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mercoledì 15 settembre 2010

Ermione di Gioachino Rossini - Opera Rara

Ermione, oggi, è entrata di diritto nel novero dei più alti e affascinanti capolavori di Rossini, eppure essa fu l’unico, vero insuccesso del compositore. Rappresentata per la prima volta il 27 marzo del 1819 per il Teatro San Carlo di Napoli, scritta per il pubblico più musicalmente progredito d’Europa – già avvezzo alle tante sfide e innovazioni che Rossini gli sottoponeva – interpretata dai più grandi cantanti dell’epoca (Colbran, Nozzari, David, Pisaroni) e dalla migliore orchestra italiana, non piacque. Cinque repliche (a cui ne vanno aggiunte altre due, ma limitate al solo atto I) sono poche, anche per un mondo in cui l’opera era anche prodotto di consumo e il teatro era vivo e vissuto. Questa volta il genio pesarese non venne capito, proprio in quella Napoli ove ottenne (e dove ancora otterrà) i suoi più grandi trionfi.

Opera complessa, certamente, e ambigua: dalla severa linea neoclassica – fedele, soprattutto nello spirito, all’Andromaque di Racine, da cui il bel libretto di Tottola trae ispirazione – ma pure esuberante di invenzione musicale, di furore belcantista e di ricchezza orchestrale. Rossini riserva un’elaborazione strumentale di insolita difficoltà accompagnata ad una linea vocale che coniuga un virtuosismo trascendentale (nel senso più autentico, così come inteso da Liszt) ad un incedere tragico di purezza canoviana. In questa sua creazione, l’autore spinse lo scardinamento delle convenzioni, ben oltre le capacità e le possibilità del suo pubblico: anche quello più smaliziato. Infatti pur se, formalmente, l’opera mantiene la sua scansione in numeri chiusi, essi vengono rivoluzionati dall’interno e il rispetto per le forme viene forzato come mai prima d’ora (si pensi alla Sinfonia con il coro, il grande finale primo, la particolarissima scrittura della protagonista – la cui Gran Scena non chiude l’opera, come era convenzione – il finale tragico e non risolutivo, l’uso del recitativo drammatico). Si comprende, dunque, lo sconcerto del pubblico di fronte ad una tale messe di novità. Rossini era ben conscio di aver scritto musica difficile, tanto da pronosticarne il successo e la giusta comprensione solo dopo la propria morte (parole profetiche!), ma allo stesso tempo amò quella sua sfortunata creazione – la chiamava il suo piccolo Guillaume Tell italiano – tanto da riutilizzarne talune parti in altri suoi lavori: nel semi pastiche approntato per Venezia Eduardo e Cristina, nella revisione della Donna del Lago, nella versione veneziana del Maometto II, nella sua revisione francese Le Siége de Corinthe, nella versione parigina di Zelmira, nonché nel progettato Ugo, re d’Italia. Tuttavia l’opera sparì e si dovette aspettare il XX secolo per una sua compiuta riscoperta: precisamente nel 1987 a Pesaro, nell’ambito del ROF, venne presentata l’edizione critica della partitura, curata da Philip Gossett. Spettacolo storico, indimenticabile per lo splendore del canto della Horne e dei protagonisti maschili (allora ancora una vocalità semi sconosciuta, in un mondo musicale che da poco stava riscoprendo la correttezza dell’autentico stile musicale rossiniano), quei Merritt, Blake e Morino che oggi sono oggetto – in certi luoghi della critica più o meno ufficiale – di inconcepibili ridimensionamenti, ma funestata dal disinteresse della bacchetta di Khun e dalla vergognosa esibizione di una Caballè più svogliata del solito, impreparata e sfasciata vocalmente. Di pochi mesi precedente l’unica edizione discografica ufficiale dell’opera, almeno sino ad oggi: diretta da un abbastanza ispirato Scimone ed interpretata da Merritt (quale Oreste e non il più adatto Pirro: scelta