lunedì 15 febbraio 2010

Il barocco, il teatro e la regia.

Sfogliando le riviste specializzate, nel leggere certi resoconti degli spettacoli in giro per l’Italia o l’Europa, o le recensioni (ma sarebbe più corretto definirle “comunicazioni pubblicitarie”) dei più recenti prodotti audiovisivi (magari allegati alla stessa rivista), ci si imbatte sempre nelle stesse considerazioni, nelle stesse lamentele, negli stessi piagnistei livorosi: riguardanti il miserrimo stato in cui verserebbero le italiche sorti musicali rispetto alla novella età dell’oro che si vivrebbe nella “più civile Europa”. Le solite firme sono use definire il nostro come un paese di retroguardia culturale, ai margini del progresso e della civiltà musicale. La colpa? Naturalmente appartiene allo stuolo degli ottusi e facinorosi passatisti che, con sicumera reazionaria (e comportamenti incivili), impedirebbero ai pubblici nostrani di godere delle meraviglie baroccare, di osannare le rockstar di podio e ugola, di gustare le trovate dei registi più à la page! Naturalmente basterebbe andare qualche volta a teatro per rendersi conto di quanto non corrisponda al vero detto assunto: ma i maestri della critica acritica preferiscono dedicarsi ad isteriche invettive (ben retribuite, probabilmente) piuttosto che riflettere sull’effettiva validità di quello che ci vorrebbero imporre. Nuova occasione di querelle è la realizazione scenica.

