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lunedì 30 maggio 2011

Udite, udite, o critici

Frase volutamente ambigua il titolo di queste piccole riflessioni di chi conta niente, sconsolato dopo la lettura di alcune recensioni sulla recente Lucia veneziana.Spettacolo salutato da uno spontaneo e crescente consenso di pubblico ad onta di talune critiche.

“Udite udite o critici”, e versiamo nella sfera della polemica, cari signori critici, che titolati o meno riempite le pagine dei maggiori quotidiani italiani, esprime lo stupito dubbio circa la vostra preparazione, quanto meno a giudicare di tecnica e di voci, che dell’opera sono lo scheletro insostituibile.
Perché criteri di obbiettività vogliono che spesi i peana per queste esecuzioni







il vocabolario dei superlativi e degli accrescitivi sia irrimediabilmente povero per quest’altra.
A maggior ragione se la vostra idea è quella di privilegiare ed osannare le prime due esecuzioni è indispensabile una completa, totale revisione di secoli di didattica del canto e di esecuzione. Processo, per altro, in corso d'opera a ministero di cantanti improvvisati ed improvvidi e di critici di loro identico germe.
E’ solo un gioco di oggettive proporzioni.




E non mi pare sia il caso di tirar fuori l’usato armamentario dei vociomani per comprendere le ragioni di uno spontaneo successo, vieppiù accresciuto di serata in serata. Basta ascoltare, anzi saper ascoltare, e ricordare a se medesimi l’insegnamento dell’opulenta, in ogni senso, signora Anita Cerquetti.
Può anche darsi che il folto e plaudente pubblico accorso spontaneamente nella città lagunare sulla base del tam tam degli appassionati ( che già programmano gite adriatiche ed orobiche ) sbagli, ed allora la pagina critica deve proporre un equilibrio fra censure alla regia e censure agli esecutori diverso da quello che, da anni, proponete dalle colonne di quotidiani cartacei ed online. Perché comunque di melodramma si parla come, custode di una tradizione secolare, rammenta dal video, una oracolare Anita Cerquetti.



Obbietterete: tutto ciò puzza di antico, non è moderno, come non è più moderno ed attuale cantare in maschera. Spiacenti, l’opera è antica, l’opera è, per mezzo degli interpreti, un viaggio nella cultura del tempo che quel titolo melodrammatico abbia prodotto.
“Udite, udite o critici “ può anche assumere un ulteriore significato, ovvero provate ad ascoltare con il pensiero del pubblico, che talvolta altri condizionamenti non sente che la propria cultura, la propria sensibilità, la propria mozione degli affetti. E che sopratutto sembra non sentire più la vostra voce, il vostro monito scegliendo secondo altri e più sicuri criteri, che si inspirano da tempi lontani.
In Campo San Fantin sabato 28, come l’antecedente domenica 22, si respirava aria di altri tempi, ad onta di alcune sentenze critiche, già pubblicate, già censurate, talvolta sbeffeggiate, e comunque non tenute in conto alcuno. Era, per chi non ha la nostra età, il clima di quei tempi in cui si accorreva nei teatri importanti come in quelli di provincia ad ascoltare “una bella cosa”: il verismo della Magda, i Puritani o il Werther di Kraus, il Tancredi o l’Orlando della Horne, le regine della Leyla, le Tosche o le Butterfly della Raina, il Donizetti di Bruson, le Traviate e le Aide della Chiara, le pirotecnie di Blake o il Romeo della Dupuy. Allora, come adesso, la critica storceva il naso ed il pubblico della critina se ne ....
I più anziani e già trapassati, magari, fans dell’Olivero ricordano il paragone “cipolle e caviale” di cui fu fatto oggetto quel capolavoro vocale ed interpretativo della Francesca da Rimini scaligera; più recenti, ciascun rossiniano ha dovuto assistere ai peana pro soprano nazional popolare, che ha maltrattato una cospicua serie di eroine tragiche rossiniane; e che dire dell’aggettivo “provinciale”, fedele compagno delle esecuzioni di una Kabaivanska, di una Dimitrova e di una Chiara?
Eppure, ogni recita, le pomeridiane della domenica in particolare, erano rumorosi ed affettuosi tributi all’arte del canto, del fraseggio, dell’essere interpreti.
Adesso più di allora, però, il pubblico percepisce la lontananza di queste pagine critiche dalla realtà, percepisce che difficilmente possono nascere da seri ed onesti riflessione e studio, da competente educazione all’ascolto. Cresce il dubbio nel pubblico che la fine dell’opera possa anche risiedere in chi non voglia o non possa (in difetto, opera sempre la presunzione di buona fede ed innocenza) sentire e segua altri criteri che conil "sentire" non hanno comunanza. In fondo, poco importa: all’opera si può sempre andare senza leggere la critica e si può sempre sperare che qualche direttore artistico ragioni secondo tradizione e secondo indipendenza. Anche se questa critica, purtroppo,continua a scrivere.
Nessuno di questo blog fa e farà mai di mestiere il critico, ed il giorno che dovesse farlo DEVE abbandonare il blog.


Gli ascolti

Massenet - Manon


Atto III

Toi! Vous! - Alfredo Kraus & Maria Chiara (1973)






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domenica 22 maggio 2011

Lucia alla Fenice di Venezia

Accade, talvolta, che quelli del Corriere della Grisi partano sperando di assistere ad uno spettacolo interessante e contrariamente alle dicerie, che li circondano tornino veramente soddisfatti. Veramente non significa né completamente né interamente. Significa, però, che talvolta siano ancora possibili entusiasmo e soddisfazione, tali da giustificare, ante recita, la massiccia presenza dei grisini e, post recita, il consiglio di andare ad assistere allo spettacolo.