che non ho mai compreso), Palacio (al limite delle sue capacità), Matteuzzi, la Zimmermann e la Gasdia. Ad esse seguirono altre rappresentazioni che non si fanno certo ricordare per la protagonista (dalla sfasciatissima Caballè nell’88 all’improbabile Antonacci, dalla sgradevole Pendatchanska alla Miricioiu, sino alla Ganassi del ROF 2008), mentre per i ruoli maschili si alternavano Merritt, Blake, Ford, Kunde. Da poco disponibile – almeno per il mercato anglosassone: da noi si dovrà attendere la fine di settembre – la nuova edizione discografica pubblicata da Opera Rara. Uscita più che gradita – inutile qui ribadire i tanti meriti della piccola etichetta inglese, nell’esplorazione di un repertorio per lo più dimenticato o sottovalutato – ma che non convince appieno. Per diversi motivi. Innanzitutto, un piccolo rilievo di carattere “commerciale”: Opera Rara abbandona la consueta eleganza dei suoi cofanetti, a favore di un più agile e leggero box (di quelli a tasca, con apertura su di un lato) ove si infilano libretto e cd. Immagino per motivi legati ai costi produttivi. Purtroppo il tutto avviene a prezzo invariato, sicché l’unico vantaggio si svolge a favore della casa discografica. Ma a parte il fastidio per questo nuovo formato (di costo uguale al precedente, ma di qualità molto più bassa), ben altri sono i problemi. Questa Ermione è compromessa da due fattori: la direzione d’orchestra e il tenore che interpreta Pirro. Ora, che David Parry fosse un direttore mediocre, non è scoperta di oggi, ma mai come in questa incisione è risultato piatto, pesante, chiassoso: pure qualche nostrano battisolfa potrebbe dargli lezioni di stile e sensibilità. E se questo tipo di direzione può essere tollerata con Pacini o Mercadante e già diventa poco sopportabile con Donizetti, è intollerabile per un’opera che ha nell’elaborazione orchestrale uno dei suoi aspetti più particolari. Parry compromette la densa scrittura rossiniana, le suggestioni beethoveniane, l’atmosfera drammatica: la Sinfonia, ad esempio, è un campionario di brutture, eseguita senza sfumature, con un coro sgangherato che strilla – ma dovrebbe udirsi fuori scena, come un lontano lamento di disperazione – in italiano ostrogoto, “Troja qual fosti un dì”; ma anche il finale I risolto in chiasso bandistico; o l’accompagnamento svogliato e rinunciatario delle arie. Insomma per dirigere Rossini – in particolare quello napoletano e francese – occorre un grande direttore, avvezzo alla musica sinfonica e profondo conoscitore dei compositori di area austro tedesca. Peccato che Abbado si sia dedicato alle sole opere buffe! Ma oltre a Parry, l’altro peccato mortale di questa incisione è il Pirro di tale Paul Nilon. Cresciuto nel vivaio del comprimariato di Opera Rara, è stato sconsideratamente promosso ad uno dei ruoli più difficili del Rossini serio (forse quello più impegnativo insiema all’Antenore di Zelmira). Nilon, semplicemente non ha la voce, la tecnica e il carisma per affrontare la parte. Manca di sicurezza, pasticcia la coloratura, fatica negli acuti (dispensati con parsimonia inusitata, persino il Kunde del 2008 al ROF era in questo più generoso) e i bassi risultano sgradevoli. Manca soprattutto di nobiltà e fierezza. “Balena in man del figlio” è un disastro: si dimentichi subito Merritt (paragone insostenibile per chiunque: soprattutto quello del recital The Heroic Bel Canto Tenor) e le sue spericolate salite al sovracuto (sino ad uno spettacolare Mi interpolato nella cadenza finale) o le bronzee discese baritonali; si dimentichi pure Kunde, Ford e persino Palacio! L’aria è un tour de force di 10 minuti, che mostra tutta la potenza del re, nella sua sfida orgogliosa alla Grecia: sontuosa come un’aria barocca, elaborata e complessa, più di qualsiasi