Lo spunto per questa riflessione viene dalla segnalazione di un lettore in merito ad una frase contenuta nella presentazione del DVD di una Rodelinda filmata a Glyndebourne (e allegata ad una nota rivista del settore, i cui redattori si evidenziano, sempre, per un tono perennemente sprezzante e da invettiva a buon mercato) del seguente tenore: “A registi siffatti viene regolarmente indirizzata, da noi che in fatto di teatro lirico siamo all'avanguardia della retroguardia, la puntuale accusa di stravolgimento, bruttura, leso barocco. Si lede sempre qualcosa, per tali accusatrici anime belle: e mai che sospettino di essere loro quelli lesi e handicappati nella percezione di quanto sta accadendo nella viva realtà teatrale contemporanea, di prosa o lirica poco importa, giacché sempre più stanno, per fortuna, avvicinandosi.” Sorvolando sul consueto gusto (cattivo) per l'insulto, sullo sproloquio contenutistico e sulla maleducazione e inciviltà (quella davvero) dell'estensore di tali righe (che da sole basterebbero - anche in assenza di tante altre prove nel medesimo senso - a squalificare il critico: giusto Goebbels e altri suoi colleghi definivano handicappati e mentalmente lesi i suoi oppositori), esse testimoniano le dimensioni di un problema serio e la diffusione di un vero e proprio conformismo culturale. Il teatro barocco, infatti, soffre, più di altri generi ormai, di trattamenti particolari: dal canto, all’esecuzione, alla messinscena. Oggi si blatera tanto di renaissance dell’opera barocca, di una sua riscoperta, di schiere di nuovi appassionati, di adolescenti incantati dalla sua magia, che fanno code chilometriche per assistere agli spettacoli inscenati nelle nuove mecche del baroccò (il barocco baroccaro che tanto piace ai nostri critici e alle case discografiche). Eppure, gli stessi demiurghi di tale rinascita, sono i primi a non “credere” nella potenzialità teatrale dell’Opera Seria. Già, perché è evidente come siano essi i primi a stravolgerne la drammaturgia e a scardinarne gli equilibri musicali, in nome di una necessaria – a loro dire – opera di avvicinamento alle moderne sensibilità! Nell’Europa occidentale si è sviluppata, infatti, una vera e propria moda che ha fatto della dissacrazione il proprio unico orizzonte estetico: nell’intento, malcelato invero, di creare scandalo, si commette ogni sorta di delitto nei confronti dell’opera musicale affrontata. Ma mentre l’avanguardia post sessantottina si dedicava a Wagner e al ‘900 (utilizando i medesimi clichè: cappottoni DDR, straniamento brechtiano, passi dell’oca etc..), l’avanguardia di oggi (che usa gli stessi linguaggi – ormai obsoleti, ma vaglielo a spiegare – degli anni ’70) ha spostato la propria attenzione sull’opera settecentesca, da Handel a Mozart. Negli Stati Uniti (che non sono quel terzo mondo culturale che ci vorrebbero far credere i tanti critici militanti e militarizzati, passati dalle barricate di immaginarie rivoluzioni a borghesissimi posti di potere editoriale) hanno coniato un termine particolarmente azzeccato per questa paccottiglia: eurotrash! Inteso come fenomeno europeo, originario della cultura austro/tedesca (ma rapidamente diffusosi in Francia, paesi scandinavi e Italia), meramente provocatorio e modaiolo, mascherato da avanguardia: svastiche, dominazioni sessuali, sadismo, promiscuità assortite, malformazioni esibite etc. Il tutto senza curarsi affatto degli aspetti musicali, del senso della drammaturgia, del rapporto musica testo. Spesso chi contesta lo status quo viene accusato di essere fermo ai fondali dipinti, ai colonnati, alle pose plastiche, all’immobilità marmorea… Spesso si è derisi come ottusi. In realtà è un modo – semplice e poco originale – di aggirare il problema. Non è necessario, infatti, riproporre le scene di Sanquirico per aderire al senso del teatro barocco: basterebbe non trasformare la rappresentazione in occasione per esporre contorsioni mentali e personali frustrazioni del regista (che ormai, peraltro, non scandalizzano nessuno, semmai annoiano, dato che si ripetono uguali ad ogni spettacolo: solo i critici militanti scambiano le reazioni di un pubblico annoiato per attaccamento ad una tradizione superata, o spavento o scandalo). Non è necessario ritornare alla cartapesta. I migliori esempi vengono dagli USA. Si prenda il famoso Giulio Cesare di Peter Sellars, ambientato negli anni ’80 con un protagonista che può rassomigliare ad un qualsiasi capo di stato americano che si reca in medio oriente al termine di un’operazione militare: Sellars, pur nella trasposizione d’epoca (fatta però a regola d’arte, senza assurdità e forzature), coglie perfettamente gli aspetti pubblici ossia lo scontro tra due culture differenti (da Handel sottolineato fin dalla prima scena, attraverso il macabro “dono” della testa di Pompeo, pianto dal suo nemico/rivale, nello stupore incredulo ed offeso dell’egiziano che l’aveva recato), così come i conflitti privati, mantenendo intatti la gerarchia dei rapporti (Cleopatra non è una sguattera e Tolomeo non è un pederasta) e la statura morale dei singoli personaggi (lo stesso equilibrio lo manterrà nella sua versione della trilogia dapontiana). La drammaturgia handeliana non subisce alcuno scardinamento, alcuna forzatura: lo spettacolo scorre e convince in modo naturale, senza bisogno di trovate meramente scandalistiche. L’attualizzazione è solo una lettura, che però ripropone le medesime valenze dell’ambientazione originaria. Lo stesso vale per la sua versione di Theodora (anche se con minore originalità) o delle Nozze di Figaro/Don Giovanni/Così fan tutte, ideando per ciascun titolo un approccio estetico, sociale e ambientale differente: un loft di lusso in un superattico dove si svolgono le vicende di Figaro e Susanna (che restano servitori, così come il Conte rimane appartenente ad una classe sociale più elevata, ma più viziosa); un Bronx degradato dove si agita il Dissoluto Punito; un annoiato ristorante in Florida dove si svolge il gioco cinico e spietato di Despina e Don Alfonso. Il significato dei rapporti e il ritmo dapontiano, non perde nulla, e la storia raccontata (pur nella diversa ottica temporale) rimane sostanzialmente la stessa: rabbia, gelosia, vendetta, pentimento sono gli stessi rappresentati da Mozart. In Europa, diversamente, se ne infischiano degli equilibri musicali e drammatici: i registi si inventano una nuova vicenda e la montano sulla musica dell’opera (e a volte ne stravolgono i contenuti), infarciscono la scena di sesso, accoppiamenti, trivialità che fanno a pugni con la struttura originale. Gli esempi si sprecano: un Lohengrin ambientato in una scuola elementare (coi monelli in braghette corte che tirano le trecce alle compagne di classe: e considerando l'età media degli interpreti lo spettacolo diviene grottesco), il re che diventa il preside dell'istituto e la marcia nuziale che è una festicciola all’intervallo; un Don Carlo stile soap opera (con il ballo della peregrina trasformato in sogno erotico di Elisabetta, in versione massaia, che attende l’arrivo della cena recapitata da Posa’s Pizza, mentre il marito è stravaccato a guardare la tv); un Parsifal che trasforma la redenzione finale in un nauseante video che mostra l'intera sequenza di decomposizione di una carcassa d'animale; un Orlando ambientato (che originalità!) in un manicomio; un Idomeneo sulla cui scena, a rappresentare l'orrido mostro ucciso da Idamante, campeggiavano le teste sanguinanti e mozzate di Buddha, Gesù Cristo e Maometto (con l'effetto, nei primi due casi di accese proteste, da parte dei rappresentati locali e non, delle confessioni interessate, nel terzo, di esplicite minacce di attentati esplosivi ad opera di integralisti risentiti)... Qualcuno potrebbe contestare, suggerendo che si tratterebbe di meri spostamenti d'ambientazione, non differenti da quelli di Sellars ad esempio. E invece è tutto diverso: un conto è Cesare che da condottiero di Roma (l'Impero per antonomasia) diventa presidente della potenza che oggi, nell'immaginario collettivo, rappresenta l'idea più attule di impero; altra cosa trasformare Amina in sguattera di un sanatorio della belle-epoque. Nel primo caso la valenza drammatica della vicenda non cambia, e la musica chiamata a rappresentare quella determinata vicenda, con quelle determinate parole, non subisce stravolgimenti; nel secondo caso crolla tutto perchè non rimane nulla della correlazione tra caratteri, musica e dramma. Infatti non è un problema meramente estetico, ma ontologico: su ciò che si crede sia, o debba essere, l'opera lirica. Un prodotto aperto a qualsiasi stravolgimento in nome della provoazione oppure un qualcosa che non è fatto di sola musica (da abbinare ad immagini varie ed occasionali), ma anche dal significato di quella musica. Il teatro settecentesco (insieme alla Sacra Collina di Bayreuth ovvimente), oggi, è il luogo ove maggiormente si sbizzarriscono i deliri eurotrash dei nostri registi! E così ogni vicenda di tradimento diviene occasione per mostrare accoppiamenti da film porno casalingo oppure si sfruttano personaggi en travesti (in realtà ruoli per castrato) per imbastire improbabili storie lesbo, e quando si utilizzano controtenori li si agghinda come drag queen...lo stesso Carsen (considerato - a torto - un genio assoluto) dopo la sua famosa Alcina (effettivamente un bello spettacolo, ma risalente a più di 10 anni fa), si è limitato a copiare sè stesso, nel perpetuare il proprio orizzonte estetico (limitato ad un dramma borghese buono per tutte le occasioni) in un oramai stucchevole e stanco manierismo (si veda l'ultima Semele, con la rockstar Bartoli). E non c'è verso, in Europa, di assistere a spettacoli differenti: sempre uguali e sempre usi ai soliti trucchetti per far discutere (sesso, religione e droga). Lo stesso discorso vale pure per chi, invece, rinuncia ad una qualsiasi connotazione e affoga l'opera nel più vuoto simbolismo, oppure la ambienta in costosissime scene vuote o assenti, tagliate da luci colorate (spesso usate in modo maldestro), o chi, infine, riempie il palco di ingombranti parallelepipedi senza significato alcuno, ma aperti alle fantasiose elaborazioni di critici improvvisati esegeti, di commentatori snob o di spettatori radical chic. Col conforto dell'incondizionato plauso della stampa di settore, di una critica ormai sbandata tra il delirio senile e l'invettiva isterica, di direttori artistici e sovrintendenti che se ne fregano dei gusti del pubblico (e che, anzi, pretendono così di educare). E con lo sconforto di un pubblico che, a costo di mandar giù quella roba, finirà per farsela piacere. E poi gli invidiosi, i perennemente scontenti, quelli che lamentano il fatto che da noi queste cose non si vedono: perchè siamo tutti ignoranti, bifolchi e cattivi... Sarà, eppure continuo a non trovare essenziale per godere della modernità della musica di Mozart, dover assistere a Don Giovanni che dopo aver praticato una fellatio a Leporello, defeca in grembo a Donna Elvira... ma qui mi fermo, non vorrei dare qualche suggerimento al prossimo genio di turno...ce ne sono troppi a piede libero!

31 commenti:

Gilbert-Louis Duprez ha detto...

Riporto quanto ci ha scritto Giovincore sulla chat. E' una testimonianza sincera di come tali spettacoli, che tanto piacciono ai nostri critici più illuminati, vengono effettivamente graditi dal pubblico vero.

