhialuti (e noiosissimi) battistrofa dell'ascolto. Ritengo che il vostro approccio all'ascolto precluda totalmente una qualsiasi possibilità di divertimento a Teatro.
La Mula è brava. Non è la Freni? Pazienza. Non tutte possono essere la Freni al mondo.Ha fatto una prova molto dignitosa e a tratti ottima, in ogni caso ha fatto del suo meglio.
Carmen deve fare i conti con decine di grandi interpreti del passato e chiaramente soccombe non poco. Ad ogni modo non ha fatto udire nulla di scandaloso. E' una onesta professionista e ha cantato con dignità.
Metha ha diviso i giudizi. Ritengo che il suo periodo migliore sia da un pezzo passato. tuttavia nella sua routine c'è ancora una fermezza che rende l'insieme gradevole. Il vero scandalo è stata la messa in scena. Li davvero andrei giù duro, anzi durissimo.

daland ha detto...

Non vorei sembrare un “paciere non richiesto”, ma credo che le diatribe sulle esecuzioni ed interpretazioni dell’opera (e della musica in genere) nascano spesso dal dislivello di attenzione/conoscenza/aspettativa dei diversi spettatori.

C’è chi è più “preparato” (perchè conosce a memoria la partitura, o perchè ha in mente almeno due dozzine di diverse interpretazioni ascoltate dal vivo o in disco, o perchè è un “professionista” in materia e conosce da vicino la tecnica del canto e del suono) e quindi segue la rappresentazione e gli interpreti con orecchio analitico, abituato a cogliere anche il minimo dettaglio, come il “merker” dei Cantori, pronto a segnare col gesso sulla lavagna qualunque défaillance.

C’è chi, magari indipendentemente dalla “preparazione”, si gode lo spettacolo senza cercare il pelo nell’uovo e “si accontenta” di un’esecuzione che gli pare complessivamente dignitosa, senza esaltarsi troppo e senza sparare a zero.

Io credo (non ho dati oggettivi al proposito, ma insomma...) che la stragrande maggioranza dei pubblici di oggi - ma anche di ieri! - sia del secondo tipo, anzi con l’aggravante della “preparazione teorica” deficitaria. Ed è giusto che si goda - se così gli pare - lo spettacolo. Comprensibile anche che resti sconcertata al sentire o leggere autentiche stroncature - per quanto minuziosamente documentate - di ciò che gli è parso più che decente.

Non condividerei perciò l’ultimissima frase del post (che cioè sia il pubblico ad amare - e peggio, a pretendere - esecuzioni mediocri). Il pubblico, penso oggi come ieri, “si beve” ciò che gli viene propinato: purchè abbia un sapore mediamente gradevole. Sta a chi “prepara il cocktail” di farlo con adeguata professionalità. Vale per la musica, come per la “cultura” in generale, dove oggi i protagonisti guardano più all’esteriorità che alla sostanza e dove - da noi almeno - le Istituzioni (pubbliche e private) latitano parecchio.

giulio ha detto...

Non mi accontento affatto signor daland. Sono laureato in storia del melodramma, suono 4 strumenti, faccio il tenore di professione, so a memoria tutti gli spartiti operistici, e ho una collezione di registrazioni impressionate (di Carmen ne ho 45 tra live e studio).
Perciò non sono affatto ascoltatore occasionale, la tecnica (a differenza forse di chi scrive qui) l'ho studiata per tutta la mia vita e mi sforzo di applicarla su me stesso.
Ho fatto io stesso il "critico" per diversi quotidiani in passato. Insomma so di cosa parlo.
Fatto sta che vado a Teatro per divertirmi e non per fare il barbagianni. A volte i cantanti fanno male a volte bene. Sono pronto a stigmatizzare come ad elargire lodi. Non ho partiti presi, ascolto la musica con gioia, non mi riempio la testa di pseudomenate culturali.
Se poi a voi diverte così tanto dire sempre malissimo di tutte le esecuzioni contemporanee fate pure. Ma così si perde di credibilità, attenti. Non può esserci solo del male. Personalmente mi concentro sui bei momenti più che sui problemi. Direi che è un modo di vedere le cose più tranquillo. Invece qui vedo solo del nero. Come lo sfondo funereo del blog.
Saluti

Antonio Tamburini ha detto...

