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venerdì 1 luglio 2011

Italiana in Algeri alla Scala. Il significato dell'accademia, i tempi dei verbi

Ieri sera sul palcoscenico del Piermarini è ritornata, quale spettacolo dell’accademia scaligera, l’Italiana in Algeri di Rossini nell’allestimento, che inaugurò la stagione del 1973-74 con Teresa Berganza protagonista e la direzione di Claudio Abbado.

Spettacolo dell’accademia della Scala. Ho riflettuto sul fatto che, un tempo, diciamo nella Parigi di Rossini le Accademie erano le serate cui partecipavano i maggior musicisti, strumentisti e cantanti in casa di nobile esibendosi in uno o due brani sicchè poteva capitare di sentire la Grisi, che intonava bel raggio lusinghier accompagnata dall’autore o da Chopin. Adesso accademia dovrebbe significare, invece, il luogo dove si impara o meglio si perfeziona l’arte vuoi del canto solistico di quello coreutico o di uno strumento per poi affrontare la relativa carriera. Allora –concludo- dovrebbe essere una serata come quelle degli anni cinquanta in cui i cadetti della Scala a nome Ilva Ligabue, Luigi Alva, Paolo Montarsolo, Fiorenza Cossotto cantavamo “l’osteria di Marechiaro” o “la dama spagnola”.
Poi, letta la locandina e mi sono ricordato dei tempi dei verbi della lingua italiana. Solo che non ho pensato , come avrei dovuto per la sede in cui proposta questa Italiana, non al futuro, ma al passato vuoi remoto vuoi prossimo al presente ed infine, controvoglia e per caso al futuro. Il che significa che dell’accademia in senso moderno c’era nulla o poco. Tanto meno di quella in senso antico.
Passato remoto : l’allestimento di Jean Pierre Ponnelle, varato, appunto, nel 1973 ripetuto più volte in Scala ed in altri teatri di fama mondiale con protagoniste di notorietà planetaria e di rossinianità indiscussa ed indiscutibile. A distanza di anni questa Algeri, che richiama Granada, due o tre gag misurate e sopportabili dal testo (rammentiamo in quali anni nacque l’allestimento), la scelta bellissima dell’arrembaggio in scala ridotta, le prorompenti epe di plastica degli eunuchi sono ancora oggi inarrivabili. Insegnano come l’allestimento dell’opera debba essere, prima di tutto, misura e strumentale a sottolineare il testo musicale e magari anche quello poetico, essenziale nelle opere comiche di Rossini (soprattutto Pietra, Italiana e Turco). Nessuna volgarità in scena sempre e solo l’allusione, che è la realizzazione dell’allusione contenuta nel testo. Basta nel raffronto con l’Italiana pesarese a cura di Dario Fo e la differente realizzazione della metafora del palo.
Passato prossimo: Michele Pertusi da Parma, di anni 45, in carriera da 25 e con il pregio, per questa militanza di avere sentito e collaborato con parti della storia dell’interpretazione belcantistica e di avere studiato con chi ancora capace di trasmettere saldi fondamenti del mestiere. Difetto o meglio rovescio della medaglia l’evidente usura vocale di una voce mai ricca di armonici e che di vero basso non è mai stata e che oggi stenta negli acuti estremi vedi il fa di “pappataci Mustafa” al celebre terzetto o che non è più fluida nella sezione conclusiva dell’aria di Mustafà dove la manovra del fiato ed il legato denunciano anni e carriera. Poi siccome la voce il più delle volte sta al posto giusto Pertusi che non è – ripeto un superdotato- suona sempre avanti, proiettata e sonora. Questa che oggi è rarità è stata addirittura unicità nella compagnia assemblata dal teatro milanese.
Presente : Lawrence Brownlee, Antonello Allemandi ed Anita Rachvelishvili
Il primo è entrato in scena nella sortita con voce sonora ed ampia per essere un tenorino. La scrittura di Lindoro è acutissima (piaceva molto al Rubini prima maniera) ed all’orecchio allenato appare subito evidente che al nostro tenore manca la corretta salita agli acuti facili in apparenza, ma spinti al tempo stesso. Un tempo per esemplificare la salita corretta agli acuti i maestri di canto utilizzavano il termine “cupola” , “fai la cupola” metafora azzeccata anche per esemplificare che Brownlee non segue l’immagine della monta della cupola nel salire, ma una immagine di fissa verticalità. Ciò non di meno applausi dopo la sortita. Immediata la conseguenza dei limiti nel canto in quanto già al seguente duetto con Mustafà alla frase “ah mi perdo” dove la voce del tenore fraseggia sul fa3 sol3, il cantante è privo di smalto ed emette suoni difficoltosi perché mal proiettati. Non solo il volume via via nella serata si riduce, lo sforzo aumenta ed alla fine dell’aria del secondo atto puntuale ed inesorata arriva la stecca sull’acuto conclusivo un si nat. Puntuale, insipiente firma di un pubblico ignorante arriva il grido “bravo”.
