Visualizzazione post con etichetta pratt. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta pratt. Mostra tutti i post

giovedì 11 agosto 2011

Pesaro, atto primo: Adelaide dal vivo

Quest’anno il Festival di Pesaro nello spettacolo inaugurale sembra averne azzeccata una ovvero la protagonista Jessica Pratt, che il pubblico del teatro Rossini ha salutato con autentiche ovazioni dopo la grande aria del secondo atto.
Con i tempi che corrono e con le costumanze del Festival non è poco. Anzi.

Ma secondo la consolidata tradizione festivaliera c’erano anche parecchi aspetti che confliggevano con Rossini e con la sua specifica poetica. In primo luogo la direzione d’orchestra o meglio la concertazione. Da tempo (vedi il Sigismondo dell’anno passato) si cade nell’equivoco che la drammaticità di Rossini sia differente da quelle successive e l’eccesso pota a sonorità alleggerite addolcite e soprattutto la di qualsivoglia aulicità, solennità, estasi, epica e magniloquenza, che del dramma serio rossininano sono la peculiarità. Basta ascoltare come affrontasse le scene più apertamente drammatiche Alberto Zedda, che non è certo mai stato un grande direttore d’orchestra per cogliere l’inadeguatezza delle scelte corrente e di cui , quale direttore artistico del festival il medesimo Zedda sembra essere sodale. Ne hanno risentito di questa “farsettizzazione” i pezzi d’assieme ossia il quartetto della scena prima, il finale primo ed il quartetto del secondo atto, quando fra i contendenti irrompe Adelaide. Mi permetto di aggiungere che si tratta di una delle pagine più originali ed ispirate dell’opera, ma che richiede guida sicura, scansione e quattro cantanti. Sono risultati scentrati anche i duetti fra gli amorosi e quelli di sfida fra Ottone ed Adelberto al primo atto e quello del secondo fra tenore e soprano. Non hanno avuto il primo la cifra estatica degli incontri fra gli idealizzati amanti rossiniani ( non dimentichiamo che trattasi di due donne) ed i secondi il colore da cupa congiura medioevale ( vista con gli occhi dell’uomo dell’800). Oltre tutte e siamo alla seconda scivolata del festival l’allestimento affidato a Pier’Alli, che il pubblico ha salutarmente fischiato. Battaglia degli ombrelli, proiezioni da sponsor della regione Toscana, fango e soldati marcianti che avrebbero dovuto intonare la canzone del Piave, cameriere con crestina da musical hanno contribuito sviato il pubblico da quella che dovrebbe essere la cifra dell’opera. Opera che di suo come tutta la drammaturgia rossiniana si poggia su valori differenti da quelli della produzione melodrammatica successiva.
E se a questa aggiungiamo la diffusa latitanza del canto di scuola , di quel canto immascherato che è il solo ed unico presupposto della congrua esecuzione dei titoli belcantistici si comprende perché una signora della Pesaro bene, per dovere di rango sociale in teatro abbia commentato che l’opera è brutta, cantano male salvo al ragazza bionda (leggi Pratt). Vox populi!!!
E le scivolate sono proseguite con la compagnia di canto. Comprimariato da spedizione punitiva quello delle signore Jeannette Fischer e Francesca Pierpaoli nei ruoli di Eurice e quello in travesti di Iroldo. Patetiche e velleitarie le varianti inserite nei loro momenti solistici. Con siffatte disponibilità di cantanti la scure della vituperata scuola di Serafin ha quanto meno il pregio di risparmiare figuracce a cantanti, strazi all’ascoltatore, oltraggi all’autore.
Le cose non sono certo andate meglio con i “cattivi” ossia Nicola Ulivieri, che ha raschiato e urlato i due acuti della parte e senza la voce di basso. Il peggio era costruito dal giovane tenore Bogdan Mihai, che nella parte di Adelberto ha esibito una voce fra gola e adenoidi, agilità scivolate e spappolate assoluta incapacità di approdare alla zona acuta o almeno medio alta della gamma vocale. L’attacco dell’aria “grida natura” era un tragico involontario comico. Un simile elemento si deve avere il decoro di non presentarlo in scena, in generale e massime in un luogo deputato a Rossini e con la presunzione di offrire al pubblico uno dei prodotti di punta della scuola di perfezionamento della Scala, che andrebbe chiusa. Confesso ed esterno la assoluta difficoltà a raccapezzarmi e a comprendere questa situazione e queste scelte.
E arriviamo alla diva del festival Daniela Barcellona, che alcune frange del pubblico hanno, alle uscite singole, contestato dopo fiacchi applausi al rondò, che conclude l’opera e che per ubicazione è il momento del tributo all’esecutore. Siccome da tempo ritengo che il mezzo triestino non sia una cantante rossiniana condivido le riprovazioni del pubblico. In breve la parte di Ottone è troppo acuta, oggi come nel 2006, per la Barcellona e, quindi, le frasi sia dei cantabili che degli allegri (rondò finale e duetto con Adelaide) che investono la zona medio alta sono state aggiustate, sicchè la parte sembrava quegli abbozzi di parte riservati da Rossini alla Marcolini ed alla Malanotte, che poi provvedevano di loro a diminuire. Solo che non posso in questo caso aggiungere il tradizionale avverbio “opportunamente” perché il risultato è stato una frammentazione della linea musicale non più riconoscibile. Oltre tutto a differenza di una Horne, ultima fase della carriera, la Barcellona non è in grado di diminuire e fiorire le parti in modo da occultare le mende vocali perché con l’agilità di forza una cantante della limitata capacità tecnica della Barcellona ha, per forza di cose, rapporti molto problematici. Il problema di partenza è sempre e solo quello di una cantante dotatissima in natura, che non sa da che parte si respiri professionalmente, si distribuisca il fiato e si immascheri il suono ed esibisce l’impietoso “scalino” dei mezzosoprani a fine carriera. Suoni di petto in basso, suoni opachi al centro, grida incontrollate in alto. Se poi si vuole si può anche prendere lo spartito e proseguire in questa impietosa selezione di vizi e dei difetti me ne domando il senso. Ma urge segnalare certi parlati come il “basta vederla io voglio” del duetto con Adelberto, i suoni di petto aperti e stimbrati al recitativo che introduce il finale primo, suoni opachi al centro nell’andante del duetto d’amore “vieni al tempio” e nella stretta “tu che nei cori” dove il suono galleggiante sul fiato di Jessica Pratt copriva la grana grossa e comune della voce di Daniela Barcellona.
Perché poi il segreto del successo di Jessica Pratt sta solo e semplicemente nel cantare sul fiato con un controllo della voce. Questo le consente di cantare sempre, anche nel quartetto di sortita di scrittura bassa, che non conviene alla giovane cantante che ha il meglio della voce nell’ottava superiore, di essere varia nel fraseggio, regale e dolce al tempo stesso, di essere preziosa e raffinata , magari a scapito di un poco di slancio nell’aria di sortita e di dare il brivido alla grande aria “cingi la benda candida” dove Jessica Pratt ha sfoggiato tutto quello che la grande esecutrice, anzi interprete di Rossini deve possedere ovvero estensione, legato e smorzature anche ad altissima quota, capacità di cantare piano e forte, fluidità di esecuzione dei passi di coloratura. La grande esecuzione rossiniana passa in primis da brivido che le difficoltà vocali rese con facilità danno e non già dallo sforzo di una voce che prova a fare. Invito a riflettere sulla differente impressione che hanno suscitato i due rondò ossia quello di Adelaide e quello di Ottone, brani di eguale peso vocale ed interpretativo, che ieri sera sono emersi solo in quello di Adelaide, passato, invece, come una cosa di limitata difficoltà e valore espressivo quello del deuteragonista en travesti. E di qui il meritato trionfo che altro fondamento non se non il canto e la tecnica del canto. E’ stato dopo anni una luce nei cast del festival.


Gli ascolti


Rossini - Adelaide di Borgogna

Atto I

O sacra alla virtù...Soffri la tua sventura - Daniela Barcellona (2006)

Atto II

Questi, che a me presenta...Vieni, tuo sposo e amante - Daniela Barcellona (2006)


Meyerbeer - Le Prophète

Atto V

O prêtres de Baal - Sigrid Onégin (1929)



Read More...

domenica 22 maggio 2011

Lucia alla Fenice di Venezia

Accade, talvolta, che quelli del Corriere della Grisi partano sperando di assistere ad uno spettacolo interessante e contrariamente alle dicerie, che li circondano tornino veramente soddisfatti. Veramente non significa né completamente né interamente. Significa, però, che talvolta siano ancora possibili entusiasmo e soddisfazione, tali da giustificare, ante recita, la massiccia presenza dei grisini e, post recita, il consiglio di andare ad assistere allo spettacolo.

