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venerdì 8 ottobre 2010

"Arrigo, ah, parli a un core"

Julian Budden definisce l’aria di Elena “Arrigo, ah parli un core” il “centro immobile” del duetto tra soprano e tenore all’atto quarto dei Vespri Siciliani. Centro immobile perché lo svolgersi dell’incontro tra i due, dapprima uno scontro poi il riavvicinarsi dei due amanti che comunque non avranno unione in terra, si arresta. In un momento di sospensione del dramma, la Duchessa perdona Arrigo, dichiara di amarlo comunque, ma oramai le loro origini diverse ne separano i destini, inevitabilmente. L’amore, il rimpianto, la tristezza nobilmente composta e distaccata della primadonna caratterizzano il brano, celeberrimo, passo chiave della protagonista del secondo grand-opéra di Verdi.


Brano che trova raramente esecuzione integrale della scrittura causa la monumentale cadenza finale, che comprende una scala cromatica discendente dal mi nat al fa sotto il rigo, perfettamente eseguita di fatto solo da Maria Callas ( che pure parte dal do: le altre ne fanno esecuzioni parziali della discesa in basso o alternative ).
La scena è stata cantata in tanti modi, unendo timbro e fraseggio in casi eccezionali ed indimenticabili, di solo timbro oppure di solo fraseggio ma molto bene, né di timbro né di fraseggio, ossia male…modernamente, come ben immaginerete.
Tre sono le esecutrici eccezionali di questa parata che vi proponiamo, la Callas ( negli anni in cui era davvero la grande Callas ), la Cerquetti e la Caballè. Fedelissima esecutrice di ogni segno di espressione scritto da Verdi la prima, non perde mezza forcella, un f, niente; una linea di canto bellissima, aristocratica, dolente ma comunque vigorosa, ad onta di qualche nasalità in certi momenti. Al suo fianco, e la preferenza mi pare questioni di gusto, Anita Cerquetti, dal timbro sontuoso, anche lei nobilissima, dalla dizione scandita e perfetta, italianissima nel porgere le frasi una dopo l’altra. Possiede un timbro superiore alla Callas, ma l’esecuzione musicale di questa mi pare resti superiore. Incarnano entrambe il gusto del Verdi d’annata, lontano da ogni effetto studiato poi da chi, in virtù della ricercatezza del fraseggio o di qualche fascinoso artificio, affrontò Verdi senza possedere vera voce verdiana. In questo non alludo, nel caso dei Vespri, a Montserrat Caballè, che di “manipolazioni” verdiane ne operò tante in seguito, quanto piuttosto alla Gencer ed alla Scotto. La Caballè, infatti, produsse nei Vespri uno dei suoi più importanti capi d’opera, che cantò libera da certi vizi riscontrabili in altre prove. Voce non certo da soprano drammatico d’agilità, quale è quella necessaria alla vocalità di Elena, la Caballè canta con assoluta pienezza del suo mezzo straordinario, emettendo suoni di bellezza soggiogante, ma mai abusati o compiaciuti. A meno delle note gravi sotto il rigo, eseguite di petto non troppo bene, canta anche lei con rara ( per lei! ) aderenza alla scrittura verdiana, timbro nobile e linea di canto compostissima e sfumata. Gli acuti, quelli attaccati scoperti delle scale discendenti della chiusa ( il si nat !!! ), sono suoni celestiali, inumani direi, che la collocano nettamente al di sopra di tutte le Elene a lei successive dell’era recente.

Più vicino al modello Callas Cerquetti l’esecuzione di Antonietta Stella, figlia della medesima epoca. No sarà stata pari alle precedenti, ma la sua esecuzione è notevolissima per via del timbro, notoriamente bellissimo, la sua dizione chiara e scandita, la nobiltà innata dell’accento. In particolare, lei come le predette signore, è in grado di cantare sul passaggio superiore con assoluta facilità e solidità, emettendo sempre suoni pieni, nitidi e a fuoco, che da un certo punto in poi di questi audio, da Olivia Stapp in poi, di fatto non connotano più le voci, a riprova che in fatto di tecnica e di tradizione nel suo insegnamento abbiamo perduto alcuni fondamentali per la strada. La Stella non è certo cantante struggente, manca qua e là di magia ( penso alle scale discendenti ), ma canta ad un livello per noi oggi inimmaginabile.