Giulio, il temperamento è una scusa. Alvarez ha problemi in acuto (e non solo) perché la sua tecnica è insufficiente. Era insufficiente per il repertorio verso cui lo portava la dote di natura - Lucia, Puritani, Manon di Massenet - ma la bellezza della voce e la maggiore freschezza l'hanno per qualche anno sostenuto. Ora, con la voce a brandelli, si ricicla nella scrittura più bassa di Carmen (titolo che ha, nel suo planning, rimpiazzato i più acuti Contes d'Hoffmann, anche al Met) ma persino questa parte centrale e priva di coloratura risulta insormontabile. Perché il buon Marcelo non ha l'ampiezza vocale necessaria a sostenere l'organico orchestrale di Carmen (e ieri ce ne siamo resi conto nel finale, in cui Zubin pompava come un matto) e la tecnica precaria non gli consente di sfumare, di variare, di imprimere dolcezza e forza al canto. Può solo singhiozzare e sperare che il pubblico scambi quei singulti per grande temperamento e suprema interpretazione. Direi che da questo punto di vista gli è andata bene, ma da qui a parlare di grande prova ne corre. A Parma nella Miller non è stato altrettanto fortunato, e non oso immaginare che cosa sarebbe stato lo Chénier alla Scala!

D'Arcangelo dovrebbe sbarazzarsi di quel "tappo" che ha in bocca e che impedisce alla voce di uscire: anche nella Borgia di Barcellona ha cantato perennemente in sordina. L'eleganza e la sicurezza credo si riferiscano allo stare in scena (e anche su quello avrei delle riserve, ma transeat).

Sulla Mula sono in parte d'accordo: è l'unica che si è sforzata di cantare, e di cantare dando un senso alle note e variando un minimo il fraseggio... ma anche lei, quanta fatica (e anche lei, non solo in acuto).

Non sono affatto d'accordo sulla Carmen, davvero becera, ma questo l'ho già scritto. Vorrei sapere in quali punti ti è piaciuta e soprattutto perché!

La fermezza di Mehta è fuori discussione. Come la sua grevità.

Per Daland: concordo sul senso generale del tuo intervento, ma ci terrei a precisare che cerchiamo di motivare punto per punto le nostre impressioni anche per non essere accusati di "sparare a zero" senza distinzioni e senza motivo. Chi legge può tranquillamente ascoltare la registrazione e rendersi conto se abbiamo scritto sciocchezze oppure no. E' molto vero quello che dici sul pubblico, e trovo che mai come oggi per la maggior parte del pubblico valga l'equazione indirettamente esposta da Giulio: "singhiozzi = grande interpretazione". Il pubblico, come Irminsul, chiede il sangue, o meglio il sudore, dei cantanti, vuole goderne lo sforzo... Noi, più modestamente, ci accontenteremmo del canto. Saluti.

Antonio Tamburini ha detto...

Giulio, spero che la tecnica che applichi al tuo canto sia diversa da quella del signor Alvarez. Se ne hai voglia prendi lo spartito di Carmen e dimostraci in che modo Alvarez e colleghi abbiano onorato il dettato di Bizet... e illuminaci anche sui tagli. Grazie.

daland ha detto...

@ giulio

Per carità, ho scritto per l’appunto “indipendentemente dalla preparazione”.

E il suo commento lo conferma: lei ha una grandissima preparazione, ma va a teatro per divertirsi, non per “vivisezionare”. Il che rappresenta tutt’altro che una colpa!

Io non faccio l’avvocato difensore di questo blog e non ne condivido sempre nè al 100% i giudizi; ma ne comprendo l’ottica, che mi sembra volta a criticare sì, ma non con intenzioni aprioristicamente distruttive, bensì con l’obiettivo di mostrare - possibilmente con riferimenti precisi - come tanta (non tutta) la produzione lirica di oggi e i suoi interpreti siano assai meno “nobili” di quanto si sbandieri; in sostanza, una critica volta a far sì che il pubblico “pretenda di più” da professionisti profumatamente pagati e - forse eccessivamente - osannati.

giulio ha detto...

