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venerdì 6 maggio 2011

Stagioni 2011-12, la Quaresima perpetua. Stazione ottava: Napoli e Torino

Differenti filosofie e concezioni artistiche hanno ispirato la redazione dei cartelloni del teatro San Carlo di Napoli e del Teatro Regio di Torino per la prossima stagione 2011-12.
Il teatro partenopeo ripropone la propria tradizione musicale operistica nel genere buffo come in quello tragico, sino ad una contemporaneità fatta di attori, cantanti e registi di prosa e varietà, a meno di un paio di titoli extra. Un progetto artistico a mi avviso interessante sulla carta, che stupisce per la messe di new production che annovera ad onta dei ben noti problemi finanziari, discutibile, e non poco, nelle scelte di cast.
Torino, invece, offre l’altra faccia della medaglia italica, con un cartellone composto prevalentemente da titoli popolari, qualche rarità, e, soprattutto, due coproduzioni nuove, mentre tutti gli allestimenti sono riprese di spettacoli vecchi. Una real politik che pare essere il tratto maggiormente distintivo dei piemontesi, non esenti da critiche per certe scelte di cast.
Ma vediamo i dettagli.

In virtù del Progetto Napoli-Regione Campania “Il marito disperato” di Cimarosa, il Don Trastullo di Jommelli ed Il maestro di Cappella di Cimarosa abbinato a La furba e lo sciocco di Sarro troveranno una location diversa dal San Carlo, all’interno del Tetro di Corte. Farà la parte del leone Bruno Praticò, presente sia nella prima che nelle terza produzione, quest’ultima affidata di fatto a lui. Spicca la direzione di C. Rousset del Marito disperato ed il nome di Paolo Rossi alla regia, secondo la filosofia corrente di affidare ad artisti estranei al mondo della lirica la creazione dell’allestimento. Al comico la regia di un ‘opera comica, come se cabaret e lirica fossero lo stesso campo di azione…Chi scrive non può fare a meno di osservare la perseveranza delle direzioni artistiche italiane in questa formula che sul piano artistico non sta dando alcun frutto ( vedi la recente esperienza di Ozpetek in Aida ), e che pare piuttosto uno specchietto per allodole per attirare pubblico extralirica nei teatri o creare “eventi” di qualche interesse telegiornalistico.
Ma torniamo alla sala grande del San Carlo, che sarà inaugurata con una roboante Semiramide, new production affidata al re del gigantismo e del macchinoso scenico, Luca Ronconi. Ben venga, siamo tutti curiosi di vedere cosa si inventerà l’estroso regista che non sia già stato detto o inventato da Pizzi e C. Dovrà essere davvero un gran spettacolo se si vorrà giustificare tanta diseconomia, perché di cast da Semiramide in attività che possano garantirne la ripresa ed il ritorno economico non mi pare ve ne siano. E’ vero che Rossini, anche nei suoi must, è ormai in strasvendita, tutti cantano, o meglio, tutto sgallinano e berciano per ogni dove nel pianeta anche il musicista tragico, il più difficile ed elitario di tutta la storia dell’opera, ma tant’è. Anche il cast del San Carlo è risibile, e credo che le fole sulla Colbran troveranno proprio sul titolo più sopranile e meno Colbran di tutti la loro ultima e, spero definitiva, smentita. Rossini vivente, da subito dopo le sciagurate recite del debutto veneziano, l’opera fu appannaggio della Sontag, della Pasta ( ma ve la vedreste voi la signora Ganassi a cantare Anna Bolena? O Norma?), e poi, finalmente…della sottoscritta. Stiamo veramente scherzando, date anche le condizioni vocali della signora. Come si scherza a proporre un Arsace tecnicamente inesistente come Silvia Tro Santafe, cui basta il Barbiere a creare problemi e la tuttologia di Simone Alberghini. A ciò aggiungiamo la bacchetta del maestro Benini, la cui arte nel dirigere Rossini è ancora sui miei timpani dall’Assedio di Corinto di qualche anno fa, ove l’allure tragico dell’opera era ridotto ad una irritante farsetta meccanica dal sapore baroccaro. Saranno bellissimi vestiti Ungaro, certo, ma Semiramide è fatta per giganti del canto.
Il Porgy and Bess è affidato ad una compagnia newyorkese di colore specializzata, mentre l’Opera da tre soldi sarà affidata a Massimo Ranieri & C., artista capace e perito, cresciuto sul Brecht di Giorgio Strehler.
Su Lucia di nuovo la formula del regista cinematografico, Gianni Amelio, che dai film inchiesta o a connotazione sociale, si cimenterà con l’Ottocento, la storia ed il medioevo romantico. Da dove venga l’idea di chiamare Amelio non so, la connessione tra regista e soggetto sfugge. Vedremo cosa ne uscirà. E vedremo cosa ne verrà dal cast, dato che la Signora Mosuc non mi pare essere più una cantante in confidenza con la parte acuta e sopracuta del pentagramma ( nella recente Lucia berlinese i problemi in alto sono notevoli), che il signor Jordì rappresenta l’elemento di interesse della produzione e che il primo tenore ed il baritono non posseggono emissione e gusto per Donizetti. Stesso genere di problemi di cast presentano i Masnadieri, la titolare in special modo. Machado canterà tutto di sforzo ( in un teatro grandissimo, tra l’altro..), mente non avrà problemi a figurare bene su entrambi i titoli il solo Prestia. Della produzione affidata a Lavia vedremo quanto vi sarà dei Masnadieri schilleriani di una ventina d’anni fa e quando sarà reinventato specificamente per l’opera lirica.
Chiusura popolarissima con la Bohème, altro nuovo allestimento. Il giovane Battistoni è ormai onnipresente su tutti i cartelloni italiani. Il cast è ruotinario, nessun artista speciale che abbia qualcosa di speciale da farci sentire nella coppia titolare, forse l’arte del calare della signora Kurzak, che no so perché canti Bohéme, non avendo alcuna attrattiva timbrica nella sua voce. Altra new production affidata all’attore regista direttore artistico della stagione di prosa salernitana Lorenza Amato, che completa un po’ il sapore un po’ autarchico della gestione san carlina.


All’interno del pragmatico cartellone piemontese spicca il ruolo dal direttore musicale, Gianandrea Noseda. La sua bacchetta concerterà la prime due produzioni, Fidelio e Tosca, ma assicura anche spazio al suo allievo, Daniele Rustioni, che nell’Occasione scaligera non ci piacque per nulla, collocato su Butterfly e Rigoletto. Il suo Marinskij di San Pietroburgo è presente poi col maestro V. Gergiev alla testa del pacchetto di importazione dell’Angelo di Fuoco, la produzione forse più interessante, come pure nella stagione del balletto, di cui è protagonista principale. Il parco direttori è meno interessante rispetto alla stagione in corso, con l’affidamento “interno” ad A. Galoppini del Barbiere, e a due bacchette note, M. Mariotti e R. Palumbo rispettivamente di Norma e Ballo in maschera.
Detto ciò, per nulla attraente il cast del Fidelio, la Merberth e Gallo in particolare, mentre vedremo Mario Martone cosa saprà inventarsi per questo titolo straordinario e ricco di suggestioni per i registi.
Nella sfilata di titoli popolari, Tosca attrae solo per Marcelo Alvarez, inadeguati per limiti vocali gli altri due protagonisti del primo cast. La produzione è quella già andata in scena a Valencia con la bacchetta di Maazel. Il Barbiere ripete in parte quello già andato in scena un paio di stagioni fa con lo stesso cast, e forse in questo caso qualche variazione sarebbe stata opportuna, per lo meno verso il pubblico torinese. Idem dicasi per la Butterfly si riprende la produzione dell’anno passato, con la seconda protagonista passato in primo cast al posto di Hui He.
Maria Agresta, dopo l’exploit dei Vespri ed il debutto quatto quatto in Norma subito dopo alla Israeli opera (!), si è guadagnata la prima compagnia nella sua opera la Bohéme. O tempora, o mores, recita l’adagio: prima ti canti quello che è il punto di arrivo di una grande carriera per poter cantare quello che ti è adeguato! Con lei la solida normalità di Massimiliano Pisapia e Norah Amsellem, ora collocata su una parte a lei adatte dopo i poco riusciti cimenti in ruoli di grande primadonna come la Mathilde del Tell o la Violetta.
Ancora sul popolare andante la ripresa del Rigoletto di quest’anno, con un cast che però pare più attraente: Desireé Rancatore, su quello che pare essere il suo più frequentato ruolo italiano, l’ascendente Piero Pretti, che pare essersela ben cavata nei Vespri, ed il giovane G. Meoni, dalla voce non potentissima ma abbastanza educata. Speriamo che ci faccia sentire qualcosa di un poco più elegante di quanto udito nelle recite di quest’anno.
Il Così fan tutte, in attesa di bacchetta, annovera la coppia Remigio Polverelli, mozartiane nostrane collaudate, la prima meglio che su Donan Anna o Elettra, la seconda rodatissma, in un allestimento all’insegna della normalità, se ben ricordo.
Quanto ai due titoloni di fine stagione, Norma e Ballo, le mie perplessità sono tante quanto gli oneri vocali. Norma Fantini dovrà trovare, in questo anno che manca, tutt’altro assetto per la propria voce rispetto al Trovatore parmigiano e alla recita di prova moscovita se vorrà essere all’altezza della sua carriera, mentre non vedo per nulla la signora Billeri nel ruolo, come i restanti Pollione e Adalgisa. Quanto al Ballo non si coglie il senso della proposta: mi permetto obiezioni su Gregory Kunde, dato che per cantare il Ballo occorre anche una certa qualità timbrica nel canto legato, mentre non commento il resto del cast perché non ne vale nemmeno la pena. In questo momento il solo soprano che possa gestire in modo plausibile ( dico plausibile..) Amelia si chiama Hui He, che non è comunque un soprano da Ballo.
Insomma, una stagione ove emergono qua e là grandi nomi e molti cantanti anonimi, magari anche promettenti, ossia un pizzico di star system a fianco di troppa ripetitività e alcune scelte del tutto sbagliate. Troppa, troppa piattezza e prudenza per il teatro che ha saputo raccogliere il consenso di tutti i melomani italiani. Come sempre, spero di essere smentita.