altra aria rossiniana per baritenore. Nilon, invece, ne fa lo sfogo isterico di un sovrano debole ed effemminato, infastidito da richieste che non vuole, per mero capriccio, soddisfare. Dov’è l’orgoglio dell’eroe? La sua forza? La sua superbia? La sua rabbia? Non certo nela voce di Nilon: già la prima discesa al basso è avventurosa, la coloratura è imprecisa e pasticciata, i fiati corti (nella seconda sezione arranca non poco, grazie anche ai tempi assurdamente lenti imposti da Parry), gli acuti faticosi. Si aggiungano poi variazioni prudentissime e piane e cadenze che mai Rossini avrebbe potuto scrivere, talmente sono brutte e fuori stile. Pessimo, senza scampo. Ed è un peccato, visto che il resto non è affatto male: l’Oreste di Colin Lee – pur non facendo, ovviamente, dimenticare Blake – è efficace, abbastanza facile nell’acuto (anche se talvolta in odore di falsetto), evitando fastidiosi effetti zanzara, sicuro nella coloratura (sgranata e precisa) e nell'intonazione; discreto il Pilade di Bulent Bezduz; accettabile l'Andromaca di Patricia Bardon; dignitosi i comprimari, fatta salva la pronuncia (perfettibile per tutti). Una menzione particolare a Carmen Giannattasio che veste i difficili panni della protagonista: Ermione è parte atipica, ibrida, costruita sulla particolarissima vocalità di Isabella Colbran, oggi sfuggente. La scrittura si caratterizza sia per un uso spregiudicato dell’ornamentazione (tra le più complesse della storia dell’opera) sia per l’utilizzo del recitativo declamato e drammatico. Spesso – per un fraintendimento formale – i ruoli Colbran vengono affidati alla voce di mezzosoprano, eppure essi restano schiettamente sopranili: certo di un soprano dalla voce corposa e drammatica, sicura in acuto e dai centri solidi. La Giannattasio, tutto sommato, ne esce a testa alta (pare nettamente migliorata rispetto alla poco riuscita Parisina): certo non è la reincarnazione della Colbran e non tutto funziona alla perfezione, ma è, ad oggi, l’Ermione meglio cantata. Più sicura negli acuti e meno sguaiata della Ganassi e della Antonacci, più solida della Gasdia e infinitamente migliore della Caballè (la Giannattasio, a differenza della diva catalana, non farfuglia la coloratura, non spiana l’ornamentazione, non strilla gli acuti, né si rifugia in comodi ed inutili “filatini”, per non parlare del registro basso e centrale, sonoro e non traballente, al contrario della “roba” che usciva dalla bocca della Caballè). Emblematica la Gran Scena (anche se resta insuperata quella interpretata dalla Cuberli in un vecchio recital): anche se, purtroppo, viene accompagnata in modo semi dilettantesco da Parry (sentire la bandaccia fuori scena nella sezione centrale), la Giannattasio ben scolpisce il recitativo iniziale, mostra qualche difficoltà nel successivo arioso (soprattutto nella discesa ai bassi, molto sollecitati nel brano), ma la voce non perde mai di consistenza e di messa a fuoco; supera senza troppi problemi il diluvio di coloratura del cantabile, traccia con accento attendibile i continui sbalzi d'umore della principessa sino all'esplosione finale (dove tuttavia qualche affaticamento nell'estremo acuto è percepibile). Un ultimo accenno alla qualità dell'incisione, che è decisamente al di sotto degli standard Opera Rara (con evidenti problemi di bilanciamento e di equalizzazione: soprattutto nelle alte frequenze). Alla fine un'occasione sprecata: un'incisione che avrebbe potuto essere di qualche interesse (almeno per la protagonista) è stata compromessa da una direzione inadeguata e da scelte di cast incomprensibili (qualcuno migliore di Nilon, non penso fosse impossibile trovare: persino l'usurato Kunde, in studio e nella comodità della sala d'incisione, avrebbe potuto far meglio).