Ragzzi non scherziamo...posso anche essere d'accordo sulla prova alquanto interlocutoria e sicuramente discutibile di Alvarez, così come su certe mende mai risolte nel settore acuto, ma MAGARI io avessi la sua voce e cantassi come lui.
Ragazzi ma vi sembra facile il mestiere di cantante solista? Vi assicuro che è molto più facile stare in poltrona a fare gli "esperti".
Sono perfettamente d'accordo che in un teatro importante si cerchi il pelo nell'uovo e si pretenda il meglio, ma non è il caso di eccedere (non parlo solo di questa Carmen ma della maggioranza delle recensioni di questo sito). La storia dell'opera ci insegna che SEMPRE abbiamo ascoltato miserie e meraviglie. Se questa Carmen non ci ha soddisfatti troveremo di meglio una prossima volta, o ci godremo quegli sprazzi buoni che la Mula, D'arcangelo o certi slanci di Alvarez hanno saputo darci, senza dimenticare le cose meno belle, ma anche senza fare opera di demolizione costante e anche un pò antipatica su tutto cò che ci si para davanti.
La signora Gertseva sicuramente non è una Carmen ideale. Ma non tanto per problemi vocali direi..più che altro per mancanza di sensualità (scenica pur essendo bella donna, e interpretativa). Certamente nel passato si trovano decine di Carmen molto superiori. Forse anche nel presente si poteva trovare di meglio. Ad ogni modo non ha fatto nulla di raccappricciante come invece si vorrebbe dimostrare qui.
Riguardo all'eleganza di D'arcangelo non mi riferivo solo a quella scenica. Ha interpretato in modo appropriato, con molte sfumature. Non ha voce debordante, non sarà elettrizzante, ma non capisco come si possa dire che ha cantato male. Degli altri ho già detto. Le vere nefandezze semmai sono venute dai comprimari, alcuni davvero orribili. In ogni caso se sentirete il secondo cast, davvero avrete modo di dare sfogo ai vostri livori...e li ne avreste pure ragione...un secondo cast purtroppo debole debole

giulio ha detto...

Signor Daland, capisco ciò che dice. La severità in una musica come quella definita "colta" è assolutamente necessaria così come il rigore, ma ci sono davvero troppe recensioni senza nemmeno una riga di considerazioni positive. E alla fine si fanno ascoltare brani antichi con l'invito a rifarci le orecchie, creando un clima quasi da presa per i fondelli per coloro che hanno la sfortuna di cantare nel 2008 e di essere qui recensiti.
Non si salva davvero nessuno. Nemmeno Florez (sempre preso di mira con stoccate ironiche o critiche aperte e francamente eccessive) alla Dessay, a chiunque altro...mi pare un pò troppo. Un conto è la critica un altro la presa di mira.

giulio ha detto...

Sig. Tamburini è proprio il vostro approccio che per me è assurdo. Cosa significa "prenda lo spartito e ci dica in che modo Alvarez ha onorato Bizet"? Alvarez (e ogni cantante) è un interprete, crea un personaggio, un personaggio che deve essere assolutamente unico e personale. E' una banalità pensare che un interprete debba solfeggiare alla perfezione uno spartito. Il cantante ci mette molto del suo (sempre nei limiti chiaramente). E soprattutto il pubblico, non va a teatro con lo spartito, non gliene importa assolutamente nulla se il cantante fa la semicroma puntata o se un PP diventa un MF, e nemmeno è tenuto a conoscere gli spartiti. Il pubblico va a teatro per emozionarsi e basta. E questo obiettivo si può raggiungere in molti modi, anche se qui sembra che ne conosciate solo uno (cantante=macchina sparanote perfetta e dettato musicale seguito con maniacale precisione), e il vostro postulato del "il pubblico dee essere rispetato", se da un lato è sacrosanto, dall'altro non considera il fatto che il pubblico è molto più puro di quanto voi pensiate. Se gli rifili una fregatura se ne accorge benissimo, sono pochi quelli che vengono dalla montagna con la piena. E il pubblico sa anche che una nota sporca o qualche defaillance, sono cose NORMALISSIME in una esecuzione operistica live, ed infatti se ne frega e se lo emozioni ci passa sopra tranquillamente...senza fare troppo il barbagianni.
Concludo icedo che il vero male del canto contemporaneo non è la pochezza tecnica, ma la mancanza di vere personalità interpretative. Cantanti in grado di emozionare, animali da palcoscenico, gente carismatica. Di questo sento una gran mancanza.
Saluti

Antonio Tamburini ha detto...