Veramente e non completamente perché Lucia non può reggersi sulla sola coppia protagonistica. Richiede anche un valido baritono per il fratello ed antagonista, la guida direttoriale e per l’edizione integrale o quasi, pure un buon basso per Raimondo. Tutto ciò mancava o latitava. Nel dettaglio: Claudio Sgura, a parte la presenza scenica, che si riassume nel detto “altezza mezza bellezza” è verista nel gusto e, prima ancora, nella tecnica. Esibisce una voce gonfia e artificialmente scura al centro, indietro e dura negli acuti, sicchè il sol acuto della puntatura “se ti colpisse un fulmine” è piccolo ed al tempo stesso berciato, mentre la voce nei duetti e negli assieme è coperta dal suono sonoro e proiettato dei due protagonisti Jessica Pratt e Shalva Mukeria. Episodio questo particolarmente evidente alla sfida. Il paragone, a suo tempo fonte di polemica altrove con Domenico Viglione Borghese è offensivo per il defunto baritono piemontese, indiscusso interprete del verismo ed al tempo stesso documentato esempio di canto sul fiato e, quindi, di grandeur e aulicità, che mancano al Lord ( e non compare!) Enrico veneziano.
Ancor più censurabile la direzione di Antonino Fogliani: gesto costantemente confuso, incapacità di creare atmosfere, proponendo ora sonorità pesanti e fragorose (sfida e concertato delle nozze, massime) o, peggio ancora, marcette paesane come all’attacco di “spargi d'amaro pianto” che ha provocato l’ilarità di un nutrito gruppo di giovani ascoltatori a me prossimi. Antonino Fogliani, poi, viene pervicacemente e ostinatamente applicato al repertorio belcantistico e protoromantico. Mi sfugge la ragione perché ai difetti sopra detti aggiungerei che manca e di cognizione filologica e di capacità di concertare lo spettacolo. Almeno, tanto per riprendere un’antica polemica l’ultima qualità non mancava ai direttori tipo Serafin, Votto, Santini, additati quali nemici del melodramma belcantistico e protoromantico.
Esemplifico limiti del filologo: nel momento in cui si esegue il da capo della cabaletta di Enrico non c’è motivo e di tagliarne le cosiddette code o di omettere varianti. Allora è più coerente l’esecuzione di una sola strofa. Non è migliore, preciso è coerente.
Ancora limiti del concertatore: davanti ad un esecutore di Raimondo, che infarcisce di varianti il da capo di “al ben dei tuoi” ricavandone solo suoni malfermi e in odore di stecca l’autentico concertatore deve intervenire con opportuni accomodi, altrimenti il taglio riaperto, affidato ad un cantante di limitata ampiezza e sonorità, si riduce ad un’aria del sorbetto da titolo comico di Rossini. Il concertatore sostiene e soccorre i cantanti, non li affossa!
Sono Shalva Mukeria e Jessica Pratt, che sostengono e suffragano il “veramente soddisfatti”. E date la riconosciute difficoltà delle parti non è poco. Anzi! Non solo talvolta vi sono cantanti che invitano a riflettere ben oltre l’esito della recita, come accade per Mukeria.
La voce del tenore georgiano è limitata quanto a dote naturale, con opacità nella zona grave e talora evidenzia l’artificio del passaggio di registro superiore, come accadeva, fra i cantanti sentiti dal vivo con Alfredo Kraus e come documentano i primi cinquant’anni di registrazioni fonografiche. Al pari di tutti questi cantanti Mukeria controlla alla perfezione la respirazione ed esegue correttamente il passaggio di registro, che della corretta respirazione è la logica e fisiologica conseguenza sicché una voce in natura modesta si espande e sale con irrisoria facilità particolarmente nella scomoda zona del passaggio dove l’eroe romantico è chiamato a fraseggiare. E allora abbiamo ascoltato un “verranno a te sull’aure” morbido e sicuro, una spavalda irruzione di Edgardo alla scena del matrimonio, l’autentica esplosione nella maledizione, una sfida proterva, dove la voce di Mukeria sovrastava quella in natura assai più dotata dell’antagonista. Infine una scena finale dove frasi come “io della morte”, che eleva il suono sino al si bem, il “rispetta almen le ceneri” il “ di chi moria per te” sino al “bell’alma innamorata” sono state risolte sempre con un suono librato sul fiato, controllato e calibrato. Assolutamente di altri tempi. Quei tempi che documentano universalmente diffuso un controllo ed un possesso tecnico, oggi dimenticati, e nei cantanti e nella cognizione del pubblico, disabituato a percepire il suono professionale e per questo pronto a facilonerie e partigianeria. Un solo appunto alla prestazione: una maggior varietà di colori al cantabile “fra poco a me ricovero” farebbero di questo Edgardo non solo un unicum nel deserto attuale del canto e del gusto, ma una realizzazione del personaggio di assoluto rilievo. Non credo che Mukeria abbia problemi ad essere sentito anche sonorità più ridotte, come ha documentato in recita un “ah Lucia” detto a mezza voce e sonorissimo in tutto il teatro.
Anche Jessica Pratt è cantante, che ragiona ed agisce come i cantanti delle generazioni che l’hanno preceduta, tanto che la sua Lucia per nulla bambola, ma solo debole intimamente ha saputo aumentare le invenzioni coloristiche e le risoluzioni vocali sicchè oggi le manca poco per ricoprire il ruolo che, nei teatri italiani, è stato di Mariella Devia. Il suono appare al centro ed in zona grave di limitato volume, ma tondo e ben emesso alla sortita, segue un “verranno a te sull’aure” alitato e sognante e nella chiusa di questo duetto la robusta Lucia, annessasi la linea vocale di Edgardo, interpola un mi bem 5 squillante e lucente. Una di quelle uscite, che, un tempo, avrebbero fatto scattare ex abrupto l’applauso del pubblico. Nel duetto con Enrico la Pratt è dolente e sfumata a conferma di una cresciuta attenzione interpretativa ed alla prima sezione “il pallor funesto” esegue anche le agilità cromatiche, che vanno perfezionate se oltre che Lucia di rilievo miss Pratt vuole essere una belcantista di assoluto riferimento. La stessa perfezionistica attenzione meritano la agilità in moto discendente della cabaletta della pazzia.
Più volte abbiamo detto che la cadenza di Paolantonio, scritta per la Toti e benedetta dalla Maria, è per soprani coccodè nel senso deteriore del termine. Jessica Pratt l’ha anche eseguita bene, ma per lei ci vuole altro. E quindi le dedichiamo l’ascolto. A lei l’ascolto. Ai nostri detrattori, già attivissimi nel denigrare i cantanti che stimiamo, con il solo stupido fine di denigrare noi, la cui persona conta niente l’augurio di onestà nell’ascolto e l’auspicio di una replica sensata e congrua.

Cedo la parola alla mia cara collega Giuditta, donna dai 4 alfabeti:

20 მაისს ვენეციის ლა ფენიჩეს თეატრში შედგა დონიცეტის “ლუჩია დი ლამერმურის“ პრემიერა. დღევანდელ დღეს ევროპულ თუ ამერიკულ, დიდ თუ პატარა საოპერო აფიშებზე ქართული სახელების ამოკითხვა აღარ არის არაჩვეულებრივი მოვლენა. ამდენად, გუშინდელი “ლუჩიას“ განსაკუთრებულობაც მდგომარეობდა არა იმ გარემოებაში, რომ ედგარდოს როლს ასრულებდა ქართველი ტენორი შალვა მუქერია, არამედ იმ ფაქტში, რომ, უცნობ, ცნობილ, ვარსკვლავ და მეგა-ვარსკვლავ თანამემამულე მომღერლებს შორის, ეს ქართველი ტენორი ისეთ ვოკალურ სიმაღლეზე დგას, როგორსაც ვერც რომელიმე სხვა ქართველი მომღერალი მიუახლოვდება და - ვერც რომელიმე სხვა თანამედროვე ლირიული ტენორი. შალვა მუქერია, შეიძლება ითქვას, დღეს ერთადერთი და უკანასკნელი წარმომადგენელია ჭეშმარიტად ბელკანტოსეული, რომანტიკული ტენორის კატეგორიის.
მას ნამდვილად არ აქვს დამადლებული განსაკუთრებული ტემბრალური სიმდიდრით, ფართო დიაპაზონითა და სიმძლავრით გამორჩეული ინსტრუმენტი. მაგრამ სწორედ ამიტომაა დასაფასებელი მისი ტექნიკური მზაობა და დიდი გამომსახველობითი უნარი. დღეს ბატონი მუქერია ერთადერთი ტენორია, რომელიც ფლობს იტალიური სკოლის იმ ძველთაძველ და უმთავრეს საიდუმლოს, რაც ხმის პროექციის ტექნიკაა. ამაში მისი ბადალი დღეს მხოლოდ სოპრანოს რეპერტუარში-ღა თუ მოიძებნება არც თუ ახალგაზრდა მარიელა დევიას და ედიტა გრუბეროვას სახით, რომლებიც, მიუხედავად ბუნებით პატარა ხმებისა, ახერხებენ ბევრად უკეთ ჟღერდნენ დიდი ზომის თეატრებშიც კი, ვიდრე ნებისმიერი სხვა მომღერალი, რომელიც უფრო მდიდარი ინსტრუმენტის პატრონია. შალვა მუქერიას სიმღერა ადასტურებს, რომ ამ აკუსტიკური მოვლენის, საბოლოო ჯამში, უმარტივესი, მაგრამ დღეს მეტწილად დავიწყებული მიზეზი სუნთქვის განვითარებული ტექნიკაა. ქართველი ტენორის ყოველი ბგერა დაფუძნებულია მყარ სუნთქვის სისტემაზე, რისი მეშვეობითაც ისედაც“წინ“ ნაფიქრი ბგერა სრულიად თავისუფლად მოძრაობს დარბაზის ყველაზე ღრმა კუნჭულშიც კი.
შალვა მუქერია იმიტომაცაა უმაღლესი დონის ხელოვანი, რომ, გარდა ზემოხსენებული წმინდა ტექნიკური ოსტატობისა, იგი დიდი მუსიკალურობით ავსებს და ნათელ საზრისს სძენს თითოეულ ფრაზას და ედგარდოსგან ქმნის ვოკალურად დასრულებულ, ძლიერი გამომსახველობის პერსონაჟს. ვოკალური ხელოვნების ამ ორი საფუძველმდებარე ელემენტის გაერთიანების გამოა, რომ წარმოდგენის ბოლოს პირადად მას იშვიათი სიუხვის ოვაცია ერგო. და ამაში ვგულისხმობთ არა იმ ინდიფერენტულ ენთუზიაზმს, რომლითაც დღეს თითქმის ყველანაირი დონის შესრულებას ეგებებიან საოპერო თეატრებში, არამედ იმ უჩვეულო ჟღერადობის ხმაურს, რომელშიც დიდია სწორედ კომპეტენტური, მელომანი მსმენელის ცხადი პოზიტიური განაჩენის და აღფრთოვანების წილი. შალვა მუქერიას ფენომენი კიდევ ერთხელ ადასტურებს იმ ჰიპოთეზის სისწორეს, რომ კარგი მომღერლობისთვის, განსაკუთრებით კი, კარგი ბელკანტისტობისთვის, არ კმარა მდიდარი ხმა ან, უფრო მეტიც, რომ მატერიალური ხმა შეიძლება სიღარიბის უდაბლეს ზღვარსაც უახლოვდებოდეს. შალვა მუქერიას სიმღერა არის ნაფიქრი სიმღერა და (ალფრედო კრაუსის ან იგივე ტიტო სკიპას მსგავსად) - მისი მუსიკალური მგრძნობიარობისა და გამჭრიახობის გამარჯვება ბუნებრივი მონაცემების სიმწირეზე.
ქალბატონი გრიზი და მისი კურიერის დამქაშნი მადლობას უხდიან ბატონ მუქერიას იმისთვის, რომ არტუროს, ელვინოს და ტონიოს ბრწყინვალე შესრულებების შემდეგ, მან დონიცეტისეული ედგარდოს სახით კიდევ ერთხელ დაამტკიცა მისი, როგორც მომღერლის, უნიკალური სტატუსი და ღირებულება დღევანდელ საოპერო სივრცეში.

Giuditta Pasta


Gli ascolti


Donizetti - Lucia di Lammermoor

Atto I

Sulla tomba che rinserra - Hermann Jadlowker & Frieda Hempel (1908)

Atto III

Del ciel clemente un riso - Marcella Sembrich (1906), Maria Ivogün (1917), Amelita Galli-Curci (1917)

Tombe degli avi miei...Fra poco a me ricovero - Francesco Marconi (1908)


Verdi - Rigoletto

Atto II

Cortigiani, vil razza dannata - Domenico Viglione Borghese (1924)




Read More...

martedì 2 novembre 2010

Sonnambula a Pavia: torna Jessica Pratt

Altra produzione Aslico, altra trasferta pavese, questa volta per il debutto in Sonnambula di Jessica Pratt. Non potevamo certo mancare: curiosità nostra oltre che dei suoi numerosi fans, nonché di qualche detrattore furbesco, che con regolare frequenza provoca, ma invano, questo sito sullo stato vocale della cantante.

Si è trattato di uno spettacolo complessivamente diverso nell’andamento dalla recente Medea, con una riuscita meno omogenea nella sua globalità, perché a questa Sonnambula è mancata, di fatto, una concertazione sicura e precisa come quella offerta dal maestro Pirolli nel capolavoro di Cherubini.
L’orchestra ha suonato meno bene, con minor precisione negli attacchi, una certa pesantezza ( troppo grevi le percussioni ) e monotonia negli accompagnamenti, qualche sfasamento con il coro, e, soprattutto, una sensibile mancanza di atmosfera. Il clima bucolico, talora notturno che regge il capolavoro di Bellini è stato men che abbozzato dal maestro Massimo Lambertini, che si è limitato a staccare i tempi per i cantanti ma non è andato molto oltre, mancando anche di suggerire al coro di cantare sottovoce in certi momenti come il coro che apre il primo atto dedicato alla sposa, quello dei contadini, che commentano la.... dormiente nella stanza del conte e, soprattutto, quello che apre il secondo atto e che deve anche servire, con la sua chiusa vivace, a preparare il clima per l'incontro degli innamorati e la seguente scena di Elvino. Anche le scelte operate sullo spartito sono parse poco condivisibili, perché ha mancato di operare alcun tagli tradizionali opportuni per i cantanti, tenore soprattutto, alla sua grande scena "tutto è sciolto" e la seguente cabaletta "ah perchè non posso odiarti", eseguita integralmente, con tanto di code ed esito discutibilissimo, oppure di operare i tradizionali scambi di linea tra Elvino e Amina al duetto "Son geloso del zefiro errante", dove entrambi soffrivano la tessitura: troppo acuta per lui, troppo grave per lei.