Bellini - Norma

Atto I

Sediziose voci...Casta Diva...Ah! bello a me ritorna - Rita Orlandi-Malaspina (1979)




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mercoledì 15 settembre 2010

Ermione di Gioachino Rossini - Opera Rara

Ermione, oggi, è entrata di diritto nel novero dei più alti e affascinanti capolavori di Rossini, eppure essa fu l’unico, vero insuccesso del compositore. Rappresentata per la prima volta il 27 marzo del 1819 per il Teatro San Carlo di Napoli, scritta per il pubblico più musicalmente progredito d’Europa – già avvezzo alle tante sfide e innovazioni che Rossini gli sottoponeva – interpretata dai più grandi cantanti dell’epoca (Colbran, Nozzari, David, Pisaroni) e dalla migliore orchestra italiana, non piacque. Cinque repliche (a cui ne vanno aggiunte altre due, ma limitate al solo atto I) sono poche, anche per un mondo in cui l’opera era anche prodotto di consumo e il teatro era vivo e vissuto. Questa volta il genio pesarese non venne capito, proprio in quella Napoli ove ottenne (e dove ancora otterrà) i suoi più grandi trionfi.

Opera complessa, certamente, e ambigua: dalla severa linea neoclassica – fedele, soprattutto nello spirito, all’Andromaque di Racine, da cui il bel libretto di Tottola trae ispirazione – ma pure esuberante di invenzione musicale, di furore belcantista e di ricchezza orchestrale. Rossini riserva un’elaborazione strumentale di insolita difficoltà accompagnata ad una linea vocale che coniuga un virtuosismo trascendentale (nel senso più autentico, così come inteso da Liszt) ad un incedere tragico di purezza canoviana. In questa sua creazione, l’autore spinse lo scardinamento delle convenzioni, ben oltre le capacità e le possibilità del suo pubblico: anche quello più smaliziato. Infatti pur se, formalmente, l’opera mantiene la sua scansione in numeri chiusi, essi vengono rivoluzionati dall’interno e il rispetto per le forme viene forzato come mai prima d’ora (si pensi alla Sinfonia con il coro, il grande finale primo, la particolarissima scrittura della protagonista – la cui Gran Scena non chiude l’opera, come era convenzione – il finale tragico e non risolutivo, l’uso del recitativo drammatico). Si comprende, dunque, lo sconcerto del pubblico di fronte ad una tale messe di novità. Rossini era ben conscio di aver scritto musica difficile, tanto da pronosticarne il successo e la giusta comprensione solo dopo la propria morte (parole profetiche!), ma allo stesso tempo amò quella sua sfortunata creazione – la chiamava il suo piccolo Guillaume Tell italiano – tanto da riutilizzarne talune parti in altri suoi lavori: nel semi pastiche approntato per Venezia Eduardo e Cristina, nella revisione della Donna del Lago, nella versione veneziana del Maometto II, nella sua revisione francese Le Siége de Corinthe, nella versione parigina di Zelmira, nonché nel progettato Ugo, re d’Italia. Tuttavia l’opera sparì e si dovette aspettare il XX secolo per una sua compiuta riscoperta: precisamente nel 1987 a Pesaro, nell’ambito del ROF, venne presentata l’edizione critica della partitura, curata da Philip Gossett. Spettacolo storico, indimenticabile per lo splendore del canto della Horne e dei protagonisti maschili (allora ancora una vocalità semi sconosciuta, in un mondo musicale che da poco stava riscoprendo la correttezza dell’autentico stile musicale rossiniano), quei Merritt, Blake e Morino che oggi sono oggetto – in certi luoghi della critica più o meno ufficiale – di inconcepibili ridimensionamenti, ma funestata dal disinteresse della bacchetta di Khun e dalla vergognosa esibizione di una Caballè più svogliata del solito, impreparata e sfasciata vocalmente. Di pochi mesi precedente l’unica edizione discografica ufficiale dell’opera, almeno sino ad oggi: diretta da un abbastanza ispirato Scimone ed interpretata da Merritt (quale Oreste e non il più adatto Pirro: scelta che non ho mai compreso), Palacio (al limite delle sue capacità), Matteuzzi, la Zimmermann e la Gasdia. Ad esse seguirono altre rappresentazioni che non si fanno certo ricordare per la protagonista (dalla sfasciatissima Caballè nell’88 all’improbabile Antonacci, dalla sgradevole Pendatchanska alla Miricioiu, sino alla Ganassi del ROF 2008), mentre per i ruoli maschili si alternavano Merritt, Blake, Ford, Kunde. Da poco disponibile – almeno per il mercato anglosassone: da noi si dovrà attendere la fine di settembre – la nuova edizione discografica pubblicata da Opera Rara. Uscita più che gradita – inutile qui ribadire i tanti meriti della piccola etichetta inglese, nell’esplorazione di un repertorio per lo più dimenticato o sottovalutato – ma che non convince appieno. Per diversi motivi. Innanzitutto, un piccolo rilievo di carattere “commerciale”: Opera Rara abbandona la consueta eleganza dei suoi cofanetti, a favore di un più agile e leggero box (di quelli a tasca, con apertura su di un lato) ove si infilano libretto e cd. Immagino per motivi legati ai costi produttivi. Purtroppo il tutto avviene a prezzo invariato, sicché l’unico vantaggio si svolge a favore della casa discografica. Ma a parte il fastidio per questo nuovo formato (di costo uguale al precedente, ma di qualità molto più bassa), ben altri sono i problemi. Questa Ermione è compromessa da due fattori: la direzione d’orchestra e il tenore che interpreta Pirro. Ora, che David Parry fosse un direttore mediocre, non è scoperta di oggi, ma mai come in questa incisione è risultato piatto, pesante, chiassoso: pure qualche nostrano battisolfa potrebbe dargli lezioni di stile e sensibilità. E se questo tipo di direzione può essere tollerata con Pacini o Mercadante e già diventa poco sopportabile con Donizetti, è intollerabile per un’opera che ha nell’elaborazione orchestrale uno dei suoi aspetti più particolari. Parry compromette la densa scrittura rossiniana, le suggestioni beethoveniane, l’atmosfera drammatica: la Sinfonia, ad esempio, è un campionario di brutture, eseguita senza sfumature, con un coro sgangherato che strilla – ma dovrebbe udirsi fuori scena, come un lontano lamento di disperazione – in italiano ostrogoto, “Troja qual fosti un dì”; ma anche il finale I risolto in chiasso bandistico; o l’accompagnamento svogliato e rinunciatario delle arie. Insomma per dirigere Rossini – in particolare quello napoletano e francese – occorre un grande direttore, avvezzo alla musica sinfonica e profondo conoscitore dei compositori di area austro tedesca. Peccato che Abbado si sia dedicato alle sole opere buffe! Ma oltre a Parry, l’altro peccato mortale di questa incisione è il Pirro di tale Paul Nilon. Cresciuto nel vivaio del comprimariato di Opera Rara, è stato sconsideratamente promosso ad uno dei ruoli più difficili del Rossini serio (forse quello più impegnativo insiema all’Antenore di Zelmira). Nilon, semplicemente non ha la voce, la tecnica e il carisma per affrontare la parte. Manca di sicurezza, pasticcia la coloratura, fatica negli acuti (dispensati con parsimonia inusitata, persino il Kunde del 2008 al ROF era in questo più generoso) e i bassi risultano sgradevoli. Manca soprattutto di nobiltà e fierezza. “Balena in man del figlio” è un disastro: si dimentichi subito Merritt (paragone insostenibile per chiunque: soprattutto quello del recital The Heroic Bel Canto Tenor) e le sue spericolate salite al sovracuto (sino ad uno spettacolare Mi interpolato nella cadenza finale) o le bronzee discese baritonali; si dimentichi pure Kunde, Ford e persino Palacio! L’aria è un tour de force di 10 minuti, che mostra tutta la potenza del re, nella sua sfida orgogliosa alla Grecia: sontuosa come un’aria barocca, elaborata e complessa, più di qualsiasi altra aria rossiniana per baritenore. Nilon, invece, ne fa lo sfogo isterico di un sovrano debole ed effemminato, infastidito da richieste che non vuole, per mero capriccio, soddisfare. Dov’è l’orgoglio dell’eroe? La sua forza? La sua superbia? La sua rabbia? Non certo nela voce di Nilon: già la prima discesa al basso è avventurosa, la coloratura è imprecisa e pasticciata, i fiati corti (nella seconda sezione arranca non poco, grazie anche ai tempi assurdamente lenti imposti da Parry), gli acuti faticosi. Si aggiungano poi variazioni prudentissime e piane e cadenze che mai Rossini avrebbe potuto scrivere, talmente sono brutte e fuori stile. Pessimo, senza scampo. Ed è un peccato, visto che il resto non è affatto male: l’Oreste di Colin Lee – pur non facendo, ovviamente, dimenticare Blake – è efficace, abbastanza facile nell’acuto (anche se talvolta in odore di falsetto), evitando fastidiosi effetti zanzara, sicuro nella coloratura (sgranata e precisa) e nell'intonazione; discreto il Pilade di Bulent Bezduz; accettabile l'Andromaca di Patricia Bardon; dignitosi i comprimari, fatta salva la pronuncia (perfettibile per tutti). Una menzione particolare a Carmen Giannattasio che veste i difficili panni della protagonista: Ermione è parte atipica, ibrida, costruita sulla particolarissima vocalità di Isabella Colbran, oggi sfuggente. La scrittura si caratterizza sia per un uso spregiudicato dell’ornamentazione (tra le più complesse della storia dell’opera) sia per l’utilizzo del recitativo declamato e drammatico. Spesso – per un fraintendimento formale – i ruoli Colbran vengono affidati alla voce di mezzosoprano, eppure essi restano schiettamente sopranili: certo di un soprano dalla voce corposa e drammatica, sicura in acuto e dai centri solidi. La Giannattasio, tutto sommato, ne esce a testa alta (pare nettamente migliorata rispetto alla poco riuscita Parisina): certo non è la reincarnazione della Colbran e non tutto funziona alla perfezione, ma è, ad oggi, l’Ermione meglio cantata. Più sicura negli acuti e meno sguaiata della Ganassi e della Antonacci, più solida della Gasdia e infinitamente migliore della Caballè (la Giannattasio, a differenza della diva catalana, non farfuglia la coloratura, non spiana l’ornamentazione, non strilla gli acuti, né si rifugia in comodi ed inutili “filatini”, per non parlare del registro basso e centrale, sonoro e non traballente, al contrario della “roba” che usciva dalla bocca della Caballè). Emblematica la Gran Scena (anche se resta insuperata quella interpretata dalla Cuberli in un vecchio recital): anche se, purtroppo, viene accompagnata in modo semi dilettantesco da Parry (sentire la bandaccia fuori scena nella sezione centrale), la Giannattasio ben scolpisce il recitativo iniziale, mostra qualche difficoltà nel successivo arioso (soprattutto nella discesa ai bassi, molto sollecitati nel brano), ma la voce non perde mai di consistenza e di messa a fuoco; supera senza troppi problemi il diluvio di coloratura del cantabile, traccia con accento attendibile i continui sbalzi d'umore della principessa sino all'esplosione finale (dove tuttavia qualche affaticamento nell'estremo acuto è percepibile). Un ultimo accenno alla qualità dell'incisione, che è decisamente al di sotto degli standard Opera Rara (con evidenti problemi di bilanciamento e di equalizzazione: soprattutto nelle alte frequenze). Alla fine un'occasione sprecata: un'incisione che avrebbe potuto essere di qualche interesse (almeno per la protagonista) è stata compromessa da una direzione inadeguata e da scelte di cast incomprensibili (qualcuno migliore di Nilon, non penso fosse impossibile trovare: persino l'usurato Kunde, in studio e nella comodità della sala d'incisione, avrebbe potuto far meglio).