Veramente e non completamente perché Lucia non può reggersi sulla sola coppia protagonistica. Richiede anche un valido baritono per il fratello ed antagonista, la guida direttoriale e per l’edizione integrale o quasi, pure un buon basso per Raimondo. Tutto ciò mancava o latitava. Nel dettaglio: Claudio Sgura, a parte la presenza scenica, che si riassume nel detto “altezza mezza bellezza” è verista nel gusto e, prima ancora, nella tecnica. Esibisce una voce gonfia e artificialmente scura al centro, indietro e dura negli acuti, sicchè il sol acuto della puntatura “se ti colpisse un fulmine” è piccolo ed al tempo stesso berciato, mentre la voce nei duetti e negli assieme è coperta dal suono sonoro e proiettato dei due protagonisti Jessica Pratt e Shalva Mukeria. Episodio questo particolarmente evidente alla sfida. Il paragone, a suo tempo fonte di polemica altrove con Domenico Viglione Borghese è offensivo per il defunto baritono piemontese, indiscusso interprete del verismo ed al tempo stesso documentato esempio di canto sul fiato e, quindi, di grandeur e aulicità, che mancano al Lord ( e non compare!) Enrico veneziano.
Ancor più censurabile la direzione di Antonino Fogliani: gesto costantemente confuso, incapacità di creare atmosfere, proponendo ora sonorità pesanti e fragorose (sfida e concertato delle nozze, massime) o, peggio ancora, marcette paesane come all’attacco di “spargi d'amaro pianto” che ha provocato l’ilarità di un nutrito gruppo di giovani ascoltatori a me prossimi. Antonino Fogliani, poi, viene pervicacemente e ostinatamente applicato al repertorio belcantistico e protoromantico. Mi sfugge la ragione perché ai difetti sopra detti aggiungerei che manca e di cognizione filologica e di capacità di concertare lo spettacolo. Almeno, tanto per riprendere un’antica polemica l’ultima qualità non mancava ai direttori tipo Serafin, Votto, Santini, additati quali nemici del melodramma belcantistico e protoromantico.
Esemplifico limiti del filologo: nel momento in cui si esegue il da capo della cabaletta di Enrico non c’è motivo e di tagliarne le cosiddette code o di omettere varianti. Allora è più coerente l’esecuzione di una sola strofa. Non è migliore, preciso è coerente.
Ancora limiti del concertatore: davanti ad un esecutore di Raimondo, che infarcisce di varianti il da capo di “al ben dei tuoi” ricavandone solo suoni malfermi e in odore di stecca l’autentico concertatore deve intervenire con opportuni accomodi, altrimenti il taglio riaperto, affidato ad un cantante di limitata ampiezza e sonorità, si riduce ad un’aria del sorbetto da titolo comico di Rossini. Il concertatore sostiene e soccorre i cantanti, non li affossa!
Sono Shalva Mukeria e Jessica Pratt, che sostengono e suffragano il “veramente soddisfatti”. E date la riconosciute difficoltà delle parti non è poco. Anzi! Non solo talvolta vi sono cantanti che invitano a riflettere ben oltre l’esito della recita, come accade per Mukeria.
La voce del tenore georgiano è limitata quanto a dote naturale, con opacità nella zona grave e talora evidenzia l’artificio del passaggio di registro superiore, come accadeva, fra i cantanti sentiti dal vivo con Alfredo Kraus e come documentano i primi cinquant’anni di registrazioni fonografiche. Al pari di tutti questi cantanti Mukeria controlla alla perfezione la respirazione ed esegue correttamente il passaggio di registro, che della corretta respirazione è la logica e fisiologica conseguenza sicché una voce in natura modesta si espande e sale con irrisoria facilità particolarmente nella scomoda zona del passaggio dove l’eroe romantico è chiamato a fraseggiare. E allora abbiamo ascoltato un “verranno a te sull’aure” morbido e sicuro, una spavalda irruzione di Edgardo alla scena del matrimonio, l’autentica esplosione nella maledizione, una sfida proterva, dove la voce di Mukeria sovrastava quella in natura assai più dotata dell’antagonista. Infine una scena finale dove frasi come “io della morte”, che eleva il suono sino al si bem, il “rispetta almen le ceneri” il “ di chi moria per te” sino al “bell’alma innamorata” sono state risolte sempre con un suono librato sul fiato, controllato e calibrato. Assolutamente di altri tempi. Quei tempi che documentano universalmente diffuso un controllo ed un possesso tecnico, oggi dimenticati, e nei cantanti e nella cognizione del pubblico, disabituato a percepire il suono professionale e per questo pronto a facilonerie e partigianeria. Un solo appunto alla prestazione: una maggior varietà di colori al cantabile “fra poco a me ricovero” farebbero di questo Edgardo non solo un unicum nel deserto attuale del canto e del gusto, ma una realizzazione del personaggio di assoluto rilievo. Non credo che Mukeria abbia problemi ad essere sentito anche sonorità più ridotte, come ha documentato in recita un “ah Lucia” detto a mezza voce e sonorissimo in tutto il teatro.
Anche Jessica Pratt è cantante, che ragiona ed agisce come i cantanti delle generazioni che l’hanno preceduta, tanto che la sua Lucia per nulla bambola, ma solo debole intimamente ha saputo aumentare le invenzioni coloristiche e le risoluzioni vocali sicchè oggi le manca poco per ricoprire il ruolo che, nei teatri italiani, è stato di Mariella Devia. Il suono appare al centro ed in zona grave di limitato volume, ma tondo e ben emesso alla sortita, segue un “verranno a te sull’aure” alitato e sognante e nella chiusa di questo duetto la robusta Lucia, annessasi la linea vocale di Edgardo, interpola un mi bem 5 squillante e lucente. Una di quelle uscite, che, un tempo, avrebbero fatto scattare ex abrupto l’applauso del pubblico. Nel duetto con Enrico la Pratt è dolente e sfumata a conferma di una cresciuta attenzione interpretativa ed alla prima sezione “il pallor funesto” esegue anche le agilità cromatiche, che vanno perfezionate se oltre che Lucia di rilievo miss Pratt vuole essere una belcantista di assoluto riferimento. La stessa perfezionistica attenzione meritano la agilità in moto discendente della cabaletta della pazzia.
Più volte abbiamo detto che la cadenza di Paolantonio, scritta per la Toti e benedetta dalla Maria, è per soprani coccodè nel senso deteriore del termine. Jessica Pratt l’ha anche eseguita bene, ma per lei ci vuole altro. E quindi le dedichiamo l’ascolto. A lei l’ascolto. Ai nostri detrattori, già attivissimi nel denigrare i cantanti che stimiamo, con il solo stupido fine di denigrare noi, la cui persona conta niente l’augurio di onestà nell’ascolto e l’auspicio di una replica sensata e congrua.

Cedo la parola alla mia cara collega Giuditta, donna dai 4 alfabeti:

20 მაისს ვენეციის ლა ფენიჩეს თეატრში შედგა დონიცეტის “ლუჩია დი ლამერმურის“ პრემიერა. დღევანდელ დღეს ევროპულ თუ ამერიკულ, დიდ თუ პატარა საოპერო აფიშებზე ქართული სახელების ამოკითხვა აღარ არის არაჩვეულებრივი მოვლენა. ამდენად, გუშინდელი “ლუჩიას“ განსაკუთრებულობაც მდგომარეობდა არა იმ გარემოებაში, რომ ედგარდოს როლს ასრულებდა ქართველი ტენორი შალვა მუქერია, არამედ იმ ფაქტში, რომ, უცნობ, ცნობილ, ვარსკვლავ და მეგა-ვარსკვლავ თანამემამულე მომღერლებს შორის, ეს ქართველი ტენორი ისეთ ვოკალურ სიმაღლეზე დგას, როგორსაც ვერც რომელიმე სხვა ქართველი მომღერალი მიუახლოვდება და - ვერც რომელიმე სხვა თანამედროვე ლირიული ტენორი. შალვა მუქერია, შეიძლება ითქვას, დღეს ერთადერთი და უკანასკნელი წარმომადგენელია ჭეშმარიტად ბელკანტოსეული, რომანტიკული ტენორის კატეგორიის.
მას ნამდვილად არ აქვს დამადლებული განსაკუთრებული ტემბრალური სიმდიდრით, ფართო დიაპაზონითა და სიმძლავრით გამორჩეული ინსტრუმენტი. მაგრამ სწორედ ამიტომაა დასაფასებელი მისი ტექნიკური მზაობა და დიდი გამომსახველობითი უნარი. დღეს ბატონი მუქერია ერთადერთი ტენორია, რომელიც ფლობს იტალიური სკოლის იმ ძველთაძველ და უმთავრეს საიდუმლოს, რაც ხმის პროექციის ტექნიკაა. ამაში მისი ბადალი დღეს მხოლოდ სოპრანოს რეპერტუარში-ღა თუ მოიძებნება არც თუ ახალგაზრდა მარიელა დევიას და ედიტა გრუბეროვას სახით, რომლებიც, მიუხედავად ბუნებით პატარა ხმებისა, ახერხებენ ბევრად უკეთ ჟღერდნენ დიდი ზომის თეატრებშიც კი, ვიდრე ნებისმიერი სხვა მომღერალი, რომელიც უფრო მდიდარი ინსტრუმენტის პატრონია. შალვა მუქერიას სიმღერა ადასტურებს, რომ ამ აკუსტიკური მოვლენის, საბოლოო ჯამში, უმარტივესი, მაგრამ დღეს მეტწილად დავიწყებული მიზეზი სუნთქვის განვითარებული ტექნიკაა. ქართველი ტენორის ყოველი ბგერა დაფუძნებულია მყარ სუნთქვის სისტემაზე, რისი მეშვეობითაც ისედაც“წინ“ ნაფიქრი ბგერა სრულიად თავისუფლად მოძრაობს დარბაზის ყველაზე ღრმა კუნჭულშიც კი.
შალვა მუქერია იმიტომაცაა უმაღლესი დონის ხელოვანი, რომ, გარდა ზემოხსენებული წმინდა ტექნიკური ოსტატობისა, იგი დიდი მუსიკალურობით ავსებს და ნათელ საზრისს სძენს თითოეულ ფრაზას და ედგარდოსგან ქმნის ვოკალურად დასრულებულ, ძლიერი გამომსახველობის პერსონაჟს. ვოკალური ხელოვნების ამ ორი საფუძველმდებარე ელემენტის გაერთიანების გამოა, რომ წარმოდგენის ბოლოს პირადად მას იშვიათი სიუხვის ოვაცია ერგო. და ამაში ვგულისხმობთ არა იმ ინდიფერენტულ ენთუზიაზმს, რომლითაც დღეს თითქმის ყველანაირი დონის შესრულებას ეგებებიან საოპერო თეატრებში, არამედ იმ უჩვეულო ჟღერადობის ხმაურს, რომელშიც დიდია სწორედ კომპეტენტური, მელომანი მსმენელის ცხადი პოზიტიური განაჩენის და აღფრთოვანების წილი. შალვა მუქერიას ფენომენი კიდევ ერთხელ ადასტურებს იმ ჰიპოთეზის სისწორეს, რომ კარგი მომღერლობისთვის, განსაკუთრებით კი, კარგი ბელკანტისტობისთვის, არ კმარა მდიდარი ხმა ან, უფრო მეტიც, რომ მატერიალური ხმა შეიძლება სიღარიბის უდაბლეს ზღვარსაც უახლოვდებოდეს. შალვა მუქერიას სიმღერა არის ნაფიქრი სიმღერა და (ალფრედო კრაუსის ან იგივე ტიტო სკიპას მსგავსად) - მისი მუსიკალური მგრძნობიარობისა და გამჭრიახობის გამარჯვება ბუნებრივი მონაცემების სიმწირეზე.
ქალბატონი გრიზი და მისი კურიერის დამქაშნი მადლობას უხდიან ბატონ მუქერიას იმისთვის, რომ არტუროს, ელვინოს და ტონიოს ბრწყინვალე შესრულებების შემდეგ, მან დონიცეტისეული ედგარდოს სახით კიდევ ერთხელ დაამტკიცა მისი, როგორც მომღერლის, უნიკალური სტატუსი და ღირებულება დღევანდელ საოპერო სივრცეში.

Giuditta Pasta


Gli ascolti


Donizetti - Lucia di Lammermoor

Atto I

Sulla tomba che rinserra - Hermann Jadlowker & Frieda Hempel (1908)

Atto III

Del ciel clemente un riso - Marcella Sembrich (1906), Maria Ivogün (1917), Amelita Galli-Curci (1917)

Tombe degli avi miei...Fra poco a me ricovero - Francesco Marconi (1908)


Verdi - Rigoletto

Atto II

Cortigiani, vil razza dannata - Domenico Viglione Borghese (1924)




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venerdì 29 ottobre 2010

Elisir d'amore dalla Fenice di Venezia

È terminata da poco la diretta radiofonica dell’Elisir veneziano.
Recita accolta da applausi deliranti. Concentrati peraltro dopo le arie dell’ultimo quadro del secondo atto. Ed accompagnati da martellanti richieste di bis. Puntualmente onorate da tenore e soprano.
Smaltiti i fumi dell’effimero entusiasmo, ci chiediamo quanto segue:

a) che senso abbia proporre, come ha fatto Desirée Rancatore, un rondò finale fitto delle più assurde variazioni liberty (tali da rendere una Miliza Korjus, al paragone, un modello di sobrietà e gusto musicale), quando poi del suddetto rondò si offra una versione monca della parte conclusiva (corrispondente alla rinnovata salita al la bem 4 e alle successive terzine). Similmente risulta incomprensibile la scelta di sopprimere le ultime battute della stretta al duetto con Dulcamara (riducendo la coda di fatto a un assolo del buffo) solo per preparare una puntatura, anche questa di gusto assai dubbio, al mi sovracuto. Questo per quanto riguarda la musicista e l’interprete. Il livello dell’esecutrice lo conosciamo e non da oggi. Voce di perfetta acidità in tutta la gamma, esibisce alla sortita un centro artificiosamente gonfio (attacco “Della crudele Isotta” sul si centrale), al duetto con il tenore e più ancora al finale primo un’ottava bassa intubata (“pesar le sentirà” con discesa al do sotto il rigo) e per tutta la sera un registro acuto e sovracuto che non ha la consistenza del cristallo, consistenza puntualmente evocata dai numerosi ammiratori della diva, bensì quella del vetro.
b) Restiamo perplessi, e anche qui non per la prima volta, di fronte alla prova di Celso Albelo, che nonostante la voce sempre di bel colore e sufficiente volume (almeno per il repertorio di mezzo carattere) esibisce fin dalla cavatina marcate nasalità e penose stonature in zona do-mi centrale, ovvero la zona che prepara il secondo passaggio di registro. E come puntualmente avviene in questi casi, gli acuti sono risolti “di natura” (cioè con sforzo) solo nel primo atto, perché nel secondo (e segnatamente dal duetto con Belcore, con la puntatura al do di “Dulcamara volo tosto a ricercar”) iniziano i problemi. Problemi che proseguono e si sostanziano alla “Furtiva lagrima”, condita da suoni bianchicci e malfermi, spacciati per mezzevoci. Vittoriosamente, a giudicare dalla reazione del pubblico lagunare.
c) Altro e maggiore imbarazzo suscita il Belcore di Roberto de Candia, per il quale il teatro di prosa sembra lo sbocco più conveniente, in questa fase della carriera. La voce è legnosa, e fin qui non ci sarebbe nulla di bizzarro, visti anche i campioni della corda baritonale attualmente in attività. Così come non stupiscono i suoni chiocci con cui sono risolte le agilità della sortita. Ma l’accento perennemente torvo e zotico, da autentico villain da circo, nuoce alla parte più di tutto il resto.
d) Ciò premesso non appare curioso che Bruno de Simone, non esattamente un virtuoso del canto, e anzi sempre sull’orlo della declamazione fortunosamente intonata, risulti in simile contesto non solo il più corretto sotto il profilo vocale, ma il più misurato ed espressivo del quartetto solistico. E questo benché le caccole di tradizione, parlati in primis, siano tutte presenti all’appello.
e) Matteo Beltrami, sul podio di una difficilmente riconoscibile orchestra del teatro veneziano (in formazione ridotta, o almeno così è parso di cogliere), ha diretto con scarso brio e più di uno sfasamento tra buca e palco (segnatamente al finale primo e al quartetto del secondo atto). Davvero convincente solo il tempo, bello rapido, staccato al rondò di Adina.
f) Un’ultima perplessità riserviamo ai cronisti di mamma Rai, che hanno commentato il doppio bis, e la serata nel suo complesso, parlando di (parafraso) evento eccezionale nel panorama del teatro d’opera in Italia. Eppure Parma è in Italia, o almeno così ricordavamo.
g) Ma davvero non c'era, nel coro della Fenice, una voce più presentabile della deputata Giannetta, che si è pure tolta il discutibile sfizio di numero due puntature nell'introduzione al primo atto?