Scrive Giovincore:

non sono quasi mai d'accordo con voi ma vi leggo costantemente in quanto io sono un amante dell'opera totalmente incompetente in materia di tecniche vocali. Beh!!!! stavolta con l'articolo sulle regie eurotrash mi trovate in pieno accordo. Non ne posso piu'!!!!!abito aVienna e vado spesso a Monaco. Il Don Giovani a Monaco dell'ottobre scorso era una vergogna incompensibile, il Macbeth di Luglio aveva le streghe che facevano la pipi' in palcoscenico, la Forza del Destino di Vienna etc etc etc..."

scattare ha detto...

Come al solito, tutto detto in maniera splendida e con tale grazia che a momenti mi trovavo a sorridere, mentre c'è solo da piangere!
Anche Giovincore (e son sicuro, tanti come lui) non ha resistito alle vostre fascinose e dettagliate parole fintroppo gentili.
Complimenti a Duprez!

mozart2006 ha detto...

Concordo in pieno. Qui in Germania cominciano a vedersi i primi segnali dell´insofferenza del pubblico. Il Don Giovanni citato è stato spazzato via a fischi, come del resto il Lohengrin sempre a Monaco. Qui a Stoccarda l´Aida dell´anno scorso è stata duramente contestata dal pubblico (e anche dalla critica, sia detto il vero) e a Lipsia la prima del Fliegende Holländer è stata addirittura sospesa per le contestazioni e le repliche sono state cancellate.
Nemmeno qui da noi questa roba piace al pubblico, credetemi.

pasquale ha detto...

riporto uno stralcio di un mio commento precedente su un altro post.
" Per le scenografie possono sbizzarirsi (per me)come vogliono "se al pubblico non piace si fanno sentire",ma l'importante e lo ripeto che venga rispettata la parte musicale."

Gilbert-Louis Duprez ha detto...

Verissimo Pasquale: spesso si fa finta di non comprendere le nostre critiche. Non si contestano le trasposizioni temporali o le soluzioni stravaganti, basta che abbiano un senso, che questo senso non contrasti la musica e SOPRATTUTTO che la drammaturgia originale venga rispettata, così come la struttura musicale (senza imbarazzanti assurdità)! Eppure i soliti critici scrivono e blaterano di gentaglia ancorata ai fondali dipinti, e insultano insultano insultano... Oltretutto dicono anche falsità: anche all'estero non ne possono più di questo eurotrash: piace solo a loro, ai critici in pieno delirio e crisi isteriche, che vorrebbero imporci quelle porcherie! La testimonianza di Mozart2006 o Govincore è eloquente...dovrebbero leggerle anche i redattori di certe riviste! E poi basta con questa novena della "retroguardia culturale"!!!!

Gilbert-Louis Duprez ha detto...

Ps: sarebbe "divertente" raccontare gli spettacoli più osceni a cui abbiamo assistito...una specie di galleria degli orrori!

Marco ha detto...

Cari amici, vi lamentate degli insulti, ma anche voi non scherzate quanto a contumelie. Non ho bisogno di ricordarvi il detto evangelico: "Non fate agli altri...", con ciò che segue. Internet mi appare sempre di più come un immenso mercato, in cui ognuno, pur di vendere la propria discutibile mercanzia, non esita a denigrare quella degli altri a suon di metaforici ceffoni. Sarà che sono vecchio; sarà che i mercati non mi sono mai piaciuti, luoghi dove c'è sempre qualcuno che strilla più forte degli altri.
Cordiali saluti
Marco Ninci

Gilbert-Louis Duprez ha detto...

Caro Marco. Veramente ho scritto in merito ad un problema estetico, ad alcune tendenze redistiche europee, ad un certo atteggiamento mentale. Di insulti non ne vedo: certo mi sono permesso di criticare il silenzio della critica, ed il suo conformismo. Chi usa toni scortesi e insulti indecenti è qualcun altro...e ti indicherei anche il nome della rivista con il dettaglio di pagine e numeri (non lo faccio in pubblico per buon gusto però). E comunque è pure giusto difendersi, ogni tanto, da ingiurie e offese gratuite (e soprattutto personali). E' pur vero che il Vangelo insegna di "porgere l'altra guancia", ma è altrettanto vero che il buon Dio, nella sua infinita saggezza, di guancie da porgere, ne ha fornita una soltanto...

Marianne Brandt ha detto...

Gentile Marco Ninci, grazie prima di tutto per il Suo intervento.
Volevo precisare alcune considerazioni che evidentemente sono apparse poco chiare:
vede noi non ci lamentiamo affatto degli insulti, anzi, più ci insultano, più ci citano, più noi del blog siamo contenti, perchè evidentemente facciamo bene il nostro lavoro ed il messaggio che vogliamo inviare, per quanto possa dare fastidio e comunque sempre ben argomentato, evidentemente arriva forte e chiaro!
La assicuro,ci vuole ben altro per offenderci, e, poichè anche noi nel nostro piccolo abbiamo conosciuto la catechesi che Lei propone, credo sia questo il caso in cui tale messaggio sia poco o punto applicabile al caso in questione!
Ben vengano i mercati, caro Signor Ninci!
Le ricordo che in passato era proprio nei mercati che si creavano le fondamenta della democrazia, della dialettica e della politica, quindi siamo fieri di appartenere a quel genere di mercato e le assicuro che nelle piazze odierne, malgrado crisi e prezzi lievitati, l'occasione buona e a buon prezzo, metaforicamente parlando eh, si trova sempre!
Poi riguardo agli strilli, per carità, nel nostro umile mercato non strilla nessuno, perchè a noi gli acuti piacciono ben proiettati in avanti, timbrati, coperti e girati e le assicuro sono balsamo per le orecchie nostre e di chi ci segue!
Metaforici ceffoni? Andiamo Signor Ninci, siamo per la non violenza e se si soffermasse meglio sui fatti, sui nostri testi e sulle parole noterebbe che non siamo così brutti e cattivi come banalmente "gli altri" ci dipingono, anzi ci troverebbe anche delle verità oggettive e cose molto gustose!

Le auguro buona lettura e di continuare a seguirci.

Marianne Brandt

blueboy48 ha detto...

ma Marco ha visto la Entfuhrung di Salisburgo? Come giustifica quella cerimonia nuziale di massa all'uso giapponese odierno e come la combina con la musica di Mozart e con l'azione descritta dal libretto? e che senso ha che un Osmin vestito da prete parli di bontà dei fichi in mezzo a 50 coppie di sposi? a meno che non si voglia sottintendere che Osmin ha certe tendenze e parli metaforicamente di fichi... ma andiamo!

