Differenti filosofie e concezioni artistiche hanno ispirato la redazione dei cartelloni del teatro San Carlo di Napoli e del Teatro Regio di Torino per la prossima stagione 2011-12.Il teatro partenopeo ripropone la propria tradizione musicale operistica nel genere buffo come in quello tragico, sino ad una contemporaneità fatta di attori, cantanti e registi di prosa e varietà, a meno di un paio di titoli extra. Un progetto artistico a mi avviso interessante sulla carta, che stupisce per la messe di new production che annovera ad onta dei ben noti problemi finanziari, discutibile, e non poco, nelle scelte di cast.
Torino, invece, offre l’altra faccia della medaglia italica, con un cartellone composto prevalentemente da titoli popolari, qualche rarità, e, soprattutto, due coproduzioni nuove, mentre tutti gli allestimenti sono riprese di spettacoli vecchi. Una real politik che pare essere il tratto maggiormente distintivo dei piemontesi, non esenti da critiche per certe scelte di cast.
Ma vediamo i dettagli.
In virtù del Progetto Napoli-Regione Campania “Il marito disperato” di Cimarosa, il Don Trastullo di Jommelli ed Il maestro di Cappella di Cimarosa abbinato a La furba e lo sciocco di Sarro troveranno una location diversa dal San Carlo, all’interno del Tetro di Corte. Farà la parte del leone Bruno Praticò, presente sia nella prima che nelle terza produzione, quest’ultima affidata di fatto a lui. Spicca la direzione di C. Rousset del Marito disperato ed il nome di Paolo Rossi alla regia, secondo la filosofia corrente di affidare ad artisti estranei al mondo della lirica la creazione dell’allestimento. Al comico la regia di un ‘opera comica, come se cabaret e lirica fossero lo stesso campo di azione…Chi scrive non può fare a meno di osservare la perseveranza delle direzioni artistiche italiane in questa formula che sul piano artistico non sta dando alcun frutto ( vedi la recente esperienza di Ozpetek in Aida ), e che pare piuttosto uno specchietto per allodole per attirare pubblico extralirica nei teatri o creare “eventi” di qualche interesse telegiornalistico.
Ma torniamo alla sala grande del San Carlo, che sarà inaugurata con una roboante Semiramide, new production affidata al re del gigantismo e del macchinoso scenico, Luca Ronconi. Ben venga, siamo tutti curiosi di vedere cosa si inventerà l’estroso regista che non sia già stato detto o inventato da Pizzi e C. Dovrà essere davvero un gran spettacolo se si vorrà giustificare tanta diseconomia, perché di cast da Semiramide in attività che possano garantirne la ripresa ed il ritorno economico non mi pare ve ne siano. E’ vero che Rossini, anche nei suoi must, è ormai in strasvendita, tutti cantano, o meglio, tutto sgallinano e berciano per ogni dove nel pianeta anche il musicista tragico, il più difficile ed elitario di tutta la storia dell’opera, ma tant’è. Anche il cast del San Carlo è risibile, e credo che le fole sulla Colbran troveranno proprio sul titolo più sopranile e meno Colbran di tutti la loro ultima e, spero definitiva, smentita. Rossini vivente, da subito dopo le sciagurate recite del debutto veneziano, l’opera fu appannaggio della Sontag, della Pasta ( ma ve la vedreste voi la signora Ganassi a cantare Anna Bolena? O Norma?), e poi, finalmente…della sottoscritta. Stiamo veramente scherzando, date anche le condizioni vocali della signora. Come si scherza a proporre un Arsace tecnicamente inesistente come Silvia Tro Santafe, cui basta il Barbiere a creare problemi e la tuttologia di Simone Alberghini. A ciò aggiungiamo la bacchetta del maestro Benini, la cui arte nel dirigere Rossini è ancora sui miei timpani dall’Assedio di Corinto di qualche anno fa, ove l’allure tragico dell’opera era ridotto ad una irritante farsetta meccanica dal sapore baroccaro. Saranno bellissimi vestiti Ungaro, certo, ma Semiramide è fatta per giganti del canto.
Il Porgy and Bess è affidato ad una compagnia newyorkese di colore specializzata, mentre l’Opera da tre soldi sarà affidata a Massimo Ranieri & C., artista capace e perito, cresciuto sul Brecht di Giorgio Strehler.