Antonello Allemandi ha una sola attenuante ovvero quella di aver diretto una compagine di studenti o poco più. Nessun colore, nessuno slancio, nessuna sottigliezza o finezza, nessuna capacità di sottilineatura con fiati e legni, che sono un po’ la sigla dell’ironia del Rossini comico, un pesante finale primo (anche piuttosto lento) un “ognuno per conto suo” , “quasi tutti stonati” al quintetto “sento un fremito” dove il direttore si limitava a battere il tempo all’orchestra, dimentico del palcoscenico.
Anita Rachvelishvili è il dubbioso presente. Fisico, colore della voce evocano quelli che un tempo erano i soprani di forza ovvero quelle voci che affrontavano il tardo Verdi (dal Ballo in poi) Gioconda, Tosca, talvolta Fanciulla e Wally, Andrea Chenier. Solo che per affrontare quel repertorio occorre un sostegno della voce, che consenta di reggere le tessiture, definite da Lauri Volpi, gagliarde. In difetto si ripiega su una corda estranea per limiti tecnici. Basta sentire l’attacco di “cruda sorte” piuttosto che l’andante “per lui che adoro” (passato sotto silenzio) per rendersi conto che siamo dinnanzi ad una voce, che non sfrutta la risonanza della cosiddetta maschera e suona opaca, comune, priva di quella stilizzazione e aurea aulica, che sono la sigla del canto professionale e rossiniano in primo luogo. Al “per lui che adoro” per sola qualità tecnica voci in natura di soprano, pure modeste per volume e colore, come Teresa Berganza, Marylin Horne e Martyne Dupuy scrivevano pagine esaltanti ed irripetibili. Che, poi, in zona medio alta ovvero sul fa4 la signora emetta suoni di un certo volume ed ampiezza è solo per dote naturale come per dote naturale, aiutandosi con alleggerimenti di suono, semplificazioni dell’ornamentazione supera le agilità del rondò. Sotto il profilo dell’agilità le cose vanno peggio nell’ingresso di Isabella alla corte di Mustafà perché le agilità martellate richiedono un controllo del suono, ignoto alla principiante, seppure dotata. Il disagio vocale, poi, porta ad una linea interpretativa sciatta ed approsimativa. Dalla bocca di questa Isabella, che della proterva e sensuale eroina rossiniana avrebbe anche il fisico , non esce una frase che sia centrata sotto il profilo dell’accento. Invito l’ascoltatore, che non voglia fermarsi al solito e facilone “ a quelli della Grisi non va mai bene niente” a sentire il “dite che è quella femmina” della Horne piuttosto che il “mia signora favorite” o “in gabbia è già il merlotto” di Teresa Berganza o le “vicende della volubil sorte” di Martine Dupuy.
Ci sono con questi presupposti che la cantante georgiana passi presto dal tempo presente a quello passato sia pur prossimo di carriera.
Futuro: dovrebbero essere coloro che sono gli unici effettivi allievi dell’accademia della Scala, che non produce molto, tanto che si appoggia a veterani o cantanti in carriera o per lo spettacolo di fine anno. Talvolta ricorre a giovani non d’accademia come accade con Vincenzo Taormina, dimagrito rispetto alla mamma Agata, che propone zia Taddea, anziana parente di Isabella in odore di mezzana, tanto è sgraziato, sopra le righe ed incapace dell’autentico virtuosismo che è richiesto al buffo ossia il canto sillabato. Per anni abbiamo sentito la censura e la reprimenda del gusto dei Corena e dei buffi precedenti, per ritornare poi al punto di partenza! Ed è per questo che ho deciso di offrire ai nostri ascoltatori un'esecuzione d'epoca, datata e censurabile per il gusto, purtroppo attuale.
Ancor più futuro ed unica solista proveniente dall’accademia, Pretty Yende, che dopo il title role dell’Occasione fa il ladro, canta la parte breve, ma disagevole per un paio di do acuto nel concertato di Elvira, l’infelice moglie di Mustafà, due soli termini per la prestazione: vocia al centro e sbraita gli acuti !