Gilbert-Louis Duprez ha detto...

Infatti Blueboy48... "ma andiamo", questo bisognerebbe dire ai registi eurotrash, ai critici che scambiano il ciarpame per cultura, ai sostenitori italioti di queste demenze...

Marco ha detto...

Mah, io ho visto anche delle cose molto belle attinenti al teatro di regia. Per esempio, il "Wozzeck" di Kriegenburg all'Opera di Monaco, diretto splendidamente da Nagano. O "Il paese del sorriso"di Lehar con la regia di Konwitchny alla Komische Oper di Berlino, diretto altrettanto splendidamente da Markus Poschner. Il teatro di regia è una tendenza; vi si trova il bello e il brutto. Ma questa è una ovvietà. Riguardo agli insulti. Prendiamo l'intervento che mi precede: "Sostenitori italioti di queste demenze" è un ceffone vero e proprio, non una franca e veritiera descrizione. Io non userei nemmeno il termine trash, che ormai non significa più nulla, tutti lo usano contro tutti. Direi che si verifica un fenomeno singolare: tutti insultano tutti e appunto per questo gli insulti non sono più nemmeno insulti ma trascolorano nell'insignificanza. E questo per me è il fatto più triste.
Un caro saluto
Marco Ninci

Gilbert-Louis Duprez ha detto...

Prendo atto di questa svolta buddista/ghandiana/zen/non-violenta etc...del resto tanto di moda oggi, anche se spesso maschera un intento assai poco nobile: quando mancano argomenti per controbattere una tesi (forse scomoda e forte, poichè contraria al diffuso e pacifico conformismo che invade ogni settore della critica più o meno ufficiale) si reagisce in due modi, che fan parte del medesimo disegno. Prima si offende gratuitamente (soprattutto se si è in condizione privilegiata, da posti di potere), poi, alle legittime reazioni e agli argomenti avversari, ci si sottrae alla discussione e al confronto, denunciando climi incivili, zuffe da mercato, aggressività etc... Non so se è il caso del precedente intervento. So, però, che la gran parte degli addetti ai lavori (o dei fedeli di talune combriccole ideal-musicali) usa il suddetto modus operandi (magari mascherandosi dietro tanti nomi o nomignoli, in un giuoco delle parti delirante, ove a seconda dell'identità ricoperta - e del luogo dove la si "esercita" - si interpreta il ruolo dell'aggressore o del moralizzatore). Pregherei di farci grazia della morale e mi concentrerei sul contenuto.
Il fatto davvero triste è il tentativo di "istruire" e "indottrinare" il pubblico.
Il fatto triste è il solito piagnisteo di chi ritiene il nostro un paese di sottosviluppo solo perchè sui palcoscenici non ci si accoppia, non si defeca, non si gira nudi, non si affronta il tema dell'omosessualità, non ci si dedica ad una blasfemia gratuita...che non c'entrano mai nulla con l'opera rappresentata.
Il fatto triste è che sovrintendenti e direttori artistici preferiscano accodarsi a queste mode piuttosto che cercare autonomia e originalità.
Il fatto triste è che si debbano piantare 90.000 alberi in giro per una città (piazzandoli per ogni dove ed in modo incongruo, e compromettendone l'aspetto urbanistico), scambiando strade e piazze per i balconi del proprio appartamento, e spendendo denari pubblici senza ritegno e pudore, solo per richiamare all'antico ovile l'ultima primadonna delle bacchette (che sbattè la porta, con qualche ragione, anni fa).
La cosa triste è che le riviste di critica e le recensioni degli spettacoli (o delle incisioni) assomiglino sempre più alle brochure pubblicitarie delle case discografiche... E potrei continuare.
Queste, Egregio Sig. Ninci, sono le cose tristi: tristi davvero. Non la legittima difesa rispetto ad una vera e propria aggressione...

Marco ha detto...

Va bene va bene, ho capito. E' un po' la riedizione in chiave operistica dell'immortale motto di Gino Bartali: "l'è tutto da rifare", magari con un po' meno sorriso sulle labbra e una certa assenza di autoironia. Trovo curioso che si contempli la possibilità che io abbia un disegno, una strategia, magari da un posto di potere; quando semplicemente mi sembra un po' strano questo ridurre il presente a un cumulo di macerie, una specie di Berlino anno zero di teatri, cantanti, direttori e registi. Ripeto, trovo la cosa veramente curiosa, perché già altre volte mi sono stati attribuiti oscuri disegni; quando invece sono un semplice insegnante di filosofia antica, senza nessun aggancio nel mondo della musica.
Un caro saluto
Marco Ninci

Domenico Donzelli ha detto...

caro marco,
nessun riferimento a bartali,se mai a cecilia bartoli (paradigma delle ceneri dell'opera attuali).
credo che tu non riesca (se, invece, non vuoi non nè ho la prova, nè mi interessa) a capire il nostro punto di partenza. Elementare.
Il melodramma a differenza di un dipinto e, forse, di una architettura è una forma d'arte che necessità di rappresentazione. La rappresentazione rispettosa e coerente non può prescindere dal rispetto delle regole di base dell'arte. Canora nel caso di specie. Se scarichi gli ascolti dei Sextus della Clemenza, che commentano l'indecorosa presentazione della signora Bacelli (preciso indecorosa perchè non rispettosa del canto professionale) verificherei che Teresa Berganza e Martine Dupuy cantano e, prima ancora respirano allo stesso modo. Divergono le interpreti. Per fortuna loro e nostra e, ancor più per smentire coloro i quali ci invitano, lividi, a mettere su un disco, perchè tanto siamo nostalgici e passatisti.
Al contrario proprio perchè non vogliamo "mettere su" un disco, esigiamo prima per l'autore, poi, per il pubblico il rispetto della tecnica di base dell'arte.
Chi proclama la nuova tecnica per le opere di Rossini dimentica che garcia e Lamperti sono la tecnica nata e pensata per i titoli di di Rossini, che nulla inventò rispetto al passato. Il tutto con buona pace dei baroccari e della loro antistorica e commerciale battaglia.
Come commerciale e non artistico è il tentativo di spostare l'asse dalla realizzazione vocale e musicale per ciascun titolo del melodramma e illudersi che teatrodi regia con tutti gli ammenicoli del caso siano il mezzo per occultare una squallida esecuzione.
Tutto qui per essere chiari se è passatismo, passatismo sia nella vostra ottica nella mia è solo rispetto della tradizione.
ciao dd

Gilbert-Louis Duprez ha detto...