Su Lucia di nuovo la formula del regista cinematografico, Gianni Amelio, che dai film inchiesta o a connotazione sociale, si cimenterà con l’Ottocento, la storia ed il medioevo romantico. Da dove venga l’idea di chiamare Amelio non so, la connessione tra regista e soggetto sfugge. Vedremo cosa ne uscirà. E vedremo cosa ne verrà dal cast, dato che la Signora Mosuc non mi pare essere più una cantante in confidenza con la parte acuta e sopracuta del pentagramma ( nella recente Lucia berlinese i problemi in alto sono notevoli), che il signor Jordì rappresenta l’elemento di interesse della produzione e che il primo tenore ed il baritono non posseggono emissione e gusto per Donizetti. Stesso genere di problemi di cast presentano i Masnadieri, la titolare in special modo. Machado canterà tutto di sforzo ( in un teatro grandissimo, tra l’altro..), mente non avrà problemi a figurare bene su entrambi i titoli il solo Prestia. Della produzione affidata a Lavia vedremo quanto vi sarà dei Masnadieri schilleriani di una ventina d’anni fa e quando sarà reinventato specificamente per l’opera lirica.
Chiusura popolarissima con la Bohème, altro nuovo allestimento. Il giovane Battistoni è ormai onnipresente su tutti i cartelloni italiani. Il cast è ruotinario, nessun artista speciale che abbia qualcosa di speciale da farci sentire nella coppia titolare, forse l’arte del calare della signora Kurzak, che no so perché canti Bohéme, non avendo alcuna attrattiva timbrica nella sua voce. Altra new production affidata all’attore regista direttore artistico della stagione di prosa salernitana Lorenza Amato, che completa un po’ il sapore un po’ autarchico della gestione san carlina.
All’interno del pragmatico cartellone piemontese spicca il ruolo dal direttore musicale, Gianandrea Noseda. La sua bacchetta concerterà la prime due produzioni, Fidelio e Tosca, ma assicura anche spazio al suo allievo, Daniele Rustioni, che nell’Occasione scaligera non ci piacque per nulla, collocato su Butterfly e Rigoletto. Il suo Marinskij di San Pietroburgo è presente poi col maestro V. Gergiev alla testa del pacchetto di importazione dell’Angelo di Fuoco, la produzione forse più interessante, come pure nella stagione del balletto, di cui è protagonista principale. Il parco direttori è meno interessante rispetto alla stagione in corso, con l’affidamento “interno” ad A. Galoppini del Barbiere, e a due bacchette note, M. Mariotti e R. Palumbo rispettivamente di Norma e Ballo in maschera.Detto ciò, per nulla attraente il cast del Fidelio, la Merberth e Gallo in particolare, mentre vedremo Mario Martone cosa saprà inventarsi per questo titolo straordinario e ricco di suggestioni per i registi.
Nella sfilata di titoli popolari, Tosca attrae solo per Marcelo Alvarez, inadeguati per limiti vocali gli altri due protagonisti del primo cast. La produzione è quella già andata in scena a Valencia con la bacchetta di Maazel. Il Barbiere ripete in parte quello già andato in scena un paio di stagioni fa con lo stesso cast, e forse in questo caso qualche variazione sarebbe stata opportuna, per lo meno verso il pubblico torinese. Idem dicasi per la Butterfly si riprende la produzione dell’anno passato, con la seconda protagonista passato in primo cast al posto di Hui He.
Maria Agresta, dopo l’exploit dei Vespri ed il debutto quatto quatto in Norma subito dopo alla Israeli opera (!), si è guadagnata la prima compagnia nella sua opera la Bohéme. O tempora, o mores, recita l’adagio: prima ti canti quello che è il punto di arrivo di una grande carriera per poter cantare quello che ti è adeguato! Con lei la solida normalità di Massimiliano Pisapia e Norah Amsellem, ora collocata su una parte a lei adatte dopo i poco riusciti cimenti in ruoli di grande primadonna come la Mathilde del Tell o la Violetta.
Ancora sul popolare andante la ripresa del Rigoletto di quest’anno, con un cast che però pare più attraente: Desireé Rancatore, su quello che pare essere il suo più frequentato ruolo italiano, l’ascendente Piero Pretti, che pare essersela ben cavata nei Vespri, ed il giovane G. Meoni, dalla voce non potentissima ma abbastanza educata. Speriamo che ci faccia sentire qualcosa di un poco più elegante di quanto udito nelle recite di quest’anno.