Donizetti - L'elisir d'amore

Atto I

Chiedi all'aura lusinghiera - María Galvany & Aristodemo Giorgini (1906)

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martedì 28 settembre 2010

Stagioni 2010-11. Vienna, Venezia, Trieste

Potremmo definirle le stagioni dell’Imperial Regio Governo, tanto per offrire un contentino ai nostri detrattori, che vedono in noi pericolosi reazionari anche sotto il profilo politico.

Il cartellone madre, ossia quello della Staatsoper viennese, spicca come di consueto per numero e eterogeneità delle proposte. Anche se a onor del vero quest’anno le novità appaiono meno numerose e soprattutto assai meno nuove del consueto.
Su una quarantina di titoli appena sei le nuove produzioni, alcune delle quali invero poco fantasiose, se non nella scelta del titolo, nell’assemblaggio del cast.
Si prenda ad esempio l’Alcina, che ricalca nei ruoli della protagonista e di Bradamante la distribuzione proposta l’anno scorso nella provinciale (rispetto alla capitale dell'Impero) Milano. Certo si dirà che la novità della proposta risiede nella bacchetta, sempre prestigiosa, di Marc Minkowski. Peccato che la suddetta sarà impegnata a dirigere nella parte di Ruggiero quel che avanza (pochino) della voce di Vesselina Kasarova e nientemeno che Verónica Cangemi (una delle iatture per le quali dobbiamo ringraziare il cosiddetto specialismo applicato all’opera barocca) nei virtuosismi di Morgana. E siccome la filologia impera, non dubitiamo a chi sarà affidata l’aria che conclude il primo atto dell’opera!
Quanto al Don Giovanni, altra nuova produzione, non possono che destare rinnovate perplessità le ormai consunte scelte di Ildebrando d’Arcangelo e Alex Esposito quali padrone e servitore, perplessità che si estendono alla presenza di Saimir Pirgu quale Ottavio. In alcune repliche il tenore sarà Pavol Breslik, già periclitante Gennaro al fianco di Frau Gruberova. Quanto a Sally Matthews, deputata Donn’Anna alla première, invitiamo i lettori a cercare su Youtube traccia della sua Fiordiligi e a trarre le conclusioni e gli auspici del caso.
Le Nozze di Figaro, altra nuova produzione, sanciscono il passaggio (inedito, salvo errore, che naturalmente le nostre maestrine dalla penna rossa provvederanno tosto ad emendare) di Erwin Schrott dal ruolo di Figaro a quello del Conte. La scelta, alla luce della Carmen ultima scorsa e dei numerosi e udibili problemi in acuto del basso-baritono uruguaiano, appare azzardata anche e soprattutto se si considera che il Figaro di turno non sarà certo un basso profondo, bensì Luca Pisaroni. Ogni speranza di differenziare timbricamente servo e padrone sembra così tramontare. Ma è ben vero che lo stesso può dirsi del Don Giovanni. Entrambe le opere, per colmo di ventura, saranno affidate alla direzione, diciamo greve, di Franz Welser-Möst.
Vero titolo “cult” della stagione Anna Bolena, affidata a un quartetto di voci giovani, à la page, altamente innovative: Anna Netrebko, Elina Garanca, Francesco Meli e Ildebrando d’Arcangelo, diretti dallo specialista Evelino Pidò. Se la produzione di Barcellona ha suscitato ironici commenti circa l’età biologica delle primedonne, che si alterneranno nel ruolo della sventurata consorte di Enrico VIII, si potrebbe analogamente commentare che a Vienna andrà in scena una versione “Kindergarten” del titolo donizettiano. Anche e soprattutto, vien da pensare, sotto il profilo dei tagli, che si renderanno necessari stante l’assoluta e totale estraneità al Belcanto, provata da passate Lucie e Sonnambule, della deputata protagonista.
Quanto alla Kata Kabanova, si segnala unicamente per la presenza di Deborah Polaski, ormai confinata a parti di fine dicitrice, quale Kabanicha.
Il resto della stagione scorre più o meno senza sorprese, non fosse che per alcune presenze inquietanti e quasi spettrali, la più notevole delle quali è forse quella di Neil Shicoff quale Hermann della Dama di picche (al fianco di Anja Silja), Pinkerton (con Svetla Vassileva e Hui He), Cavaradossi (al fianco di Catherine Naglestad) e Capitano Vere nel Billy Budd. Una presenza numericamente e qualitativamente così significativa, da parte di un tenore così inequivocabilmente finito, dice, da un lato, di un ricambio generazionale che fatica a emergere, dall’altro, dell’assoluta e totale mancanza di gusto, decenza e vergogna da parte di chi propone al pubblico un siffatto prodotto, che potremmo definire come minimo scaduto. A parità di condizioni vocali, verrebbe da invocare la presenza di Kunde, magari proprio come Gennaro al fianco della sempreverde (nel senso dell’immutabilità di pregi e difetti) Gruberova, che proporrà la Borgia, come già a Barcellona, in forma di concerto. Sempre in forma concertante la signora sarà, al Musikverein, nientemeno che Violetta. Qui naturalmente il problema non è la mancanza di ricambio generazionale, bensì l’insufficiente qualità del medesimo.
Si sbalordisce poi nel vedere Fiorenza Cedolins impegnata come Butterfly e soprattutto come Amelia Grimaldi. Facile supporre, anche in questo caso, tardive e non indolori sostituzioni. L’annotazione vale anche per Annick Massis, ultimamente più rinomata per i forfait che per le apparizioni sceniche, attesa quale Lucia di Lammermoor.
Peraltro il Boccanegra è per tre quarti, protagonista femminile esclusa, il medesimo che fu rappresentato pochi mesi or sono nella provincialissima Parma. Ennesima dimostrazione che possono variare lusso e incidenza mediatica dei contenitori, ma il contenuto è sempre più spesso il medesimo, a qualunque latitudine. E sovente in sprezzo di qualunque logica, che non sia quella del Nome.
Meno folta del consueto la presenza dei divi teatrali e discografici: Flórez affronta il solo Elisir d’amore (non certo una parte che possa valorizzarne le doti, come già visto e udito in passato), la Genaux la sola Isabella (e per fortuna), la Netrebko la sola Bolena (ma non si tratta certo di un cimento da poco), idem come sopra per la Garanca, mentre un'incredibile Waltraud Meier sarà impegnata nientemeno che come Kundry. Roberto Alagna, in una sorta di ritorno (tardivo) alle origini vocali dopo i cimenti verdiani, sarà Faust (accanto al Mefistofele di Erwin Schrott) e Des Grieux di Massenet (con la Manon di Norah Amsellem), José Cura sarà il Des Grieux di Puccini (ed ecco che la cronaca trascolora nella fantascienza) e affronterà in blocco il dittico Cavalleria/Pagliacci, mentre Jonas Kaufmann, per la gioia degli amanti del declamato (non sempre) intonato, riprenderà il suo ormai proverbiale Werther mannaro al fianco della fedele Sophie Koch.