Il mestiere di cantante lirico non è facile, ma ai livelli cui lo esercitano Alvarez e colleghi è MOLTO ben remunerato. Gli appunti del pubblico (pubblico che, ricordiamolo, investe in questa passione tempo e soldi ed è logico e auspicabile che sia molto preparato, spesso anche più dei cantanti medesimi) sono un rischio che qualunque serio professionista dello spettacolo - se tale è davvero - deve essere pronto ad affrontare serenamente.
Non siamo bambini e il teatro non è un asilo, né un posto in cui esibire la buona volontà o lo sforzo.
L'interpretazione non è il rimpiazzo della tecnica di canto: dovrebbe esserne la conseguenza, il naturale completamento.
Ma un pubblico che non conosce e non vuole conoscere la musica è un pubblico pronto ad applaudire chi si sgola di più (e lancia le sedie!) o chi - più furbo - si sa "vendere" meglio (in scena e fuori). E' un pubblico di cui è naturale che gli artisti si facciano beffa, il che è esattamente quello che è avvenuto ieri sera. Ed è una fine ingloriosa per un teatro con la storia del Maggio fiorentino.

Antonio Tamburini ha detto...

Dimenticavo Giulio, si faccia un giretto nei fori specializzati... vedrà il travolgente successo di pubblico di questa Carmen! alla faccia del pubblico che vuole l'emozione e se ne frega dello spartito...

giulio ha detto...

I siti specializzati li ho letti e li leggo ogni giorno. Ci sono le dovute critiche a questa Carmen(anche io ne ho fatte diverse, e anche qui), il problema non è tanto la critica, è il modo. In ogni caso quando vi leggerò non dico entusiasti, ma anche solo moderatamente soddisfatti di una interpretazione operistica del presente sarò pronto a farvi i miei complimenti.
Mi chiedo comunque cosa andiate a fare a teatro e cosa spendiate a fare soldi per andare in platea alle prime, se tutto ciò che vedete vi tedia. State a casa! E ascoltate i dischi di De Lucia e Lina Cavalieri. Ne trarrete maggior conforto e spenderete molto meno. Oppure schiodatevi da quella poltrona e andate voi a fare i cantanti o dedicatevi all'insegnamento visto che sapete così bene "come si dovrebbe fare", salvando così le sorti dell'opera lirica.

giulio ha detto...

La solita trombonata del "la fine ingloriosa del tal teatro, il pubblico bue, gli artisti furbi" non sta in piedi caro amico. La poteva vendere Celletti 30 anni fa, ma sono schizofrenie da critico frustrato.
Prima dice che il pubblico è preparatissimo (e mi invita a guardare i forum), poi dice che è bue. Si decida! In ogni caso ribadisco che il vero scandalo è che sia stato ingaggiato questo pseudoregista. I cantanti sono quelli che la piazza presenta, non so se si trova molto di meglio in giro. La resa complessiva concordo che sia stata non più che discreta e certamente non siamo di fronte a una Carmen memorabile sotto nessun punto di vista. Il Maggio come tutti o quasi i teatri ha gravissimi problemi economici. Nei limiti del possibile credo che abbia assemblato un primo cast dignitoso. Il secondo cast è deprimente (ho sentite le prove e la generale). Ma frse di più non si poteva. I teatri italiani non hanno quattrini e per di più sono cronicamente lenti nel fare i cast, cosicchè i cantanti bravi spesso in Italia...non li ascoltiamo. Sicchè bisogna provare ad accontentarsi un pò oppure si sta tranquillamente a casa ad ascoltare qualche disco ben riuscito del passato.

Antonio Tamburini ha detto...

Ripeto: critiche positive ne abbiamo già scritte e altre ne scriveremo, se ne avremo l'occasione.

Andiamo a teatro perché ci piace, e perché speriamo ogni volta di sentire qualcosa di decente, se non di bello. Però ascoltiamo anche i dischi. Che c'è di male?

Nei fori, caro Giulio, troverà sia il pubblico "delle emozioni", sia quello più esigente. Ma nel caso di questa Carmen anche il pubblico "emotivo", quello che "si accontenta" per sistema, sta avendo pochi dubbi sulla modestia dello spettacolo...

giulio ha detto...

Il pubblico delle emozioni non è affatto meno esigente. E' il più esigente di tutti. La musica è emozione..è solo quello, esiste per quello. Per andare nei cuori di chi ascolta e dare piacere.
Ma perchè ciò accada ci vuole un grande talento degli artisti. Non è affatto facile emozionare il pubblico. Io stesso che pure sono addetto ai lavori, quando ascolto voglio emozioni. intendiamoci, sono in grado di capire ogni minima imperfezione vocale e ogni minima discrepanza dallo spartito, ma se alla fine mi arriva una emozione forte allora l'artista che sta sul palco ha centrato il bersaglio.
Se invece non sento emozioni beh...può essere il re della tecnica vocale e dello stile ma per me non esiste!
Grazie

Antonio Tamburini ha detto...