Nessun complotto, nessun disegno ti è stato attribuito (basta leggere quel che ho scritto: mi sembra di essere stato molto chiaro). Ritengo tuttavia che quell'atteggiamento, sia comune al modo di agire di una certa critica. Leggendo una qualsiasi rivista (rivista, non Marco Ninci) è evidente: prima si offende un'intera categoria di pubblico (dandogli dell'handicappato), poi se qualcuno si permette di dire che il teatro di regia è un ciarpame, gli si da del mentalmente minorato, leso o comunque ottuso, infine - alle legittime reazioni - ci si tira indietro, con sdegno, denunciando un clima da mercato. E' così. Tornando al succo del discorso, invece, mi meraviglio di leggere ancora questa generalizzazione: ho scritto che il presente è un cumulo di macerie??? NO! Ho scritto che è tutto da rifare??? NO! Ho parlato di tutti gli spettacoli esistenti al mondo??? NO! E allora, Marco Ninci, quando si risponde, sarebbe opportuno farlo in modo coerente. Senza usare quei trucchetti tipo "Arte di ottener ragione" (dovresti conoscerla...). Il tuo è solo un modo di ingigantire e assoutizzare la tesi a te sgradita, per ridicolizzare e stigmatizzarne l'esagerazione. Io ho fatto esempi di cose buone e di cose cattive: la regia moderna non si esaurisce nel teatro di regia (certo, in Europa, tra i salotti radical chic, i militanti profeti di un'avanguardia bollita da almeno 30 anni, gli alfieri di culti abbadiani e progressivi, è considerato l'unico mezzo espressivo consentito). Anno zero, dici? In un certo senso sì: per quanto riguarda il rispetto del pubblico. Naturalmente Marco Ninci è liberissimo di bearsi con le geniali trovate di chi ambienta il primo atto del Ballo in maschera in un cesso publico: con i cantanti seduti sui wc, pantaloni calati e giornali in mano... Cosa ci sia di bello (e cosa c'entri con l'opera di Verdi) non lo so, ma attendo fiducioso illuminazioni in merito...

Giulia Grisi ha detto...

Caro MArco,
ti scrivo solo 1 rigo.
Perchè invece di immaginarci come il gossip demenziale del logione scaligero ci dipinge senza mai, dico mai averci nè conosciuto nè rivolto la parola, non vieni, ti presenti, e parliamo vis a vis?
Di tutti voi 4 che scrivete su quel forumetto che non legge nessuno, si è fatto vivo solo Vizzardelli, che ha fatto una figura del put per poi scusarsi ebasta.
Persino con quelli dell'Accordo, vedovi Muti, nonabbiamo più alcun problema di dialogo orami.

Se sapessi che faccia hai, ti verrei incontro io, ma come tutti sanno, noi ......nemmeno vi conosciamo di vista! Prorpio non sappiamo chi siete.

spero di incontrarti presto

Gilbert-Louis Duprez ha detto...

Alle anime belle che ancora vogliono credere e far credere come la "vera cultura" se ne stia lontana dai nostri palcoscenici passatisti; che ancora ci vogliono insegnare come il futuro AUSPICABILE per la pretesa "salvezza" dell'opera stia nel ciarpame del teatro di regia; che ancora vogliono imporre a pubblici sottomessi, addomesticati, normalizzati e ormai rassegnati i personali deliri e/o perversioni dei geniali registi dell'avanguardia (che odiano l'opera e "se ne fottono" della drammaturgia originale e degli equilibri musicali)...voglio raccontare alcune delle messinscene che qualcuno ci racconta come convincenti...

UN BALLO IN MASCHERA(Barcellona/Londra 2001): scena prima, divisa in due, di sopra Riccardo e i cortigiani, di sotto i cospiratori seduti sul cesso con le braghe calate e i quotidiani in mano; Oscar nella prima scena si siede in grembo al giudice in carrozzella e gli stimola i genitali; nel quintetto del III atto Renato e i cospiratori, sempre nella zona "cesso" del palco, cercano di infilare il povero Oscar per lo scarico della tazza.

IL RATTO DEL SERRAGLIO (Berlino 2004): il regista ritiene che l'opera parli essenzialmente di prostituzione (ovviamente chissenefrega se Mozart pensava a tutt'altro) e quindi Selim è il tenutario di un bordello e tiene Konstanze in una gabbia, nella prima scena Osmin copula con una puttana, completamente nudo e canta la sua aria mentre si fa una bella doccia, scrollandosi con energia i testicoli davanti al pubblico, poi urina in un bicchiere e costringe Blonde a bers il drink...e mentre il soprano canta Marten aller Arten prende un'altra prostituta le asporta i capezzoli con un coltello e poi li offre a Konstanze (che al termine dell'opera si spara in testa).

E qualcuno ha il coraggio di definire questa immondizia "teatro" o "arte" o "cultura"? Ma andiamo....è ora di svegliarsi da certe ubriacature collettive.

Ecco dov'è la vera inciviltà.....

Marco ha detto...

Cari amici, intanto ringrazio; tre interventi di risposta al mio messaggino sono un dato gratificante. Io non ho nulla contro la vostra posizione, che mi sembra di aver inteso in maniera corretta; è indubbio che la tecnica è una sola, che l'arte del canto attraversa una crisi. Tuttavia mi sembra che ci siano alcune punte oltranziste che non condivido. Io per esempio non so quali siano ora le condizioni della Sig.ra Bacelli;nondimeno una decina di anni fa l'ho sentita a Firenze cantare la Clemenza di Tito in maniera eccellente. E così per altri casi. E poi, quando parlavo di mercato, non mi riferivo tanto a voi quanto a un clima generale di polemica universale; e questo non mi piace. Quanto poi all'attribuirmi i complotti, io dicevo che riguardo a me si contemplava questa possibilità. In effetti, quando si parlava della strategia di alcune riviste, si aggiungeva che "non si sapeva" se il mio intervento rientrava in questa logica. Il che significa esattamente che era possibile che il mio intervento questo fosse. Il che è completamente sbagliato. Ciò mi porta all'ultima parte di quanto voglio dire, vale a dire al rapporto fra me e "La voce del loggione". Io sono stato indotto a scrivere su quel blog perché ne sono stato colpito. C'era, all'indomani dell'addio di Muti, un clima pazzesco; un nuovo 25 aprile, la libertà dopo la dittatura, l'aria fresca dopo un periodo che faceva impallidire la Cecoslovacchia stalinista o lo stato descritto da Orwell in "1984". Io mi sono opposto a questo atteggiamento e si è pensato che fossi una specie di "longa manus" del Maestro Muti, mentre la mia era sostanzialmente una curiosità antropologica, perché in effetti non avevo mai visto nulla di simile. Del resto quegli interventi che leggevo non avevano nulla di interessante dal punto di vista musicale, ma dal punto di vista psicologico erano pieni di insegnamenti. Poi questa polemica mi ha stancato e sono intervenuto sostanzialmente su questioni di ordine generale, filosofico e musicologico, le quali, me ne rendo ben conto, nulla avevano a che vedere con l'andazzo di un teatro, Ma tant'è. Mi andava di scrivere qualcosa di musica che altri potevano leggere. Ma per me quel blog è soltanto un contenitore col quale non ho molto di comune. Quindi quel "voi" in cui sarei incluso mi sembra non molto centrato. Una cosa mi sembra indiscutibile; non so se non lo legga nessuno, ma certo non ci scrive più nessuno, il che la dice lunga sull'isterismo del suo inizio. Quanto a conoscerci dal vivo,nulla in contrario; ma non è facilissimo, dato che vivo in provincia di Firenze e sono almeno dieci anni che non metto piede alla Scala.
Un caro saluto
Marco Ninci