La stellina nascente Julia Novikova, forte della recente popolarità quale Gilda in mondovisione, alternerà Regina della Notte, Adina e Zerbinetta. In questo la signorina si dimostra vera emula del suo pigmalione Domingo, ma un poco di prudenza in più non sarebbe forse fuori luogo, nel teatro che fu il regno di Selma Kurz.
Sarà poi bello tacere di molte delle bacchette coinvolte nella stagione viennese, ma non possiamo non segnalare la presenza, in alcune repliche del Barbiere, di Jean Christophe Spinosi, star della filologia d’oltralpe, che pochi mesi fa rinunciò (per misteriose ragioni) a dirigere il medesimo titolo in Scala.
Quanto a filologia, però, niente e nessuno può battere il cartellone del Theater an der Wien. Come competere con irrinunciabili performance quali la Semele di Cecilia Bartoli, la Rodelinda di Danielle de Niese o i Dialoghi delle Carmelitane con Patricia Petibon (Blanche) e Deborah Polaski (Madame de Croissy)? Appunto, non si può.
Le due stagioni italiane sfigurano fatalmente di fronte a una simile dovizia di titoli e di star.
In realtà la stagione della Fenice appare la più rinunciataria, delineandosi come una successione di titoli da sussidiario dell'opera. Fa eccezione lo spettacolo di apertura, Intolleranza 1960 di Luigi Nono (composizione della quale Beverly Sills, impegnata nella première statunitense del titolo, ebbe a scrivere: Luigi and his opera were both Nonos), di cui ricorre il cinquantesimo anniversario della prima esecuzione, avvenuta proprio alla Fenice, e che si avvale di una nuova produzione realizzata dagli studenti dello IUAV di Venezia, sotto il coordinamento di Luca Ronconi ed altri guru del teatro italiano. Altro “corpo estraneo”, e sulla carta unica produzione allettante (ma il cast è, al solito, un’incognita, allo stato attuale) l’Acis and Galathea di Haendel, allestito al Teatro Malibran con i solisti dell’Académie européenne de musique del Festival d’Aix-en-Provence.
Per il resto siamo nell’ambito dei c.d. grandi titoli, quasi che la Fenice volesse convertirsi in un teatro di repertorio. E talune presenze ricorrenti nei cast (segnatamente nelle opere mozartiane) fanno pensare a un tentativo di costruire una sorta di compagnia stabile attorno al teatro veneziano.
Giusta e opportuna appare, nell’attuale congiuntura, la riproposta di titoli e allestimenti visti nella presente e nelle recenti stagioni. Ma se il desiderio di “fare cassetta” con titoli quali Don Giovanni, Traviata e Rigoletto appare legittimo e sensato, viene naturale interrogarsi su alcune scelte di cast, davvero anacronistiche, quando non assurde.
La più appariscente riguarda forse la Lucia di Lammermoor. Salvo la protagonista il cast è, a voler esseri buoni, degno delle proverbiali spedizioni punitive nei teatri della profondissima provincia. Speriamo almeno che in sede esecutiva prevalga quel minimo di buonsenso capace di suggerire al concertatore un robusto utilizzo della tanto deprecata forbice di Gavazzeni. Ma temiamo sia fallace speranza. Tenore e baritono, per colmo di ventura, saranno assieme a Patrizia Ciofi i protagonisti della ripresa di Traviata.
Da comprimariato, ossia da scuola primaria dell’opera, il cast del Barbiere di Siviglia, che a ogni ripresa del modesto allestimento di Morassi sembra smarrire sempre più ogni residuo contatto non solo con il portato della Rossini renaissance (bersaglio di una damnatio memoriae degna di peggior causa), ma con la capacità di portare in scena in condizioni almeno accettabili uno dei titoli più frequentati, in qualunque epoca, del Pesarese.
Ma il top – si fa per dire – lo si raggiunge con il Trovatore, che vedrà il debutto nel ruolo eponimo di Francesco Meli. Poco danno, si potrebbe dire, anche per le dimensioni contenute della sala di Campo San Fantin. In realtà il danno è molto, e il primo destinatario dello stesso è proprio Meli, che sembra deciso a ripercorrere il cammino, diciamo deleterio, già intrapreso da Marcelo Alvarez, per giunta non potendo vantare in natura la potenza vocale e la facilità in alto che avevano caratterizzato la prima parte della carriera del tenore argentino. Leonora sarà Maria José Siri, preparata e musicale, come già nell’Aida scaligera “last minute” dell’anno scorso, ma anche lei assai distante dal possedere il tonnellaggio della protagonista verdiana. Il secondo cast è, se possibile, ancor più bislacco, combinando il modesto Stuart Neill (già periclitante Don Carlo anch’egli “last minute” sempre a Milano) e la tutt’altro che raffinata Kristin Lewis, già presente in una non memorabile edizione del titolo nei teatri veneti (ancora una volta, si stenta a scorgere una qualsiasi differenza fra la cosiddetta provincia e i cosiddetti grandi teatri).
Rispetto alla veneziana, la stagione del Verdi di Trieste appare più equilibrata fra titoli di forte richiamo e proposte più audaci. Come alla Fenice, purtroppo, le scelte di casting contrastano spesso pesantemente non solo con le richieste della partitura, ma con quelle del buon senso.
Se la Traviata affidata a Mariella Devia è il tributo che il teatro paga volentieri pur di assicurarsi la presenza di una delle poche dive ancora in grado di offrire serate di canto professionale, che cosa dire del cast di contorno, che unisce al modesto vincitore dell’ultima edizione di Operalia il modesto Monterone del Rigoletto dominghiano?
Se si dispone di Maria José Siri, e la si vuole proporre a tutti i costi in un’opera di Verdi, perché non affidarle un titolo (che so, Luisa Miller, o Alice Ford) un po’ meno pesante dei Foscari, per giunta da cantarsi al fianco di due cantanti legnosi e poco rifiniti quali Dalibor Jenis e Jorge de León?
Che senso ha proporre il Samson et Dalila con un protagonista vocalmente ben oltre le frutta come Ian Storey (e per soprammercato, al fianco di una voce non più freschissima, ma ancora d’impatto, almeno in fascia medio-acuta, come quella di Luciana d’Intino) o la Francesca da Rimini (opera di superba invenzione musicale, a dispetto di certa critica) affidata a due soprani leggeri in disarmo, che rispondono ai nomi di Hasmik Papian e Patrizia Orciani (quest’ultima in considerevole difficoltà nella parte lirica e sognante, e assai meno onerosa, di Fidelia, nel recente Edgar bolognese), o ancora la Lucia di Lammermoor assegnata a soprani che stentano in acuto (eufemismo!) come Silvia dalla Benetta e Olga Peretyatko, o il Gianni Schicchi, protagonista un baritono di voce opaca e legnosa, che non significa necessariamente fine dicitore?
Queste e altre domande giriamo ai signori agenti, sovrintendenti e direttori artistici, che sappiamo essere nostri fedeli lettori. Davvero ci stupiamo del fatto che i teatri si svuotino sempre più?