Primedonne di razza, fino in fondo, Leyla Gencer e Renata Scotto, praticano l’arte del canto e quello del baro con la stessa dimestichezza, la prima assistita per me ( che la amo anche quando canta con la voce a pezzi ) da una intelligenza e da un senso delle cose rarissimi; la seconda mossa da una volontà irrefrenabile di essere sempre al di sopra della propria natura vocale e da una fantasia interpretativa senza limiti. Alla Gencer il gioco riesce benissimo laddove, mancando il timbro ed immagino anche lo spessore della voce in teatro, screzia il canto nobile con delle vene di passionalità: l’amante dice “ Io t’amo”, “Io muoio” con una intensità che fa rabbrividire; tocca l’ascoltatore con l’effetto del rallentamento compiaciuto della seconda strofa, e mette in chiusa al pezzo un fiatone da brivido dopo le scale discendenti amministrate con i suoi celebri acuti flautati presi scoperti. Insomma, un cervello ed un senso del teatro stupefacenti, senza…la voce adatta alla parte.
La Scotto canta benissimo, si affida al virtuosismo del tempo lento, lentissimo, come da arcaica tradizione documentata da Ester Mazzoleni. E sceglie anche la via dei portamenti, compiaciuti ed insistiti. Già su “Un ‘aura di contento” arriva il brivido che la grande primadonna vuole e sa provocare, ma con l’andare dell’aria la vicenda assume un po’ il tono della grande, ciclopica impresa. Il tempo si fa troppo largo per sostenere tutto il brano con senso di facilità, che è poi quello che lo spettatore deve avere, dunque il tutto alla fine oscilla tra la grande emozione e la grande fatica. Esecuzione mirabile ma esagerata nella ricercatezza.
Nell’era moderna solo Martina Arroyo sta al pari della Caballè per qualità timbrica: più della spagnola ha le note centro gravi, indubbiamente più rotonde e piene. Voce bellissima, acuti di una facilità eccezionale, ma interprete inerte, dal fraseggio lato, all’americana tanto per intenderci, non certo sulla parola o cesellato all’italiana, come il Verdi alla nostra maniera pretende. Tuttavia un canto di qualità altissima ed indimenticabile da chi ha potuto sentire questa grande cantante in teatro.
Più italiana nel fraseggio la Kabaivanska, non potendo certo avvalersi di un timbro di qualità eccelsa. La zona acuta della voce è, notoriamente, la parte migliore; nei gravi soffre pur eseguendo la cadenza pressoché integralmente, e si affida all’arte del piano, della sfumatura, e più in generale del fraseggio, che è stato suo terreno di carriera. Al di là di molti suoni non belli, la trovo assai emozionante e pregnante, anche se l’handicap timbrico non si riesce sempre a dimenticare nello scorrere del brano.

Da qui in poi le parole da spendere sono poche, per cantanti o dalla voce evidentemente inadatta ma pur capaci, come la Deutekom o la stessa Stapp, che canta assai peggio della prima ( legato scarso, i re e i mi bem centrali sulla e stretta e scoperta, duri i piani, brutto il si nat della scala discendente ); oppure voci di grande qualità timbrica ma male in arnese, come Carol Vaness ( che ogni tanto balla, apre sul passaggio, non è sfumata né fascinosa, grida il si nat alla seconda scala discendente su “Ah”, si riaggiusta la cadenza…etc ) o Daniela Dessì ( che balla sul passaggio ma riesce comunque ad eseguire i piani, molto belli, apre i suoni in basso e strilla il si nat della scala discendente, riarrangiandosi la cadenza che comunque non le riesce come dovrebbe…); oppure voci adatte alla parte ma malmesse, come una compromessa Guleghina, in grado di cantare bene solo piano, sebbene priva di legato, e con una chiusa dell’aria incommentabile; o la Radvanovsky, la cui esecuzione lentissima non costituisce affatto un prodigio quanto una scelta errata, che ci obbliga ad apprezzare appieno l’handicap timbrico e l’inespressività della cantante, fortemente limitata sul piano tecnico ( i mi sul passaggio come pure il sol acuto di “Io t’amo” sono note tremende..per non parlare del si nat come della cadenza, in cui gratta anche e si inceppa…).
Insomma , in era recente la sola Susan Dunn ha saputo dirci qualcosa di significativo nei panni di Elena, ma anche lei in virtù del timbro e non certo dell’”arte del dire”, come prova la sua esecuzione facilissima ( ad onta delle note sul passaggio superiore un po’ ballanti ) ma poco fraseggiata della scena.


Gli ascolti

Giuseppe Verdi

I Vespri siciliani


Atto IV

Arrigo, ah, parli a un core

1909 - Ester Mazzoleni
1951 - Maria Callas
1955 - Anita Cerquetti
1957 - Antonietta Stella
1964 - Leyla Gencer
1970 - Renata Scotto
1970 - Martina Arroyo
1973 - Raina Kabaivanska
1974 - Montserrat Caballè
1975 - Christine Deutekom
1985 - Olivia Stapp
1986 - Susan Dunn
1997 - Daniela Dessì
1998 - Carol Vaness
2003 - Nelly Miricioiu
2005 - Maria Guleghina
2007 - Sondra Radvanovsky



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giovedì 29 luglio 2010

Il concerto di canto: Renata Scotto alla Carnegie Hall (1972)

Il concerto di questo fine luglio, in attesa dell'agosto "caldo", è dedicato ad una paradigmantica dicitrice: RENATA SCOTTO.