Ha perfettamente ragione, il pubblico "delle emozioni" è estremamente esigente, solo che... le sue esigenze sono spesso in contrasto con la musica! Penso che se un tenore, magari sconosciuto al grande pubblico, proponesse un Don José rispettoso dei segni di espressione, che smorza i suoni, malinconico senza piagnistei, virile senza berci... quel tenore non avrebbe che un tiepido successo, o forse non avrebbe successo affatto. Perché il pubblico, per la maggior parte, non sa più distinguere chi canta bene da chi non lo fa. E il più delle volte si affida al Nome famoso, nella speranza che, essendo famoso, sia anche il migliore. L'emozione che si afferma *nonostante* la musica (non parlo di qualche nota sballata, parlo di un'intera serata di malcanto e sciatteria) è l'alibi di un pubblico senza memoria e che tale vuole rimanere.

daland ha detto...

Stiamo piombando nell’eterno e forse irrisolvibile dilemma: fra il gratificare il pubblico di “emozioni” e il rappresentare un’opera per come l’Autore la pensò e la scrisse.

Mi pare - vado a memoria - che James Levine, a chi gli chiedeva se certe “regie” europee non fossero interessanti, rispose: certo, allora anch’io la prossima volta che dirigo da voi scambierò le parti fra la sezione degli archi e quella dei fiati... state pur certi che il risultato sarà “molto interessante”.

Giulia Grisi ha detto...

Giulio, ma cantare bene non esclude il dare emozioni. anzi.
Orecchie attente al buon canto, quello corretto, di "scuola", non possono non essere disturbate dall'imperizia tecnica e stilistica.
Ho sentito la recita per radio: al di là dei limiti che il tenore oggi oggettivamente ha, c'erano tanti lai e vociamenti inconsulti che potevano benissimo essere moderati dalla buca, che, colpevole, ha invece lasciato fare.
Ed il tenore, un po' per " gusto " personale ( ossia carenza di gusto ), un po' perchè cerca sempre l'effetto plateale ed il consenso popular che ne viene, un po'per retorica giogionesca, si abbandona sempre al singhiozzo ed agli effettacci, che si tende a spacciare per espressività o generosità. Colpa sua o di un pubblico che oggi, a furia di sentire cantare così, pare incapce di apprezzare un smorzatura, ad esempio, perchè troppo poco fragorosa? non so, il confine è sottile.
Ma resta il fatto che si è sempre, con Alvarez, di fronte ad una bella voce, sempre più corta ahimè, ma ad un canto senza stile e gusto, che annienta anche le differenze e le peculiarità stilistiche esistenti tra il Riccardo del Ballo, il Rodolfo della Luisa Miller, il Cavaradossi della Tosca e il Don Josè della Carmen. E questo sempre con l'avvallo, volente o nolente, dei direttori, che lasciano fare...ed incolpando ogni volta registi o direttori d'orchestra per nascondere le proprie mende vocali e musicali.
E questo è grave, ma per l'opera in generale.
Accetteremmo certe coseda un tenore dal nome sconosciuto?

Domenico Donzelli ha detto...