Il Così fan tutte, in attesa di bacchetta, annovera la coppia Remigio Polverelli, mozartiane nostrane collaudate, la prima meglio che su Donan Anna o Elettra, la seconda rodatissma, in un allestimento all’insegna della normalità, se ben ricordo.
Quanto ai due titoloni di fine stagione, Norma e Ballo, le mie perplessità sono tante quanto gli oneri vocali. Norma Fantini dovrà trovare, in questo anno che manca, tutt’altro assetto per la propria voce rispetto al Trovatore parmigiano e alla recita di prova moscovita se vorrà essere all’altezza della sua carriera, mentre non vedo per nulla la signora Billeri nel ruolo, come i restanti Pollione e Adalgisa. Quanto al Ballo non si coglie il senso della proposta: mi permetto obiezioni su Gregory Kunde, dato che per cantare il Ballo occorre anche una certa qualità timbrica nel canto legato, mentre non commento il resto del cast perché non ne vale nemmeno la pena. In questo momento il solo soprano che possa gestire in modo plausibile ( dico plausibile..) Amelia si chiama Hui He, che non è comunque un soprano da Ballo.
Insomma, una stagione ove emergono qua e là grandi nomi e molti cantanti anonimi, magari anche promettenti, ossia un pizzico di star system a fianco di troppa ripetitività e alcune scelte del tutto sbagliate. Troppa, troppa piattezza e prudenza per il teatro che ha saputo raccogliere il consenso di tutti i melomani italiani. Come sempre, spero di essere smentita.
Bellini - Norma
Atto I
Sediziose voci...Casta Diva...Ah! bello a me ritorna - Rita Orlandi-Malaspina (1979)



E pure lo stesso autore era ben consapevole di tale circostanza. Interessantissimo è leggere quanto scrive in quello che è, paradossalmente, il suo vero capolavoro, ossia quella ricca, ricchissima fonte di notizie (indispensabile per comprendere il lavoro nella bottega dell'operista, oltre che di piacevolissima lettura) che sono Le mie memorie artistiche, pubblicate a Firenze nel 1865. Scrive Pacini: “Né a dir vero potei mai pienamente raggiungere lo scopo che mi ero prefisso. Ancor fresco d'età, applaudito, accarezzato, festeggiato su tutte le scene italiane e straniere, poco mi dava pensiero di onorare me stesso e l'arte, come io doveva. Le mie tendenze, le quali miravano a dare un carattere di tinta locale ed un far proprio alla composizione, non poterono fin'allora esser portate a compimento se non che parzialmente: come io credo si riscontri in alcuni pezzi della Sacerdotessa d'Irminsul, nell' Ultimo giorno di Pompei, e più specialmente negli Arabi nelle Gallie e nei Fidanzati. Debbo perciò convenire che molto ancora mi rimaneva a fare per conseguire qualche speranza di prolungata fama. In questa mia prima epoca mi si dava il nome di maestro delle cabalette, poiché in generale avevano qualche pregio di spontaneità, di eleganza e di forma, talché si riteneva da tutti che a me e ostasse ben poco il ritrovare un pensiero melodico di qualche novità, essendo ciò, si diceva, parto del genio e non altro. S'ingannavano a partito. Le mie cabalette non scaturivano come acque limpide da purissima fonte, ma erano bensì frutto di qualche meditazione, conciossiacosaché studiava il modo di dare un accento diverso ai metri della poesia onde non cadere in melodie che ricordassero qualche altro pensiero; cosa troppo facile a veriflcarsi, specialmente nella prima battuta... (omissis) ...II mio strumentale non è stato mai abbastanza accurato, e se qualche volta riuscì vago e brillante, non accadde per riflessione, ma bensì per quel naturale gusto che Iddio mi concesse. Trascurai sovente il quartetto degli strumenti ad arco, né mi curai gran fatto degli effetti che ritrar si potevano dalle diverse famiglie degli altri strumenti. Ebbi sempre però in mira la parte vocale più d'ogni altra cosa, e soprattutto cercai d'indagare i mezzi dei singoli esecutori a cui affidava le mie composizioni, onde adattare al loro organo musica confacente, poiché in tal modo avevo più probabilità di riuscita. Credo che, come il bravo sarto sa tagliare ed adattare l'abito all'uomo, nascondendo i difetti di natura, così debba del paro un esperto maestro non trascurare lo studio dei mezzi che possiede l'artista, e soprattutto non deviar mai da quei precetti che l'arte prescrive sulla tessitura dei differenti registri di voce, onde non forzarli in tal modo da renderli istrumenti inservibili dopo pochissimo tempo. Ciò è un errore imperdonabile, di danno all'arte ed all'esercente. L'amore per l'arte che ho debolmente professata e che professo, non mi ha lasciato mai uà po'di tregua. Invidiava nobilmente i miei rivali, e gli ammirava.” Grande umanità, consapevolezza di pregi e limiti e, soprattutto, onestà! Fatta questa lunga, ma necessaria premessa (prima che gli esegeti dell'odierno pensiero debole, vadano a scovare capolavori dove non ve ne sia traccia), appare opportuno - per tutti i motivi suddetti - proporre uno dei numerosi titoli composti dal buon Pacini.