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giovedì 26 agosto 2010

Mese di agosto XIV - Opera tragica, quarta puntata: Alessandro nell'Indie

“Guai se quest’uomo sapesse la musica! Nessuno potrebbe stargli a paro.” Le ironiche parole di Rossini, la dicono lunga sulla considerazione di cui godeva tra i contemporanei Giovanni Pacini. Per certi versi è emblematica la vita e la carriera del “maestro delle cabalette” (così era soprannominato, in tono a mezza via tra l’elogio e il disprezzo): nato a Catania nel 1796, di poco più giovane di quello che finirà per essere il suo modello e idolo (Gioachino Rossini) e morto a Pescia nel 1867, è il prototipo del buon artigiano, del professionista onesto ed affidabile, di chi, pur privo di talento, ingegno e particolari capacità, fece una carriera in un certo senso “straordinaria” e ricca di soddisfazioni, seppure costantemente all'ombra dei grandi (a cui guardava – non solo lui, invero – quali esempi, pur senza comprenderli appieno). Dimostrazione di come la volontà e il mestiere (unite al privilegio di buoni studi: frequentò, infatti, la scuola di Mattei) possano supplire alla mancanza di genio, Pacini scrisse più di 70 opere teatrali, che tra alterne vicende di fiaschi e trionfi, barcamenandosi tra successi e insuccessi, lo portarono a lavorare nei maggiori teatri europei ed italiani, scrivendo per i massimi cantanti della sua epoca.

Cantanti che spesso preferirono la rassicurante mediocrità di Pacini – sempre disponibile a farsi da parte e a mettere in ultimo piano le proprie velleità artistiche, per esaltare i capricci e l’esibizionismo, spesso vuoto, di divini e divine – al cimento e alle sfide, a volte molto impegnative, cui i vari Rossini, Donizetti e Bellini li costringevano obtorto collo: con l’aggiunta, costoro, di avere caratteri assai meno malleabili e una consapevolezza di sé incommensurabilmente superiore, rispetto al compositore catanese. E’ noto, ad esempio, come la sua Niobe (eseguita per la prima volta a Napoli nel ’26), divenne il più grande successo di Rubini: in particolare la famosa cavatina “Il soave e bel contento” e successiva cabaletta (la cui celebrità va ascritta non solo all’interpretazione del tenore, inizialmente restio a cantare il brano ritenuto ineseguibile da voce umana, ma anche alla freschezza, alla facilità e all’abilità di Pacini nel trovare i toni e la melodia giusta: certamente non geniale, ma sempre efficace). Da Venezia a Milano, a Roma (dove collaborò con Rossini), a Napoli, a Palermo, e poi gli sfortunati tentativi a Vienna e Parigi. I primi grandi successi (L’ultimo giorno di Pompei, Gli Arabi nelle Gallie, Niobe) si scontrarono con l’astro nascente di Donizetti e Bellini, che offuscarono il favore di cui aveva goduto (Carlo di Borgogna nel ’35 ebbe esito disastroso), sino ad un periodo di rinnovato splendore (almeno in Italia, favorito dagli impegni francesi del primo e dal decesso del secondo). Saffo, La fidanzata corsa, Medea, Buondelmonte: poi arrivò Verdi. E la fortuna non gli arrise più come un tempo. Gli ultimi anni segnarono un lento declino e i suoi lavori non sopravvissero all’autore (anzi, molta parte del suo catalogo era premorta da tempo). Carriera lunga, tuttavia, prolifica e produttiva. Carriera di “serie B” comunque: vissuta all’ombra dei grandi (Rossini prima, Donizetti e Bellini poi). Di fondamentale importanza, tuttavia, per farci comprendere il livello di quel sottobosco musicale che era l’opera italiana di consumo nel primo ‘800, in cui il mestiere, la velocità e la quantità contavano assai più della qualità. Analisi necessaria per farci capire maggiormente – nel confronto – ove risiedesse la grandezza dei Grandi (sino a chiedersi come, in tale universo musicale – di qualità spesso men che mediocre – si siano potute elevare figure di così grande spessore come i summenzionati). Nella maggior parte dei tanti titoli che compongono il suo catalogo, non va, però, ricercata troppa fantasia, né grandi valori musicali (il trattamento dell'orchestra è elementare e si limita ad accompagnare il canto, lasciandosi andare, talvolta, a qualche effetto coloristico; la scrittura vocale - seppure felice e fluida - è ispirata ad un rassicurante lassaiz-faire, in modo da lasciar sfogare tutti gli effetti senza causa dei virtuosi chiamati ad interpretare). Del resto Pacini, solo a metà degli anni '30 - costretto dalle circostanze a ripensare la sua attività - approfondì lo studio dei grandi compositori di area austro-tedesca: Mozart, Haydn e Beethoven (inspiegabilmente ritenuti, tuttavia, inferiori al Boccherini). Studio che però non diede grande profitto: Pacini - pur restandone ammirato - non comprendeva appieno la loro grandezza e tendeva a liquidare l'elaborazione e la complessità della costruzione musicale come “artifizi che rivestono poche e semplici melodie”. Opere, si diceva, dalla struttura che pare ripetersi e ricopiarsi, di titolo in titolo, in schemi fissi e convenzioni di poca o nulla originalità: musicalmente banali, scritte per essere dimenticate la sera successiva, senza pretese artistiche. Prodotti commerciali! Ma prodotti che si vendevano assai bene (meglio di tanti veri capolavori, a giudicare dalle cronache dell'epoca). E pure lo stesso autore era ben consapevole di tale circostanza. Interessantissimo è leggere quanto scrive in quello che è, paradossalmente, il suo vero capolavoro, ossia quella ricca, ricchissima fonte di notizie (indispensabile per comprendere il lavoro nella bottega dell'operista, oltre che di piacevolissima lettura) che sono Le mie memorie artistiche, pubblicate a Firenze nel 1865. Scrive Pacini: “Né a dir vero potei mai pienamente raggiungere lo scopo che mi ero prefisso. Ancor fresco d'età, applaudito, accarezzato, festeggiato su tutte le scene italiane e straniere, poco mi dava pensiero di onorare me stesso e l'arte, come io doveva. Le mie tendenze, le quali miravano a dare un carattere di tinta locale ed un far proprio alla composizione, non poterono fin'allora esser portate a compimento se non che parzialmente: come io credo si riscontri in alcuni pezzi della Sacerdotessa d'Irminsul, nell' Ultimo giorno di Pompei, e più specialmente negli Arabi nelle Gallie e nei Fidanzati. Debbo perciò convenire che molto ancora mi rimaneva a fare per conseguire qualche speranza di prolungata fama. In questa mia prima epoca mi si dava il nome di maestro delle cabalette, poiché in generale avevano qualche pregio di spontaneità, di eleganza e di forma, talché si riteneva da tutti che a me e ostasse ben poco il ritrovare un pensiero melodico di qualche novità, essendo ciò, si diceva, parto del genio e non altro. S'ingannavano a partito. Le mie cabalette non scaturivano come acque limpide da purissima fonte, ma erano bensì frutto di qualche meditazione, conciossiacosaché studiava il modo di dare un accento diverso ai metri della poesia onde non cadere in melodie che ricordassero qualche altro pensiero; cosa troppo facile a veriflcarsi, specialmente nella prima battuta... (omissis) ...II mio strumentale non è stato mai abbastanza accurato, e se qualche volta riuscì vago e brillante, non accadde per riflessione, ma bensì per quel naturale gusto che Iddio mi concesse. Trascurai sovente il quartetto degli strumenti ad arco, né mi curai gran fatto degli effetti che ritrar si potevano dalle diverse famiglie degli altri strumenti. Ebbi sempre però in mira la parte vocale più d'ogni altra cosa, e soprattutto cercai d'indagare i mezzi dei singoli esecutori a cui affidava le mie composizioni, onde adattare al loro organo musica confacente, poiché in tal modo avevo più probabilità di riuscita. Credo che, come il bravo sarto sa tagliare ed adattare l'abito all'uomo, nascondendo i difetti di natura, così debba del paro un esperto maestro non trascurare lo studio dei mezzi che possiede l'artista, e soprattutto non deviar mai da quei precetti che l'arte prescrive sulla tessitura dei differenti registri di voce, onde non forzarli in tal modo da renderli istrumenti inservibili dopo pochissimo tempo. Ciò è un errore imperdonabile, di danno all'arte ed all'esercente. L'amore per l'arte che ho debolmente professata e che professo, non mi ha lasciato mai uà po'di tregua. Invidiava nobilmente i miei rivali, e gli ammirava.” Grande umanità, consapevolezza di pregi e limiti e, soprattutto, onestà! Fatta questa lunga, ma necessaria premessa (prima che gli esegeti dell'odierno pensiero debole, vadano a scovare capolavori dove non ve ne sia traccia), appare opportuno - per tutti i motivi suddetti - proporre uno dei numerosi titoli composti dal buon Pacini. La scelta è caduta sull'Alessandro nell'Indie, non per particolare valore, né eccellenza, ma per semplicemente motivi contingenti (ne è appena comparsa una buona edizione discografica) e perché esemplificativo di quella buona routine che, nei teatri della prima metà dell'800, si alternava ai riconosciuti capolavori di Rossini (e poi di Donizetti e Bellini). Rappresentata per la prima volta al San Carlo di Napoli il 29 settembre del 1824, alla presenza di Sua Maestà, sfoggiava una compagnia di canto al solito d'eccellenza (com'era costume nel teatro partenopeo): la Tosi, la Liparini, Nozzari, Moncada. Ottenne grande successo e fu, almeno fino al 1847 (quando venne scalzato dai Lombardi verdiani), lo spettacolo più replicato al San Carlo (ben 38 rappresentazioni nella stagione 1824/25). L'opera, su libretto di Tottola e Schmidt, recupera un vecchio melodramma di Metastasio (già messo in musica da Vinci, Hasse, Jommelli, Galuppi, Traetta, Anfossi, Cherubini, Cimarosa, Paisiello, Sacchini, Galuppi, Piccinni, J. C. Bach) e riproduce ordinatamente tutte le convenzioni dell'epoca: le forme consuete del primo melodramma ottocentesco, con la rigida suddivisione in numeri, le arie con cabaletta, le strette nei finali etc... L'ascolto rivela i tanti debiti con Rossini, ed evidentemente si dimostra musica che può sopravvivere solo in virtù di interpreti eccezionali. Tuttavia è costruzione molto gradevole. I brani solisti di Alessandro si fanno ammirare per la complessa scrittura belcantista: più che la cavatina “Su le palme, su gli allori” - abbastanza anonima nel suo incedere secondo gli schemi tradizionali (coro introduttivo/cantabile/cabaletta) - è degna di menzione la grande scena dell'atto II “Oggetto sì adorabile” , più ampia e ricca, sin dall'iniziale scambio con Cleofide e Gandarte, in forma di robusto recitativo accompagnato, non privo di taluni pregi: in particolare la scolpitura della frase e la dimensione tragica; ad esso fa seguito la sezione cantabile (molto fiorita) di scrittura centralizzata, ma con frequenti affondi nella parte più basse della tessitura baritenorile; conclude l'immancabile cabaletta con coro, improntata ad un deciso virtuosismo . Altrettanto spettacolari quelli per la Tosi, tra cui primeggia la grande aria che precede il finale dell'opera, “Del caro mio consorte”, e che è forse il brano più interessante dell'opera (oltre ad essere quello di più ampia estensione): dopo il drammatico recitativo introduttivo, l'aria presenta un cantabile suddiviso in due sezioni (la prima di slancio virtuosistico, quasi un'aria di furore di metastasiana memoria; la seconda più elegiaca, introdotta da un suggestivo obbligato di violoncello), a cui segue, dopo una breve parentesi corale, la consueta e spumeggiante cabaletta iper-virtuosistica. I duetti si somigliano un po' tutti, ma l'invenzione melodica è piacevole. Le cabalette guizzano sempre con facilità e leggerezza. I finali d'atto, pur nell'andamento stereotipato (scena di recitativo e concertato in due sezioni con stretta conclusiva), sono costruiti in modo assai efficace. E' una macchina che funziona, insomma, a patto di saperla ben pilotare.