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giovedì 5 novembre 2009

Parisina di Gaetano Donizetti - Opera Rara

Opera Rara svolge da anni, con dedizione e impegno, un ammirevole lavoro di riscoperta di titoli più o meno ingiustamente dimenticati. In particolare dedica la maggior parte dei propri sforzi, al melodramma italiano del primo ‘800: Mayr, Rossini, Donizetti, il primo Meyerbeer, Pacini, Mercadante e, da ultimo, Bellini. Le attenzioni maggiori, tuttavia, sono riservate all’opera di Gaetano Donizetti: impegno tanto lodevole quanto necessario, atteso lo stato in cui versa la quasi interezza del suo vasto catalogo, per larga parte sconosciuto, inesplorato e ignorato (salvo quella manciata di titoli mai usciti dal repertorio, sulla cui correttezza ed efficacia esecutiva, però, molto vi sarebbe da dire ed infierire). Nonostante non si tratti quasi mai di incisioni tali da lasciare tracce indelebili nella storia interpretativa o nella memoria e nelle emozioni dell’ascoltatore, le produzioni di Opera Rara si sono sempre caratterizzate per un altissimo grado di professionalità e impegno, sia per ciò che riguarda le cure filologiche (con approfondite ricerche su manoscritti e prime partiture – rimediando spesso alla mancanza di edizioni critiche ufficiali – attenzione alla prassi dell’epoca e interesse per le versioni alternative, comprese in “appendice” all’incisione dell’edizione canonica integrale), sia per gli aspetti più propriamente esecutivi (e spesso nei cast offerti, si segnala la presenza di specialisti conclamati di quel particolare repertorio).