Lisa era Marina Bucciarelli, dalla voce sonora e piena, sicuramente migliore di alcuni leggeri passati in questi giorni alla radio ed in prime parti ed in primi teatri. Ha cantato con garbo e per intero la propria parte, astenendosi dall’essere querula come solitamente viene resa Lisa. Peccato per gli acuti, troppo spinti, nella seconda aria, che devono trovare una emissione più morbida e dolce e forse un più costante sostegno nella respirazione.

Il Conte Rodolfo di Alexej Yakimov non mi è molto piaciuto, perché si tratta di un baritono (il che per Rodolfo non sarebbe poi, un problema) ma il cantante ha la voce troppo bassa e quindi suona ingolfata e priva di risonanza. Per quanto abbia cercato di cantare con garbo, ha sofferto in proiezione di suono come pure nell’intonazione, in alcuni passaggi davvero molto evidente. Un canto meno preoccupato di avere la voce scura e grave, preoccupato, invece, di mettere la voce avanti sarebbe auspicabile.

L’Elvino di Enea Scala è stato intermittente. Premesso che gli audio su You Tube non gli fanno per nulla un buon servizio né una buona pubblicità, ha cantato il primo atto dignitosamente ed anche con un certo gusto, per poi crollare nel secondo, alla grande scena. Complice anche il fatto di non aver scorciato la parte, altissima anche nella versione Ricordi, in modo da adeguarla ai propri mezzi. Scala non è dotato di un timbro che colpisca, ma ha dalla sua il fatto di non sembrare eunucoide come i tenori che solitamente praticano questo repertorio, anche se l'emissione non è sempre uguale, talora ortodossa, talora chioccia e morchiosa. La sua estensione in alto mi è parsa più naturale che figlia di una tecnica sicura. Gli acuti suonano evidentemente nasali, perchè mettere gli acuti nel naso è il sistema migliore per simulare sostegno ed oscuramento del suono, salvo gridare in fine di serata per l'evidente stanchezza.

Jessica Pratt, al debutto nel ruolo, ha cantato bene. E mi è molto piaciuta. Alle prese con una scrittura bassa o, almeno, centrale per i propri mezzi, ha dimostrato di essere ritornata la cantante delle belle prove offerte nelle varie Lucie e Puritani, e, soprattutto, di aver trovato una via per rendere omogeno il suo sfolgorante registro acuto con quello centrale.
Non sono d’accordo con chi ha scritto circa questa prova della Pratt, che le manchi il centro della voce. Alla recita cui ho assistito ho sentito la cantate soffrire la Siciliana, “Ah vorrei trovar parola ”, dove peraltro soffrono praticamente tutti i soprani salvo qualche rarissima eccezione (tanto per non fare nomi la Scotto e la Serra), ed in alcuni passaggi della cavatina, dove il canto è divenuto facile e di grande scuola dalla cadenza dell'andante in poi. Dall’altra parte, ha cantato benissimo il recitativo del sonnambulismo e l’ ”Ah non crea mirarti” ( inatteso per parte mia, trattandosi di brano assolutamente centrale ), come tutto il finale primo “D’un pensiero e d’un accento”, per non parlare del registro acuto, tornato scintillante come conoscevamo noi e sfoggiato con vera spavalderia al finale primo "Non più nozze" ed alla cabaletta finale.
La Pratt, contrariamente alle sue colleghe, non smette mai di fare durante la serata, ossia di mettere o tentare di mettere la voce nel modo giusto, così come non smette mai di cercare colori e intenzioni musicali. Alla voce masticata tra i denti o soffiata, ai suoni diseguali e chiocci non si abbandona mai, ma cerca sempre di cantare come si deve...o si dovrebbe. Ed è per questa sua consapevolezza distintiva che piace al nostro sito.
Detto ciò, posto che l’opera resta ancora bassa per la sua vocalità, come lo è stata anche per soprani come la Devia o la Anderson tanto per esemplificare con nomi importanti, alla cantante fa ancora difetto quella malinconia, quella nenia struggente del canto belliniano, figlia della qualità del legato in zona centrale, che dovrà essere l’obbiettivo primo del suo lavoro futuro per diventare una numero uno, ma di quelle vere e non fabbricate in agenzia, posto che, a mio modo di vedere, Jessica Pratt resterà sempre una cantante di quelle che nello slancio e nel mordente hanno la loro prerogativa principale. Insomma, una cantante da Rossini tragico, quello..di Semiramide.
Il nostro sito è felice per la cantante ritrovata, che ha spazzato via il black out di un anno fa, rimettendo faticosamente la voce a fuoco nel modo giusto, anche perché è la sola della sua generazione a praticare, in maniera ancora perfettibile, il canto di scuola secondo tradizione.

Messa in scena sotto la regia di Stefano Vizioli semplice e garbata, di cifra meramente oleografica, efficace e di gusto. Niente versioni oniriche, niente sprecare Freud o Jung, semplicemente fare da contorno ad una vicenda, che non ha bisogno, prodotto perfetto del suo tempo, di superfetazioni di sorta.
Un esempio, questo come l'altro allestimento dell'Aslico, di come si possa coniugare decoro ed attenzione alle spese inutili. Una ricetta antica, che dovrebbe essere praticata nei grandi teatri, anche se ci chiediamo che accadrebbe a certi divi del muto, che pure calcano le scene dei teatri d'opera, se togliessimo loro le trovate registiche...



Read More...

martedì 23 marzo 2010

Le cronache di Barbara e Carlotta Marchisio - Ventata scozzese a Genova: Lucia di Lammermoor

Proseguono le cronache delle musicalissime sorelle Marchisio, che, lasciato il suolo francese, hanno raggiunto la Lanterna per assistere alla Lucia donizettiana del Carlo Felice.

Una Lucia fortemente squilibrata sotto il profilo della resa musicale, quella che è andata in scena domenica al Carlo Felice di Genova. Una rappresentazione forzosamente influenzata dalla disomogeneità tecnica del cast artistico assortito che, se è stata capace di riservare piacevoli conferme sotto il profilo vocale di certe prestazioni (Jessica Pratt in primis), ha anche marchiato a fuoco la strutturale e idiosincrasica incompetenza di altri, sia per un certo tipo di repertorio (vedere alla voce Daniel Oren), sia per il canto lirico tout court (un suggerimento spassionato rivolto a Enzo Peroni [Arturo] e a Francesco Piccoli [Normanno]: quante cose belle che si possono fare nel mondo, oltre a cantare l’opera!).
Resta il fatto che, complice forse l’atmosfera acquitrinosa (così scottish!) di Genova, complice forse un teatro meno pieno del previsto (ma non preoccupatevi: le sonore scatarrate e lo scartoccìo di caramelle in piena scena della pazzia sono state comunque assicurate), complice forse il ricordo di altre (e quelle sì, rovinose) Lucie, ce ne siamo uscite dal teatro con un sorriso (giocondiano, si intenda!) sul volto. Ma andiamo con ordine.
E partiamo dalla Lucia della Pratt, l’interprete indiscutibilmente migliore della rappresentazione. Al soprano australiano va, innanzitutto, riconosciuto un pregio tecnico di non marginale portata, visti i magri tempi che corrono: la padronanza di un’ottima emissione di voce. Il suono è sempre appoggiato, sostenuto e indirizzato nei giusti punti di risonanza, il che ha messo al riparo la signora, e le nostre fragili orecchie, da orripilanti suoni fissi e stimbrature di sorta, così facili in repertorio belcantista, e così frequenti oltre il la4. Ad impressionare, fin dalle prime frasi della cavatina, è stata per altro la morbidezza e la luminosità dell’emissione: già l’attacco sul fa4 di “Regnava nel silenzio” si distingueva per la delicatezza argentina e quasi vellutata dell’appoggio. E moltissimi, in tal senso, lungo tutta la recita, sono stati i momenti in cui tale controllo ha sortito sonorità di cristallina rotondità: dal soave e leggermente increspato sol4 del “Deh ti placa” invocato a Edgardo prima del duetto nel primo atto, al sottilissimo e stralunato sol4 di “Ah! quella voce m’è qui nel cor discesa” all’incipit della pazzia, o ancora, sempre al primo atto, le tenui modulazioni con cui è stato articolato il passaggio dal do4 al fa4 di “E la vita fuggitiva di speranze nudrirò”. La Pratt, in questo senso, si è rivelata attenta dominatrice della messa in voce, confermando di essere perfettamente in grado di corrispondere alla punteggiatura espressiva attraverso il controllo dell’emissione: tanto sono stati precisi e lunari i pianissimi filati sul fa4 di “Verranno a te sull’aure”, tanto è stata limpida e intensa l’accelerazione drammatica impressa ai la4 e si4 di “si schiuda il ciel per me” della prima cabaletta, attraverso un progressivo rinforzo della voce perfettamente padroneggiato sino al ritorno al pianissimo. Notevoli, ancora, sono state le graduali e pulitissime smorzature, tracciate durante la scena della pazzia, valga il delicato diminuendo sul re3 di “oh gioia che si sente, e non si dice”, giusto preceduto dall’infuocata e nitidissima scala discendente di biscrome. Questo va detto. La Pratt affianca, all’ottima capacità di fraseggiare gli ampi legati mediante un’accentazione timbrica (e non sortita da spinte di fiato), alla non scontata agilità di articolazione con cui approccia le parti di coloratura tout court. Rapidissime e pulite le scale ascendenti e discendenti (bella l’ascensione velocissima seguita dal gruppetto di “presso la fonte meco t’assidi”), belli i trilli, buoni i picchiettati (ma non perfetta la sincronia col flauto). Tutto bello, tutti felici? No, in effetti qualche problemuccio il soprano australiano ce l’ha, e l’abbiamo udito. La Pratt tende a svuotarsi consistentemente nei gravi: sotto il si3 la voce si schiarisce, si sbianca e perde vistosamente di intensità e potenza. Passaggi come “Il fantasma!” con la discesa al fa3, o ancora l’ “Al fin son tua” che tocca il mi 3, si stemperano in un vuoto di espressione e di sonorità che tendono ad inghiottire la voce. Se dunque in acuto la voce gode di ottima e corposa omogeneità, nella zona medio grave del registro, si nota una pericolosa perdita, tanto di armonici che di potenza. E di questo la Pratt sembra esserne consapevole, visto che in più di un’occasione ha tentato di spingere il suono per farlo lievitare in corposità, ma sortendo un evidente stimbramento (valga al primo atto il vuoto e spinto “Ah senza tremar non veggo”). Qualche piccola perplessità anche sui blasonatissimi e adamantini sovracuti l’abbiamo avuta. Dal do5, non sempre il suono si è rivelato controllato solidamente, non tanto sull’attacco della nota, quanto sulla tenuta e sulla cesura della stessa. Buono il mib della prima cabaletta, decisamente più spinto e meno tenuto quello in chiusa al cantabile della pazzia, migliore quello della cabaletta finale.
Di Stefano Secco conosciamo bene vizi e virtù. In questa produzione ci è sembrato comunque più in forma rispetto al Don Carlo parigino, al Rigoletto ambrosiano e al Rodolfo ancora francese. Certo, la voce è di volume ridotto e il fraseggio, seppur di pregio, tradisce qualche manierismo distefaniano (sortita del primo atto), ma al centro mantiene un’emissione nitida e non certo priva di armonici. Il vero cruccio del tenore rimane talvolta la salita agli acuti e, in particolare, il passaggio di registro superiore. Del primo valga l’approdo di gola su «potrei colpirlo ancor!» nell’assolo di entrata “Sulla tomba che rinserra” e lo strozzamento che subisce nel duetto con Lucia, subito dopo (legnosa la scala ascendente fino al si4 di «allor, ah su quel pegno». Del secondo invece è esemplare l’aria di chiusura “Tu che a Dio spiegasti l’ali”, tutta giocata sulle mezzevoci e a cavallo tra registro centrale e acuto. Qui la difficoltà a sostenere bene i suoni col fiato fa finire “indietro” ogni tentativo di smorzatura, che svanisce in un suono opaco di fantozziana memoria.
Ci sentiamo di esprimere qualche perplessità anche per l’Enrico di Giorgio Caoduro. Il baritono friulano tratteggia un giovane lord Ashton che, se comprensibilmente fatica a imprimere al personaggio un certo rilievo nobiliare e un portamento di elegante fattura, riesce comunque a ritagliare e rendere credibile quella sfrontata autorità che ogni pretendente al ruolo deve esibire. Non tutto però fila liscio sul coté vocale. Perché è indubbio che il signor Caoduro sia dotato di bel timbro e abbia dalla sua un’emissione corretta che facilita la proiezione della voce. Non solo. I centri sono sonori e stabili, così come le discese in basso, con qualche eccezione (stretta del duetto con Lucia nel secondo atto). Ma non possiamo non render conto di una limitata propensione allo squillo e di una certa legnosità nel tentativo di smorzare i suoni. Insomma, acuti non proprio facili e timbrati e una velata tendenza a rifuggire suoni compatti (ma qui il baritono si trova in ottima compagnia, senza essere per altro tra i rappresentanti più vistosi di siffatte pecche). Qualche dettaglio. Già nel recitativo di sortita un Enrico furioso bercia sul mi3 in corrispondenza della salita su «esser potrebbe Edgardo?», mentre nella cavatina “Cruda, funesta smania” non considera la corona sul mi3 della prima sillaba di «fron-te» ma prolunga il suono sulla nota successiva (re3, seconda sillaba), quasi avesse deciso in maniera del tutto arbitraria di spostare il segno di espressione subito dopo. La musica non cambia quando la salita di fibra al mi3 su «nascea» lascia intravedere qualche conto in sospeso col passaggio superiore. Poi evita la puntatura di tradizione (assente in partitura, vogliamo precisarlo) su «perfido» e stimbra un altro mi3 su “fora”. La stessa cabaletta “La pietade in suo favore”, mozzata del “da capo”, presenta gli stessi limiti. Però il duetto con Lucia in apertura del secondo atto testimonia bene cosa siano dei centri sicuri e potenti, sostenuti da un fraseggio piuttosto vario e gradevole. Peccato però per il si2 su «e taci?», prima dell’entrata di Lucia, tutto “indietro”.
Poco da dire sul Raimondo di Roberto Tagliavini, vittima della mannaia di Oren e quindi orfano della scena con Lucia nel secondo atto. Rimane giusto il meditato racconto di ciò che ha trovato nelle stanze della povera neosposa, a introduzione dell’assolo della pazzia. Ci è sembrato un buon fraseggiatore, attento a dare sfumature di senso ai pochi versi che è tenuto a cantare. La voce non è proprio di basso autentico, di quelle che eravamo solite sentire nei bei tempi andati, però è dotata di un certo squillo (esemplare l’accento, in corrispondenza di «Un fiero evento!», sulle forcelle dei si2 che anticipano la salita al re3, raggiunto con sicurezza e facilità) e di potenza non indifferente, in particolare in zona centro-acuta.
Ornella Vecchiarelli è un’Alisa dai centri e gravi bianchi, che accompagna la cavatina di Lucia declamando senza leggerezza (e soprattutto parsimonia!).
Sarebbe meglio soprassedere sul Normanno di Francesco Piccoli e sull’Arturo di Enzo Peroni. Due tenori che, per ragioni non dissimili, ci sembrano inadeguati e non maturi vocalmente per cantare l’opera. Grossi problemi per entrambi, sia di intonazione (menzioniamo un “Lucia d’amore avvampa!” da brividi tanto era calante e schiacciato), che di volume (chi dice a Piccoli che l’acquario non è al Carlo Felice, ma sul porto?). A queste mende tecniche, però, l’Arturo di Peroni ha aggiunto anche un’emissione perennemente querula e indietro, fastidiosissima all’ascolto.