Una Scotto del 1972, ossia la cantante reduce dall'avventura Vespri Siciliani scaligeri, che se da un lato le chiuderà per più di un decennio i rapporti con il teatro milanese, dall'altro la consacrerà regina del Met. Renata Scotto, infatti, tornerà in Scala solo nel 1985 a polemiche ben sopite (il concerto fu accompagnato da applausi ora sentiti, ora di stima) e carriera di fatto conclusa.
Fine dicitrice, maestra e regina di eloquenza sono le più pregnanti qualificazioni per questa cantante. Nel concerto ne fa amplissima mostra, magari piegando a questa propria peculiarità altre qualità, che legittimamente si potrebbero richiedere. L'esecuzione di Handel, la dolorosa lamentazione di Cleopatra, è struggente e patetica, ma la Scotto non si pone e non risolve problemi di stile e di prassi esecutiva, che erano le ragioni di scelta, prima, e di ammirazione da parte del pubblico, poi, di Joan Sutherland o di Lella Cuberli. Accenta splendidamente. Anche con queste limitazioni i rimpianti sono, però, giusti e, poi, in concerto il cantante deve in primo luogo dimostrare la propria arte e bravura.
A questo requisito rispondono le esecuzioni delle arie di Vestale, personaggio cantato nel 1970 dalla Scotto in uno dei suoi, tanti, passi più lunghi della gamba. L'accento è personale, eloquente, irresistibile, ma il peso vocale e l'ampleur di Giulia sono quelli, a 78 giri, di Rosa Ponselle o di Ester Mazzoleni. Qui Mimì è sempre un po' in agguato e la scrittura sul passaggio ogni tanto costringe la Scotto a suoni un poco striduli sul forte. Sul piano e sul mezzoforte la voce è veramente bellissima e di gran timbro.
La qualità emerge oltre che negli andanti anche nella vocalizzazione dell'arietta (si fa per dire) "Ne ornerà la bruna chioma" o della grande scena di Virginia di Mercadante. Era quello del terzo e quarto decennio dell'Ottocento il repertorio naturale di Renata Scotto. Non condivido l'opinione del mio carissimo amico Semolino, che la Scotto fosse verista in quel repertorio. Se mai era una cantante che talvolta, praticando sistematicamente "il passo più lungo della gamba", incorreva per conseguenza in forzature, che snaturavano il timbro prezioso. Quanto al colorire ogni parola ed ogni frase pare fosse caratteristica di Giuseppina Ronzi de Begnis, creatrice di Elisabetta Tudor del Devereux e, quindi, il fraseggio eloquente non è invenzione del cantante verista, come non è monopolio del cantante da Donizetti o Bellini emettere bei suoni. Ascoltate, poi, la grande aria di Isabella del Roberto il diavolo: non un brutto suono, ciascun suono calibrato e librato sul fiato, un gioco di colori e di dinamica da interprete di levatura storica. Grandezza e levatura dell'interprete in questo repertorio non dipendono dal numero dei piani e delle forcelle o dalle puntature inserite, ma dal senso drammatico che questi elementi assumono nell'esecuzione. Infatti è arte, non mestiere!


Renata Scotto - New York 1972


Georg Friederich Handel

Giulio Cesare

Atto III - Piangerò la sorte mia

Gaspare Spontini

La Vestale

Atto II - O Nume tutelar

Atto III - Caro oggetto

Gioachino Rossini

La partenza

L'invito

Gaetano Donizetti

Ne ornerà la bruna chioma

Saverio Mercadante

Virginia

Atto I - Scena, Aria & Cabaletta

Giuseppe Verdi

Il Mistero

Stornello

Brindisi

Hector Berlioz

Les nuits d'été op. 7

Villanelle

Le spectre de la rose

Claude Debussy

Les ariettes oubliées

C'est l'extase

Maurice Ravel

Chanson

Ildebrando Pizzetti

I pastori

Giacomo Meyerbeer

Robert le diable

Atto IV - Roberto, tu che adoro

Gaetano Donizetti

Voga, voga

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mercoledì 30 settembre 2009

Ciel pietoso in sì crudo momento: l'ultima registrazione di Straniera

Per il catalogo di Opera Rara da qualche mese è uscita "La straniera", registrata, ufficialmente, prima di una esecuzione concertistica tenutasi a Londra nel novembre 2007.
Il cast assemblato dalla casa anglosassone prevede: Patrizia Ciofi quale Alaide, Mark Stone Valdeburgo, Enkelejda Shkosa Isoletta, Darío Schmunck Arturo.