Produzioni, quindi, che, se pure presentino un valore documentario preminente rispetto al puro piacere dell’ascolto, si sono sempre caratterizzate per un esito finale complessivo assolutamente ragguardevole. Purtroppo l’elevato standard a cui aveva abituato la piccola casa discografica inglese, appare oggi in una fase di preoccupante declino artistico ed organizzativo, da imputarsi sia agli eventi luttuosi che hanno reso necessario il cambio di gestione (la dipartita di Patric Schmid ha lasciato un vuoto, in termini di dedizione a questo repertorio, evidentemente incolmabile), sia all’inevitabile avvicendamento nelle compagnie di canto, dovuto al ricambio generazionale e segnato dalla stessa crisi riscontrabile ovunque.
Ultima uscita dell’anno per le cure di Opera Rara, presentata in un cofanetto di grande eleganza e corredata da un libretto che è in realtà un vero e proprio saggio sulla genesi dell’opera (con analisi approfondite, note sui primi interpreti e cronologie), è la donizettiana Parisina. Eseguita per la prima volta a Firenze, il 17 marzo 1833, segna una tappa importante nella carriera dell’autore per due ragioni: da una parte l’incontro con Carolina Ungher (allora all’apice della carriera, e precedentemente incrociata solo di sfuggita in occasione del Borgomastro di Sardaam: lavoro ancora immaturo) e con Gilbert-Louis Duprez (all’epoca non ancora divenuto il celebre “inventore” del DO di petto: interessante, dunque, vedere nella scrittura della sua parte, la testimonianza del primo stile del cantante francese), dall’altra l’evidente progresso nell’ambito della drammaturgia musicale, che segna qui un definitivo distacco dai modelli più scopertamente postrossiniani, per abbracciare un'estetica già compiutamente romantica, ricca di quei contrasti e passioni che condurranno al traguardo della Lucia di Lammermoor. La struttura dell'opera è incentrata su tre personaggi (Parisina, Azzo e Ugo) ognuno ben caratterizzato da una scrittura che ne identifica il carattere: la malinconia della protagonista, che emerge nella grande doppia aria dell'atto I e successiva cabaletta - che poco concedono al virtuosismo e allo slancio in acuto, ma che molto richiedono in termine di fraseggio e interpretazione - e soprattutto nella grande romanza e cabaletta dell'atto II, uno dei vertici dell'intera produzione donizettiana, “Sogno talor di correre”, oltre all'austera e drammatica scena finale “Ciel se’ tu che in tal momento” di cui la Caballè diede una magistrale interpretazione nel celebre recital di rarità donizettiane; la ferocia sanguinaria del marito di lei (ma anche il suo sincero trasporto passionale), combattuto tra amore e gelosia, ben evidenziata dalla prima aria e dal duetto con Parisina nell'atto II (dove la moglie sospira nel sonno il nome dell'amato), scena dalla potenza drammatica preverdiana; l'acceso romanticismo di Ugo espresso in una scrittura molto acuta da raggiungersi con la tecnica del falsettone (e che presenta abbondanza di DO, RE bemolle e pure una variante con un MI bemolle nella prima aria). A ciò si aggiunga una cura estrema nell'orchestrazione, che ha dello straordinario se si considera il breve tempo impiegato da Donizetti nello scrivere l'intera opera (poche settimane): e per la prima volta gli autoimprestiti non sono semplicemente adattati alle nuove parole, bensì rivisti nella struttura e profondamente modificati. Opera, dunque, di estremo interesse e che fu giudicata dallo stesso compositore uno dei suoi lavori migliori: e ne è buon testimone il successo ottenuto e il grande numero di repliche, vivente l'autore e per tutto l'800 (in Europa e in America), fino al 1896, ultima sua apparizione sino alle prime riscoperte negli anni '60 del secolo XX. Opera che, pure, attirò le attenzioni di grandissime primedonne: dopo la Ungher si ricordano Henriette Méric-Lalande, le sorelle Grisi, la Brambilla, la Strepponi, Eugenia Tadolini, la Tosi, la Stolz etc...sino alle più recenti Pobbe, Devia e, soprattutto, Montserrat Caballé (anche la parte di Ugo vide l'avvicendamento di grandi tenori dopo Duprez: Moriani, Ivanoff, Donzelli, Fraschini, Rubini). Di tutto ciò, poco o nulla è percepibile nell'incisione di Opera Rara. A cominciare dalla noiosa e pesante concertazione di David Parry: corretto, ma fantasioso come un metronomo, greve come un martello che batte sull'incudine e del tutto privo di trasporto e abbandono negli squarci di malinconico lirismo abbondantemente offerti dalla partitura (e pensare che ancora oggi c'è chi storce il naso davanti non solo ai vari Serafin, Sanzogno, Votto, ma pure ad un Patanè o ad un Gavazzeni, sovente oggetto di critiche ingiuste e preconcette, quando non di arrogante irrisione). Ma se il direttore, presenza fissa nelle incisioni della casa discografica inglese (nonché suo direttore artistico), passa in secondo piano e si limita ad essere funzionale in presenza di cantanti che riescono a concentrare su di sè l'attenzione dell'ascoltatore (rimediando così alla piattezza dell'orchestra), con un cast come quello schierato per questa Parisina, aggiunge un ulteriore tassello al sostanziale fallimento dell'operazione, non essendo in grado di ovviare alle tante mancanze dei cantanti impiegati. Infatti, più che l'accento generico e volgare di Dario Solari, del tutto incapace nel rendere il nobile tormento del Duca (e con una voce estremamente a disagio nel fraseggio e durissima negli acuti, oltre che traballante nella linea), più che la deludente Carmen Giannattasio, inerte sul piano interpretativo e vocalmente non irreprensibile (evidente la difficoltà nell'acuto e nel gestire le mezzevoci, anche se qui si sforza di imitare con scarso successo il palese modello della Caballè - con filatini manierati e mollezza espressiva invece di malinconico abbandono), ciò che davvero rimane improponibile è la prestazione di José Bros: accettabile nei centri - anche se la voce è priva di corpo - naufraga miseramente nell'acuto, e considerato il fatto che la parte di Ugo insiste proprio nelle zone più alte della tessitura, il non essere in grado di raggiungere i SI e i DO (taccio dei RE bemolle e del MI bemolle) senza strillare oscenamente, è pecca non trascurabile, anzi tale da compromettere l'intera esecuzione. In conclusione: un'incisione poco riuscita, che si fa apprezzare unicamente per il valore documentaristico (partitura integrale e ottimo suono). La registrazione è dedicata alla memoria del grande William Ashbrook, scomparso proprio quest'anno: certo non un grande omaggio al più grande studioso di Donizetti. Ps: l'anno prossimo Opera Rara uscirà con altri due titoli donizettiani: Linda di Chamounix e Maria di Rohan...mi auguro un cambiamento di rotta, per non compromettere due tra le più belle creazioni del Maestro bergamasco.