Non troviamo altre parole per definire la direzione di Daniel Oren se non sottoscrivendo i fischi e i «Vergogna!» con cui un paio di spettatori in galleria hanno salutato l’uscita del maestro. Uno sfoltimento della partitura degno di certe direzioni post-toscaniniane, alla Serafin o Leinsdorf per dirne due. Insomma, non solo la soppressione a piè pari di intere scene, come il duetto Raimondo-Lucia del secondo atto e dello showdown tra Enrico ed Edgardo in apertura del terzo, ma anche i “da capo” (cabaletta di Enrico) e le parti di “transizione” tra cavatina e successiva cabaletta di Lucia nel primo atto e tra il sopracuto in chiosa alla pazzia e la cabaletta a venire. Inevitabile chiedersi se tali mostruosità siano dovute all’attenzione che il direttore ha voluto riservare ai signorotti arrivati in pullman dalla Bassa, forse ansiosi di rincasare in tempo per la minestrina di tapioca. Da notare pure che non pago, Oren massacra a colpi di piatti ogni potenziale sfumatura, ogni passaggio elegiaco sotteso alla partitura di Donizetti. Valgano su tutto le code delle cabalette di Lucia, autentiche trovate bandistiche, fracassone a tal punto da far arrossire un 25 aprile in piazza a Gallarate. Ed è un vero peccato, una volta che la compagnia di cantanti si è dimostrata all’altezza.
L’allestimento, firmato da Gilbert Deflo, è stato espressionisticamente impostato sulla bicromatica contrapposizione bianco/nero. Forse di necessità, virtù. La frequente “spogliezza” scenica (quasi desertica per questa Lucia, se si eccettuano le sedie marmoree, l’ambone per il matrimonio e la consueta tomba-altare del finale) sembra, infatti, provenire più da limitazioni e decurtazioni di budget, che da puntuali scelte registiche. Deflo, tuttavia, si è servito di questo “sgombero scenico” per virarlo in un’ottica chiaroscurale, di matrice, diremmo quasi, spettrale. La bionda, bianca, diafana Lucia contrapposta ad un universo umano lugubre, ottocentesco e allusivamente vampiresco. Al riguardo, non sembrano casuali, né le atmosfere gotiche, così ammiccanti alle visioni demoniache del Bava padre, né la ricreata somiglianza di Enrico con l’emofago conte pensato da Coppola. Nulla è dichiarato o didascalicamente palesato in questa trasfigurazione che è, ambivalentemente scozzese e transilvanica, e il meccanismo scenico funziona, secondo noi, proprio per questo. Nessuna forzatura o lettura coatta, ma una sottile palindromìa semantica. Cosa volesse dire, poi, il lampadario che, durante la scena della pazzia, penzolava fino al pavimento, questo non l’abbiamo capito.

Barbara e Carlotta Marchisio


Gli ascolti

Donizetti - Lucia di Lammermoor


Atto II

Chi mi frena in tal momento - Luisa Tetrazzini, Enrico Caruso, Pasquale Amato, Marcel Journet, Angelo Badà & Josephine Jacoby (1912)

Read More...

lunedì 5 ottobre 2009

Accademia del Teatro alla Scala: le inconvenienze teatrali

Il Teatro alla Scala ha proposto ieri sera le Convenienze e inconvenienze teatrali di Donizetti, nell’ambito della stagione lirica e come spettacolo ormai divenuto in autunno tradizione dell’ente milanese come saggio della propria interna accademia.