In apertura dissento circa l'opportunità di proporre un titolo come Straniera, che raro proprio non può definirsi. Persino in periodo di imperante verismo venne proposta alla Scala, anno 1935, con Gina Cigna (Alaide) Gianna Pederzini (Isoletta) Mario Basiola (Valdeburgo) e Francesco Merli (Arturo), sotto la guida del sicilianissimo e efficientissimo (e per certo molto di più) Gino Marinuzzi.
Spiace che non vi sia una traccia di quell'edizione verso la quale i puristi storcerebbero il naso, definendo il cast del massimo teatro milanese da Forza del destino e non da Bellini. Non solo Straniera ha nel tempo attirato, con diversi ed alterni risultati, grandi prime donne. La palma se la contentendono Renata Scotto e Montserrat Caballé. Al loro seguito sono venuti altri soprani come la Shimada (Martina Franca 1983, una ciambella senza buco del Festival cellettiano), la Fleming, la Aliberti e la Pendatchanska, pure esse -per proseguire con la metafora dolciaria- della medesima sfornata della Shimada.
I poco felici risultati sono testimonianza, quanto meno, della difficoltà del ruolo protagonistico.
Ma una ripresa discografica (in teatro chissà dove e quando, anche se è più facile allestire Straniera che Norma e da un po' di tempo penso ad un'ipotetica ben definita protagonista) invita ad altre riflessioni che non hanno la presunzione (come taluni autiproclamatisi concorrenti fanno quotidianamente) di fare cultura, ma più semplicemente di essere strumentali a dire dell'esecuzione.
Straniera venne rappresentata il 4 febbraio 1829 alla Scala, secondo titolo commissionato dal massimo teatro milanese al giovane maestro catanese sulla scorta del trionfo del Pirata (1827).
Dalla Semiramide sono passati sei anni. Sembra un secolo.
Sotto il profilo della vocalità: spariscono le formule rossiniane se si escludono qualche passo vocalizzato del duetto Isoletta Valdeburgo, che principia l'opera o la sezione conclusiva dell'aria di Isoletta; codifica una vocalità per la protagonista (prima interprete Henriette Meric-Lalande, specialista sino ad allora di Semiramide, Donna del lago, Crociato in Egitto) assolutamente priva di melismi (escluso un languido vocalizzo fuori scena al primo atto e qualche passo del bellissimo quartetto con Isoletta, Valdeburgo ed Arturo, che precede la grande scena finale); si inventa, come era accaduto con il Pirata per la vocalità tenorile un nuovo modello vocale ed interpretativo ossia il baritono nobile, perchè di fatto Valdeburgo affidato ad Antonio Tamburini chiude la serie delle parti rossiniane alla Filippo Galli (di cui sia detto Tamburini fu un grande esecutore, anche se sarebbe interessante sapere che cosa eseguisse di Assur o di Maometto) ed inaugura un modello di cantante e di interprete, che resisterà vocalmente e drammaturgicamente sino al primo Verdi. Poi possiamo anche precisare che la vocalità orizzontale di Alaide non giovò certo alla Meric-Lalande, abituata sì a quella stessa tessitura, ma comodamente fiorita trattandosi per lo più di parti Colbran e che Tamburini proprio baritono nel senso attuale del termine non era.
Con Straniera, prima ancora e più di Norma e Bolena, si comprende il perchè delle lamentele circa la vocalità moderna come sterminatrice del "Belcanto".
La verità è che Straniera, ripeto più di Norma e di Bolena, segna il taglio netto con la grande tradizione precedente sotto il profilo drammaturgico, prima ancora che sotto quello vocale.
I personaggi soprattutto tenore e soprano si esprimono mediante ariosi (addirittura, contingente la poca fiducia di Bellini nei confronti di Domenico Reina, il tenore non ha aria solistica. Carenza cui Bellini supplirà per una ripresa del titolo con Rubini) , recitativi accompagnati e cantabili.
Ancora di più il primo atto, complice la previsione librettistica, che indica come morti (presunti) tenore e baritono di fatto è una grande scena della sola Alaide, accusta oltre che di stregoneria, pure di duplice omicidio. Poi la tradizione che vuole fischiato il finale primo di Norma perchè si trattava di un semplice terzetto e non del grande concertato alla Semiramide appunto dimentica che questa specie di grande scena affidata ad una grande primadonna con pertichini ebbe un grande successo alla prima.
Per capire non si deve fare riferimento a misteri, presunta ignoranza o disinformazione della critica, ma semplicemente ai generi. Norma era ed è la grande tragedia coturnata, come Semiramide, e come tale esigeva il rispetto delle regole caratteristiche di quel genere teatrale. Straniera ambientata non già nel mondo classico (ossia astratto ed atemporale, come è il belcanto), ma nel Medioevo, che sarà il terreno prediletto del romanticismo, non richiede, nella poetica del tempo un ferreo rispetto delle convenzioni.
E qui sta anche la differenza fra Rossini ed i suoi successori. Alle prese con argomenti romantici come la Donna del Lago Rossini tenne fermi, sotto il profilo drammaturgico, i paradigmi del dramma vigente, non arrivò sino in fondo al distacco, pur essendone (leggi Stendhal) il vero padre. Non per nulla è quanto mai pertinente l'osservazione che la scelta del silenzio post Tell nasca, oltre che dalla prostrazione psichica, proprio dall'estraneità di Rossini ai nuovi generi.