Giulia Grisi ha detto...

Caro Marco,
1) fatti vivo se vieni;
2) la sinora Bacelli fu un'orrenda donna Elvira nel primo DGiovanni mussbachiano scaligero e, cmq, se vai su Youtube c'è il prima della prima della Clemenza napoletana che, sono certa, ti basterà ed avanzerà;la cantante resta male impostata vocalmente.....ma da sempre a mio avviso, solo che con l'andar del tempo i difetti si fanno sempre più accentuati;
c)la fine della dittatura, di cui noi molto gioimmo e contro la quale assai attivamente lottammo ( soprattutto per la moria di cantanti oltre che di bacchette che il Duce aveva causato con i suoi comportameti.......altro che colpa dei fischiatori!!!)non ci ha esentato dall'averne un'altra, sotto altra forma e di altra sostanza. La dittatura di una soprintedenza incompetente nel modo più totale in fatto di canto, opera italiana e tradizione operistica, che equipara il mondo dei registi a quello dell'opera, che è fatto soprattutto di cantanti e bacchette. UNa dittatura di una direzione musicale occulta ma reale, concretissima, che ci ha trasformato nel gradino più basso di una cascata fatta da qualche musicista di prim'ordine, ma perlopiù da musicanti, pifferai,vociette e vociazze sgangherate, un pattume assortito che ha ora trovato una ribalta blasonata funzionale a conferire input di carriera e cachet, per la gioja degli agenti amici che lucrano su questa rendita di posizione.
Gli italiani, e con questo intendo la nostra tradizione operistica, non son più rappresentati in Scala, non contano nulla. Siamo una colonia a tutti gli effetti, e non ci arriva cultura o musica migliore di quella di prima, anzi.
I paladini della modernità e del teatro di regia, giovani spesso insipienti di una tradizione operistica che per ragioni anagrafiche non possono aver conosciuto, vengono intruppati e strumentalizzati grazie ad iniziative demagogiche quali "La Scala under 30", funzionali solo all'alimentazione di un consenso che è marginalissimo, contenuto e poco visibile in teatro.
LA tristezza è quella di una intellighenzia cittadina che o non esiste più o plaude solo per essere a la page, mentre resta indifferente e cieca all'operazione mercantile e musicale che si sta compiendo nel teatro cittadino.
Il potere che amministra la lirica voleva quel simbolo, quello scudo che sta di fianco al nome Scala. Ora ce l'hanno e lo usano per allestire spettacoli mediocri, ove collocano i loro protegè che vengono, mordono e fuggono, cogliendo successi strumentali alla carriera che poi si svolgerà altrove.
siamo una colonia, asservita e prona, grazie ad una malintesa idea di modernità, progresso e cultura di cui sono conviti fautori i numerosi personaggi locali che stanno in quel fitto sottobosco esistente tra il teatro e la città, forums, attività culturali a lato del teatro etc.
Un piccolo angolo di luce basta loro per alimentare il consenso intorno al teatro cittadino, che, ahimè, non si sono accorti che non è più milanese, ma franco tedesco.
E quel foro di cui tu parli non decampa da questa regola.
saluti
g

Marco ha detto...

Cara Giulia, io credo di non essere molto adatto a scrivere su internet, né sulla "Voce del loggione" né su altri siti. L'idea che il Corriere della Grisi ha del Teatro alla Scala è molto chiara: non è l'unica possibile, ma è rispettabile. A me piace frequentare i teatri soprattutto in Germania; vi trovo un pubblico molto competente e non sempre il teatro di regia è detestabile; vi appaiono anche soluzioni interessanti. Io ho molto ammirato Muti e ho per lui una vera simpatia; questo non mi impedisce di vedere i suoi difetti, soprattutto per quanto riguarda la gestione. Perché il lavoro del musicista mi sembra sempre di alto livello. Comunque vorrà pur dire qualcosa il fatto che La Scala è l'unico luogo da cui Muti si è allontanato in maniera traumatica; questo non è successo da nessun'altra parte. E vorrà pur dire qualcosa il fatto che La Scala si è fatto obbligo di cacciare l'uno dopo l'altro due grandi direttori d'orchestra come Claudio Abbado e Riccardo Muti. Come minimo,il teatro è un poco rissoso. E' per questo che non lo amo. Pensa un po'che durante i vent'anni di Muti ci sono venuto appena tre o quattro volte.Mi piaceva ben di più sentire Muti nei luoghi che amavo, Salisburgo o Monaco. Ciò non toglie che sia un teatro di grandissima importanza; tutto il resto è una mia questione strettamnete privata.
saluti
Marco Ninci

Gilbert-Louis Duprez ha detto...