Ventiquattro commenti sulla recensione di Carmen ad opera di Antonio Tamburini meritano una piccola riflessione.
Ringrazio chi ci considera tristi e sgualciti epigoni di Rodolfo Celletti. Il problema non siamo, per scelta e con gioia professionalmente estranei all’opera, solo appassionati di opera praticamente dall’infanzia. Trenta nove anni or sono (2 maggio 1969) vedevo la mia prima opera in Scala; era l’ultima recita del famoso ed indimenticabile assedio di Corinto. Certe cose lasciano il segno, anche perché seguirono la stagione successiva scaligera Berganza, Caballé, Gencer e Nilsson. Rendo l’idea?
Il problema è, caro Giulio, per molti altri che scrivono su molti fori di opera italiani ( e forse per te) ossia esorcizzare Celletti, quello che Celletti ha scritto, distruggere il pensiero e soprattutto le applicazioni dell’esecrato pensiero.
Non comprendo il motivo di questo comportamento. Rodolfo Celletti si rifece e, siccome era una persona assolutamente onesta sotto il profilo culturale, lo dichiarò sempre ad una grande tradizione di autori la cui produzione era dedicata alla voce ed alla vocalità. Capisaldi ne erano stati Scudo (di cui sicuramente Celletti lesse quando disponibile a Milano alla Biblioteca del Conservatorio di Milano), Panofka e, per i cantanti di scuola italiana, Gino Monaldi e poi Eugenio Gara. A leggere con attenzione Lauri Volpi ( al di là delle non celabili rivalità del tenore , non solo verso altri tenori) siano sulla stessa lunghezza d’onda dei precedenti.
Questo non significa che Celletti sia o fosse infallibile. Come non lo erano i suoi precedenti.
Però il loro modo di approcciarsi all’ascolto della voce era ed è inattaccabile.
Come lo sono tutti quelli basati su pochi e chiari dati, supportati dall’esperienza, che permettono di valutare la preparazione di un cantante, come di un attore , di uno strumentista o di uno sportivo.
In buona sostanza un approccio diciamo obiettivo (la parola scientifico, mi pare grossa) consente di riconoscere il suono ben emesso da quello mal emesso, ossia di riconoscere se il cantante conosca la grammatica.
Si badi la grammatica. La corretta tecnica di canto, infatti è la grammatica di base. Chi ascolta un disco di un qualunque soprano degli ultimi 50 anni sente più o meno la cognizione della grammatica. Poi entrano in gioco la dote naturale ( il confronto fra una Olivero ed una Caballè per andare per estremi), la cultura, la sensibilità, la idoneità al singolo ruolo e possiamo avere una buona esecuzione, una grande esecuzione, una esecuzione storica ( e qui gli esempi comlici cultura e sensibilità dell’ascoltatore si sprecano). E dalla grammatica passiamo alla cognizione della sintassi e, per terminare, alla capacità di una elegante e raffinata scrittura.
Quindi è normale, per tornare alle osservazioni di Giulio che il rispetto dello spartito e delle indicazioni dello spartito non sia esaustivo e non è detto che la grande esecuzione si esaurisca in quello. Parte da quello. Soprattutto nell’opera belcantistica dove l’autore non indicava la dinamica e l’agogica. Il grande o lo storico esecutore sono quelli che rendono lo spirito dell’autore. Stendhal scrisse nel paragone fra Henriette Sontag (che non gli piaceva definendola dotto canarino del Nord) e Giuditta Pasta ( che gli piaceva oltre misura) che la prima non potendo fare bene un brano lo fece bello. Eppure anche la Pasta era una cantante capace di eseguire parti difficile ed ardue, ma all’orecchio ed all’occhio di Stendhal offriva qualche cosa di più.
Volete un esempio recente a 78 giri. Nell’aria di Manrico “ ah si ben mio” alcuni tenori rispettano l’indicazione del trillo previsto da Verdi su “la morte a me parrà” altri no. Eppure fra i secondi l’esecuzione di Aureliano Pertile, per giunta gravato da una voce timbricamente modesta ha un fascino un senso della imminente tragedia assolutamente adatto al momento.
E gli esempi possono proseguire. Ricordando il mio debutto di ascoltatore posso richiamare Beverly Sills, Montserrat Caballe e Lella Cuberli alle prese con l’aria di Pamira “giusto ciel”, e le argomentazioni possono riguardare le doti timbriche,l’estensione, il gusto e la legittimità degli inserimenti e dei trasporti, ma nessuno potrà negare che nel momento in cui hanno registrato quello stesso brano le tre signore non utilizzassero la stessa grammatica. Se, invece, si aggiunge agli esempi la medesima aria eseguita da Katia Ricciarelli gli errori gravi, quelli da penna blu fanno la loro impietosa comparsa’ ad onta di una dote naturale, che due delle tre precedenti signore sopra citate non disponevano neppure in sogno.

Carlo ha detto...

Il fatto è che tutta sta gente,parlo dei cantanti,moltissimi sono morti e altri non cantano più..
Non esiste andare a teatro e continuare a sentire i soliti 4 scemi che fanno BUUU,o che prendono per il culo un cantante durante l'aria,come succede spesso in Scala..
Basta ragazzi,Donzelli,Tamburini,ecc ecc.. SONO MORTI!! Arrangiatevi,diceva Totò.. Non rovinate quel poco che c'è rimasto di bello in teatro.. State a casa vostra e sentite i dischi a 78 giri che vi piacciono tanto.. E non rompete più!