Gli ascolti

Pacini - Alessandro nell'Indie


Prima rappresentazione: Teatro San Carlo di Napoli, 29 settembre 1824

Atto I

Più tollerar non posso...Se cangiar potessi in seno - Laura Claycomb & Jennifer Larmore (2006)

Su le palme, su gli allori...Omai sia tregua all'armi...Perché fra tanti affetti - Bruce Ford (2006)

Atto II

Oggetto sì adorabile - Bruce Ford (2006)

Chi sperava, o Gandarte...Che mi giovò sull'are...Del caro mio consorte...Mio ben, mio tesoro - Laura Claycomb (2006)

Dagli astri discendi...Risolver non so...Su l'armi e su gli affetti - Bruce Ford, Laura Claycomb & Jennifer Larmore (2006)

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mercoledì 24 febbraio 2010

L'opera dei sogni: Alzira

Nel 1844, il poco più che trentenne compositore Giuseppe Verdi aveva al suo attivo ben sei opere con cui era riuscito ad espugnare le prestigiose ribalte milanesi, veneziane e romane, e mentre si apprestava a donare al Teatro alla Scala l’ultima delle sue fatiche, Giovanna d’Arco, veniva sfiorato dall’idea di conquistare una nuova fortezza: il Teatro San Carlo di Napoli.

Fortezza, di certo, tra le più difficili e stimolanti d’Italia, i cui bastioni avevano le fattezze della triade di compositori formata da Saverio Mercadante, Giovanni Pacini e Vincenzo Battista, da sempre amatissimi dal difficile pubblico, dal quale giganti del calibro di Rossini e Donizetti, perennemente etichettati come “stranieri” e visti con sospetto, faticarono non poco a farsi accettare.
In quegli anni l’impresa del San Carlo di Napoli era gestita dagli impresari Eduardo Guillaume e Vincenzo Flaùto e fu quest’ultimo, fiutando le potenzialità del giovane compositore, a contattare Verdi per la creazione di una nuova opera, mettendo a sua disposizione il più rappresentativo tra i suoi librettisti e collaboratore assiduo di Pacini e Mercadante: Salvatore Cammarano.
Verdi, entusiasta, decise di affidarsi totalmente al riconosciuto talento poetico di Cammarano; qualunque soggetto che il librettista gli avrebbe proposto lo avrebbe accettato senza polemica.
Cammarano, dal canto suo, accarezzava già da tempo l’idea di un dramma dall’ambientazione misteriosa ed esotica soprattutto dopo aver subito il fascino dei testi storico-filosofici di Francois Marmontel, Les incas, ou La Destruction de l'empire du Pérou pubblicato nel 1777, e del testo teatrale di Voltaire Alzire, ou Les Américains risalente al 1736, letture queste che ben si prestavano ad una riduzione operistica, già affrontate in passato da Zingarelli, Bianchi, Manfroce, Mayr e Portugal, e che pochi anni prima aveva proposto a Pacini il quale si vide costretto a declinare il soggetto a causa di precedenti impegni presi con il teatro napoletano.
Nel Febbraio del 1845, Verdi descrisse al Cammarano, tramite fitta corrispondenza, l’entusiasmo che aveva generato in lui la lettura del “programma” (soggetto) della futura Alzira ed era convinto dell’abilità poetica del suo librettista, tanto da vedere in questa nuova opera un motivo per riscattarsi agli occhi dei suoi detrattori, che più volte lo avevano accusato e deriso ingiustamente per essere, a parer loro, un nemico giurato del canto, apostrofando con il termine “fracasso” la sua musica.
Già nel Marzo dello stesso anno, Verdi poteva ammirare i versi destinati alla protagonista; il recitativo “Le più gradite immagini” e l’aria “Da Gusman su fragil barca”, ma aveva dimostrato la sua perplessità riguardo la posizione di ben tre cavatine da cantarsi tutte di seguito, ovvero l’aria di Zamoro “Un inca… Eccesso orribile”, l’aria di Gusmano “Eterna la memoria”, e, appunto, l’aria di Alzira.
Ragionevolmente Cammarano accolse il suggerimento e suddivise i tre interventi posizionandoli rispettivamente nel prologo, e gli altri due al I atto, entrambi introdotte dal coro.
In più Verdi chiese di rendere la vicenda più passionale, pretese una maggior stringatezza nel racconto e da Flaùto che la protagonista fosse la leggendaria Eugenia Tadolini, la quale però non poteva assicurare la sua presenza a causa di una gravidanza che la avrebbe impegnata fino a Luglio, mentre la data di consegna della partitura era prevista per Giugno!
Flaùto, in sostituzione della Tadolini, propose a Verdi il soprano inglese Anna Bishop, smaniosa di soffiare la parte di protagonista alla rivale; ma Verdi però conosceva bene la Bishop in quanto ebbe la ventura di ascoltarla personalmente ne I due Foscari, trovandola totalmente inadeguata!
Provvidenziale, ma anche problematica, si rivelò la salute cagionevole di Verdi, il quale in primavera iniziò a soffrire di dolori di stomaco, e se da una parte questi contribuirono a ritardare la composizione dell’Alzira, così da permettere alla Tadolini di riappropriarsi del ruolo a lei destinato, dall’altra bloccarono di fatto l’ispirazione del compositore e la possibilità di muoversi da Milano, facendo sfumare la sua presenza a Roma per un nuovo allestimento di Giovanna d’Arco, ed il suo trasferimento a Napoli per iniziare le prove dell’ Alzira e per portare a termine la composizione.
Cammarano, intanto, faceva pervenire al compositore, di fatto molto lentamente, nuove pagine del libretto (Atto II: duetto Alzira-Gusmano e aria di Zamoro), che accendevano la fantasia di Verdi, il quale richiedeva un rispetto maggiore alle note di correzione, dei versi che esaltassero il fraseggio del grande baritono Coletti previsto nel ruolo di Gusmano ed un finale commovente.
Intanto a Napoli, Flaùto e la stampa partenopea iniziavano a diventare ostili e impazienti.
La Bishop, ancora comprensibilmente offesa dal rifiuto del compositore e cavalcando l’ondata di malcontento per i ritardi della composizione, contribuì non poco ad accrescere tale stato d’animo, soprattutto nella critica, che inizialmente si era dimostrata molto clemente, contro Verdi.
Flaùto, innervosito dal clima e insospettito della malattia di Verdi e dal suo reiterato posticipare le date di consegna, che da Giugno vennero portate ad Agosto, impose al compositore di partire per Napoli, ma Verdi rifiutò, inviando rocambolescamente, tramite Emanuele Muzio, suo pupillo, un certificato medico onde tutelarsi anche legalmente sull’impresa napoletana.
A Maggio, però, Verdi, scoraggiato dalla salute e dal nervosismo, non aveva iniziato a scrivere nemmeno una nota come rivelò il fedele Muzio in una preoccupata lettera al Barezzi, perché Cammarano ritardava ancora nella consegna della parte finale del II atto e il clima negativo contribuiva certo al normale svolgimento della composizione.
Soltanto tra la fine del mese e Giugno, Verdi ottenne il libretto completo, che, dall’entusiasmo iniziale, si trovò a giudicare in parte debole e inadatto e si sentì poco ispirato dall’azione, ma in quegli anni, quelli “di galera”, doveva fare di necessità virtù e incalzato da Flaùto, compose Alzira, sia nella partitura sia nell’orchestrazione, nello strozzamento di una ventina di giorni in Luglio, in maniera frettolosa e passando le due settimane successive di Agosto ad affrontare le prove a Napoli.
Finalmente il 12 Agosto del 1845 il sipario si alzò su Alzira, opera in un prologo e due atti andò in scena al Teatro San Carlo di Napoli con Eugenia Tadolini, Alzira, Gaetano Fraschini, Zamoro, Filippo Coletti, Gusmano, Marco Arati, Alvaro, Michele Benedetti, Ataliba, … e vi andò malamente!
Se le arie nel complesso piacquero, furono la durata complessiva della composizione, appena 90 minuti, e la qualità del libretto e della musica a destare perplessità e freddezza nella critica e nel pubblico che manifestò il suo dissenso nelle sole quattro rappresentazioni successive.
A nulla valsero le riprese su importanti palcoscenici come Roma e Milano, che provocarono il disappunto del pubblico, tanto da convincere Verdi a non tornare mai più su quell’opera, nemmeno per modificarla, ripudiandola apertamente e marchiandola a fuoco con la frase “quella è veramente brutta”, quattro parole che molti biografi e studiosi presero alla lettera tanto da snobbarla apertamente o solo limitandosi a citarla.