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sabato 12 dicembre 2009

Cavalleria rusticana a Venezia: "Siamo male in arnese!"

La stagione 2009 della Fenice si è chiusa ieri sera con un dittico composto da Šárka di Janacek e Cavalleria rusticana di Mascagni.

Sulla prima, scelta verosimilmente sull’onda del vento ambrosiano al nobile e utile scopo di dirozzare il pubblico veneziano, non sufficientemente avvezzo al Cigno di Hukvaldy, non ci soffermiamo, poiché abbiamo accuratamente evitato l’ascolto. Rozzi, ignoranti, vociomani e passatisti quali altro non siamo giudicati, ci siamo concentrati su Cavalleria, la cui proposta oggi è ormai da reputarsi rarità, quasi che il teatro lagunare avesse riproposti gli Orazi cimarosiani o l’Artemisia del medesimo Maestro. Se dovessimo giudicare il livello della serata dalla sola seconda parte, dovremmo concludere di non avere perso molto.
Non dovrebbe essere impossibile allestire un titolo già di grande repertorio, quale è l’atto unico di Mascagni. Opera breve, con tre sole prime parti, una delle quali dalla scrittura così centrale da convenire tanto a un soprano che sia almeno lirico, quanto a un mezzosoprano. Difficoltà non insormontabili anche per il direttore e concertatore. Eppure.
Eppure, a onta dell’esperienza e del mestiere di Bruno Bartoletti, abbiamo udito un’orchestra corretta, ma greve e bandistica (anche al di là di quanto richiesto da una partitura che certo non abbonda in finezze), e una gestione spesso approssimativa delle masse corali, le quali hanno contribuito a indebolire il quadro di apertura e il coro successivo al celebre Intermezzo.
Eppure, nell’elementare parte di Alfio, Angelo Veccia ha berciato malamente con acuti duri e fischianti, riducendo il marito ferito nell’onore a una caricatura della figura immaginata, sulla scorta di Verga, da librettisti e compositore.
Eppure, nei panni di Turiddu, Walter Fraccaro ha dispensato un canto brado, con sistematica apertura dei suoni al centro e conseguente difficoltà di toccare, nel duetto con Santuzza, un banale si bem. Grande poi la fatica nell’addio alla madre, in cui le frasi sottolineate da indicazioni come “dolcissimo” e “molto sentito” hanno evidenziato la difficoltà nel legato. Per inciso erano le medesime frasi che guadagnarono a Beniamino Gigli il soprannome meneghino di “caragnoûn”.
Eppure, Anna Smirnova, nominale mezzosoprano che piace alla gente che piace (potremmo dire citando lo slogan di una nota autovettura) e in quanto tale ha di qui al 2012 un carnet d’impegni degno di una Cossotto o una Verrett, ha sfoggiato una prima ottava artificiosamente pompata alla vana ricerca di sonorità, una zona medio-alta in cui si palesa, con la vera natura di soprano lirico spinto, una diffusa abitudine a ghermire i suoni, che sono di conseguenza oscillanti e stridenti, e una fascia acuta (che il ruolo sollecita in misura minima: il si nat opzionale in chiusa dell’inno pasquale è stato saggiamente evitato) problematica e perigliosa al pari di quella grave. Occasionali tentativi di smorzare e addolcire, ad esempio nella scena con la mancata suocera e nel duetto della delazione, hanno dato luogo a suoni poco appoggiati e indietro. L’accento è generico, per non dire inerte, a meno che non si voglia spacciare per accento o magari per grande interpretazione tragica una Mala Pasqua urlacchiata con poca voce. E un incipit del duetto con Turiddu da vecchia zittella smaniosa.
Tacciamo per carità cristiana delle comprimarie, ma dobbiamo sottolineare come Mamma Lucia non differisse, per timbro e impostazione vocale, dalla nuora mancata.
Forse la Fenice avrebbe dovuto proporre Šárka in accoppiata con Erwartung. E non è una battuta.


Gli ascolti

Mascagni - Cavalleria rusticana


Atto unico

Voi lo sapete, o mamma - Bianca Berini (1976)

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domenica 26 aprile 2009

Maria Stuarda a Venezia


Proporre Maria Stuarda oggi più di quarant’anni fa, quando il titolo riprese a circolare nei teatri, richiede due soprani ed un tenore (oltre tutto privo di aria, carenza cui nell’Ottocento mi risulta molti Leicester provvedevano in proprio) di grandi doti vocali e tecniche. Caratteristica che in pratica è una tautologia a dirsi ed un a chimera a realizzarsi. E la ripresa veneziana conferma i due assunti.

E né la debuttante Maria Stuarda né la rodata Elisabetta sono state all’altezza delle difficoltà che parte prescrive e tradizione impone. Tradizione rappresentante da autentiche fuori classiche, ma anche da solide professioniste.
Quanto alla signora Ganassi il problema costante e perenne di questa cantante è il timbro volgare e plebeo, risultato di una emissione non di scuola. Quindi le conseguenze sono quelle scontate per questo vizi di partenza ovvero volume ridotto, acuti ghermiti (il si nat della chiusa dell’aria ad esempio) agilità approssimative ed un accento che, con ben altro volume, potrebbe forse convenire a Santuzza e Rosa Mamai. Gli esempi si sprecano, ma il punto dove la regalità difetta perché difetta l’emissione è lo scontro del finale primo. Per provocare la reazione della Stuarda, Elisabetta deve essere gelida e sprezzante. Per informazione di cantante e pubblico moderatamente plaudente non siamo in riva al Naviglio o, considerata l’origine della signora Ganassi del Crostolo.
Il caso di Fiorenza Cedolins, deficitaria protagonista, è assai più complicato. Quando dieci anni fa Fiorenza Cedolins dotata di complessione fisica e quel che più conta di voce sontuosa cominciò la carriera non raccattava che critiche di ciechi e sordi incapaci di sentire la dote vocale interessante e sontuosa, capaci di limitarsi ad appunti circa il fisico e la attrice non propriamente disinvolta. Poi la Cedolins conquistò il pubblico e per un certo periodo fu un’intoccabile. Siccome critica e pubblico erano sempre gli stessi pubblico e critica, quindi, sempre ciechi e sordi non si avvedevano che l’attrice era leziosa, e quel che è peggio la cantante aveva dimenticato l’ortodossia del canto, apriva i suoni al centro ed in basso forzava, quindi, ed urlava gli acuti, tanto da sembrare non già l’imitazione della peggior Favero, ma di Assia Noris o Carla del Poggio. Che per chi non lo sapesse furono le dive dei telefoni bianchi dalla dizione artefatta ed aperta.
Così la nostra cantante venne portata sugli scudi dopo prestazioni imbarazzanti quali la Norma di Barcellona o la Butterfly scaligera e guai per chi, non ancora ablato dell’apparato uditivo, osasse cantare fuori dal coro degli osanna.
Poi Fiorenza Cedolins di ritrovò con la voce a mal partito e priva del coro degli adulatori, anzi censurata proprio laddove era stata santificata.
Oggi la cantante è l’immagine di chi, per parafrasare i vecchi cantanti, ha cantato sul patrimonio e non sugli interessi e quindi la prima ottava è sorda, al centro, ossia sino a fa4, compaiono sul piano e sul mezzo forte suoni ancora memori dello splendore più in alto sono suoni acidi e duri anche se l’estensione non è compromessa. Maria Callas, quale Paolina del Poliuto, che è da sempre il modello della cantate a fine carriera alle prese con un ruolo donizettiano, è al confronto del soprano friulano fresca ed integra.
Per di più Fiorenza Cedolins non ha mai avuto dimestichezza con il canto di agilità e quindi la cabaletta della sortita pure eseguita con il da capo (belle le semplicazioni!) non funziona, ne le cose vanno negli andanti in stile fiorettato vuoi il “oh nube che lieve della sortita”, il “quando di luce rosea” della confessione che insistono su una tessitura scomoda per chi non esegue correttamente il primo passaggio ed impone manomissioni della linea musicale, trasporti che se in teoria giusti, filologicamente leciti non servono a rendere regalità e nobilità del personaggio e per i quali la Cedolins avrebbe ancora le intenzioni, perché l’accento è sempre giusto ( a differenza della coprotagonista) e avrebbe anche avuto la voce quando comparve sulle scene.
Quanto agli altri e di sesso maschile. Il direttore d’orchestra che doveva accompagnare e sostenere la protagonista nei molti ed irrinunciabili compromessi per arrivare vocalmente intera al patibolo è stato ora fragoroso ora inascoltabile a capo di un’orchestra che senza metafore ha esibito un suono davvero brutto.
Il meglio è, quindi venuto da José Bros, cantante solido tecnicamente e professionalmente, ma ormai lontano dalla freschezza ed integrità vocale di un tempo, i suoni in zona medio alta, infatti suonano spesso bianchi e la sicurezza degli acuti fa parte del passato, anche se la tessitura di Leicester, come accaduto al recente scaligero, è tale da mettere in evidenza la differenza fra chi sia un professionista solido e capace, come José Bros e chi non lo sia. Il suono alto ed immascherato di José Bros, però dovrebbe essere un esempio per Mirco Palazzi, che talvolta suona un po’ scurito artificiosamente e poco proiettato.