Antonio Tamburini ha detto...

Caro Carlo, i cantanti validi ci sono ancora, eccome... sono pochi, pochissimi, si esibiscono per lo più in teatri periferici e magari nei secondi cast, ma ci sono, anche se il pubblico non se ne accorge e preferisce gli "urlatori" tipo Alvarez... già, ma quelli hanno il Nome, sono il "poco che c'è rimasto di bello in teatro"...

Fabio ha detto...

Salve, ho letto con attenzione la recensione sulla Carmen e tutto il seguito che ne è scaturito.
Devo ringraziare Giulio per le sue parole che condivido in pieno soprattutto quando dice “ragazzi ma vi sembra facile il mestiere di cantante solista”; eravamo presenti io e mia moglie in teatro venerdì 2 maggio e tra un atto e l’altro incontrammo un’insegnante di canto e cantante di professione che pur riconoscendo la non eccezionalità del cast (il secondo tra l’altro, che però a parer mio è inferiore solo per quanto riguarda il tenore), ci disse le stesse identiche parole di Giulio.
Eravamo presenti anche alla generale ed anche lì durante una pausa assistemmo alla discussione di alcuni personaggi che stavano distruggendo tutto e tutti evocando i vari Corelli, Del Monaco ecc…(ce l’avevano in particolare con il tenore…..mi chiedo come mai gente così colta fa capannello tra le file delle poltroncine costringendo anche chi si gode la serata in teatro ad ascoltare le loro frustrazioni? ! ?).
Io e mia moglie ci chiedevamo la solita cosa che si chiede Giulio:”ma cosa ci andate a fare a teatro se non vi divertite per niente, statevene a casa”.
Venerdì sera portammo anche a teatro dopo molti anni di assenza, causa malattia, mio suocero, anche per vedere cantare il nipotino (canta nel coro degli “stonatelli”); lui è un grande melomane, ha un’enorme collezione di opere liriche, ha conosciuto tutti i più grandi cantanti, con la citata Freni era amico intimo, al nostro matrimonio cantarono Leo Nucci e sua moglie Adriana Anelli tanto per citare qualche nome e per farne soltanto un altro, grandissimo, era amico pure del compianto Bastianini, eppure è riuscito a godere di qualcosa, pur sapendo lui benissimo che il finale del ’57 della Stevens e Del Monaco era un’altra cosa…..
Lui non ha mai fatto e non farà mai un BUU in teatro, lui ha sempre creduto nei giovani, li ha fatti cantare, alcuni li ha tirati su, ha sempre detto che purtroppo non esistono più i teatri di provincia dove i cantanti si possono formare.
C’è poi un’altra verità che dice Giulio e cioè la mancanza oggi di personalità interpretative.
Conosco meglio la musica jazz dell’opera lirica; da un paio di decenni sono usciti dalle scuole nordamericane delle vere e proprie macchine per fare musica, suonatori che conoscono l’armonia alla perfezione, suonatori che mentre fanno un solo non mettono mai una nota “falsa” ma che a livello di emozione non trasmettono niente; ebbene da quando ci sono in giro questi nuovi jazzisti ho smesso di andare ai concerti, preferisco ascoltare Charlie Parker che ha composto brani bellissimi non conoscendo la musica o Chet Baker che con due tre note anche a volte un po’ stonatelle ma piene di sentimento ti riempie il cuore.
Un’ultima cosa sul coro degli “stonatelli” del quale fa parte mio figlio; c’era bisogno di prendersela anche con dei bambini che hanno dai sette ai tredici anni? Il loro entusiasmo nel vivere questa grande esperienza sarebbe bene Vi contagiasse un po’, così come sarebbe auspicabile che nel loro cammino verso la musica non incontrassero mai persone disilluse e disfattiste.
E poi, detto tra noi, stonati proprio non mi sono sembrati.

Antonio Tamburini ha detto...

Fabio, credo proprio che dovrebbe portare suo suocero a sentire Alvarez: gli piacerebbe moltissimo, ché il gusto, l'espressività e la tecnica sono i medesimi del più compiuto Bastianini.

Quanto ai bimbi, nessuno pretende il Tölzerknabenchor: basterebbe andare a tempo.