Lascio ai musicologi i discorsi sul titolo e l’addentrarsi nei meandri delle edizioni di cui una napoletana, in parte in dialetto napoletano del 1828, ed una per Milano del 1831 (in piena carriera milanese del compositore). Mi limito ad osservare che due sono le idee portanti dello spettacolo ossia la berlina che Donizetti, prima come librettista, poi, come musicista, dedica al proprio mondo e la trovata di un ruolo en travesti all’opposto ovvero un uomo in vesti femminili.
La critica tutt’altro che tenera verso il proprio mondo e, credo, ispirata a quel genio assoluto della satira di costume, che risponde al nome di Carlo Porta, era nel sangue e nell’indole lombarda di Donizetti e aggiungo era anche nella sua penna vista l’abilità di Gaetanin quale caricaturista di sé e degli altri, l’idea, invece, di un baritono in vesti femminili pare invece venuta a Donizetti in uno dei periodi neri della sua vita, quando al teatro Carolino di Palermo assistette alla parodia del canto femminile ad opera di Antonio Tamburini, che rifaceva il verso a Marietta Gioja nell’Elisa e Claudio di Mercadante.
Quest’ultimo aspetto dovrebbe essere un faro per chi veste e aiuta ad indossare i panni protagonistici di mamma Agata.
L’aspetto di riflessione principale è, che trattasi di uno spettacolo dell’accademia della Scala ossia dove il massimo teatro milanese mette (o dovrebbe) mettere in vetrina il massimo della propria produzione artistico-vocale patrocinata oggi, dopo la scomparsa di Leyla Gencer, da Mirella Freni e Luciana Serra. Viva Leyla Gencer fu spesso Donizetti uno degli autori prescelti, talora con titoli come Ugo conte di Parigi o Parisina le cui esigenze vocali mal si conciliano con quelle dei prodotti della scuola scaligera.
Per la cronaca negli anni ‘50, quando i cadetti della scala portavano i nomi di Fiorenza Cossotto, Ilva Ligabue, Luigi Alva, era tutto un proporre titoli comici di scuola napoletana.
La scelta di quest’anno, salvaguardato il tradizionale Donizetti, si è indirizzata sull’antica e perduta tradizione.
E siccome si tratta di spettacolo di accademia si potrebbe anche dire splendido allestimento, bravi i ragazzi, cui auguriamo grande carriera perché prescelti ed educati in un grande teatro e da grandi artisti e invece…..
Abbiamo sentito un’orchestra che suonava in maniera greve e pesante. Momento più infelice ouverture dove al suono pesante ed ovattato si coniugava la totale assenza di brio e vivacità. Poi nonostante tutto la levità, l’eleganza di Donizetti soprattutto negli ensemble hanno avuto la meglio, ma motu proprio non certo per mano del direttore (Marco Guidarini) e dell’orchestra. Quanto all’orchestra, sarebbe stata rimpolpata di otto elementi provenienti dall'orchestra Divan del maestro Barenboim.
I giovani vanno soprattutto preparati e formati e poi sostenuti nel momento di andare in scena. Qui abbiamo visto una latitante applicazione di quella che, invece, dovrebbe essere la regola aurea di uno spettacolo d’accademia.
Esemplifico con la seconda donna Luigia (Aurora Tirotta), la sola proveniente dalla scuola della scala, che ha voluto o dovuto evitare di proporre una protagonista femminile provenienze dalle proprie aule di formazione. La parte in sé non esiste e allora per esemplificare la preparazione degli allievi si inserisce per lei un’aria di baule . Si sceglie quella di un’opera di Donizetti posteriore alle inconvenienze ( allora perché non proporre Butterfly?) ossia il finale di Fausta “tu che già voli spirto beato” e alla prima si esegue solo la sezione centrale appunto il “tu che già voli”, omettendo la sezione conclusiva il moderato “No qui morir degg’io” dove la candidata alla prova generale (pubblica!) era maldestramente incespicata esibendo l’assoluta incapacità di salire ad un semplice si bem.
Un siffatto comportamento potrà evitare le reazioni del pubblico, ma né insegna alcun chè alla fanciulla, che nel futuro professionale non potrà mai sperare in tali salvagente e dimostra come i soggetti deputati alle scelte sopravvalutino per certo le capacità dei loro pupilli e forse le proprie come insegnanti. Poi il pubblico scaligero, quello stanziale, e perpetuamente presente, che vuole bene alla Scala perché è la scala che salva da tante noiose serate in casa può anche applaudirla. Rende un cattivo servizio alla propria fama di pubblico serio e competente e soprattutto illude i propri neo beniamini. Maria Callas diceva alla Scala si viene fatti e non da fare
L’esemplificazione delle magagne può andare avanti per esempio con il signor Simon Bailey nel ruolo del marito di prima donna , che sale con fatica, annaspa in una serie (credo quattro) quartine vocalizzate al finale secondo.
Quanto poi a Leonardo Cortellazzi, la cui voce modesta in natura brilla però per proiezione ha affrontato come aria di baule l’aria di Tamino. La scelta è buona perché il tenore dovrebbe essere tedesco. Ma qui devo avanzare qualche dubbio sul fatto che nel 1828 si cantasse quell’aria e la si cantasse in tedesco in un teatro italiano. Sarebbe stato più coerente proporla in un italiano teutonicheggiante, ossia optare per quella che era una vera aria di baule per i tenori contraltini tedeschi ossia il “Viens gentille dame” ossia ”Komm o holde Dame” della Dame Blanche di Boieldieu.
Certo l’aria è acuta, richiede un sapiente uso del falsettone e ho il dubbio da un paio di attacchi che la salita o il cantare in zona acutissima non sia oggi agevolissimo per Leonardo Cortellazzi. Ma è solo un dubbio.
I due ruoli protagonistici.
Un uomo di elevata statura, corpulento, come Vincenzo Taormina, in abiti muliebri è già di per sé stesso ridicolo e comico anche se non ammorba lo spettacolo con la filiata o consimili facezie. Per chi non lo sapesse la filiata era la simulazione del parto, massima manifestazione della femminilità, che i gay napolateni solevano recitare per esplicitare la propria reale natura oltre l’anagrafe. Esemplare quella a suo tempo proposta in televisione da Leopoldo Mastelloni. Venendo al canto: la storia narra che Rossini amasse esibirsi in pubblico cantando la canzone del salice di Desdemona in falsettone, Antonio Tamburini, nell’Elisa e Claudio ricorreva a quest’emissione, che era elegante ed astratta per suscitare l’ilarità del pubblico. Il ridicolo sta nella parodia del testo non nei versi inseriti dall’esecutore in luogo del canto, la parodia sta nel calare, crescere, esibire i difetti del cantante. E questo se il cantante non lo sa tocca a chi li forma ed indirizza spiegarlo ed insegnarlo.
Analoga carenza di regia musicale e vocale è emersa con la protagonista femminile Jessica Pratt. La parte di Daria qui (Corilla in altre versione) è molto centrale, d’altra parte gli esecutori del teatro buffo, salvo poche eccezioni, non erano cantanti di fama e di qualità eccelse. La scrittura vocale deve essere intesa come il canovaccio dove agire, se la prescelta non ha nella zona di scrittura quella più felice della propria voce, con trasporti e aggiusti (del puntare ne parla pure il testo poetico). Ed invece qui nessuno ha provveduto a puntare, alzare accomodare con il risultato che la cantante era ben diversa da quella che abbiamo ammirato Elvira dei Puritani e Lucia di Lammermoor. Poi Jessica Pratt ne ha messo del proprio, perché una cantante delle sue qualità e possibilità arriva con la parte perfettamente trasportata, aggiustata, studiata e sistemata e se qualcuno, pianista, direttore, insegnante dell’accademia consiglia, impone o altro si saluta cordialmente sull’esempio di tante colleghe, oggi pensionate, ma esemplari anche sotto questo profilo: riporre gli occhiali, chiudere lo spartito, salutare il maestro.

Fermo restando che la sonorità del centro, esibita nella Lucia fiorentina e nei Puritani di Toulon (e gli audio la documentano, se qualcuno avesse dubbi sulle nostre capacità uditive), sembra essersi persa per la strada. Mistero. Ma si sa che: Il cervello dei cantanti è formato di tal pasta, che un astrologo non basta com'è fatto ad indagar!!!

Read More...

martedì 28 aprile 2009

I Puritani di V.Bellini: Toulon ha fatto un sopracuto!


Viaggio francese del blog nella piccola e provinciale Toulon per i Puritani di Bellini, protagonisti due cantanti che, come sapete, apprezziamo molto, Jessica Pratt e Shalva Mukeria.
Con piacere vi abbiamo riconosciuto volti milanesi e genovesi ( krausiani di antica fede, spettatori che già furono a Bergamo l’ottobre scorso… ), a riprova che se i cantanti funzionano la gente si spinge sino al limite delle terre emerse pur di avere una serata di canto. E così Toulon ha fatto il suo sopracuto, ignoro se per caso o per scienza, poichè il canto, quello vero, di voce e di tecnica, ha trasformato la sala tardo ottocentesca del Municipal nel più grande teatro del mondo, perché lì si esibiva la migliore coppia oggi possibile nei panni di Elvira ed Arturo. E dico coppia, perché finalmente erano in due a duettare al terzo atto come all’amebeo di sortita, e non solo uno dei protagonisti, come sempre ci è accaduto di sentire negli ultimi anni.


Il che non è poco. Se poi alla coppia si aggiunge un buon baritono, il bilancio del cast vocale si fa straordinariamente alto ed interessante. Niente fole sull’allestimento, una sanissima mise en scene di provincia, senza infamia e senza lode, di quelle che vanno benissimo quando le cose funzionano ed il canto appaga il melomane vociomane, che è stato fatto felice a suon di colori, intenzioni espressive fino alla vera commozione, coloratura di forza e, perché no?, acuti e sopracuti. E di quelli della….Misericordia!!, cioè di quelli che ti tocca andare a tirar fuori la Sutherland e Kraus e pochi altri per superarli.

Che vi devo dire? Con buona pace degli esterofili intellettualoidi, rimbambiti dalle pappole sugli allestimenti intelligenti e “culturali”, o dei belanti seguaci di questo o quella diva di agenzia ( le ultime già in declino ancor prima di aver onorato i contratti che hanno firmato ), per cantare questi titoli ci vogliono qualità vocali e tecniche autentiche ed anche senso della musica e del canto, oltre che una grande capacità di amministrazione delle proprie forze fisiche ( …. perché concedere alla domenicale il richiesto bis del grande duettone del terzo atto, eseguito come da spartito di tradizione Ricordi, senza tagli furbeschi, sarebbe stato forse troppo per il signor tenore, atteso dal terrificante finale…..), sicchè questo è un terreno che fa la selezione, quella vera, tra chi sa e chi non sa cantare. Con il nome, la casa discografica, la silhouette, la prosopopea delle interviste, la pubblicità, ci fai ben poco, ed in fondo alla serata fai fatica ad arrivarci….se ci arrivi. Così accade che un teatro cui è capitato di scritturare due che sanno cantare, ossia un giovane brillante soprano ed un tenore assai poco capito ( perché, in un mondo di urlatori canta e non urla, ha l’abitudine di sfumare le frasi fino a farti piangere e di “esprimere” sempre…. oltre che fare acuti grandi come case…. ) abbia saputo regalarci una serata di gran canto. Di quello vero di una volta.

Il signor Mukeria non so se sia più impressionante per come canta o per come dimostra di pensare mentre canta. Razionale, lucido, controllato su ogni singola nota, non ripete mai la stessa frase due volte allo stesso modo, ma varia, trova colori ed accenti spesso inattesi e davvero nuovi. Ed amministra se stesso nella maratona di Arturo per arrivare al grande finale con l’energia che il canto romantico richiede in quell’atto. L’accento nasce dal pensiero, ma suona spontaneo, immediato e vero, perché così è il grande belcantista, che rende spontaneo ciò che è frutto del calcolo. Il suo Arturo è nobile e squillante nella nenia di ingresso, cantata con voce ampia e robusta ma chiarissima. Il do diesis una vera bomba. Eroico e virile. Ed il terzo atto, come vi ho detto, è per me il suo capolavoro, per la capacità espressiva che il grande tenore sfoggia all’aria della fonte, per la malinconia struggente che esprime, l’accento lirico e lo slancio con cui canta il duettone, acuti inclusi, e doma il tremendo finale. Nessun tenore oggi gli può stare al pari in questo repertorio.

La signorina Pratt ha aggiunto alla sua Elvira quello che mancava a Bergamo, ossia il centro della voce: zona alta e zona centrale sono ora egualmente ampie, ed il legato bello e facile in zona centrale. Ha eseguito la polacca integrale, riccamente variata e sfoggiando gran facilità nella coloratura minuta. Il finale primo che era il momento migliore della Elvira di Bergamo e la pazzia sono state eseguite con grande rispetto del legato, dei segni di espressione e delle esigenze che la vocalità della protagonista oltretutto illuminata da acuti e sovracuti penetranti, proiettati e facilissimi. E lo stesso valga per l’esecuzione delle agilità di forza della cabaletta della pazzia. Tutti momenti che riportano a gusto, vocalità di altri tempi oggi, a torto dimenticati dalla più parte degli esecutori. In questo senso miss Pratt va assolutamente controcorrente. Non si può fare diversamente perché i Puritani, ma anche Sonnambula, Maria di Rohan o Don Pasquale, per citare i primi titoli che la coppia Mukeria-Pratt potrebbe affrontare, sono titoli che non si devono proporre con le idee “alla moda”.

Il signor Pogossov, russo perfezionatosi alla scuola del Met, canta con bel garbo e accento appropriato. Di bell’aspetto, canta con misura, cerca la linea di canto elegante, ha buone agilità ed acuti di discreta qualità. La voce non è grandissima, ma ha buona sonorità, adatta a questo repertorio. Il punto debole è stato forse la sezione lenta della scena del primo atto, perché difetta un po’ nel timbro, mentre la cabaletta è stata eseguita con agilità davvero molto belle. Molto buono anche il duetto con Giorgio, dove è stato in grado anche di risparmiarci quegli acuti beceri che ci capita quasi sempre di subire dai baritoni in questa scena.

Senza infamia e senza lode il Giorgio di Wojtek Smilek, mentre di gran voce, sebbene in difetto di regalità, l’Enrichetta di Cécile Galois.

Il maestro Carella ha diretto l’opera come ad Amsterdam, sotto l’egida delle prescrizioni di metronomo, speditissime, lasciateci da Vincenzo Bellini e dai suoi collaboratori e fornitegli da F. Della Seta, curatore dell’edizione critica. Soltanto che la qualità del complesso orchestrale e corale del teatro di Toulon è assai diverso da quello della Nederlandse Opera di Amsterdam, ed il risultato non è stato esattamente dello stesso livello. I tempi del canto erano belli, sostenuti e gestiti con varietà di colori, mentre mi sono piaciuti meno i cori, troppo meccanici e veloci.