In realtà, se il libretto risulta poeticamente di pregevole fattura, soprattutto nelle bellissime arie e nei duetti, ha il grave difetto di essere frammentario nella sua stringatezza, di possedere recitativi e cori scritti, purtroppo, con pochissima convinzione e solo per saldare i momenti salienti, e di aver annullato totalmente tutta la componente filosofica, religiosa, illuminista e polemica di Voltaire.
Scarnificando fino all’osso il dramma, che perse così buona parte dell’esotismo vanamente cercato e riducendolo al solito triangolo amoroso tipicamente ottocentesco di Soprano afflitto-Tenore oppresso–Baritono-villano, l’opera perse tutta la tensione psicologica dell’originale e affrontò con superficialità il mito del “buon selvaggio”.
In più, se il personaggio di Zamoro che tanto piaceva a Verdi, ricalca fin troppo da vicino banditi eroici ed esiliati alla maniera di Ernani, ma dalla passionalità selvaggia e spontanea, il “cattivo” Gusmano è troppo sfuggente e musicalmente contraddittorio nella sua tirannide e poco credibile nell’incongruente e sbrigativo pentimento finale.
Al contrario tutt’altro rilievo hanno i due padri Ataliba e Alvaro, di fatto ruoli di contorno, ma mirabilmente musicati; il primo fin troppo accondiscendente e debole per garantire la pace al suo popolo, mentre il secondo, salvato da Zamoro nel prologo, arriva a umiliarsi, inginocchiandosi di fronte al figlio Gusmano, pur di preservare la vita del suo salvatore.
Stupendo, invece, il ritratto che Verdi dipinge con le note dedicate all’eroina Alzira, creatura angosciata e dalla sensualità naturale, ferma nei sentimenti anche di fronte all’esigenza politica, ma capace di comprendere l’animo celato dietro al potere ed alla violenza del suo nemico.

La ripresa dell’opera in tempi moderni è stata non poco complessa.
Nel 1936 in forma di concerto e cantata in tedesco apparve a Vienna e due anni dopo una giovanissima Elisabeth Schwarzkopf, a Berlino e sempre in tedesco, salvò una recita sostituendo la protagonista indisposta e cantando il ruolo, che non aveva fatto in tempo a studiare, direttamente dallo spartito, accompagnata da Heinrich Steiner.
Apparve successivamente e sempre in forma di concerto alla Carnegie Hall di New York nel ’68 con Elinor Ross, Gianfranco Ceccehele e Louis Quilico diretti da Perlea; nel ’70 al Collegiate Theatre a Londra; alla Rai di Torino nel ’73 con Angeles Gulin, Cecchele e Mario Sereni diretti da Maurizio Rinaldi.
Al 1980 risale un live con Cristina Deutekom diretta da Kees Bakels, mentre nel 1981 fu allestita tra Parma, Reggio Emilia e Modena in una compagnia di cantanti in cui si alternavano Keiko Kataoka-Atarah Hazzan, Benito Maresca-Bruno Rufo, Gabrys Bovagian diretti da Edwin Scholz.
Nell’83 apparve la discussa incisione dell’opera con Ileana Cotrubas nel ruolo di Alzira accompagnata da Francisco Araiza e Renato Bruson diretti da Lamberto Gardelli con l’orchestra di Monaco.
Negli anni ’90 fu ripresa a Parma, Fidenza, New York, in questo ultimo caso nell’ambito del Festival “Viva Verdi“, a Londra Royal Opera House con Veronica Villaroel, Keith Ikaia-Purdy, Alexander Agache diretti da Mark Elder, a Passau con Barbara Schneider-Hoffestetter, Angelo Simos, Garegin Ovespan diretti da Roger Bogasch.
Nel 1999 apparve la seconda discussa incisione ufficiale diretta da Fabio Luisi e con Marina Mescheriakova, Ramòn Vargas e Paolo Gavanelli che contribuiva ai festeggiamenti verdiani.
Nel 2000 apparve a Sarasota, nel 2002 fu messa in scena a Parma diretta da Bruno Bartoletti con Paoletta Marrocu, Carlo Ventre e Vladimir Chernov e nel 2003 riapparve al New York Grand Opera.

Eppure Alzira ebbe soltanto nel 1967 il suo più vero e autentico riscatto.
Una serata magica e teatrale, in cui voci, orchestra e direttore credettero con serietà e professionalità nel progetto e … a parer mio, avrebbe fatto cambiare giudizio a Verdi!
Al Costanzi di Roma quella sera agivano benissimo Virginia Zeani, Gianfranco Cecchele, Cornell MacNeil nei ruoli principali, Franco Capuana a capo dell’orchestra, ed uno stuolo, ottimamente scelto, di comprimari come Bianca Bortoluzzi, Zuma, Saverio Porzano, Ovando, Mario Rinaudo, Ataliba, Sergio Tedesco, Otumbo, e Carlo Cava, Alvaro.
Spettacolo a cui arrise un grande successo di pubblico, come testimonia il live, e a suo modo “Filologico“ nel senso più nobile del termine, ovvero:
rispetto assoluto della partitura, dai segni espressivi ai tempi (eccezion fatta però per i tagli dei “a capo“ che nulla tolgono al dramma), scelta delle voci assolutamente aderente alle esigenze vocali prescritte da Verdi e che onorarono al meglio la scrittura.


Un Andante mosso quasi allegretto apre l’ouverture con l’utilizzo, quasi esclusivo, di strumenti a fiato che riprendono, più volte, lo stesso tema saltellante in un turbine rapinoso di forcelle mirate a rinforzare il suono alternate a piani e pianissimi che riducono il volume orchestrale su toni più carezzevoli e giocosi, variandolo con leggero virtuosismo, come prescritto in partitura, e trilli.
Poi le “mazzate”;
possono sei note, La centrali e gravi ribattuti, rovinare l’atmosfera maliziosa e misteriosa appena creatasi?
In questo caso si!
Pesanti, bandistiche ed inutili, presenti solo per collegare l’inizio con il Prestissimo richiesto, in cui il ritmo diventa incalzante, il suono più aspro, l’atmosfera più minacciosa e vibrante.
Gli archi inseguono i fiati in una girandola di fortissimi, per poi spegnersi in un suono espressivo, legato, dolcissimo, nel suo esprimersi attraverso i piani, di grande malinconia.
Viene introdotto in questo punto il tema militare degli spagnoli accompagnato da un tempo Allegro-Brillante, anche in questo caso, giocato su note acute altalenanti in cui gli archi infittiscono un suono sempre più denso e ricercato, che in maniera inedita, danza su un ritmo in crescendo su quella che potremmo definire quasi una “tarantella”, ripresa e variata più volte ad una velocità sempre più furibonda che si conclude in una logica stretta.