E tutto questo che c'entra con la nuova edizione di Straniera?
Serve a dire dell'assoluta inadeguatezza della prescelta protagonista, Patrizia Ciofi, soprano leggero per peso e coolore, oggi ben accorciata in alto (re naturale interpolato alla fine dell'opera gridato e calante, re bem prescritto urlato ed acido) afona al centro, vuota in basso. Quindi le trenodie di Alaide (cavatina di sortita, sezione centrale del seguente duetto con Arturo , il "Ciel pietoso"), la tensione tragica del terzetto all'atto primo con Arturo e Valdeburgo, per giunta congiunta allo slancio nel finale primo e dall'allegro moderato "Or sei pago" mettono in mostra non il fiato, ma l'aria che esce in luogo dei suoni nonostante il mezzuccio di una registrazione lontana ed ovattata della voce. Con un'organizzazione vocale da Giulietta Capuleti in menopausa, che talune idee interpretative possano anche essere buone (nulla davanti alla meditata eloquenza di Renata Scotto) è irrilevante.
Quanto a Darío Schmunck, che con pervicace ostinazione viene propinato nei titoli di Bellini e Donizetti, l'assenza di numeri solistici, la sede discografica e la scrittura centrale lo agevolano, ossia gli evitano le performace teatrali, come la recente Stuarda scaligera. Ciò nonostante l'ampiezza di fraseggio, la nobiltà d'accento, il sentore romantico, che sono la sigla di Arturo richiederebbero un controllo del fiato, un sostegno della voce estranei al cantante prescelto, che se sapesse cantare sarebbe certo un tenore contraltino e non già un tenore baritonale.
Mark Stone, vero protagonista maschile, ha i medesimi vizi e difetti del tenore e più in generale di tutti i cantanti oggi in carriera, salvo pochissime eccezioni. La tessitura ancora centralizzante lo esime da suonacci e fatica nel canto, ma per capire come vadano cantate queste parti (intendo Puritani, il conte Rodolfo, piuttosto che Belisario, Torquato Tasso, Chalais, Camoens, Antonio di Linda) dobbiamo rivolgerci a registrazione a 78 giri. E se non vogliamo scomodare il commendatore Battistini, che studiò, fra l'altro con Antonio Cotogni, che a sua volta -guarda caso- aveva preparato alcune parti proprio con Antonio Tamburini possiamo sempre ricorrere a qualche alunno di Cotogni come de Luca o Mario Basiola.
L'Isoletta della Shkosa urlacchia in alto e non è certo, nei pochi passi di canto fiorito, la perfezione, ma al confronto dei compagni di ventura...
Rimane, poi, la direzione di David Parry, un punto fisso dell'Opera Rara. Per venti o trent'anni abbiamo visto la sistematica condanna dei direttori come Gavazzani, Sanzogno, Votto sino a Serafin o Gui alle prese con Bellini, Donizetti ed il primo Verdi ritenuti pesanti, antifilologi e per tagli e per il rapporto con le aggiunte previste dagli esecutori. Persi questi nemici del romanticismo, siamo rimasti con David Parry e molti altri, attivi nei nostri teatri ed all'estero, ed i suoni secchi, acidi e comunque bandistici, gli ensemble pesanti e poco chiari nelle singole sezioni, la concertazione inesistente, la mancanza di magia ed evocazione degli andanti, maestosi ed allegri che non hanno le deprecate ampiezza e vigore dei deprecati direttori paraveristi.
Per parte mia continuo a sentire Renata Scotto e Montserrat Caballé, che evocano i fasti di Bellini e delle sue prime donne.


Gli ascolti

Rossini - Il Barbiere di Siviglia

Atto I

Largo al factotum - Mario Basiola (1935)

Bellini - La straniera

Atto II

Ciel pietoso, in sì crudo momento...Or sei pago, o ciel tremendo - Renata Scotto (1968), Montserrat Caballé (1969)

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giovedì 19 marzo 2009

Amina al Metropolitan

Assolutamente occasionale è stata la presenza di Sonnambula nell’ambito dei cartelloni del Metropolitan di New York.
Mancano tanti grandi nomi, passati, recenti e recentissimi, dalla lista delle Amine del grande teatro americano, che annovera, in circa 130 anni di storia, solo 10 soprani, per un numero complessivo di recite davvero irrisorio, su per giù 65 serate!