Gli ascolti

Rossini - L'Italiana in Algeri


Atto I

Cruda sorte - Teresa Berganza (1973)

Oh che muso, che figura! - Teresa Berganza & Paolo Montarsolo (1973)

Atto II

Per lui che adoro - Zara Dolukhanova (1951)













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sabato 17 luglio 2010

Le cronache di Carlotta Marchisio - Il barbiere di Siviglia alla Scala, seconda recita... nessuna novità!

Credevamo di esserci perse per Milano, lunedì sera, la sottoscritta e un paio di amiche sue. Abbiamo inizialmente preso le distanze da ogni responsabilità personale e incolpato sull’unghia la topografia, tant’è che ci siamo da subito chieste se per beffa del caso via Marconi fosse stata trasferita in via Dante e la stessa Via Dante, con una rotazione improvvisa di novanta e passa gradi, avesse preso il posto di via Marconi; quasi che il “Piccolo Teatro”, in pausa estiva, avesse deciso di ospitare una tantum un’opera scaligera. In altre parole, ci siamo domandate se questo Rossini in cartellone fosse stato epurato dal canto e rappresentato in forma di prosa, un po’ come successe nel ’92 al “Teatro delle erbe”. Purtroppo, va da sé, non c’è stato alcuno sconvolgimento cartografico né tantomeno una perdita improvvisa d’orientamento da parte nostra. Eravamo alla Scala e abbiamo assistito alla seconda recita del Barbiere di Siviglia…
Partiamo dai cantanti al debutto in questa produzione.
Inutile dirlo, l’artista che più di ogni altro ha catalizzato e continua a catalizzare l’attenzione su questo Barbiere è Juan Diego Florez, che mancava dal Piermarini dal 2007, eccezion fatta per un recente recital di successo. Diciamo subito che la prova del tenore peruviano mi è parsa buona, di gran lunga al di sopra di quella dei colleghi, vuoi per doti d’interprete, vuoi per sostrato tecnico non indifferente. Se il volume non è certo torrenziale, la zona centro-acuta/acuta rimane senza dubbio terreno di elezione, ancora fertile, per muoversi con disinvoltura sul pentagramma, tanto che le due puntature (chiusa della cavatina e del rondò) sono state eseguite e tenute con sicurezza degna di nota. Il fraseggio, pur inficiato dal diffuso “belato” di tanti tenori rossiniani del momento (Brownlee, giusto per rimanere nella stessa produzione, ne esibisce uno ancora più marcato), che finisce per produrre qualche intoppo nella potenzialità di colorare i versi, più che variegato è credibile ed efficace, poiché ben si addice alla parte dell’innamorato d’alto lignaggio. Insomma, complice la già menzionata dote scenica, il personaggio del Conte iberico viene fuori bene. Resta però qualcosa da dire sui segni d’usura, tipici del procedere della perfida linea del tempo, che tuttavia nulla vanno a togliere ai meritati applausi ricevuti. Sia chiaro, la forma fisica non c’entra nulla (gli ammiratori di Juan Diego possono con buona pace risparmiarsi la mano al cuore…). Ciò che non mi ha convinto appieno riguarda, con ogni evidenza, il coté vocale. Innanzitutto la respirazione. Nella cavatina e in particolare appena più avanti, nella canzone “Se il mio nome saper voi bramate”, il tenore è stato più volte in debito di fiato («che fido v’adoro» - «che sposa vi bramo»). Nelle ascese legate (la salita su «aurORA» o su «lo stral»), invece, capita che la voce si smagli leggermente e appaia un po’ tirata (a differenza, come detto, degli acuti di forza e a piena voce, ineccepibili), mentre al centro non è esente da qualche lieve stimbratura e calo d’intonazione, poco rilevanti ma da mettere in ogni caso in cronaca. Nel complesso, una prova considerevole.