L’opera, in Perù, verso la metà del XVI secolo, si apre con un Prologo ambientato su una pianura del fiume Rima all’alba.
L’apertura è data su un Allegro in pianissimo che cresce di intensità ad un ritmo indiavolato, introducendo il coro di guerrieri Inca e Otumbo i quali si presentano con “Muoia, muoia coverto d’insulti”, trascinando il Governatore Alvaro, loro prigioniero e padre di Gusmano, al supplizio per vendicare i fratelli caduti in battaglia, brano incalzante nella sua espressione bellicosa e con l’alternanza di vari piani sonori.
Un canto poggiato su un tempo moderato, introduce prima la voce di Alvaro (basso) che perdona davanti a Dio il linciaggio che sta per subire e successivamente il canto stentoreo e tenorile di Zamoro, che tra lo stupore di tutti, che lo credevano morto, discende il fiume e libera Alvaro apostrofandolo con la frase forte di spirito declamatorio:”Frà tuoi ritorna, o vecchio, ed a color, che noi chiaman selvaggi narra che ti donò la vita un selvaggio.”
L’abbraccio tra Zamoro e Alvaro introduce l’andante mosso venato di dolcezza che si riempie successivamente di tensione nell’aria di Zamoro “Un Inca…eccesso orribile!” in cui il previsto declamato poggia su un Andante sostenuto.
E’ un’aria in cui Zamoro narra le sofferenze patite in mano degli invasori in cui se l’orchestra è attenuata e deve seguire gli slanci letteralmente muscolari della voce, il canto alterna all’iniziale declamato centrale tinto di amarezza, a frasi ben legate con presenza fittissima di forcelle che rinforzano il suono, acciaccature, e note che insistono sul passaggio, come il Sol, toccato più volte ad esempio. Cecchele, nonostante un timbro vagamente querulo ed un passaggio leggermente schiacciato, è bravissimo a calibrare l’accento con una proiezione del suono slanciata e sfumatissima, riuscendo a onorare i segni espressivi previsti e scolpendo frasi come “Gusman, paventa il mio furor!” con una incisività modernissima.
La successiva cabaletta, “Risorto fra le tenebre”, tempo Allegro, e sottovoce, è formata da frasi ascendenti, che dal Fa centrale salgono fino al Fa3, tutte rigorosamente legate e caratterizzate da forcelle tendenti a irrobustire il volume, in cui il cantabile si fa soave e si rinforza nelle frasi finali.
La voce di Cecchele svetta sul coro, in un Andante moderato grandioso, riempiendosi di eroismo, frasi come “De’ lor cadaveri” possiedono un accento imbevuto di selvaggia esaltazione ed il La3 finale trascina con se coro e orchestra!

Nel I atto ci troviamo in una piazza di Lima, in cui le milizie spagnole si stanno adunando.
Il tema militare degli spagnoli è suonato dapprima fuori scena, poi, all’ingresso delle voci maschili del coro, la marcia suona in orchestra e i convenuti si augurano una nuova chiamata alle armi per volere del sovrano.
Il recitativo successivo riporta in scena Alvaro, il quale cede il suo potere al figlio Gusmano.
Gusmano, politicamente accorto, sancisce la fine delle ostilità con la popolazione inca e per suggellare tale riappacificazione ricorda ad Ataliba, capo degli americani, la mano di Alzira, sua figlia, che tanto brama.
Il tempo da indugiante, si fa prima Moderato e successivamente Allegro moderato.
Il canto si fa largo e Gusmano alle parole di Ataliba, che tenta goffamente di proteggere il cuore di sua figlia, risponde con un Re bemolle, su cui campeggia una doppia forcella, onorata da Cornell MacNeil, nella frase “Intendo appieno!”.
Un Andante sostenuto introduce “Eterna la memoria”, aria di Gusmano, che predilige un cantabile in cui il legato e le prescrizioni espressive la fanno da padrone.
Aria dalla dolcezza ambigua, molto centrale, ma che porta la voce, con slancio verso l’acuto, prevede una serie di smorzamenti di suono, che solo un accento nobile ed una emissione omogenea possono tradurre in un fraseggio composto, e solo così noi ascoltatori riusciamo a percepire il pensiero di Gusmano, condottiero forgiato dalla battaglia, farsi dubbioso nei riguardi della bella inca.
Su un tempo Allegro, Alvaro attacca il recitativo successivo in cui incita il figlio ad insistere nei suoi propositi d’amore con la bellissima frase “Persisti e vincerai! Amor produce amor.”.
Gusmano esorta Ataliba a “piegare” la figlia al suo amor ed alla ragion di pace; il capo inca, sempre troppo accondiscendente, accetta e parte permettendo al baritono di avviare la cabaletta “Quanto un mortal può chiedere” più convenzionale nella scrittura, meno elaborata e bandistica nella struttura, che il direttore taglia nella ripresa con l’accompagnamento del coro e di Alvaro, ma che MacNeil conclude con una elettrizzante, ma anche poco smagliante puntatura.

La seconda scena del I atto introduce il personaggio di Alzira, chiusa negli appartamenti destinati al padre Ataliba nel palazzo del Governatore.
Un Andante in pianissimo, molto suggestivo e di grande respiro ci permette di entrare in queste stanze illuminate da una luce notturna .
La vibrazione leggerissima degli archi accompagna il recitativo tra Zuma ed il coro femminile, veglianti sul sonno angoscioso di Alzira, che si scuote chiamando l’amato Zamoro.
Gli archi con le loro scale ascendenti e discendenti creano un soffice tappeto, dove la voce del soprano può modularsi sulle brevi e amare parole a lei destinate in cui ella ha la tragica consapevolezza di aver vissuto solo un sogno.
Il breve recitativo che segue, ricorda dappresso il dialogo tra Leonora ed Ines o tra Lucia e Alisa in cui una rimembranza, un sogno o una visione sono parte integrante dell’aria e la fedele amica cerca di distogliere le ragioni del cuore della protagonista da un amore infausto e pericoloso.
“Da Gusman su fragil barca” prevede un accompagnamento Andante con moto in cui l’orchestra solleva dei silenziosi turbini, che ben mimano la tempesta che sconvolge il sogno di Alzira.
L’idea più moderna di Verdi è quella di portare il canto ad essere più colloquiale ed evocativo possibile, prescrivendo il parlato ed il declamato, resi però espressivi da una forcella che aumenta la tensione sonora e culmina in un Si naturale attraverso un vocalizzo, traduzione vocale ed emotiva della tempesta e del pericolo incombente, infine, portando la voce verso un Sol centrale sulle parole “…ma terribil surse il vento e sconvolse cielo e mar”.
Nella seconda parte la voce gravita nella zona centrale e l’effetto di minaccia è voluto dalle prescrizioni Stringendo e Crescendo, prima di una forcella che affievolisce il suono fino ad un piano.
Due pp ed un cantabile più disteso con l’orchestra, che sottolinea l’accento sulle parole “Quando in sen d’un ombra errante”, in cui le forcelle rendono più radiosa la voce e la massa orchestrale alterna fortissimi pieni di speranza a piani soffusi ed estatici, perché è il momento a richiederlo, e, dopo la prescrizione a diminuire dolcemente, la partitura richiede una serie di brevi, ma gustose colorature sulle parole “L’universo in quell’istante, mi sembrò d’amor vestito” e nella seguente e logica ripetizione con le variazioni.
Successivamente Zuma ed il coro si affannano a distogliere l’innamorata Alzira dal pensiero di Zamoro, ma ella reagisce con un bellissimo vocalizzo tutto legato che dal Sol sale al Si naturale per poi inabissarsi al Re sotto il rigo.
“Nell’astro che più fulgido”, su un tempo Allegro e danzante, che ricorda molto l’aria d’ingresso della Luisa Miller, è una cabaletta che richiede agilità e duttilità, perché a livello tecnico prevede perfetta padronanza dei trilli, presenti quasi ogni cinque battute, e agilità nell’affrontare i mordenti e scalare i vocalizzi.
La scrittura insiste sul passaggio superiore, sfiorando il Do acuto nel vocalizzo ascendente, e vede momenti in piano velocemente mutarsi in forte per concludersi con una scalata al Si naturale che scende ad un comodo Sol assieme al coro!
Difficoltà queste che la Zeani affronta con cautela, perché se nei trilli non ha problemi, a causa della velocità del brano, rischia di scivolare sugli acuti, che a volte risultano fissi; cosa che non accadeva nell’aria precedente, più soave nella scrittura, in cui la sensuale cremosità della voce e la robustezza del canto potevano brillare con maggior forza.
Entra Ataliba, vuole convincere la figlia a congiungersi a Gusmano, ma lei, nel pieno dell’angoscia, rifiuta decisa, perché ancora ama Zamoro.
Ataliba esce, non prima di avvertire la figlia che la costringerà alle nozze pur di salvare il popolo.
Zuma, rientrando, avverte Alzira della presenza di un inca che le chiede udienza, e grande è lo stupore della donna, espresso da un Allegro assai vivo quando di fronte si trova l’amato Zamoro che credeva morto.
Inizia un duetto i cui è tangibile la confusione mista alla felicità dei due amanti.
Le voci si fondono giocando sul registro centro acuto e sul passaggio, esclamano la bellissima frase: ”Io non resisto…io moro di piacer” da dirsi con slancio che si ripresenta nel duetto stringendo con egual trasporto.
Alle parole di Zamoro “E m’ami sempre?” il tempo si fa più lento ed il volume più sottile e cullante.
In fondo, è la domanda, vagamente retorica, di un innamorato che cerca una conferma dal proprio oggetto del desiderio, a cui la Zeani risponde con una messa di voce non scritta che si trasforma in pianissimo su “Eterna fé”. Questa è sensualità autentica!
Su un Allegro brillante le due voci intonano sottovoce, “Risorge ne’ tuoi numi…” in cui le prescrizioni di pianissimi e fortissimi e la presenza di messe di voce, rende il brano sicuramente interessante dal punto di vista vocale, ma poco aggiunge dal punto di vista strettamente teatrale.
Entrano Gusmano, Ataliba e gli spagnoli: forte è la loro indignazione alla vista di vedendo Alzira tra le braccia di Zamoro!
Nel recitativo che segue, Gusmano, sfruttando le risorse del registro centro-acuto, ordina che Zamoro venga tratto al ceppo, ma Ataliba e Alzira cercano disperatamente di dissuaderlo.
Zamoro scaglia allora la bella invettiva di forza “Te cosperai combattere” in cui l’inca accusa il Governatore di non essere un guerriero, ma solo un carnefice; la linea di canto è abbastanza aspra per il tenore, che su un Allegro moderato deve scolpire un accento virile tutta incentrata osticamente sul passaggio, e culminante con un La naturale non proprio comodo, ma che Cecchele onora egregiamente.
Alvaro si intromette e riconosce in Zamoro il suo salvatore e prega il figlio di risparmiarlo, arrivando addirittura a inginocchiarsi pur di rendergli la vita, dando inizio ad uno dei momenti più alti della partitura: il concertato “Nella polve genuflesso”, che parte come un duetto tra Baritono e Basso e prosegue con un geniale inserimento vocale di tutti gli altri componenti compreso il coro.
Il tono è solenne e patetico, l’orchestra si muove sotterranea e sottovoce, pizzicando le note mentre i fiati sorreggono le voci in un cantabile centrale, largo, che si innerva verso l’acuto, in un continuo crescendo di piani e fortissimi di effetto commovente e grande tensione emotiva che la Zeani corona con un efficace, anche se lievemente opaco, Re acuto non scritto.
Entra precipitosamente Ovando avvisando che gli inca hanno attraversato minacciosi il Rima per riprendersi Zamoro.
Gusmano grazia quest’ultimo, invitandolo a scontrarsi sul terreno di battaglia e, mentre sorregge suo padr,e avvia la conclusione dell’atto con “Trema, trema…a ritorti fra l’armi”, brano strutturato inizialmente come un terzetto, per poi trasformarsi in concertato, in cui l’orchestra possiede una scrittura più complessa e per certi versi aspra, costringendo le voci a giocare maggiormente sul volume nei continui vocalizzi, ma sempre adattandosi con morbidezza e duttilità.
Il legato ha, dunque, un ruolo chiave nella riuscita del pezzo.