La scelta è caduta sull'Alessandro nell'Indie, non per particolare valore, né eccellenza, ma per semplicemente motivi contingenti (ne è appena comparsa una buona edizione discografica) e perché esemplificativo di quella buona routine che, nei teatri della prima metà dell'800, si alternava ai riconosciuti capolavori di Rossini (e poi di Donizetti e Bellini). Rappresentata per la prima volta al San Carlo di Napoli il 29 settembre del 1824, alla presenza di Sua Maestà, sfoggiava una compagnia di canto al solito d'eccellenza (com'era costume nel teatro partenopeo): la Tosi, la Liparini, Nozzari, Moncada. Ottenne grande successo e fu, almeno fino al 1847 (quando venne scalzato dai Lombardi verdiani), lo spettacolo più replicato al San Carlo (ben 38 rappresentazioni nella stagione 1824/25). L'opera, su libretto di Tottola e Schmidt, recupera un vecchio melodramma di Metastasio (già messo in musica da Vinci, Hasse, Jommelli, Galuppi, Traetta, Anfossi, Cherubini, Cimarosa, Paisiello, Sacchini, Galuppi, Piccinni, J. C. Bach) e riproduce ordinatamente tutte le convenzioni dell'epoca: le forme consuete del primo melodramma ottocentesco, con la rigida suddivisione in numeri, le arie con cabaletta, le strette nei finali etc... L'ascolto rivela i tanti debiti con Rossini, ed evidentemente si dimostra musica che può sopravvivere solo in virtù di interpreti eccezionali. Tuttavia è costruzione molto gradevole. I brani solisti di Alessandro si fanno ammirare per la complessa scrittura belcantista: più che la cavatina “Su le palme, su gli allori” - abbastanza anonima nel suo incedere secondo gli schemi tradizionali (coro introduttivo/cantabile/cabaletta) - è degna di menzione la grande scena dell'atto II “Oggetto sì adorabile” , più ampia e ricca, sin dall'iniziale scambio con Cleofide e Gandarte, in forma di robusto recitativo accompagnato, non privo di taluni pregi: in particolare la scolpitura della frase e la dimensione tragica; ad esso fa seguito la sezione cantabile (molto fiorita) di scrittura centralizzata, ma con frequenti affondi nella parte più basse della tessitura baritenorile; conclude l'immancabile cabaletta con coro, improntata ad un deciso virtuosismo . Altrettanto spettacolari quelli per la Tosi, tra cui primeggia la grande aria che precede il finale dell'opera, “Del caro mio consorte”, e che è forse il brano più interessante dell'opera (oltre ad essere quello di più ampia estensione): dopo il drammatico recitativo introduttivo, l'aria presenta un cantabile suddiviso in due sezioni (la prima di slancio virtuosistico, quasi un'aria di furore di metastasiana memoria; la seconda più elegiaca, introdotta da un suggestivo obbligato di violoncello), a cui segue, dopo una breve parentesi corale, la consueta e spumeggiante cabaletta iper-virtuosistica. I duetti si somigliano un po' tutti, ma l'invenzione melodica è piacevole. Le cabalette guizzano sempre con facilità e leggerezza. I finali d'atto, pur nell'andamento stereotipato (scena di recitativo e concertato in due sezioni con stretta conclusiva), sono costruiti in modo assai efficace. E' una macchina che funziona, insomma, a patto di saperla ben pilotare. 