L'affaire Muti è, per me, una questione tutt'ora aperta. Interessante, quindi, il riferimento di Marco Ninci, poichè permette di affrontare l'argomento. Dice benissimo la Divina Grisi circa la vera "dittatura" imposta nel ventennio mutiano: la preclusione del podio scaligero ad altre bacchette carismatiche (salvo rare occasioni, comunque mal tollerate), il completo disinteresse rispetto ai cantanti e al canto, l'interesse esclusivo al trionfo personale, il "culto della personalità" favorito da una stampa locale/nazionale assolutamente prona ai capricci del satrapo, l'evidente incapacità di gestione e il pessimo rapporto con maestranze e orchestrali. Certo Muti è, oggettivamente, un direttore con qualcosa da dire (soprattutto in certi repertori), e, se "liberato" dalla smisurata ambizione e arroganza che ne ha accompagnato la parabola scaligera, capace di performance di alto livello (magari quando accompagnato da orchestre blasonate e se non sceglie lui il cast) come il Moise di Salisburgo. E poi non dimentico il Muti dei primi anni, quando ancora la Scala era lontana: i Vespri, l'Africana, l'Attila, L'Aida discografica etc.. L'ho vissuta quasi tutta la dittatura scaligera di Muti e non posso che constatarne la parabola discendente, con l'aggravante - negli ultimi anni e come in tutte le dittature sull'orlo della fine - di atteggiamenti odiosi tesi alla repressione di ogni voce contraria (chiusura del loggione, distribuzione di biglietti ad associazioni culturali compiacenti, claque etc...): il tutto per mascherare il fallimento artistico. Diversissime però le motivazioni che hanno portato alla cacciata di Muti rispetto alle dimissioni di Abbado: non possono essere attribuite ad una pretesa rissosità del teatro. Entrambe maturate in ambienti interni alla Scala, la prima va ricondotta ad un clima intollerabile imposto dalla strafottenza del despota, le seconde dovute probabilmente a convenienze personali o questioni politiche (a parte che Abbado non ebbe mai le qualifiche ufficiali che ebbe il suo successore, né impose la propria presenza come fece il secondo, causandone l'inflazione). Certo, osservando il presente, talvolta si rimpiange persino Muti che, pur con tutti i difetti (tanti) che aveva, non arrivò mai a snaturare l'identità della Scala, a farne succursale scadente e appendice periferica dell'impero musicale franco tedesco: anche nei periodi più bui della dittatura mutiana, l'asse portante della programmazione restava quello della tradizione italiana. Oggi tale tradizione è sparita a favore di linguaggi estranei: lo stesso Lissner ha dichiarato di non amare il belcanto (e il sovrintendente della Scala non dovrebbe permettersi tali dichiarazioni, pena l'immediato allontanamento). Giudicare Muti alla luce del presente è fuorviante: giacchè oggi il livello artistico del teatro milanese è ai minimi storici. Bacchette buone per fare la routine in Bassa Baviera o nella Repubblica Ceca, vengono spacciate per divinità; cantanti da festival di provincia o da recite domenicali assurti a primedonne e primiuomini (ormai alla Scala si debutta, non si "arriva"); regie ed allestimenti vecchi di decenni e riciclati dai polverosi magazzini dell'Opéra, venduti come rivoluzionari. Siamo davvero una colonia e ci danno gli avanzi. Oggi viene da rimpiangere Muti, ma non è rimpiangendo il male minore che si da una svolta allo stato pietoso dell'esistente. Io credo che Barenboim e Lissner stiano dando il colpo definitivo alla Scala, con loro due (e i loro protegé) siamo arrivati al basso impero, alla decadenza, al livello più infimo...prima o poi arriveranno i barbari! Speriamo in loro...

Marco ha detto...

Mah, leggo ora le stesse cose che leggevo sulla "Voce del loggione"; solo che per questo sito la Scala è caduta dalla padella nella brace, per l'altro la padella si è tramutata in un ristorante di altissimo pregio. Ma sempre di padella si tratta, con il corollario della decadenza di Muti dagli anni di Firenze. Ora, questa è une nenia che sento ripetere in maniera talmente stantia e da persone così diverse che ormai le parole che la compongono si sono tramutate in un suono indistinto. Indistinto perché accompagna le litanie su Furtwaengler (come era grande negli anni della guerra...), su Karajan (ah, il Karajan degli anni Cinquanta e Sessanta...),su Mehta (ah, il Mehta di Los Angeles...), su Maazel (ah, il Maazel di Berlino...), su Abbado (gli anni alla Scala sono stati i suoi migliori anni...). E, come ogni litania che si rispetti, trova i sacerdoti che la cantano a gran voce e i presenti che la ripetono, con un mormorio magari un po' flebile. Che dire? Ecco i post e i commenti.
Saluti
Marco Ninci

Gilbert-Louis Duprez ha detto...

C'è molta differenza però, caro Marco, tra ora e allora. oggi ad anni di distanza le critiche o gli apprezzamenti sono più veritieri. Allora i più aspri detrattori fino al giorno precedente alla caduta erano tra coloro che si spellavano le mani ad ogni epifania del "Maestro Muti"...un po' come l'8 di settembre, quando l'Italia fascista, si scoprì improvvisamente antifascista: e con lo stesso fervore con cui pochi mesi prima assiepava Piazza Venezia, riempì Piazzale Loreto... Rifacendomi alla lezione manzoniana vorrei che la mia voce fosse "vergin di servo encomio e di codardo oltraggio": la parabola mutiana alla Scala è stata sostanzialmente una parabola discendente. Il graduale disinteresse per il canto e per ciò che accadeva sul palco è oggettivo. L'esclusiva occupazione alla costruzione del proprio piedistallo è un fatto indiscutibile. La concentrazione su di sè di tutto il merito per "i trionfi" è innegabile. Il delirio di protagonismo, la smisurata arroganza, il fare messianico, le pretese rivoluzionarie...è tutto evidente a chiunque abbia l'onestà intellettuale di vederlo. E poi ci sono gli esempi: il Verdi degli ultimi 3 anni di gestione, il Ring abortito, il disastro di Otello, quello di Don Carlo e dei Vespri, l'affaire Vestale...questo non è pregiudizio, è constatare il vero. E che male c'è nel riferirsi al Muti di Firenze, quando a tutti è evidente trattarsi di altro direttore, con altre priorità e maggiore umiltà? Non è spirito nostalgico o litanie da "c'era una volta.." E del resto perchè mai non sarebbe possibile confrontare le fasi e il declino di un direttore d'orchestra? O forse per te l'ultimo Karajan vale il primo? O lo svogliatissimo (non sempre) Mehta di questi ultimi anni è paragonabile a quello precedente? Ripeto ancora: non utilizzare giochetti dialettici: parlami di fatti e non di teoremi...

Marco ha detto...

Scusami, Duprez, una breve annotazione. Io non so come sia stato Muti alla Scala. So soltanto che l'ho sentito diverse volte a Vienna, a Salisburgo in opere, in concerti a Monaco,a Firenze,e le prestazioni sono sempre state quantomeno estremamente interessanti, quando non splendide. E questa parabola discendente non l'ho vista davvero. C'erano delle differenze di livello, com'è normale che sia a tutte le età, ma non una linea indirizzata alla decadenza. E ora un po' di latino, che mi pare vi piaccia: satis est de Muti loqui, quoniam intelligenti pauca. Nevvero?