Il secondo atto è ambientato all’interno delle fortificazioni di Lima.
Un Allegro Vivace accompagna il lieto brindisi dei soldati… e musicalmente sarà anche simpatico da ascoltare, ma è brano poco ispirato nel suo essere una orecchiabile “marcetta”; allo stesso modo risulta leggermente bandistico, ma parecchio debole, il tema che accompagna Zamoro ed i prigionieri in ceppi nonostante la pretesa di pateticità ed il voluto e ricercato contrasto con il coro.
Nel recitativo che segue, apprendiamo da Gusmano e Ovando la sorte prevista per i prigionieri: una sentenza di morte a cui manca solo la firma del Governatore.
Alzira, prigioniera anch’essa, prorompe minacciando di togliersi la vita se quella di Zamoro non verrà risparmiata!
L’orchesta, in fortissimo, introduce il duetto tra i due in cui Gusmano propone ad Alzira la sua destra in cambio della vita dell’amato.
Alzira piange, si getta ai suoi piedi sulle parole “Il pianto…l’angoscia…”, tempo Andante agitato e mosso, in cui la voce deve farsi soffocata e rotta dal pianto, imbevuta di commozione e cupezza, ma l’accento deve essere sempre presente, il legato deve saldare le note centrali con quelle gravi, le forcelle in questo caso portano la voce naturalmente ad aumentare l’intensità del volume come in “Io spiro crudele”, che insiste nel centro concludendosi con un rallentando madreperlaceo.
Gusmano risponde con “Quel duolo, quel pianto”, in cui il legato deve rendere omogenea la voce e la linea di canto, che MacNeil svolge su una mezza voce sinuosa e quasi in piano, onorando i mordenti ed i brevi vocalizzi, opacizzandosi solo talvolta nel passaggio, ma accentando con sottigliezza “Zamoro fia spento da te” declamato sottovoce.
“Se d’esser, m’astringi”, risponde Alzira, su un tempo Animato, le due voci si rincorrono ferme nella loro decisione, gli archi vibrano con un suono morbidissimo, mentre la Zeani scava dolorosamente nelle parole, come “Spergiura infedele”, legando il vocalizzo e culminando in un luminosissimo Si bemolle, per poi scendere facilmente al Do sotto il rigo di “Piè”, mantenendo omogeneo il timbro.
Gusmano firma la condanna, Alzira cadendo su una sedia affranta accetta di sposare il Governatore.
Verdi perfidamente svolge l’Allegro che segue al recitativo tra Gusmano e Ovando, con un tono sadicamente beffardo, testimonianza della vile gioia del Governatore, il quale prorompe con “Colma di gioia ho l’anima!” su un Allegro con brio, in cui le note staccate da brevi pause indicano la felicità dell’uomo, un po’ come avverrà per Gilda nel “Caro nome”, ma con effetto diverso.
Messe di voce e legato anche qui devono essere padroneggiati con duttilità, mentre l’accento deve esprimere il trionfo nonostante MacNeil si più parco di chiaroscuri, ma ugualmente efficace umanizzando il personaggio e facendo prevalere le ragioni del cuore e meno quello del tiranno.
Nella scena seguente ci troviamo all’interno di un’orrida grotta.
Il contrasto con l’inizio del II atto è nettissimo: qui abbiamo guerrieri peruviani stremati e decimati, accompagnati da un Largo legato, prima sottovoce e poi sempre più disperato in crescendo.
Otumbo, nel recitativo successivo, spiega al coro di aver corrotto le guardie spagnole con lo stesso oro che tanta sofferenza ha causato, pur di liberare Zamoro.
La stessa marcia iniziale accompagna l’ingresso dell’uomo, ma stavolta variata dall’uso del clarinetto.
“Miserandi avanzi di caduta grandezza” ci porta all’aria di Zamoro “Irne lungi ancor dovrei” con il suo tempo Andante sostenuto.
Aria, invero, molto noiosa e banale nella suo patetismo tutta giocata sulle forcelle e su una commozione che tronca le parole, la cui tessitura acuta rende ruvida la voce di Cecchele, a cui va dato l’onore delle armi per lo sforzo profuso nel rendere credibile un punto morto.
Otumbo, nell’Allegro successivo, rivela a Zamoro del matrimonio pattuito tra Alzira e Gusmano.
Zamoro si strugge e parte con l’aria di furore, un Allegro maestoso, “Non di codarde lagrime” che ad un ascoltatore attento ricorderà una versione in embrione di “O mio rimorso infamia” della Traviata.
La voce deve essere spiegata con impeto, il centro deve suonare con accento perentorio e le forcelle indicano invece uno smorzamento leggero del volume.
Cecchele travolge tutto con impeto encomiabile, arriva al La coronato con voce timbrata e salda, l’orchestra lo sostiene perfettamente mentre imita, con i fiati, la tempesta scatenata dalla sua ira alle frasi “Se il ciel non ha più fulmini” e nella stretta la voce sovrasta il coro laddove la tessitura si solleva.
Ultima scena.
Vasta sala nel palazzo del Governatore decorata a festa e ingombro di milizie spagnole, duci e ancelle.
Una orchestrina interna, la cui melodia procederà in orchestra su un tempo Brillantissimo e festante, accompagna il gioioso canto delle ancelle.
Gusmano presenta agli invitati la bella sposa mesta e infelice.
L’Andante mosso quasi allegretto, porta l’aria “E’ dolce la tromba” un’aria in cui il cantabile legato deve sempre essere in crescendo con entusiasmo mentre l’orchestra pizzica le note con dolcezza. Gusmano offre la sua mano ad Alzira per portarla all’altare, ma immediatamente, piomba con ferocia Zamoro alla frase “La mano è questa che a te, si deve.” tutta compresa tra il Re ed il La naturale, colpendo a morte, con un pugnale, Gusmano.
Gli armati lo circondano, tutti sono compressi d’orrore.
Zamoro insulta Alzira, accusandola di averlo tradito, e, un’ultima volta, il rivale.
Il tempo muta in un Andante più lento, un canto prosciugato ed espressivo oltre che ovunque saldo deve accompagnare “I numi tuoi, vendetta” aria estrema di Gusmano e difficile nelle continue esigenze di smorzare il suono fino ad un sussurro su un tappeto sonoro di archi, in cui al tiranno si sostituisce l’uomo cristiano che tutto perdona.
Ad accompagnare la morte di Gusmano, il coro di tutti i personaggi, che ha le stesse esigenze espressive quanto a pianissimi e messe di voce.
Il finale è tutto un crescendo alle parole di benedizione di Gusmano che augura alla coppia di vivere insieme mentre tutto intorno è commozione.
E su un finale in forte ed un po’ frettoloso si conclude il dramma…tra gli applausi festosi del pubblico.



Gli ascolti

Verdi - Alzira


Ouverture - Franco Capuana (1967)

Prologo

Un Inca...eccesso orribile!...Col genitor la misera...Nume dell'armi, i tuoi furori - Gianfranco Cecchele (con Sergio Tedeschi - 1967)

Atto I

Eterna la memoria...Al suo martir concedere...Quanto un mortal può chiedere - Cornell MacNeil (con Carlo Cava & Mario Rinaudo - 1967)

Riposa. Tutte, in suo dolor vegliante...Da Gusman, su fragil barca...Alta pietade ogn'anima...Nell'astro che più fulgido - Virginia Zeani (con Bianca Bertolucci - 1967)

Atto II

Il pianto...l'angoscia...Ei mora!...Colma di gioja ho l'anima - Virginia Zeani & Cornell MacNeil (con Saverio Porzano - 1967)

Tergi del pianto America...E' dolce la tromba che suona vittoria...I numi tuoi, vendetta atroce - Cornell MacNeil, Virginia Zeani & Gianfranco Cecchele (1967)

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mercoledì 17 febbraio 2010

Clemenza di Tito a Napoli: un sabato alla radio.

Clemenza di Tito o Demenza di T….?
E’ la sintesi, per nulla amletica, della recensione, che, a causa dalla rassegna stampa perfidamente speditami da Tamburini, mi vedo costretta a scrivere, sebbene in ritardo: non si può più lasciar passare il continuo scempio vocale che di Mozart si fa al giorno d’oggi.
Una volta, parecchi anni fa, commentando con una grandissima artista la deriva che il canto mozartiano stava subendo in quel di Salzburg et aliis locis affinibus, mi venne da sbottare: “Ci vorrebbe la censura per Mozart!!”, e mi sentii rispondere “Allora non lo sentiremo proprio più !”.
In effetti è stato così, Mozart non lo abbiamo più sentito, ma non a causa della censura, bensì per assenza di artisti adeguati nel giro di vent’anni è diventato impossibile andare a teatro e non sentirsi intasare le orecchie da strilli, rantoli, sospiretti, gemiti assortiti, gorgoglii et consimilia.
In una settimana prima la devastazione del Don Giovanni di Milano, poi, la sgangherata Clemenza radiofonica napoletana. Troppo per qualunque melomane udente, anche per quelli come noi, resistenti al fuoco del bercio. Le orecchie sono ustionate da simili serate alla radio!
Salviamo il San Carlo, perché è giusto, ma non per questo carbonizziamo Mozart !
La perfezione di Mozart è fragile, e se non sostenuta da altrettanta perfezione esecutiva, non ha luogo la magia del sublime, il suo teatro non prende vita, la sua poetica sbiadisce nell’inteatralità, nella maniera del suo secolo. Per questo ho sempre pensato.
Melomane orgogliosamente incolta e, quindi, poco incline a decantare sempre e comunque il genio di Salzburg anche quando fa ruotine, ritengo che Mozart si addica solo a bacchette di grande senso del teatro e fantasia interpretativa e a cantanti di prim’ordine, che cantino e fraseggino all’italiana ovvero dotati di perfetta emissione e voci omogenee dal basso in alto, egregi virtuosi ed interpreti capaci di incarnare con la voce le mille nuances e sfumature dei personaggi.
Siccome Mozart, salvo rari casi non presenta difficoltà insormontabili in mancanza dei fuoriclasse ci si trova catapultati nel regno dei pesci lessi, degli stoccafissi dalla voce bianca, aperta e morchiosa, delle agilità sgangherate, delle ranocchie da stagno, degli urletti e delle mossette, insomma, nella maniera più deteriore del nostro tempo. I principianti imposti in Mozart non possono reggere le terrificanti difficoltà di Rossini, del belcanto italiano o del Grand-Opéra.
E con questa muta addio sublime. Addio fantasia, addio canto ……addio.
Questo come pensiero generale sullo stato dell’arte del canto mozartiano oggi.
Vediamo ora il dettaglio della Clemenza napoletana.