Direction musicale Giuliano Carella
Mise en scène Charles Roubaud
Assistant à la mise en scène Bernard Monforte
Décors Isabelle Partiot
Costumes Katia Duflot
Lumières Marc Vellutini

Elvire Walton (Elvira), Jessica Pratt
La Reine Henriette (Enrichetta), Cécile Galois
Lord Arthur Talbot (Arturo), Shalva Mukeria
Sir Richard Forth (Riccardo), Rodion Pogossov
Sir George Walton (Giorgio), Wojtek Smilek
Lord Walter Walton (Gualitiero), Nika Guliashvili
Bruno, Adrian Strooper

Orchestre et chœur de l’Opéra de Toulon

Coproduction de l’Opéra-Théâtre d’Avignon et des pays de Vaucluse, l’Opéra de Marseille, l’Opéra Royal de Wallonie et le Washington Opera




Gli ascolti

Bellini - I puritani


Atto II - O rendetemi la speme...Qui la voce sua soave...Vien diletto - Jessica Pratt

Atto III - Son salvo, alfin...Finì, me lassa...Vieni fra queste braccia - Shalva Mukeria & Jessica Pratt

Read More...

martedì 3 febbraio 2009

Lucia di Lammermoor a Firenze, secondo cast.

Proprio nel giorno in cui il Corriere della Sera pubblicava un trafiletto sull’imprescindibilità dell’avvenenza per un soprano del giorno d’oggi, siamo partiti alla volta di Firenze per assistere alla donizettiana Lucia di Lammermoor, interprete Jessica Pratt, soprano di cui più volte vi abbiamo parlato in questo blog quale eccellente promessa del belcanto presente. E come piace a questo sito, miss Pratt, a differenza di tutte le new entry di agenzia, ha cantato e non... sfilato, raccogliendo un altro grande successo di pubblico, e dimostrando, nella vasta sala del Maggio, che il canto premia ancora chi lo pratica nella pienezza dei mezzi vocali, dell’impostazione sana e robusta “ di tradizione”, ossia quella delle voci manovrate nella maschera, alla ricerca del suono pulito, proiettato ed ampio. E tutto ciò lasciando veline e pin-up nelle loro più opportune sedi.

In quel di Firenze la Pratt, in carriera da meno di due anni, era anche chiamata a rispondere di alcune critiche ricevute, a mio avviso ingiuste, per la prova fornita nei Puritani bergamaschi, assai condizionata dalle condizioni schizofreniche in cui si era trovata a lavorare. Critiche alla sua capacità di legare, soprattutto, e di essere interprete vera e non solo un fenomeno del registro acuto e sopracuto.
Nuovamente nei panni di miss Lucia Ashton, la giovane australiana ci ha regalato un grande sabato sera di canto, dimostrando di meritare la stima tributatale dai suoi sostenitori della prima ora. Ha cantato e, soprattutto, ha interpretato come aveva promesso di fare al tempo della sua prima Lucia dell’Aslico e di Bologna l’anno passato e, facendo tesoro delle critiche, ci ha reso un personaggio costruito su un canto legato di primissima qualità, unito ad una dinamica sfumata ed intensa, ove smorzature, messe di voce e piani-pianissimi sono arrivati con continuità e puntualità di vera interprete.
Qualche imprecisione-incertezza, due-tre nella serata, in parte dovute anche ad imperfette sincronie palco-buca ( la Pratt era secondo cast..), non hanno inficiato per nulla una prova convincente ed anche emozionante: facilissimo il canto di agilità, anche quello di forza ( duetto Lucia–Enrico soprattutto ); acuti e sopracuti davvero impressionanti, cristallini e proiettati secondo le prassi tradizionali australiane ( ! ) come nel sestetto; una vera e personale dinamica espressiva anche in momenti consumati dalla tradizione esecutiva, quali la cadenza di Paoloantonio; accento intenso in passi come il duetto col fratello, sono stati i pilastri su cui si è fondata la prova della Pratt l’altra sera. La voce è stata usata forse un paio di volte sul forte, dosata regolarmente tra il piano ed il mezzoforte, dando volume solo... all'occorrenza drammatica. Il Maggio si è sciolto in una grande ovazione alla scena della pazzia, a provare e ricordare a tutti, agenti e giornalisti in primis, che quando il canto funziona il fisico matronale poco importa, mentre se il canto non gira si può anche essere carine ma la sala non risponde.
L’opera è spesso adrenalina, emozione melomaniaca pura: ma l’adrenalina scorre e la tensione si palpa nell’aria della sala solo se le voci viaggiano nel vuoto come dovrebbero, ampie, intense, sonore, proiettate, sostenute. Ed usate con pertinenza espressiva. Ci spiace per le mille soubrettine che ogni giorno affliggono i palcoscenici dell’opera lirica, ma le loro voci fiacche, vuote, prive di corpo, non possono suscitare questo medesimo effetto sul pubblico.
Miss Pratt si solleva teneramente il vestitone bianco mentre attraversa la brughiera di Vick; spara sopracuti enormi stando seduta sul seggiolone della scena delle nozze come un soprano anni ’50; fa qualche balzo in scena come in passato, allorquando qualcuno rimproverò proprio per questo il suo augusto modello australiano ( ricordate il “salto del canguro” della Borgia romana???)... è vero, ma canta!
E fatela cantare! In primo cast, perchè qui a Firenze meritava lei, a mani basse, il posto lasciato da Elena Mosuc. Se si vuole criticare miss Pratt lo si può anche fare colpendo certe ingenuità, a mio avviso normali, nella cantante di breve corso. E' però certo che il suo canto non si compara con niente del nostro magro presente: le sue pietra di paragone stanno indietro, nella grande tradizione delle Lucie di alta scuola, dal più recente duo Devia - Gruberova, alle Anderson, su su sino....alla Grande Australiana. E basta un giretto su You Tube, cominciando dalle recenti performance del Met, per rendersene conto.Lasciamo alle veline i loro spazi, se proprio non se ne vuol fare a meno ( causa anche la carestia del mercato delle voci..), ma lasciamo anche alle cantanti vere gli spazi e , soprattutto, i ruoli che loro spettano là dove è imprescindibile IL CANTO.

Quanto agli altri interpreti, siamo stati nella media del giorno d’oggi. Diciamo che per questo cast maschile i tagli di tradizione sarebbero stati opportuni. Un tenore con la voce non sfogata, ma corretto; un baritono volgare anzi che no; un basso da dimenticare.
Quanto al direttore, Stefano Ranzani, non ha fatto suonare bene l’orchestra, spesso pesante e pestacchiona, di brutto suono. Ha però staccato dei tempi, a mio avviso, efficaci, ora lenti ora svelti, sempre pertinenti all’azione drammatica, risparmiandoci quelle larghezze fintamente estatiche e piuttosto mollicce che oggi van tanto di moda. Efficace il vecchio allestimento di Vick che già conoscevamo, con il solo primo atto veramente bello e convincente.

Cast:

Lord Enrico Ashton
Juan Jesús Rodriguez

Miss Lucia
Jessica Pratt

Sir Edgardo di Ravenswood
Gianluca Terranova

Raimondo Bidebent
Paolo Battaglia

Alisa
Antonella Trevisan

Lord Arturo Bucklaw
Cristiano Olivieri

Normanno
Enrico Cossutta

Orchestra e Coro del Maggio
Musicale Fiorentino

Piero Monti maestro del coro
Stefano Ranzani direttore
Graham Vick regia
ripresa da Marina Bianchi
Paul Brown
scene e costumi
Nick Chelton luci

Gli ascolti

Atto II


Soffriva nel pianto

Chi mi frena in tal momento

Atto III

Scena della pazzia - Cadenza


Read More...

giovedì 23 ottobre 2008

Qualcosa di nuovo nel Belcanto: Jessica Pratt


Il Belcanto oggi soffre. Soffre l’imperversare di interpreti inadeguate, imposte da teatri, case discografiche, organi di stampa, critici compiacenti e pubblici disposti a sorbirsi qualsiasi cosa venga loro concessa. Ogni tanto tuttavia sembra vi sia qualche eccezione. Ho assistito alla prima cremonese della Lucia di Lammermoor. E come dice la Sutherland, oggi, se sei fortunato, vai a teatro e senti una sola voce decente.. stavolta evidentemente, siamo stati fortunati ed una l'abbiamo trovata!
In uno spettacolo funestato da un tenore improponibile, un baritono non all’altezza ed un direttore assolutamente non in grado di affrontare la partitura, con sbavature di ogni tipo, attacchi sporchi - soprattutto gli ottoni: i corni in particolare – tempi velocissimi e sbrigativi (mai sentito un "Verranno a te sull'aure" così veloce) e lettura assai approssimativa e superficiale (per non parlare degli innumerevoli tagli inferti senza pietà e rispetto al testo, degni della peggior routine anni ’60), ecco apparire qualcosa di assolutamente rilevante. Jessica Pratt: Lucia. Chi è? Confesso di non averla mai ascoltata prima. Apprendo dalle sue note biografiche che ha 28 anni, è australiana, ha vinto una serie di concorsi in patria e si è piazzata ai vertici di importanti premi internazionali, ha partecipato a varie master class con Joan Dornemann, Yvonne Minton, Jonathan Summers, Sir Donald McIntyre e, soprattutto, Dame Joan Sutherland, ed è – credo tutt’ora – allieva di Renata Scotto. Un curriculm interessante dunque. Ma torniamo alla sua Lucia e alla sua voce. Innanzitutto colpisce lo spessore, il corpo: pieno, robusto, saldo. Gli acuti sono sicuri e svettanti, disinvolti e facili. I centri non sono sempre impeccabili, ma comunque notevoli (e ha tempo per correggersi, è da pochissimo sulle scene). La coloratura è perfetta e le agilità sono eseguite con estrema precisione e spavalderia, sono fluide e mai sbiadite, mai confuse. A ciò si aggiunga un ottimo gusto nelle variazioni. Il respiro e i fiati sono ampi e distesi. La dinamica e la tavolozza espressiva è estremamente estesa e varia. Splendidi i piani - delicati e morbidi - e pieni e sonori sono i forti. Dà la sensazione di poter mettere la voce dove vuole. Ciò che impressiona maggiormente, tuttavia, è l’estrema sicurezza del canto. Sicurezza che è data da una corretta emissione ed una perfetta tecnica (sempre questo è il punto dolente, il punto che i seguaci di una sorta di “pensiero debole” del canto tendono a relativizzare, sostenendo che non esiste una tecnica corretta, ma che tutto deve essere lasciato alla soggettiva impressione del fruitore). Credo che solo con una tecnica corretta si possa affrontare il Belcanto (e anche tutti gli altri generi, per la verità..) con risultati convincenti. L’emissione della Pratt era perfetta (si sentiva ovunque in teatro – e la scenografia non aiutava di certo, essendo uno spazio vuoto privo di quinte - al contrario del tenore, che non si sentiva mai), e lo era perchè utilizzava una certa tecnica. E la differenza si sente. No ha avuto bisogno di urlare, di sbiancare la voce, di emettere grugniti, di agitarsi come una tarantolata (come è usa la Sig.ra Dessay) per essere convincente, ha semplicemente espresso con il canto e seguendo le indicazioni espressive segnate da Donizetti, ciò che la musica vuole comunicare, dall’ansia dell’attesa all’illusione di un amore impossibile, dal dolore astratto al delirio della pazzia, senza mai sbracare, senza mai esagerare e senza mai annoiare (alla faccia di chi sostiene che solo esagitandosi in scena, con abluzioni personali e lavacri o bagni di sangue o strip-tease schizofrenici, si rende drammaticamente la vicenda di Lucia e il suo personaggio). Ma voglio analizzare i momenti salienti di quello spettacolo. Ovviamente la prima aria, dopo lo struggente solo di arpa, la Pratt disegna un “Regnava nel silenzio” con fiati molto lunghi e fraseggio morbidissimo, in modo da esaltare l’ampiezza della melodia, e dare un senso di estrema tensione e unitarietà all’episodio, in una perfetta via di mezzo tra passione e astrattezza notturna. Segue la cabaletta “Quando rapito in estasi” affrontato con estrema sicurezza nelle agilità impeccabili e fluenti: il da capo è variato con ottimo gusto e spavalderia. Il tutto senza mai perdere la concentrazione drammatica, senza nessuna sbavatura. Salto il duetto con Edgardo perchè il tenore era inascoltabile! Splendido il duetto col baritono così come la scena col basso e il sestetto. Voglio correre però alla scena della pazzia, momento topico dell’opera, risolto egregiamente dalla Pratt, con pathos sempre controllato, cercando di esprimere con la voce e la coloratura, il delirio, senza scorciatoie sceniche ed esteriori. E’ una pazzia interna, segno esterno di un dolore esploso di dentro, mai sguaiato e mai sgangherato (come invece lo è quello della Dessay, che arricchisce il brano con urla e pianti assolutamente fuori luogo). La cadenza è quella classica, col flauto, con il quale la Pratt dialoga fino a non riuscire a distinguere le due voci, tale è la perfetta sintonia, la perfetta sovrapposizione. Emozionante. Ed era tanto che non mi succedeva a teatro! Un nome, quello di Jessica Pratt, da tenere d’occhio dunque. In un panorama sterile e desolato, in cui sopranini dalla voce chioccia, piccola, poco estesa, stridula e scorretta, affrontano ruoli per loro proibitivi, forse sta nascendo qualcosa di veramente nuovo e interessante. E sta nascendo grazie al ritorno ad una tecnica corretta, che ha come modello cantanti come la Sutherland, e che riporta il Belcanto a quella notturna astrattezza che è necessaria ad esaltare la potenza e la bellezza della musica (dopo l’attuale predominio di baccanti urlatrici, di strillone sguaiate che hanno scambiato Lucia o Amina per Santuzza o di bamboline con voce querula), rifuggendo da certi superficiali e volgarissimi effettacci interpretativi. Concludo con una speranza, quella cioè di non vedere tra pochi anni la Pratt trasformata in declamatrice e alle prese con Elektra o giù di lì: tale è, infatti, la disabitudine a sentire una voce con corpo e potenza nel belcanto, ora appannaggio di sopranini lirici, che a qualcuno potrebbe venire in mente di utilizzarla per cantare certo Verdi o di massacrarle la voce con Strauss. Spero invece che venga restituito al Belcanto ciò che è suo.
Post Scriptum: sulla sua pagina web si possono trovare due bellissimi ascolti: “Der Holle Rache” e “Qui la voce sua soave”.