Gli ascolti

Donizetti - Maria Stuarda


Atto I

Ah! quando all'ara scorgemi - Viorica Córtez (1976)

Atto II

E' sempre la stessa...Deh, l'accogli - Viorica Córtez & Angeles Gulín (con Cervo, Casarini, Grilli, Sarti - 1976)

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domenica 5 ottobre 2008

Stagioni prossime venture: Genova, Venezia, Firenze, Roma


Approfittiamo della recente presentazione del cartellone dell'Opera di Roma per fare il punto della situazione sulle stagioni 2008-09, che ancora non avevamo commentato. Puntualmente i teatri italiani - non dissimili, in questo, da quelli al di fuori dell'ausonio suolo - dimostrano scarsa fantasia e ancora minore capacità di valutazione delle risorse disponibili. Un parco cantanti come quello che popola la scena lirica attuale dovrebbe indurre a elaborare cartelloni nutriti di Piccinni e Paisiello più comici che tragici, con qualche sporadica incursione in territorio mozartiano e rossiniano (e precisiamo: il Rossini delle farse). Siffatti autori brillano piuttosto per assenza.
Inoltre, i teatri paiono divertirsi a mettere in scena sempre gli stessi titoli: Bohème, Tosca e Butterfly über alles, tanto per non dimenticare che siamo in clima di ricorrenze puccianiane, ma in quanto a originalità e varietà non scherzano neppure Traviata, Aida e Rigoletto da una parte, Elisir e Lucia di Lammermoor dall'altra. Un po' meglio va a Wagner, che vede allestite, accanto al consueto Tannhäuser, addirittura due giornate della Tetralogia. Anche nelle stagioni ante 1950, quelle che superficialmente si definiscono veriste, le proposte erano ben maggiori e più articolate. Almeno una Francesca o un'Iris non venivano salutate come una ripresa di un titolo desueto e fuori repertorio. Destino più gramo è riservato ad autori "mono-opera" come Händel (Agrippina a Venezia nel terzo centenario della prima assoluta), Bellini, Gounod e Richard Strauss, che si aggiungono agli abituali Mascagni e Leoncavallo, questi ultimi per giunta separati, ché a Venezia alla Cavalleria è unita un'opera di Janacek, mentre Pagliacci fanno spettacolo - breve - a sé, tanto a Firenze quanto a Roma. Con quale sollazzo del pubblico pagante è facile immaginare. Così come è facile indovinare a quale titolo - presto in scena anche alla Scala di Milano - compete l'onore e l'onere di rappresentare lo spumeggiante mondo dell'operetta. Come se la produzione di una forma di spettacolo al capolavoro di Lehár si potesse limitare.
In realtà protagonista dei cartelloni di Venezia e Roma è l'opera contemporanea. Venezia, più prudente, punta su Korngold e Janacek, stemperando il tutto con un pizzico di Nino Rota e associando a titoli bene o male già rodati una sola novità assoluta, "Il killer di parole" (sic!) di Claudio Ambrosini su soggetto di Daniel Pennac (scelta efficacissima: in effetti, siamo senza parole). Roma, assai audacemente, propone Le Grand Macabre di Ligeti (con un cast di pensionati o pensionandi), Pelléas et Mélisande (con Monica Bacelli: dal Belcanto in salsa baroccara alla declamazione postwagneriana), Jacob Lenz di Rihm e altre novità assolute o per lo meno europee. Tutto bene, anzi benissimo, se le opere di repertorio non fossero, in tutto questo fiorire di postavanguardia, semplicemente messe da parte: le solite ovvie, banali, fruste Tosca e Carmen a Caracalla, Aida, Pagliacci, Tannhäuser e Traviata al Costanzi, la sola Iphigénie en Aulide a spezzare la monotonia (ma temiamo molto per la presenza del controtenore Franco Fagioli in una tragédie lyrique, opera in cui il tipo del falsettista non ha ragione di esistere - a meno di non volergli affidare la parte di Clitennestra, o meglio ancora quella di Diana). Le perplessità aumentano quando pensiamo che un titolo un tempo popolarissimo e sempre di grande impatto quale Andrea Chénier trova a stento collocazione in uno soltanto dei cartelloni esaminati.
E del Maggio fiorentino che dire? Un festival nato per riproporre titoli desueti o comunque non strettamente di repertorio non sente il bisogno di allestire non dico il Dibuk o la Morte di Frine ma una "semplice" Iris o Wally. Ecco quindi il Comunale di Firenze ospitare, accanto al completamento del Ring (un Ring iniziato, giova ricordarlo, due anni fa), la prima edizione, assai belcantista, del Macbeth verdiano affidata a un cast assai più adatto alla Katia Kabanova, un'opera nuova di Matteo D'Amico, l'haendeliano Trionfo del Tempo (cast ovviamente da definire) e il Billy Budd con quel che resta di Samuel Ramey.
Quando, poi, passiamo a esaminare i cast radunati per le singole produzioni, le forze vengono meno. Siamo onesti: la centrale del consenso, i manutengoli delle agenzie hanno distrutto la reattività del pubblico e ne hanno forgiato (plagiato?) orecchie ed occhi. A rischio di essere giudicati prevenuti e incontentabili a prescindere, non possiamo non chiederci quale giovamento possa trarre da una parte centrale come Stuarda un soprano dalla voce ormai opaca e fibrosa e dai centri spesso e volentieri spampanati, e come possa un soprano corto, tendente all'ululato in alto e affogato in basso, tratteggiare un'Elisabetta altera e perfida come Storia tramanda e Donizetti prescrive. All'estremo opposto si collocano casi di tenuta ultradecennale (in assoluto e nel singolo ruolo) che testimoniano, senza tema di smentita, l'importanza di una solida base professionale, ma che rivelano, una volta di più, l'assenza di un plausibile ricambio generazionale, atteso che voci fresche, gagliarde e in alcuni casi anche ampie e belle preferiscono seguire altre e assai più perigliose vie. E a poco servono le volenterose Accademie che dovrebbero fungere da serbatoio vocale per i secondi cast (e talvolta anche per i primi). A volte accade, però, che le metaforiche nevi del crine non riescano a placare le ansie del cuore: assistiamo così a debutti tardivi, se non improbabili, che non mancheranno di suscitare l'approvazione dei fan, incondizionali per definizione ed essenza, e di quelli che "tanto non c'è niente di meglio". Ed è a questi ultimi che dedichiamo gli ascolti che seguono.


Rossini: Il Turco in Italia
Per piacere alla signora - Enzo Dara & Luciana Serra (1987)

Bellini: I Capuleti e i Montecchi
Eccomi in lieta vesta...O quante volte - Magda Olivero (1980)

Donizetti: Maria Stuarda
Deh, l'accogli - Ángeles Gulín & Viorica Córtez (1976)

Verdi: La Traviata
Ah, fors'è lui - Maria Caniglia (1939)
Sempre libera - Mafalda Favero (con Beniamino Gigli) (1940)

Gounod: Roméo et Juliette
Ah, lève-toi, soleil - Jussi Björling (1940)

Bizet: Carmen
La fleur que tu m'avais jetée - Ferruccio Tagliavini (1954)

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sabato 19 aprile 2008

Barbiere di Siviglia a Venezia: No, non ho detto gioia...