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mercoledì 30 settembre 2009

Ciel pietoso in sì crudo momento: l'ultima registrazione di Straniera

Per il catalogo di Opera Rara da qualche mese è uscita "La straniera", registrata, ufficialmente, prima di una esecuzione concertistica tenutasi a Londra nel novembre 2007.
Il cast assemblato dalla casa anglosassone prevede: Patrizia Ciofi quale Alaide, Mark Stone Valdeburgo, Enkelejda Shkosa Isoletta, Darío Schmunck Arturo.

In apertura dissento circa l'opportunità di proporre un titolo come Straniera, che raro proprio non può definirsi. Persino in periodo di imperante verismo venne proposta alla Scala, anno 1935, con Gina Cigna (Alaide) Gianna Pederzini (Isoletta) Mario Basiola (Valdeburgo) e Francesco Merli (Arturo), sotto la guida del sicilianissimo e efficientissimo (e per certo molto di più) Gino Marinuzzi.
Spiace che non vi sia una traccia di quell'edizione verso la quale i puristi storcerebbero il naso, definendo il cast del massimo teatro milanese da Forza del destino e non da Bellini. Non solo Straniera ha nel tempo attirato, con diversi ed alterni risultati, grandi prime donne. La palma se la contentendono Renata Scotto e Montserrat Caballé. Al loro seguito sono venuti altri soprani come la Shimada (Martina Franca 1983, una ciambella senza buco del Festival cellettiano), la Fleming, la Aliberti e la Pendatchanska, pure esse -per proseguire con la metafora dolciaria- della medesima sfornata della Shimada.
I poco felici risultati sono testimonianza, quanto meno, della difficoltà del ruolo protagonistico.
Ma una ripresa discografica (in teatro chissà dove e quando, anche se è più facile allestire Straniera che Norma e da un po' di tempo penso ad un'ipotetica ben definita protagonista) invita ad altre riflessioni che non hanno la presunzione (come taluni autiproclamatisi concorrenti fanno quotidianamente) di fare cultura, ma più semplicemente di essere strumentali a dire dell'esecuzione.
Straniera venne rappresentata il 4 febbraio 1829 alla Scala, secondo titolo commissionato dal massimo teatro milanese al giovane maestro catanese sulla scorta del trionfo del Pirata (1827).
Dalla Semiramide sono passati sei anni. Sembra un secolo.
Sotto il profilo della vocalità: spariscono le formule rossiniane se si escludono qualche passo vocalizzato del duetto Isoletta Valdeburgo, che principia l'opera o la sezione conclusiva dell'aria di Isoletta; codifica una vocalità per la protagonista (prima interprete Henriette Meric-Lalande, specialista sino ad allora di Semiramide, Donna del lago, Crociato in Egitto) assolutamente priva di melismi (escluso un languido vocalizzo fuori scena al primo atto e qualche passo del bellissimo quartetto con Isoletta, Valdeburgo ed Arturo, che precede la grande scena finale); si inventa, come era accaduto con il Pirata per la vocalità tenorile un nuovo modello vocale ed interpretativo ossia il baritono nobile, perchè di fatto Valdeburgo affidato ad Antonio Tamburini chiude la serie delle parti rossiniane alla Filippo Galli (di cui sia detto Tamburini fu un grande esecutore, anche se sarebbe interessante sapere che cosa eseguisse di Assur o di Maometto) ed inaugura un modello di cantante e di interprete, che resisterà vocalmente e drammaturgicamente sino al primo Verdi. Poi possiamo anche precisare che la vocalità orizzontale di Alaide non giovò certo alla Meric-Lalande, abituata sì a quella stessa tessitura, ma comodamente fiorita trattandosi per lo più di parti Colbran e che Tamburini proprio baritono nel senso attuale del termine non era.
Con Straniera, prima ancora e più di Norma e Bolena, si comprende il perchè delle lamentele circa la vocalità moderna come sterminatrice del "Belcanto".
La verità è che Straniera, ripeto più di Norma e di Bolena, segna il taglio netto con la grande tradizione precedente sotto il profilo drammaturgico, prima ancora che sotto quello vocale.
I personaggi soprattutto tenore e soprano si esprimono mediante ariosi (addirittura, contingente la poca fiducia di Bellini nei confronti di Domenico Reina, il tenore non ha aria solistica. Carenza cui Bellini supplirà per una ripresa del titolo con Rubini) , recitativi accompagnati e cantabili.
Ancora di più il primo atto, complice la previsione librettistica, che indica come morti (presunti) tenore e baritono di fatto è una grande scena della sola Alaide, accusta oltre che di stregoneria, pure di duplice omicidio. Poi la tradizione che vuole fischiato il finale primo di Norma perchè si trattava di un semplice terzetto e non del grande concertato alla Semiramide appunto dimentica che questa specie di grande scena affidata ad una grande primadonna con pertichini ebbe un grande successo alla prima.
Per capire non si deve fare riferimento a misteri, presunta ignoranza o disinformazione della critica, ma semplicemente ai generi. Norma era ed è la grande tragedia coturnata, come Semiramide, e come tale esigeva il rispetto delle regole caratteristiche di quel genere teatrale. Straniera ambientata non già nel mondo classico (ossia astratto ed atemporale, come è il belcanto), ma nel Medioevo, che sarà il terreno prediletto del romanticismo, non richiede, nella poetica del tempo un ferreo rispetto delle convenzioni.
E qui sta anche la differenza fra Rossini ed i suoi successori. Alle prese con argomenti romantici come la Donna del Lago Rossini tenne fermi, sotto il profilo drammaturgico, i paradigmi del dramma vigente, non arrivò sino in fondo al distacco, pur essendone (leggi Stendhal) il vero padre. Non per nulla è quanto mai pertinente l'osservazione che la scelta del silenzio post Tell nasca, oltre che dalla prostrazione psichica, proprio dall'estraneità di Rossini ai nuovi generi.