Ha diretto, noiosamente, Jeffrey Tate, blasonata bacchetta che non è mai riuscita a convincermi ogni volta che mi è capitato di udirla in teatro. Una direzione pesante, priva di tocco e leggerezza, di quel senso della fantasia e della varietà che sono irrinunciabili per il genio di Mozart e il suo capolavoro (che personalmente preferisco anche alle più celebrate opere della trilogia, ma questa è solo una modestissima opinione.....). Gli è mancata la tensione drammatica in alcuni momenti chiave, come il terzetto o il finale primo, preoccupato piuttosto da quei momenti sospesi e magici ove l’azione si ferma ed il clima è rarefatto, come il coro “Ah grazie si rendano”, bellissimo, che precede la grande aria di Tito al secondo atto. Il canto aveva bisogno di essere sorretto, aiutato e governato, laddove gli interpreti mancavano, vuoi per mende tecniche vuoi per mende interpretative, il fraseggio precisato e messo a fuoco, perché Clemenza di Tito è straordinaria fusione di musica e drammaturgia, eccezionale ed analitica esposizione di stati d’animo vari e mutevoli. Il canto è continuamente ed incessantemente sulla parola. Ma accompagnamenti pesanti, con l’orchestra spessa ed talora anche incolore, a volte fiacca, hanno contribuito ad annoiare, facendoci dimenticare le passioni che agitano Sextus soggiogato dalla volitiva Vitellia ed il razionale governo del sentire di Tito.
Dove sono i bei momenti delle riprese mozartiane di un Peter Maag nei teatri di provincia italiana, tanto per non scomodare gli dei dell’Olimpo, quando leggerezza, fantasia, cambi di ritmo continui, ci assicuravano serate di straordinaria suggestione, di esperta saggezza, anche nell’uso sapiente della forbice (eseguire per intero i recitativi con cantanti che non li sanno più eseguire non è filologia o rigore, ma miopia e mancanza di buon senso del teatro), insomma..... serate di vera musica, senza tanti sofismi e accidenti?

Vitellia era Teresa Romano, vincitrice del Concorso Voci Verdiane ultimo scorso. Che posso aggiungere a quanto ho già dovuto rimarcare circa la sua vocalità in occasione del Viaggio a Reims scaligero? Attribuire un premio di voce verdiana ad un soprano incapace di cantare oltre la zona fa - sol, ossia il passaggio di registro superiore, è stato, da parte della giuria, come alzare la bandiera bianca di fronte all’avanzare del dilettantismo nel canto lirico. Per un soprano in queste condizioni non è possibile cantare nemmeno le comode “Tetre immagini” , nessuna parte degli anni di galera men che meno Balli, Trovatori, Forze o Otelli. Dunque eccola prestamente su Mozart, dopo la Fiordiligi dell'accademia milanese.
Abbiamo apprezzato la qualità timbrica nella zona centrale della voce, peculiarità già rilevata in quel di Milano quando era ancora studentessa accademica. Oltre però non si va, con l’aggravante che l’emissione, causa anche lo sforzo che la Romano deve operare per essere incisiva e drammatica nell’accento, è risultata talora sgraziata, talora acida e vetrosa, complessivamente piuttosto verista, come nella grande aria finale “Non più di fiori”. Le discese al registro grave, regolarmente di petto puro e magari anche con qualche pretesa di trillare le note con esiti davvero divertenti ( un trillo su una nota di petto mi pare follia pura !!!!! ), e le salite all’acuto, dure e spinte sino al grido puro hanno completato il quadro di una vocalità dissestata, che merita un serio ripensamento nei suoi fondamentali, data la indubbia qualità del mezzo naturale, che merita di non essere perduto in poco tempo. Non voglio infierire ulteriormente in un’analisi dettagliata della prestazione che sul piano vocale e stilistico ha lasciato davvero molto a desiderare e che ha avuto la sua apoteosi in negativo in una esecuzione spaventosa del terzetto del primo atto, con gli staccati tutti malamente cempennati e berciati, e svarioni palesi di solfeggio.
Tralascio poi l’immagine volgare di Vitellia che ne è derivata per forza di canto……Speriamo che la ragazza voglia sistemarsi, perché, ripeto, il mezzo è di vera qualità. Al momento le condizioni vocali e tecniche non sono tali da affermare neppure: SANTUZZA SUBITO!!!

Tito era un signore anziano per carriera, Gregory Kunde. E’ una vecchia volpe, sa come si bara quando la parte è troppo grande, ma il canto di Tito, l’ampiezza coniugata alla bassezza del canto spianato lo hanno piegato nella grande sala napoletana. Evidentemente stonato in varie occasioni, recitativi e cantabili, è parso anche afonoide a tratti, in tale difficoltà da non riuscire ad eseguire con precisione nemmeno la modesta coloratura scritta da Mozart, che per uno come lui, avvezzo al virtuosismo rossiniano, sarebbe robetta se solo…. fosse scritta un filo più in alto. Giusto il personaggio, giusto l’accento, come sempre per questo esperto tenore, ma il canto, almeno in radio, non girava affatto, tanto che le poche salite in alto gli sono venute davvero male. Kunde può provare a dimenticare la sua natura di contraltino nei vorticosi saliscendi fioriti dei baritenori di Rossini, dove peraltro l’usura del mezzo si sente sempre e comunque….per chi vuol sentire, ma non può essere bypassata allorquando il canto si fa spianato ed ampio, senza possibilità di riscritture o remake di sorta.

Sextus era una cosiddetta specialista, Monica Bacelli. Ne contesto il canto e questa volta anche il presunto stile. La tecnica è assai carente. Il centro della voce non è sfogato, si ha sempre la sensazione, che un tappo ostruisca l’emessione. Salendo non riesce a cantare a voce piena, ma sempre con suoni senza appoggio ed indietro, talora fissi, in certe occasioni pure con aria. I recitativi le muoiono addosso, senza accento, sempre con manierata dizione ed, ahimè, interpretazione. Sono contraria alla maniera deteriorata delle Murray fine carriera, ai Cherubini sospiranti e languorosi trapiantati sui Sextus, Cecilio etc, perché questi sono personaggi veri, variegati, ricchi di sfaccettature, per nulla infantili o istericamente efebi. Sextus non può mugolare o sussurrare con voce sbiancata “Rammenta chi t’adora” a Vitellia, ma lo deve cantare in modo accorato e partecipato, perché il suo è vero timore di perdere la donna che ama; non può non scandire il tragico recitativo, che chiude il primo atto, perché in quel momento ogni parola pronunciata dal personaggio ha il senso e la pregnanza di chi è profondamente scosso da veri e non simulati contrasti interiori per quanto ha commesso; canta con partecipazione e vera intensità le arie, diverse per accento perché diverse per significato; il canto sfumato e in piano deve essere intenso ed espressivo, non loffio e stereotipato; i recitativi sono da far vivere nel loro esatto significato, parola per parola, con varietà, e non buttati lì senza alcuna intenzione, diversamente si tagliano, come quello in compagnia di Vitellia e che precede la prima aria.
Questo non è demerito peculiare della signora Bacelli, ma, al contrario, rappresenta perfettamente ciò che è da tanto tempo è “lo stile” dei cosiddetti specialisti di Mozart. Specialisti di una tradizione che orami consta solo di difetti e stereotipi facili, lontana dalla sapienza delle specialiste, quelle vere come la Berganza, o dall’eccellenza istintiva dei belcantisti occasionalmente prestati a Mozart come le Dupuy, o dalla garbata routine delle Ziegler.
Niente di diverso da questo trend, ma tutto secondo misura dei personaggi, nell’Annio di F. Russo Ermolli ( male! ), nella Servilia di E.Monti e nel Publio di Vito Priante.

Una inclemente Noia di Tito, che ci ha costretto ancora una volta ad aprire i cassetti delle nostre memorie audio per verificare se certi nostri ricordi ed ascolti siano invenzioni della nostra mente o serate inesorabilmente passate.




Gli ascolti

Mozart - La Clemenza di Tito


Atto I

Deh! Se piacer mi vuoi - Carol Vaness (1988)

Vengo! Aspettate! - Virginia Gordoni, Giorgio Marelli & Alfredo Giacomotti (1966)

Oh dei! Che smania è questa!...Deh, conservate, o dei - Martine Dupuy, Mariana Nicolesco, Dano Raffanti, Susanna Anselmi, Adelina Scarabelli, Natale De Carolis (1988)

Atto II

Se al volto mai ti senti - Martine Dupuy, Mariana Nicolesco, Natale De Carolis (1988)

Deh per questo istante solo - Martine Dupuy (1988)

Se all'Impero, amici Dèi - Rockwell Blake (1992)

Ecco il punto, o Vitellia...Non più di fiori - Virginia Gordoni (1966), Christine Weidinger (1990)



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