L’elenco si può anche produrre, perché è tanto breve da non fare a tempo ad annoiare:
Marcella Sembrich – 7 nel 1883-4; Marie Van Zandt – 5 nel 1891-92; Maria Pettigiani – 1 nel 1905
Elvira de Hidalgo – 2 nel 1910; Maria Barrientos – 5 nel 1916; Lily Pons – 8 nel 1932-33-35;
Joan Sutherland – 26 nel 1963-64 e quindi nel 1968-69; Gianna d’Angelo – 2 e Roberta Peters – 2, entrambe nel 1963-64 dietro alla Sutherland; Renata Scotto – 7 nel 1972

Leggende del repertorio belcantista d’oltreoceano la Sembrich, la Barrientos e la Pons, presenze stabili che grande ruolo ebbero nella storia “antica” del Metropolitan; mostri sacri della storia del canto moderno, la Sutherland e la Scotto, Amine tanto celebri quanto celebrate. Per il resto, il silenzio, anche negli anni delle Sonnambule chiamate Anderson, Devia o Gruberova, tanto per parlare di artiste che ogni nostro lettore ben conosce.
Stupisce, ad esempio, che Amelita Galli Curci, superstar di questo repertorio ad inizio novecento, tra l’altro autrice di alcune tra le più straordinarie incisioni di scene dell’opera, ( il “Prendi l’anel ti dono” assieme a T. Schipa è un vero must dell’intera discografia a 78 giri ), abbia mai cantato Amina al Met sebbene il ruolo fosse uno dei pilastri del suo repertorio. Mancano poi all’appello altri grandi nomi del passato come la Melba (?), la Hempel(?), la Tetrazzini, piuttosto che la Toti.
E’ certo che la difficoltà a reperire un giusto tenore per Elvino, tenore capace non solo di grande estensione ma, per forza di cose, di canto lirico e sfumato, di certo condizionò la possibilità di ripresa dell’opera. Lo si apprezza benissimo nella lista dei recenti Elvino della Suthlerland, che annovera, con la sola eccezione di N. Gedda, solo tenori di secondo piano come J. Alexander. Grande assente una grande stella del Met, L. Pavarotti. La più fortunata fu certamente la Pons che cantò, in anni diversi, riuscì a cantare con Gigli, Lauri Volpi e Schipa.
I nomi che compongono la breve cronistoria newyorkese di Amina includono voci leggere pure, come erano la De Hidalgo o la Barrientos, ad altre di maggior peso lirico e drammatico come la Sembrich, la Sutherland e la Scotto.
In fondo si tratta di una grandissima parte dei soprani cosiddetti di agilità, non necessariamente leggeri, che non sono la categoria vocale per la quale Amina fu scritta e dalla quale fu interpretata almeno sino al 1890.
Quello che rimane della Amina di Marcella Sembrich è significativo del mordente e dello slancio che solo un soprano lirico può dare. La Sembrich, per la cronaca, amava molto il rondò di Amina che inseriva a guisa di finale nel….Barbiere di Siviglia! Nonostante passasse la cinquantina all’epoca della registrazione e cantasse, di fatto, da trentacinque anni (debuttò ufficialmente nel 1878) la voce è freschissima ed i patteggiamenti con i sovracuti di tradizione sono ripagati da una linea vocale e da una modalità di eseguire le agilità molto più moderne, per lo slancio tipico del canto di forza, di quelle dei soprani di coloratura degli anni successivi.
Per i cultori o i curiosi della tecnica di canto è interessantissimo vedere come, scendendo sino al fa 3 (in zona di primo passaggio), la Sembrich emetta un suono certamente misto (per non dire di petto), ma posizionato in alto, ossia nei risuonatori superiori. Nessuno dei soprani delle generazioni successive sarà in grado di tenere in quella zona della maschera i suoni bassi, se si esclude, forse la Galli-Curci.
Neppure Maria Barrientos la uguaglia, che pure vantava una tecnica rifinita, una saldezza di emissione al centro unica nella colorature iberiche e, certamente, un controllo del suono superiore a quello della De Hidalgo ed, ancor più, della Pons. Eppure nel confronto fra una Sembrich, benché declinante ed una fiorentissima, ed una Barrientos è evidente come gli inserimenti del soprano spagnolo tengano conto di formule come gli staccati ed i picchettati che non sono di Bellini ( in questo ed a maggior ragione in una parte pensata per Giuditta Pasta) ancora legato a modelli rossininisti e che la Barrientos piazza con grande dovizia, mentre gli acuti estremi sono emessi flautati. I suoni flautati o di grazia, invece, non erano quelli dell’agilità di ascendenza rossiniana, ma erano funzionali a rendere il candore e l’innocenza del personaggio di Amina. Ammesso e non concesso che siano, poi, questi i tratti che caratterizzano davvero il personaggio che, nella propria storia compositiva, era invece tributaria alla Nina di Paisiello, alla Desdemona ed alla Elena di Donna del Lago. Paradossalmente, e con il limite di ascolti precari e parziali, la Sembrich richiama modelli differenti dalla vocalità cosiddetta Liberty, di cui la De Hidalgo e poi la Pons sono modelli, nel bene e nel male.
Sinceramente: se potessimo viaggiare con una macchina del tempo, della Sonnambula di Lily Pons l’aspetto che più ci interesserebbe non sarebbe certo la protagonista, ma gli assolutamente eccezionali partners (Giacomo Lauri Volpi, Beniamino Gigli e Tito Schipa), oggi impensabili nel ruolo del dolce e sfumato protagonista maschile.