Read More...

lunedì 13 ottobre 2008

Festival Donizetti a Bergamo: I Puritani

Il nostro tradizionale commento musicale, rimesso alla signora Ebe Stignani e tratto dal Matrimonio segreto si impone per la direzione artistica che ha allestito questi Puritani il cui solo ed esclusivo elemento di interesse è configurato dalla protagonista femminile. Andar dichiarando che verrà eseguita l’edizione critica, costata lavoro e danaro per, poi, farne “orrendo scempio” anzi incongruente scempio, offendendo gli studiosi, che vi hanno lavorato ed il pubblico che, crede e si illude di avervi assistito.

Perché questi Puritani sono stati malamente tagliati e rabberciati, peggio che nelle esecuzioni di provincia. Cito le peggiori incongruenze e non credo siano tutte. La polacca di Elvira ridotta della metà, il terzetto delle versione napoletana, predisposto per la presente (mancando nell’autografo quello parigino) dove il tenore, che dovrebbe “tirarlo” tace per i quattro quinti dell’esecuzione ed, ad un certo punto, si odono i soli “pedali” (ossia Enrichetta e Riccardo), che cantano da soli, la romanza del terzo atto di Arturo, eseguita per la sola seconda strofe, il duetto Arturo/Elvira nella versione ridotta tradizionale e, per giunta, abbassato di un tono e, poi, beffa per il pubblico l’esecuzione di una strofa del finale del “Sento oh mio bell’angelo” a due voci come si suppone (vedi saggio del prof della Seta) eseguita a Parigi alla prima del 1835. Ma ci prendono per cretini !!!!!
Non vale quale scusante la scelta all’ultimo del protagonista, che sostituiva il previsto cantante.
La colpa non è del prescelto o del sostituto, ma di una direzione artistica che attua determinate scelte. Le copiose disapprovazioni non vanno all’indirizzo dell’esecutore del ruolo di Arturo. Vanno all’indirizzo della direzione artistica, che sceglie un titolo come i Puritani, che impone quale condicio sine qua non un grande tenore, e lo affida ad un cantante inadeguato che, poi, lascia od è costretto a lasciare, sostituito da altro, indegno; che dichiara una scelta artistica per, poi, ridurla, ridicolizzarla ed umiliarla e con lei l’autore, il revisore ed il pubblico, che offeso e arrabbiato zittisce e contesta. E siccome l’improntitudine di questa direzione è senza limiti ordina alle povere maschere di presidiare il loggione e la platea e di sostituirsi alla claque. Vergogna e reiterata vergogna perché queste operazioni vengono fatte con il danaro pubblico, quello, che in periodo di pacifica recessione viene dai prelievi fiscali dei contribuenti-spettatori e dovrebbe essere speso ed utilizzato con specifica attenzione per la contingenza.
Onestà impone di dire che l’allestimento assolutamente oleografico e tradizionale di Michele della Cioppa, scenografo, e Simona Morresi, costumista, è azzeccato e risponde ad un'efficace rappresentazione del lavoro i cui valori preponderanti stanno altrove. Dissentiamo, però, dal carretto siciliano, che accompagna il finale primo ed il finale dell’opera, come dal pasticcio registico compiuto con il velo di Elvira.
Il peggio è il lato musicale, affidato alla direzione di Marcello Rota: metronomica, pesante, tendenzialmente lenta, con orchestra e coro (a partire dal coro dell’ingresso) spesso fuori tempo e scollegate. Tacciamo delle copiose stecche dei fiati al terzo atto. In un titolo, che mescola eredità rossiniane e presagi del futuro, dalla strumentazione raffinata, come Parigi imponeva, dove convivono l’elemento elegiaco più tipicamente belliniano con quello cavalleresco, non si possono tollerare esecuzioni monotone e accompagnamenti privi di guizzi e fantasia, nonché incapacità di accompagnare l’unico elemento del cast degno del titolo. Dalla stessa compagine orchestrale in Favorita abbiamo potuto percepire ben altro.
Intendiamoci bene, e lo abbiamo già scritto: i Puritani richiedono quattro fuoriclasse, come furono al Teatro degli Italiani Giulia Grisi, Rubini, Tamburini e Lablache. Per rendersene conto, tralasciando gli amorosi, basta ascoltare i passi acrobatici previsti per Riccardo alla cavatina di sortita, piuttosto che quelli che chiudono il famoso duetto “Suoni la tromba”.
Sia Roberto Accurso (Riccardo) che Enrico Giuseppe Iori sono stati molto pallidi rispetto alle esigenze dello spartito. Il primo, pur con qualche intenzione di nobiltà nel fraseggio non riesce ad emettere acuti decenti, pasticcia e raggiusta malamente i passi acrobatici della cabaletta “bel sogno beato” e l’ampiezza è limitata; il secondo dal timbro molto poco da basso suona ingolato e per nulla vario nel fraseggio. Tenuto conto che Bellini gli affida una splendida cantilena “ Cinta di fiori” ovvio tirare le conseguenze.
Quanto a Giorgio Casciarri per rispetto alla persona si impone un doveroso silenzio. Fare una disamina dei difetti del cantante (la parola interprete non deve essere profferita) è cattivo ed impietoso.
Ma le riprovazioni, gli zittii ed i commento del pubblico, allibito ed annichilito, sono dovuti e doverosi. E, ripetiamo, lo sono più per la direzione artistica che è discesa a questo e che per questo deve essere pesantemente riprovata, più che per l’esecutore.
In mezzo a tutto questo Jessica Pratt. Jessica Pratt ha ventott’anni e di fatto calca il palcoscenico da uno. Ha dato prova di un professionismo da cantante esperta e sicura, a maggior ragione se si tiene conto della situazione in cui è finita e della circostanza che debuttasse il ruolo.
Si è risparmiata al duetto con Giorgio, salvo svettare nei sovracuti, la polacca eseguita in versione ridotta non le conviene, poi è arrivato il finale primo dove le interpolazioni di tradizione portano alle stelle la voce di Elvira. E qui Jessica Pratt è stata meravigliosa, reggendo senza sforzo le difficoltà della parte, esibendo un timbro stilizzato e purissimo che è la caratteristica delle più complete belcantiste E puntuale è scattato l’applauso, ovazione del pubblico, che, finalmente, si era rifatto le orecchie. Ovvio che se abbiamo sentito una bella pazzia è soprattutto per la sorprendente facilità della gamma acuta, che è ancora più apprezzabile perché la parte di Elvira non è propriamente acutissima, anzi. E soprattutto non ha avuto nessun aiuto dal direttore d’orchestra, che ha staccato un tempo lentissimo per la cabaletta, munita di intelligenti variazioni.
L’atto migliore di questa protagonista è stato il terzo. In difficoltà per l’abbassamento del duetto, dettato dal protagonista maschile, ha cantato con eleganza, dolcezza e linea di canto oltre che i soliti acuti facilissimi e sonori, di cui un bellissimo re, ha chiuso lo spettacolo.
Dall’ascolto, con le tare sopradette, sorge il dubbio che oggi le parti più consono a Jessica Pratt siano quelle di tessitura acuta ed astratte, tipo la Zenobia dell’Aureliano in Palmira o la Lucia di Lammermoor. Ma una cosa è certa: il finale primo di Jessica Pratt è di quelli che fanno saltare sulla seggiola.