Ci si chiede poi quali siano i motivi che spingono una sovrintendenza a scritturare dall’Ucraina cantanti censurabili come il Don Basilio di Alexander Tsymbalyuk. La voce è da vero basso slavo, che tradotto in termini contemporanei significa cavernosa e intubata. In alto non è mai a fuoco e per arrivarci il passaggio di registro è brado e risolto alla carlona. Nell’”aria della calunnia” i pochi passaggi con un minimo di ritmo vengono risolti con una piattezza di fraseggio che agghiaccia, mentre la lunga salita fino a «l’aria rimbombar!» è una sinestesia che rimanda immediatamente all’elettroencefalogramma di un comatoso. Un brutto momento, complice la pesantissima direzione di Mariotti.
Altro discorso per il veterano Alessandro Corbelli. Da parte sua ha invidiabili qualità attoriali che rivelano alla base uno studio approfondito e personale della resa scenica del “buffo”. Che sia la volta di Don Bartolo o di Don Pasquale, quando sale sul palco Corbelli è Don Bartolo o Don Pasquale. La mimica facciale rigogliosa di espressioni, l’intelligenza con cui pone la frase e la leggerezza sorniona del gesto ne fanno uno dei massimi interpreti di personaggi operistici di questa tessitura vocale. E però… Però c’è poco altro. Ed è per questo motivo che la sensazione l’altra sera è stata più quella di assistere a uno spettacolo di prosa che a uno di lirica. Perché non è accettabile che i recitativi vengano portati avanti senza pienezza di suono, senza un canto sfumato e modulato a seconda delle esigenze drammaturgiche del momento. Una gag all’opera diventa efficace se sa giocare con la miriade di variazioni potenziali che una voce impostata al canto può produrre. Altrimenti tanto vale acquistare un biglietto per “Il Pantalone impazzito” o “Le burle d’Isabella”, o per qualsiasi altra pièce della “Commedia dell’Arte”. Nell’aria del primo atto l’emissione, in quasi ogni zona del pentagramma, è apertissima, dal suono traballante, in special modo in acuto (evidenti segni di senescenza), mentre i gravi sono sonori ma ahinoi ancora parlati. Lo stesso Vassallo, che sul versante prettamente vocale è un Figaro volgare (pacchiani quegl’ «uno alla VOLTAHH» ripetuti nell’aria di sortita), spesso sguaiato in alto, privo di cavata e rotondità al centro e in basso (incredibile il primo duetto con Almaviva – “All’idea di quel metallo” – con interi versi scarniti, quasi mimati, da richiamare l’”effetto acquario”), presenta gli stessi problemi di Corbelli, anche più accentuati, nelle parti di raccordo.
Sugli altri cantanti si è già espressa l’amica Giulia, di cui condivido le riflessioni. Rimane tuttavia paradossale, ma pur degno di nota, che un solido comprimario come Ernesto Panariello (l’ufficiale) abbia il doppio della voce dei due tenori titolari.
La direzione di Mariotti ci è parsa ancora più ruvida della sera della prima, aggravata da un’orchestra in debito di protagonismo considerate le sparacchiate improvvise e impazzite dei corni e di quei fiati smorti, esagui e fissi (da pelle d’oca la svirgolata in tandem del clarinetto e del flauto nell’introduzione alla cavatina di Almaviva!). Il concertato nel finale primo è un suono indistinto, pesantissimo, senza sfumature, soverchiante tutti i cantanti, tanto da richiamare l’immagine di un indifferenziato preparato per polpette. Gelido e stopposo.
Un teatro prudentemente popolato di “incondizionali” ha espresso vivo consenso a tutti gli artisti, evitando il rischio di una seconda débacle che puntualmente non si è poi verificata. Ma uno spettacolo che regge appeso ai calzoni di un solo cantante e di un allestimento sulla soglia dei quarant’anni ci auguriamo sia di poco vanto per la direzione di un teatro come la Scala. E basti questo scambio di battute con un vicino di posto per rendere il senso ultimo del successo di questa produzione: «E’ davvero un brutto Barbiere». «Ha ragione, è il miglior spettacolo di questa stagione».