Poi arrivò il belcantismo postCallas, con la filologia pratico vocale dei Bonynge’s, che del gusto e delle prassi di ascendenza liberty fecero piazza pulita. Della tradizione delle grandi Amine del passato calendario del Met, la Sutherland si rifece alla linea della Sembrich, riproponendo un personaggio dalla voce corposa e scintillante, un canto capace di grande slancio anche soprattutto nel virtuosismo. La Sutherland aggiunse al suo personaggio, ben lontano dalla dimensione infantile tipica delle voci leggere e scevro da ogni screziatura di maniera, un lirismo ed una malinconia completamente astratte, prodotte in forza della qualità altissima del legato, in particolare nella zona centro alta della voce. Un canto perfettamente suonato, completamente metaforico nelle modalità espressive, che dà realizzazione perfetta, al di là dei passi acrobatici, la nenia belliniana. Quanto al gusto degli abbellimenti, si sa, questo è sempre sommo nei Bonynge’s, anche laddove si fanno esplicite ed aperte citazioni alla tradizione documentata dai 78 giri, nello specifico Luisa Tetrazzini.
Diversamente fece la Scotto, che, more solito, diede vita alla sua Amina in virtù di un fraseggio di tradizione italiana, analitico e pregnante. Nessuna frase è perduta o detta per caso, senza riflessione, nel canto della Scotto; la scrittura vocale, inoltre, tendenzialmente centrale ( a parte i sovracuti interpolati da cui la Scotto naturalmente… non si astiene) evita certi suoni aciduli che ne hanno sempre inficiato il fraseggio ed il canto nobile e tornito.
La Scotto è il termine di paragone più completo per la protagonista offerta, oggi, dal Met e recapitata alle nostre orecchie per via radiofonica. Natalie Dessay nelle sue interviste ha criticato le idee musicali e vocali che soprintendevano alle Amine dei soprani di coloratura o della Sutherland, ree, nella mente della moderna diva, di prediligere l’esteriorità vocale all’essenza interpretativa. Allora con autentica ansia e cusiosità attendiamo il raffronto con la più sublime delle fraseggiatrigi (perché tale ad onta dei suoni non sempre perfetti Renata Scotto questa è e questa resterà sempre ), rammentando a noi, e poi, a Madame Dessay, che l’esibizione si tiene... sul palcoscenico di uno dei massimi teatri d’opera.



Gli ascolti

Bellini - La sonnambula


Atto I

Come per me sereno - Maria Barrientos (1905), Elvira de Hidalgo (1909), Joan Sutherland (1963), Renata Scotto (1972)

D'un pensiero e d'un accento - Joan Sutherland (con John Alexander - 1968), Renata Scotto (con Nicolai Gedda -1972)

Atto II
Ah, non credea mirarti...Ah, non giunge - Marcella Sembrich (1906), Elvira de Hidalgo (1909), Maria Barrientos (1916), Lily Pons (1949), Joan Sutherland (1963), Renata Scotto (1972)

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lunedì 19 gennaio 2009

Concerti di canto alla Scala : Daniela Dessì.


Daniela Dessy, in carriera dal 1978 e debuttante in Scala nel 1989 ha tenuto ierisera un concerto in Scala.

Davanti ad un concerto di canto ci si domanda quale sia il programma che può connotare una cantante il cui repertorio sia stato essenzialmente italiano, dapprima a cavallo fra il genere comico ed il semiserio, fra settecento ed ottocento e, da un ventennio circa, il Verismo. E questo dopo approcci numerosi, ma sporadici al primo ottocento, da Rossini al primo Verdi, sino al tardo Verdi. Penso alle ariette del settecento, alla grande letteratura cameristica di Rossini, Bellini e Donizetti ( e magari pure Mercadante e Pacini, visti i rapporti della Dessy con opere rare e desuete almeno sino al 1985 ) per approdare a Tosti, che, come documentato da una Olivero o da una Scotto, è l’approdo naturale alla diva fin de siecle; oppure alle rare pagine cameristiche di Mascagni, Leoncavallo . Possono poi esserci tutti gli autori francesi coevi a Puccini, in particolare Massenet, la cui produzione cameristica è di grande qualità e certamente superiore a quella di Puccini, cui la Dessy ha dedicato la seconda parte del concerto: durata, orologio alla mano, dodici minuti.
Francamente con l’esperienza ed il gusto di una Dessy Debussy e Faure hanno poco a che spartire. In primo luogo perché la dizione della Dessy è confusa e pasticciata, senza essere il pubblico italiano maniaco della perfetta dizione: credo che su pagine dalle nulle difficoltà vocali si pretenda una buona articolazione del testo In secondo luogo perché Daniela Dessy, nonostante la frequentazione ormai ventennale del repertorio a cavallo fra ottocento e novecento, non ha nulla a che spartire in punto di gusto del fraseggio con le grandi dive, che frequentano questo repertorio. Nei panni delle eroine veriste la Dessy appartiene più al filone della Freni o delle Chiara, che hanno sempre evitato il concerto di canto. Ed il riferimento alla Olivero, alla Scotto, alla Kabaiwanska, ma anche a Regine Crespin si rende obbligatorio.