Che un'opera nota e cara al pubblico come Il Barbiere di Siviglia non raccolga che applausi poco convinti, appena sufficienti a giustificare le uscite individuali degli interpreti a fine recita, ma non già ad ottenere una chiamata oltre quella canonica, è cosa che desta meraviglia.
La meraviglia è però destinata a cessare non appena si consideri la qualità, non propriamente eccelsa, dello spettacolo che i suddetti consensi vengono così modestamente a coronare.

Il Barbiere è un meccanismo teatrale, oltre che musicale, perfetto: le situazioni comiche e semiserie si susseguono a un ritmo travolgente, gli stilemi dell'opera buffa settecentesca (le trame amorose, i vecchi gabbati, i travestimenti) sono condotti da Rossini e Sterbini a un parossismo insuperabile e, nei fatti, insuperato. Per funzionare come può e come deve, un allestimento del Barbiere necessita di una direzione briosa e al tempo stesso attenta alla perfetta fusione di musica e azione scenica, oltre che a quella, superfluo ricordarlo, di orchestra e voci. Se l'orchestra della Fenice ha suonato mediamente bene, Antonino Fogliani ha diretto a memoria ma pigramente, senza tensione e con una paletta di colori davvero troppo limitata: approssimativo nella resa di quella che è la "firma" di Rossini (i crescendo partivano invariabilmente dal mezzoforte e lì si trattenevano), assai pasticciato nelle strette (finale dell'Introduzione, Zitti zitti piano piano), indifferente alle esigenze dei cantanti, quasi tutti regolarmente coperti a ogni "forte" orchestrale. Resta poi da dire delle cadenze e variazioni, a volte di impressionante bruttezza (penso soprattutto a quelle di Rosina, segnatamente nella scena della lezione) che il concertatore deve avere approvato, visto che dette cadenze sono state eseguite in recita.

Ma il Barbiere è, prima e al di sopra di tutto, opera per grandi voci, e più ancora per grandi interpreti. E questo fin dalla prima assoluta, che potè contare sulla presenza di due fuoriclasse come il tenore García e la Righetti Giorgi.
Nell'impervia parte di Almaviva abbiamo udito Francesco Meli (in quella che, almeno stando al gossip operistico, sarà la sua ultima apparizione in questo titolo). La voce è, come di costume, bellissima e anche sonora (malgrado a tratti appaia come fuori fuoco e piuttosto "indietro"), ma il virtuoso rossiniano è come minimo latitante. La serenata, che dovrebbe essere il trionfo delle fioriture più squisite a fior di labbro, è eseguita con veemenza, senza cura per la circostanza drammatica. Le agilità sono compitate con visibile e udibile sforzo, spesso anche a scapito della pronuncia del testo (un tratto che avevamo già rilevato in occasione del Così fan tutte parmense) e sostenute, o meglio non sostenute, da fiati di esigua consistenza. Il carattere esuberante del Conte deve inoltre aver indotto il simpatico Meli a ritenere, in più punti, superfluo il canto, rimpiazzato (ad esempio nel duetto con Figaro e nel finale primo) da una declamazione più o meno intonata che, se fa onore all'attore, non depone esattamente a favore del cantante. Fa poi sorridere che un Conte notoriamente "problematico" in alto decida di omaggiare la prassi d'epoca inserendo ardite puntature (seconda strofa di Se il mio nome saper voi bramate) che insistono sull'impervia zona del passaggio, specie se lo stesso cantante non riesce ad eseguire le agilità previste dall'autore (i trilli, in primo luogo). Al secondo atto le cose non migliorano. Il travestimento da Don Alonso ispira a Meli un'affettuosa parodia della mimica e non solo di Rockwell Blake (sorriso perennemente stampato sul volto, timbro marcatamente querulo) ma la voce non sembra trarre giovamento dall'imitazione, per quanto ironica, del modello: i laboriosi "piani" si risolvono in stenti falsetti e liberatorio appare il ripristino del taglio di tradizione del rondò finale.

La sua Rosina, Rinat Shaham, ha graziosa figura e discreta presenza scenica. Ma la primadonna rossiniana, specie se buffa, raramente si regge con queste due sole doti. La signorina Shaham è nominalmente mezzosoprano, ma la voce, assai modesta per qualità e volume, ricorda piuttosto un soprano corto, o meglio, non sfogato in acuto: quasi afona nei gravi (nel terzetto finale ricorre, per farsi udire, a sgradevoli suoni di petto), piuttosto ovattata al centro, fissa e oltremodo aquilina in acuto (le cadenze, ovviamente, insistevano regolarmente su questo registro). La agilità della sortita sono saponate, l'accento è generico, come se non avesse idea del significato di quello che canta. Noioso anche il duetto con il baritono, in cui, se le note sono più o meno tutte presenti, la grazia maliziosa della señorita è completamente svaporata (come parte del recitativo prima dell'aria di Bartolo: ma ormai i "vuoti di memoria", come abbiamo appreso in Parma, sono la regola). Assai arruffata anche la scena della lezione, condita da variazioni che avrebbero fatto la gioia di una Horne al massimo della forma (e, verosimilmente, quella del suo pubblico). Si taccia del terzetto finale, in cui al punto Alla fin dei miei martiri la Shaham si lancia insieme con Meli in un'esecuzione delle agilità che evoca immagini avicole un bel po' diverse dai canonici usignoli o fringuelli.

Figaro era Roberto Frontali: la lunga pratica del ruolo gli consente di muoversi con una certa disinvoltura non solo a livello scenico, anche se la voce, abbastanza ampia, è danneggiata da un'emissione assai poco belcantista e da sporadiche stonature in acuto. Discreto il Don Bartolo di Bruno de Simone, che se affoga nel sillabato de A un dottor della mia sorte e tende ad applicare a Rossini un personalissimo concetto di "recitar cantando", ha una sicurezza vocale e un'autorevolezza scenica sufficienti a rendere credibile il personaggio del "medico barbogio". Il che non si può dire di Giovanni Furlanetto, un Basilio prevedibilmente e rozzamente torvo la cui voce, però, appare non solo stimbrata, ma fatalmente rimpicciolita.

Sorvoliamo volentieri sui comprimari, ma ricorderemo a lungo (temiamo) le strida di Giovanna Donadini nel finale primo e in tutta la sua aria.

Lo spettacolo di Bepi Morassi, di impianto ipertradizionale e concezione dopolavoristica, ricettacolo di caccole e mossette che credevamo estinte, ha potenziato l'effetto "noia al cubo" della serata, conducendo a un successo non più che tiepido.
Convinti come siamo che l'apatia del pubblico sia la spia di un disagio, e non uno standard cui uniformarsi o, peggio, cui tendere coscientemente, non possiamo che rammaricarci dell'esito di questo Barbiere di Siberia (pardon, Siviglia).

Rossini - Il barbiere di Siviglia

Atto I

Ecco ridente in cielo - Léon David
Largo al factotum - Giuseppe de Luca, Sesto Bruscantini
Se il mio nome saper voi bramate - Fernando De Lucia, Dino Borgioli
All'idea di quel metallo - Sesto Bruscantini & Alfredo Kraus
Una voce poco fa - Luisa Tetrazzini, Fiorenza Cossotto
La calunnia è un venticello - José Mardones, Nazzareno de Angelis
Dunque io son? - Teresa Berganza & Sesto Bruscantini

Atto II

Pace e gioia - Alfredo Kraus
Contro un cor che accende amore - Teresa Berganza, Beverly Sills (aggiunta di Ah, vous dirai-je maman da Le toréador di Adam)
Ah! Qual colpo inaspettato - Edita Gruberova, William Matteuzzi & Bruno Pola
Cessa di più resistere - Rockwell Blake

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