Gli ascolti

Rossini - Il barbiere di Siviglia


Atto I

Ecco ridente in cielo - Dino Borgioli (1929)

Una voce poco fa - Alda Noni (1951)

A un dottor della mia sorte - Carlo Badioli (1958)

Atto II

Ah! qual colpo inaspettato - Renée Doria, Alain Vanzo & Robert Massard (1960)

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domenica 11 luglio 2010

Il Barbiere di Siviglia alla Scala: che noia!

Poco più di un anno fa ve lo scrivemmo, nel post di commento alla stagione scaligera in corso, che il maestro Spinosi non sarebbe arrivato alla prova generale. Ci astenemmo dallo scrivere il nome del suo sostituto perché ci avrebbero accusato di andare troppo oltre, ma il melomane anziano sa abbastanza bene come gira il mondo dell’opera. E le cose sono puntualmente girate come previsto ed immaginato.Lungi da noi dal pensare alla tesi del complotto preordinato contro il maestro Spinosi, tesi che trova spazio in questi giorni su certi fori francesi, dove la new wave baroccara ha il suo più grande pubblico, ci limitiamo invece a registrare il consueto “ tempismo “ che caratterizza alcune carriere, che ormai paiono essere la sola cosa a viaggiare a tempo perfetto nel mondo dell’opera.


Il fatto che la bacchetta sostituta last minute appartenga alla medesima agenzia del signor Florez e sia figlia del Sovrintendente del ROF non è osservazione maligna del nostro sito, ma di uno dei quotidiani più grandi d’Italia. (http: //www.ilgiornale.it/milano/sciopero_baritono_chiede_danni/09-07-2010/articolo-id=459665-page=0-comments=1).
E così abbiamo finalmente registrato il debutto di Michele Mariotti a Milano, bacchetta prodigio per definizione più che per motivi oggettivi, che però non è stato in grado, su un opera di cui si dice sia grande esperto, di far “girare” la serata, ossia non farci sembrare il capolavoro di Rossini un monumento di noia e fiacchezza.
Il cast, dal canto suo, non era affatto travolgente, anzi, pochissime prove da parte dei divi, mende vocali di vario genere, e la Stella a casa, in attesa della prevista recita di lunedì, al cospetto del suo pubblico, negata a Lissner la sua doverosa presenza per la serata inaugurale. E questa è stata gran mancanza di stile e professionalità, perché due recite di Barbiere in tre giorni non sono affatto un’impresa impossibile, ma la norma dei cartelloni odierni e dei ritmi dei grandi cantanti. In situazioni di emergenza come questa soprattutto.