Gilbert-Louis Duprez ha detto...

Guarda...le performance di Muti in Scala sono state una parabola più che discendente. Non ti parlo di pregiudizi, ma di fatti (mi spingo a dire che recentemente - e in altri luoghi - Muti è stato molto meglio del suo lungo dominato scaligero). Forse un salutare bagno di umiltà (è andato pure a Piacenza), forse l'amara consapevolezza di non essere quel "direttore che tutto il mondo ci invidia" quel "nuovo Toscanini" che i media nazionale amavano rappresentarci (da Isotta fino ad Emilio Fede...), forse lo stimolo dato da nuove esperienze, forse la liberazione da un mestiere che evidentemente non era in grado di fare (ossia la gestione artistica di un teatro). Forse tutto questo e altro ancora, ha provveduto ad un salutare ridimensionamento, coinciso con un novello afflato artistico. Non può che farmi piacere. Però gli anni alla Scala restano: e chi l'ha ascoltato lo sa.
Però mi chiedo, se tu - come dichiari - non l'hai mai visto alla Scala, come puoi difenderne la gestione (come hai fatto prima)? Ingenuamente credo che per parlare di qualcosa bisognerebbe conoscerla...

Marco ha detto...

Ma io ho detto che proprio la sua gestione era criticabile, per la mancanza di grandi bacchette, cosa di cui si è accorto troppo tardi. Scusami, ma ora satis est de Muti loqui.
marco

Gilbert-Louis Duprez ha detto...

Veramente non ti sei limitato a questo, bensì a giudizi sulle interpretazioni, mettendo in dubbio la legittimità di alcune critiche. Salvo poi confessare che non hai MAI visto Muti alla Scala. Ed infine, quando si è risposto a certe tue insinuazioni (circa la pretestuosità dei miei giudizi) con fatti ed esempi, ecco che invece di portare argomenti ti sottrai alla discussione con un bel "latinorum"... Per carità, ne prendo atto e ribadisco quanto detto sopra (in interventi più vecchi), ossia che per evitare di rispondere spesso ci si improvvisa in moralizzatori, si denuncia un clima da "mercato del pesce" oppure si fa cadere la discussione... Ne prendo atto.

Ps: a casa mia parlo di chi voglio e per quanto voglio. Non è molto educato dire al "padrone di casa" di cosa parlare... Non mi sognerei mai, io, dopo un intervento tuo (o di chiunque altro) di zittirlo, di censurarlo o di impedirgli di affrontare l'argomento...

Marco ha detto...

Caro Duprez, col mio "satis" mi riferivo soltanto alla mia volontà di non continuare quel discorso. Tu puoi invece proseguirlo "in aeternum". Del resto, sono una persona molto educata; non mi sognerei di dettar legge in casa altrui e, tutto sommato, trovo abbastanza volgare farlo perfino a casa propria. Ma un piccolo tradimento di quel "satis" è in verità necessario. Io ho detto che sono venuto poche volte alla Scala in quei vent'anni. Ma qualche volta sono venuto. "Nabucco", "Vestale", "Donna del lago", "Guglielmo Tell", "Ifigenia in Tauride", "Nozze di Figaro", "Moise et Pharaon" mi hanno dato l'immagine di uno straordinario interprete operistico. La sua vicenda alla Scala mi sembra si possa riassumere con le bellissime parole con cui Antoine Goléa (Richard Strauss, Flammarion, Paris 1965, p. 197) descrive il clima dell'Opera di Vienna: "Ce théatre vivait dans un état de crise larvée depuis que Gustav Mahler, en 1907, après dix ans de direction, avait donné sa démission, écoeuré par les intrigues et les attaques dont il était l'objet. Ces crises, dans le théatre d'opéra le plus illustre du monde occidental aux côtés de la Scala de Milan, sont périodiques et à peu près inévitables. Elles prennent des formes particulièrement aigues et déplaisantes chaque fois que, pour une certaine période, une personnalité exceptionelle se trouve à sa tête. Cette personnalité est alors supportée un certain temps, en raison de ses succès initiaux, le regain de prestige qu'elle apporte au théatre qu'elle dirige, de la vague d'admiration et d'enthousiasme qui monte vers elle des rangs du public. Au bout de quelques années, pour peu que la personnalité en question eût commis telle ou telle faute administrative ou artistique, chose à peu près inévitable dans la gestion d'un théatre de cette envergure, les ennemis de tout ce qui est exceptionnel redressent la tête et n'ont de cesse que tout ne soit rentré dans la médiocrité où ils respirent normalement".Libero ognuno di riconoscersi in qualcuno dei personaggi in questo brano così brillantemente schizzati.E poi, un'ultima parolina sul "latinorum". Forse non vi fa male leggere un po' di latinorum scritto come si deve, visto che in qualche vostro post ho incontrato un "plenibus manibus" che avrebbe fatto arrossire di vergogna un ragazzino di prima media, nel tempo in cui alle medie si studiava il latino.
Saluti
marco Ninci

Domenico Donzelli ha detto...

perdona caro ninci,
ma un povero contadino bergamasco il francese non lo sa.
quanto al latino
a) ho fatto ammenda, se ti piace la rifaccio così sei felice
b) l'omoteleuto del latino mccheronico mi piace un sacco.
c) e poi, ripeto a un povero tenore bergamasco si può anche perdonare il latino imparato durante le funzioni religiose.
d) il latino in prima media lo hanno studiato gli over 65. al massimo in seconda gli under 65 e virgilio quello di eneide arriva fra la quinta ginnasio e la prima liceo.
ciao dd

Gilbert-Louis Duprez ha detto...

Contento per te, Ninci, che le tue frequentazioni della Scala di Muti ti abbiano lasciato "l'immagine di uno straordinario interprete operistico": certo i gusti sono gusti (o, per dirla in latino - rigorosamente maccheronico, ti risparmio la fatica di correggerne la non riconducibilità allo stile ciceroniano, "de gustibus non est disputandum")...ma anche i gusti dovrebbero avere un'ancora attraccata alla realtà. Nello specifico l'opera non è una sinfonia (fracassona) con voci opzionali...ma lasciamo stare.
Potrei chiedermi e chiederti, alla fine, se hai visto o no Muti alla Scala (prima dici di sì, poi neghi categoricamente, infine qualche spettacolo salta fuori: non so se per sentito dire o per reale presenza), ma tutto sommato, poco importa ormai. Quel che si doveva capire si è capito.