E tutto questo che c'entra con la nuova edizione di Straniera?
Serve a dire dell'assoluta inadeguatezza della prescelta protagonista, Patrizia Ciofi, soprano leggero per peso e coolore, oggi ben accorciata in alto (re naturale interpolato alla fine dell'opera gridato e calante, re bem prescritto urlato ed acido) afona al centro, vuota in basso. Quindi le trenodie di Alaide (cavatina di sortita, sezione centrale del seguente duetto con Arturo , il "Ciel pietoso"), la tensione tragica del terzetto all'atto primo con Arturo e Valdeburgo, per giunta congiunta allo slancio nel finale primo e dall'allegro moderato "Or sei pago" mettono in mostra non il fiato, ma l'aria che esce in luogo dei suoni nonostante il mezzuccio di una registrazione lontana ed ovattata della voce. Con un'organizzazione vocale da Giulietta Capuleti in menopausa, che talune idee interpretative possano anche essere buone (nulla davanti alla meditata eloquenza di Renata Scotto) è irrilevante.
Quanto a Darío Schmunck, che con pervicace ostinazione viene propinato nei titoli di Bellini e Donizetti, l'assenza di numeri solistici, la sede discografica e la scrittura centrale lo agevolano, ossia gli evitano le performace teatrali, come la recente Stuarda scaligera. Ciò nonostante l'ampiezza di fraseggio, la nobiltà d'accento, il sentore romantico, che sono la sigla di Arturo richiederebbero un controllo del fiato, un sostegno della voce estranei al cantante prescelto, che se sapesse cantare sarebbe certo un tenore contraltino e non già un tenore baritonale.
Mark Stone, vero protagonista maschile, ha i medesimi vizi e difetti del tenore e più in generale di tutti i cantanti oggi in carriera, salvo pochissime eccezioni. La tessitura ancora centralizzante lo esime da suonacci e fatica nel canto, ma per capire come vadano cantate queste parti (intendo Puritani, il conte Rodolfo, piuttosto che Belisario, Torquato Tasso, Chalais, Camoens, Antonio di Linda) dobbiamo rivolgerci a registrazione a 78 giri. E se non vogliamo scomodare il commendatore Battistini, che studiò, fra l'altro con Antonio Cotogni, che a sua volta -guarda caso- aveva preparato alcune parti proprio con Antonio Tamburini possiamo sempre ricorrere a qualche alunno di Cotogni come de Luca o Mario Basiola.
L'Isoletta della Shkosa urlacchia in alto e non è certo, nei pochi passi di canto fiorito, la perfezione, ma al confronto dei compagni di ventura...
Rimane, poi, la direzione di David Parry, un punto fisso dell'Opera Rara. Per venti o trent'anni abbiamo visto la sistematica condanna dei direttori come Gavazzani, Sanzogno, Votto sino a Serafin o Gui alle prese con Bellini, Donizetti ed il primo Verdi ritenuti pesanti, antifilologi e per tagli e per il rapporto con le aggiunte previste dagli esecutori. Persi questi nemici del romanticismo, siamo rimasti con David Parry e molti altri, attivi nei nostri teatri ed all'estero, ed i suoni secchi, acidi e comunque bandistici, gli ensemble pesanti e poco chiari nelle singole sezioni, la concertazione inesistente, la mancanza di magia ed evocazione degli andanti, maestosi ed allegri che non hanno le deprecate ampiezza e vigore dei deprecati direttori paraveristi.
Per parte mia continuo a sentire Renata Scotto e Montserrat Caballé, che evocano i fasti di Bellini e delle sue prime donne.


Gli ascolti

Rossini - Il Barbiere di Siviglia

Atto I

Largo al factotum - Mario Basiola (1935)

Bellini - La straniera

Atto II

Ciel pietoso, in sì crudo momento...Or sei pago, o ciel tremendo - Renata Scotto (1968), Montserrat Caballé (1969)

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