I dettagli

L’affaire Spinosi – Mariotti ha condizionato gli esiti della buca. Avrà anche avuto poche prove e molto da riassestare, ma l’orchestra è pur sempre quella della Scala di Milano, non un gruppo di strumentisti raccogliticci ed improvvisati, e Rossini non è Strauss o Wagner o Mahler. I signori sanno suonare, perciò certo fragore delle percussioni nell’ouverture, o certo suono secco ed acido degli archi poteva essere corretto. Si sono sentiti alcuni fuori tempo, come all’inizio dell’aria della Calunnia, o certi sfasamenti nel secondo atto, al terzetto Figaro, Rosina, Almaviva, ma poca roba a fronte della noia in cui la serata è piombata dall’entrata di Figaro in poi. Dopo un mezz’ora circa lo spettacolo ha iniziato ad avanzare con fatica, gli accompagnamenti a suonare meccanici ad onta di tutti i tentativi del giovane maestro di sfumare, smorzando e crescendo, accelerando e rallentando l’orchestra, effetti peraltro tutti uguali e ripetuti tanto spesso da risultare prevedibile. Precisione o meno, bellezza di suono o meno, il tutto aveva il sapore del compito, dell’esercizio scolastico, e mancavano vitalità, brio e soprattutto tensione dell’orchestra. Una bella pagina di A, una bella pagina di B, una bella pagina di C… costituiscono un esercizio calligrafico, ma non saranno mai un vero componimento. E noi abbiamo assistito a belle pagine di lettere ben scritte, con pulizia, che però non andavano da nessuna parte.
L’esperto maestro di Rossini, conoscitore dei dettagli del grande compositore, ha fatto sembrare il suo autore preferito prolisso, spento, poco vitale, talora anche manierato. Ma Rossini è geniale, travolgente, nevrotico, fantasioso, ironico, di un’inventiva melodica incontenibile e continua, e non produce mai, dico mai, nemmeno nelle opere minori, la sensazione che il gas esca da sotto le seggiole come ieri sera.
Sopraggiungere all’improvviso, all’ultimo minuto giustifica, certo. Ma sono cose da mestieranti e praticoni di lungo corso, che è ben altro dall’essere dei rampanti della carriera, protetti dalle mille relazioni paterne. Alla Scala si arriva fatti, e non da fare, e la si rispetta perché è il più grande teatro d’opera del mondo. Il giochino d’agenzia è lì, sotto gli occhi di tutti, e non è piaciuto per il modo in cui si è svolto ma anche e soprattutto per l’esito, e non solo a questo Corrierino, che sarà certamente incolpato della debàcle (ossia dei robusti buuu ricevuti da Mariotti) di ieri sera, ma anche a molti, numerosi abituè che hanno trovato la serata insopportabile, sebbene l’abbiano tollerata in silenzio, more solito. Il punto è che non si può spingere oltre certi limiti cantanti o direttori che non siano all’altezza della fama e della carriera che fanno: ieri sera mancava il braccio, la sicurezza, l’esperienza di raffazzonare lo spettacolo in quattro e quattr’otto, come i mestieranti di una volta facevano ogni sera. La sfumaturina non conta nulla di fronte ad uno spettacolo che non si regge in piedi!
L’entourage batterà da oggi la gran cassa dei soliti contestatori, come il maestro Spinosi batterà quella del complotto, ognuno con i propri mezzi mediatici, la stampa amica, i nicks amici etccc., ci assicureranno che la seconda è stata trionfale, anche perché arriva don Diego con il suo pubblico, ma questo Barbiere che non gira è lì da sentire…provar per credere.