Ebe Stignani commenta le scelte della Direzione artistica del Festival Donizetti

Read More...

lunedì 14 luglio 2008

Otello a Wildbad: Tutti pazzi per Desdemona

Crediamo che dopo questa recensione nessuno ci potrà accusare di non nutrire una passione sincera e autentica per le voci, fondamento insostituibile e sola ragion d'essere dell'opera. Ben tre membri di questo Corriere hanno attraversato l'Europa, addentrandosi nel cuore della Foresta Nera, tra gorge de loups, nebbie e fortunali onde assistere al primo cimento nel Rossini tragico di Jessica Pratt, soprano australiano che i nostri teatri cominciano fin troppo timidamente a scoprire e utilizzare.
Wildbad è una tranquilla località termale (età media dei frequentatori: sui 78 anni) e la sala che ha ospitato Otello, posta su una collinetta che nulla ha che vedere con la Collina della lirica, ricorda quella di una buona birreria di provincia tedesca. Adeguate all'ambiente e all'umanità che è solita popolarlo la direzione d'orchestra e la regia. Osservando Antonino Fogliani (alla testa di un'orchestra peraltro non certo impeccabile, dagli archi pseudobaroccari ai fiati pigolanti) alle prese con l'Ouverture abbiamo potuto apprezzarne il gesto, così confuso che non si capisce come l'orchestra abbia potuto trovarvi indicazioni e suggerimenti. Ove per indicazioni e suggerimenti si intenda non sfumature dinamiche e agogiche, ma semplicemente precisione e puntualità di attacchi. Il meglio dell'arte direttoriale del maestro Fogliani si esplicita nella coda dell'Ouverture, nel preludio alla sortita di Desdemona (con un corno da caccia alla volpe, ovviamente non reale) e nell'introduzione al terzo atto, in cui ogni strumento ha ben pensato di entrare quando ..... gli pareva. E si taccia, con riferimento a quest'ultimo passo, dell'approccio, più adatto all'Italiana in Londra che al Rossini coturnato. Lo striminzito Coro filarmonico di Transilvania, dopo poche battute d'introduzione, ci ha confermato l'impressione di essere in una birreria bavarese verso l'ora di chiusura.
Quanto alla regia, la scena si apre su una specie di autofficina in disarmo, con delle panche sui lati e dei bastoni conficcati in terra (allusione agli approdi veneziani?). Il trionfo di Otello è un pestaggio, non si sa se sognato o reale, eseguito da dei picciotti con una calzamaglia sul viso. Il Doge è un paraplegico in vestaglia arancione che accarezza un gatto di peluche: purtroppo non è il capo della Spectre. I patrizi veneti sono una banda di guappi con annesse sgualdrine munite di occhiali, calici di spumante e pochette. Punti topici della regia sono stati il finale primo, in cui camerieri da brasserie con grembiali bisunti ramazzano al suolo cercando di sbirciare le copiose forme di Desdemona, intenta a cambiarsi d'abito, e il terzo atto, con Desdemona, che potrebbe sembrare la réclame di un noto detersivo liquido, intenta a "tirare sù" il bucato mentre una improvvisa nevicata, che ricorda quelle dei gadget di vetro, accompagna la Canzone del salice. Il tutto, oltre che improbabile, anche orrendo da vedere. E non si prenda come scusa alla povertà di scene, costumi e regia la limitatezza dei mezzi, ché una sana forma di concerto sarebbe stata più economica e più gradita, e più ancora lo sarebbe stata una spoglia aula veneziana, con pochi elementi mobili e sobri costumi pseudocinquecenteschi.
Otello (un Indiana Jones da scenario postatomico, cappottone brechtiano d'ordinanza e bandoliera ad armacollo), Michael Spyres, è dotato di voce abbastanza corposa, di colore piuttosto scuro, esegue correttamente le agilità ma, nella zona del passaggio, compaiono suoni un poco tra naso e gola che compromettono l'ascesa agli acuti, non molti da spartito e uno solo interpolato, che suonano spesso un poco bianchi e striminziti. Con una messinscena inutile, di ostacolo alla resa vocale e alla comprensione dell'opera, era facile lasciarsi andare all'effettaccio: Spyres ha invece mantenuto una condotta vocale e scenica castigatissima, da vero condottiero del Leone di San Marco, fiero, nobile, disperato ma con misura. Con evidente richiamo al modello di Bruce Ford.
A un livello drasticamente inferiore gli altri signori. Jago (che la regia dipinge aduso al tiro di cocaina prima dei due duetti), Giorgio Trucco, si contorce su se stesso per ottenere, senza successo alcuno, agilità presentabili. In pigiama e bastone d'ordinanza, claudicante non solo nel fisico, Elmiro, Ugo Guagliardo, cui qualcuno ha dimenticato di spiegare, dopo avergli imposto l'andatura da emiplegico, che l'invalido non usa appoggiarsi sull'arto offeso. Del tenore Filippo Adami abbiamo soprattutto apprezzato l'esibizione del villoso toracino e la scarsa disinvoltura con il serramanico, mentre l'esecuzione dell'aria lo vede in serie difficoltà, che divengono serissime alla sfida. Stonature, suoni strozzati, agilità abborracciate non si contano.
Quando, alla scena di sortita di Otello, fra la piccola folla dei coristi appare l'innamorata Desdemona, si cava dalle scene l'ipostasi del soprano, così come memoria, tradizione e iconografia ce l'hanno consegnata. L'immagine continua, si avvalora e si conferma quando Jessica Pratt apre la bocca. In una parte non molto consona ai suoi mezzi di soprano assoluto, Miss Pratt ha sfoggiato misura, eleganza, precisione di esecuzione, proponendo un personaggio sognante e timoroso al primo atto, disperato, anzi tragico nell'accezione ottocentesca al secondo, in cui la Pratt ha mostrato fiati impressionanti, grandissima ampiezza nella zona acuta e sovracuta della voce ed estrema facilità nel canto di agilità, e al terzo atto grande tensione drammatica alla Canzone del salice, che se il maestro Fogliani avesse staccato a un tempo molto più lento le avrebbe giovato. Nel duetto conclusivo con Otello, una delle pagine più pesanti vocalmente di Rossini assieme al terzetto della Donna del lago, punto in cui è facile farsi prendere la mano e indulgere a effetti poco consoni allo stile del Belcanto, la Pratt ha cantato con suoni morbidissimi e facilissimi, come si conviene alle primedonne tecnicamente più ferrate. Che poi sono quelle più autentiche, a nostra insindacabile opinione.

DD + GLD + AT

Atto I: Non indugiar... Amor, dirada il nembo - Michael Spyres
Atto II: L'error di un'infelice - Jessica Pratt

OTELLO, OSSIA IL MORO DI VENEZIA
Dramma per musica in tre atti
di Francesco Berio di Salsa
Musica di Gioachino Rossini


Otello - Michael Spyres
Desdemona - Jessica Pratt
Elmiro - Ugo Guagliardo
Rodrigo - Filippo Adami
Jago - Giorgio Trucco
Emilia - Geraldine Chauvet
Doge - Sean Spyres
Lucio - Hugo Colín
Un gondoliere - Leonardo Cortellazzi

Philharmonischer Chor Transilvania Cluj
Maestro del coro: Cornel Groza

Virtuosi Brunensis
Direttore: Antonino Fogliani

Regia: Annette Hornbacher
Scene: Anton Lukas
Costumi: Claudia Möbius

Kurhaus Bad Wildbad
12 luglio 2008

Read More...

domenica 9 marzo 2008

News di Jessie Pratt: Lucia di Lammermoor anche a Bologna.


Mi sono recata nuovamente a Bologna per la Lucia di Lammermoor, ove ha avuto luogo la sostituzione della seconda delle protagoniste da parte di Jessie Pratt. Un’emergenza, di quelle che ti mettono indosso l’abito di scena e ti buttano dentro, tanto per intenderci: nessun nome in cartellone ( qualche foglietto volante sulle pareti dei palchi e del loggione…. ) e, mi immagino, i vestiti rubati a qualche passante, data la differenza di stazza tra la ragazzona australiana e la protagonista titolare.
Una cronaca dovuta da parte del nostro Corriere, dato il successo che tra i giovani melomani padani ha riscosso questa debuttante con la recente produzione As.li.co. di Lucia nei circuiti lombardi. E dovuta anche perché la Pratt ci aveva promesso che avrebbe lavorato sulle note centrali della sua voce ( ricordate l’intervista?) e, quindi, quale migliore occasione di questa per verificare se sia ragazza di parola?
Ho assistito ad una recita di quelle strane, dove la serata parte con un canto non facile come al solito, poi pian piano le nuvole se ne vanno ed arriva addirittura qualcosa di straordinario, ossia la pazzia. Se questa è stata una serata non al top, come mi hanno voluto subito rassicurare alcuni loggionisti presenti alle altre due recite, beh….tanti omaggi al carattere di miss Pratt!
Non siamo più abituati a sentire delle Lucia dalla voce importante, e l’effetto è ancor maggiore in un teatro ove l’acustica è eccellente. Se poi il primo obbiettivo del canto è la proiezione massima del suono, nel sentire la Pratt si rimane davvero impressionati. La voce è di quelle cosiddette “importanti” rispetto alla media delle Lucie (oggi spesso voci fin troppo leggere), il centro corposo ( è stata di parola ), lo slancio del registro acuto e sopracuto davvero impressionanti. Sono tutti elementi sorprendenti, a maggior ragione se si pensa che questo rimpiazzo è di fatto la sua seconda produzione.
Nell’entrata era percepibile qualche segno di disagio nel dosare la voce, soprattutto nel cantare piano,come al duetto con il tenore. La ricerca costante della proiezione ha dato luogo ad alcune frasi acute tutte forti e ad un sopracuto spinto. Poi di colpo la serata comincia a girare diversamente al duetto col baritono: “Il pallor funesto orrendo” non pare il capriccetto di una bimbetta isterica, ma un momento tragico, l’inizio del dramma vero della grande prima donna. Lucia fronteggia il fratello come una vera primadonna tragica e soffre al “Tu che vedi il pianto mio” e la concitazione della stretta finale introduce alla catastrofe. In un gruppo di voci striminzite, fatta eccezione del baritono Cavalletti ( peccato per quegli acuti sempre duri e ghermiti, perché il materiale vocale è di qualità ma....) Lucia ritorna, secondo una prassi antica, a sentirsi e a tirare sestetto e concertato della festa
Quindi è arrivata inattesa questa scena della pazzia, sempre dal sapore tragico ( si veda ad esempio "Ahimè, sorge il tremendo fantasma" ) per la forza ed il vigore con cui la Pratt la canta : tutto è stato facilissimo, compresi i sopracuti scintillanti ed ampi, la cadenza col flauto, le agilità precise, i piani. Finalmente una rappresentazione del dramma, del dolore di Lucia, solitamente annegato nella coloratura fine a se stesse. Anche i perplessi dalla sua oggettiva diversità dalle normali Lucie pigolanti e flautate ( peraltro senza il coraggio spettacolare di quelle pre Callas ), le hanno tributato grandissima ovazione alla fine della cadenza, perché è stata elettrizzante.
Invito anche voi a ripercorrere, con la memoria e con gli ascolti, il confronto tra questa voce tutta verticale ed egualmente sonora, tanto proiettata e ricca di mordente, con tutte le più grandi Lucie del nostro passato più o meno recente. Scoprirete che la memoria deve risalire molto indietro, perché nemmeno la grande e forse più bella voce di June Anderson, stellare Lucia fiorentina del 1983 dopo Edita Gruberova, seppe cantare la pazzia con voce tanto ampia e proiettata in tutta la gamma.
Quanto al presente delle Ciofi, Rancatore, Mei, Massis, Dessay, Devia, Gruberova (la sola ad avere grande proiezione anche al centro, ma con ben altro tonnellaggio di voce), Cantarero, Mosuc,….non c’è oggettivamente confronto.
Questa ragazza è il più bel lirico di coloratura che canti in questo povero e triste presente, e chi dubita che non abbia i numeri della fuoriclasse in assoluto, avrà agio di rinfrescarsi la memoria ascoltando in parallelo la giovane Pratt con la migliore Anderson! Perché più di così, c’è solo la Sutherland anni ’60!



G. Donizetti
Lucia di Lammermoor
Atto II - Il pallor funesto orrendo - Jessica Pratt & Massimo Cavalletti (5/3/2008)
Atto III - Scena della pazzia - June Anderson (1983), Jessica Pratt (5/3/2008)


Read More...