Circa il cast, mi importa molto parlare della sola cantante che di questo Barbiere possegga i numeri per essere davvero una grande cantante ed un’artista, ossia la signora Di Donato.
Irriconoscibile la signora Joyce, e non solo per gli incontentabili criticoni come noi ma per i suoi stessi fans ed ammiratori! La voce si è sensibilmente ridotta in volume, il centro chioccio ed in bocca, con continui suoni nasali e tra i denti sulla lettera E, frequenti suoni ghermiti sguaiatamente in zona centrale, il registro acuto o flautato o fisso, da soprano leggero, la vocalizzazione talora addirittura imprecisa, mai di forza, talora anche aspirata. Ha retto bene la cavatina, ma non bene come alla prova generale, ma poi al duetto con Figaro, momento chiave di grande difficoltà virtuosistica, è pure comparsa l’aria nella voce; una scena della lezione tagliata ( perché?), risolta nelle gags più che col canto ( non siamo a NY ma a Milano ); poco udibile e soprattutto anche poco intonata al terzetto “Ah, qual colpo inaspettato..”.
La signora Di Donato ha abbracciato il dogma baroccaro, che è il tarlo delle voci oltre che del belcanto, ed il risultato vocale è stato questo: una Rosina artefatta, costruita, dove ogni varietà di fraseggio o intenzione interpretativa è stata “esposta”, ma non si è concretizzata in qualcosa di veramente fluido, convincente, spontaneo. Il belcanto, si sa, è razionale artefazione, costruzione intellettuale restituita al pubblico con massima spontaneità e facilità. Per queste ragioni i grandi belcantisti sanno rendere la “poetica degli affetti” con naturalezza, commuovendo o elettrizzando con la massima semplicità……apparente. La voce deve tornare ad essere manovrata con ortodossia tecnica e non imbastardita con i modi dei baroccari. Rossini, come il belcanto italiano, non sopporta l’emissione baroccara, la voce disomogenea ( una voce sotto ed una sopra, diseguali ), le agilità imprecise ( come le variazioni che facilitano la prima scrittura, con il continuo ricorso a puntature verso l’alto, l’abuso di staccati e picchettati, a discapito di quartine, terzine, trilli, volate etc.., insomma delle figurazioni più complesse ). La signora Di Donato ha variato in buona parte seguendo Marilyn Horne in “Fortunati affetti miei”, cimentandosi dunque con i grandi dell’acrobazia, ma l’esito non è stato quello che avrebbe dovuto e potuto essere perché la voce è tutta fuori posto. Urge da parte della Di Donato il ritorno al canto italiano e l’abbandono delle favole baroccare sia per la carriera, dato che la voce non è più la stessa, che per poter capitalizzare tutti i “numeri” veri che possiede, voce, personalità artistica, presenza scenica. E’ due spanne su tutte le colleghe in attività, ma di fatto non riesce a competere con le grandi maestre del belcanto pur avendone le possibilità, né a convincere.

Il Conte d’Almaviva di Lawrence Brownlee è stato viziato dal difetto capitale della voce, la mancanza di proiezione e punta. E’ garbatissimo il signor Brownlee, musicale, elegante, ma anche parecchio manierato, un po’ per gusto ( in questo è uno dei tanti epigoni di Florez ) un po’ per la natura della voce, che non ha smalto e squillo. Non so cosa si senta al Met di questa voce, sta di fatto che ieri sera era la voce più piccola in campo, per giunta al limite dell’udibile come nella scena in casa di Bartolo al primo atto. Ha cantato con grazia la serenata di ingresso, è stato in debito di volume e di accento nella scena successiva con il coro; si è cantato praticamente in solitudine il duetto con Figaro, le agilità non bellissime; ha gestito bene e correttamente il resto sino al Rondò, assai buono, eseguito però con accento sempre larmoyant. Proprio al “Cessa di più resistere” ha saputo esibire le migliori agilità della sua performance, cui purtroppo è mancato un volume di voce adeguato. Insomma, una prova corretta, che, però non può né coinvolgere né catturare, anche perché il personaggio risulta monocorde, talora esangue ed effeminato. Il limite tecnico diventa i limite del personaggio, come sempre nel belcanto.

Il Figaro del signor Vassallo non mi è piaciuto per nulla. E’ entrato cantando a squarciagola, pieno di energie, e con la tipica verve dei Figari provinciali, “vociando”, come si suol dire, in forza di un registro acuto davvero ragguardevole e squillante. La cavatina è famosa, se si canta forte si fa impressione sul pubblico meno avveduto, e la formula non cambia mai ad ogni Barbiere. Mai. Mai. Mai una volta! E Vassallo è andato in scia alla più banale ed ordinaria della prassi esecutiva rossiniana. Dalla cavatina in poi, però tutto è scemato, voce, volume, baldanza, perché il signor Vassallo non possiede il canto di agilità né la capacità di eseguire i sillabati ( disastrosi ), né l’eleganza, ossia il canto in punta di forchetta, necessari al baritono per dar vita all’intelligente, arguto e furbo Barbiere, deus ex machina della vicenda. Il signor Vassallo è parso affetto da grevità interpretativa oltre che vocale, e spiace, perché ha una dote assai considerevole. Al duetto con Almaviva al primo atto di fatto non si è sentito tanto ha dovuto alleggerire il suono per tentare di eseguire la scrittura rossiniana; al duetto con Rosina le agilità erano terribilmente imprecise ed arrabattate, e così fino alla fine. Persino al terzetto del secondo atto, la voce gli scivolava tutta indietro, nelle frasi in piano “ Dolce nodo avventurato…”.Insomma, un Figaro che non si rifugiava negli acuti, nella forzatura del suono per fare impressione, non aveva argomenti da spendere. Del resto Figaro è uno di quei ruoli perduti nella tradizione del passato e che non avremo mai il bene di sentire eseguito secondo modi che abbiano qualche attinenza con Rossini.

Il Bartolo di Bruno De Simone è stato buono, anche se smaccatamente tenorile, la voce parecchio legnosa e di gola. E’ stata di certo la voce più sonora del cast (!), e forse il personaggio che nel complesso ha maggiormente funzionato, anche perché si è astenuto da certi eccessi che affliggono solitamente il personaggio, mentre meno bene il don Basilio del signor Bretz, voce ingolatissima, acuti indietro, non all’altezza della serata e del teatro. Inoltre quando si dispone di cantanti della levatura di Giovanna Donadini la vituperata forbice di Serafin, per utilizzare la terminologia di Gossett, sarebbe veramente al servizio di Rossini e delle orecchie del pubblico.
Ancora godibile ed efficace lo spettacolo di Ponnelle, anche se modificato in tanti suoi aspetti.

Gli ascolti

Rossini - Il barbiere di Siviglia

Atto I

Ecco ridente in cielo - Tito Schipa (1926), Cesare Valletti (1957), Alfredo Kraus (1958)

Largo al factotum - Aldo Protti (1958), Sesto Bruscantini (1964), Mario Sereni (1969)

All'idea di quel metallo - Frank Guarrera & Cesare Valletti (1957), Aldo Protti & Alfredo Kraus (1958)

Una voce poco fa - Victoria de los Angeles (1962), Fiorenza Cossotto (1964), Marilyn Horne (1968)

Dunque io son - Fiorenza Cossotto & Sesto Bruscantini (1964), Teresa Berganza & Rolando Panerai (1965)

Atto II

Contro un cor - Conchita Supervía (1928), Teresa Berganza (1965)

Ah! Qual colpo inaspettato - Renata Scotto, Alfredo Kraus & Aldo Protti (1958), Marilyn Horne, Alfredo Kraus & Sesto Bruscantini (1968)

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