La diva liberty deve possedere tutte le nuances della lingua, articolarla alla perfezione, saper passare in un istante dal pianissimo al forte.
La Dessy di questa sera canta perennemente fra il piano ed il mezzo piano, per esorcizzare suoni duri ed oscillanti appena compaia un fa o un sol; se scende il suono è opaco e vuoto, mentre sugli acuti estremi la voce si riduce di volume e rassomiglia sempre più ad un grido stimbrato e acido.
Restando al concerto, sono bastate le frasi moderatamente acute dell’aria di Lia per sentire tutti i difetti in bella mostra.
Quando poi Daniela Dessy ha affrontato la seconda parte del concerto, quella vera, ossia i bis, abbiamo sentito la cavatina di Contessa delle Nozze con una voce priva del legato e della stilizzazione necessaria, pergiunta neppure tanto sontuosa come è giusto che sia quella di una cantante di scuola italiana.
Adriana, Lauretta dello Schicchi, Liù e Tosca, sono stati accomunata da un fraseggio disattento, da una occasionale cura del particolare e del dire (i mezzi espressivi delle Bertini del melodramma) e, per giunta, gravate da un timbro che, salvo poche note centrali ed a condizione di cantare piano, appare depauperato e privo delle caratteristiche delle cosiddette voci d’oro, alla cui schiera la nostra Daniela apparteneva allorquando, misconosciuta e pretermessa, eseguiva in Napoli una Mimi che pativa pochi o punti confronti.

Programma

Gabriel Fauré
Après un rêve op. 7 n. 1
Automne op. 18 n. 3
Rêve d'amour op. 5 n. 2
Au bord de l'eau op. 8 n. 1
Chanson d’amour op. 27 n. 1

Claude Debussy
Nuit d'étoiles
Beau soir
Paysage sentimental
Il pleure dans mon cœur
Romance

Da L’enfant prodigue
recitativo e aria di Lia

Giacomo Puccini
Mentìa l'avviso
Sole e amore
Sogno d’or
Terra e mare
Storiella d'amore
Morire?
Canto d'anime

Bis

Wolfgang Amadeus Mozart

Le nozze di Figaro
Porgi amor

Francesco Cilea
Adriana Lecouvreur
Poveri fiori

Giacomo Puccini
Gianni Schicchi
O mio babbino caro

Turandot
Tu che di gel sei cinta

Tosca
Vissi d'arte

Pianista : Marco Boemi

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mercoledì 31 dicembre 2008

Alla ricerca di Amina (e cercando anche di Elvino): le grandi Sonnambule


A corredo, completamento, confronto, conforto e sostegno della recensione del disco gallitalico, insomma, per rifarsi un poco i padiglioni auditivi, proponiamo alcuni frammenti di grandi interpretazioni del titolo belliniano. Buon ascolto.










Atto I

Come per me sereno
María Barrientos, Amelita Galli-Curci, Maria Callas, Joan Sutherland, Beverly Sills, June Anderson, Renée Fleming

Prendi l'anel ti dono
Fernando de Lucia, Cesare Valletti (con Maria Callas), Alfredo Kraus (con Renata Scotto), Shalva Mukeria (con Natalie Dessay)

Vi ravviso o luoghi ameni
Pol Plançon, Tancredi Pasero, Simone Alaimo

Son geloso del zefiro errante
Tito Schipa & Amelita Galli-Curci, Nicolai Gedda & Joan Sutherland, William Matteuzzi & Lucia Aliberti

Finale I : D'un pensiero e d'un accento
Maria Callas, Joan Sutherland, Edita Gruberova

Atto II

Tutto è sciolto...Ah, perchè non posso odiarti
Fernando de Lucia, Alfredo Kraus, Rockwell Blake, William Matteuzzi, Shalva Mukeria

Ah! non credea mirarti
Adelina Patti, Claudia Muzio, Amelita Galli-Curci, Luisa Tetrazzini, Maria Callas, Renata Scotto, Joan Sutherland, Leyla Gencer, Marilyn Horne, Edita Gruberova, Mariella Devia, June Anderson, Renée Fleming, Elizabeth Parcells

Ah! non giunge uman pensiero
Amelita Galli-Curci, Luisa Tetrazzini, Marcella Sembrich, Maria Ivogün, María Barrientos, Maria Callas, Renata Scotto, Joan Sutherland, Adelaida Negri, Frederica Von Stade, Edita Gruberova, Maria Dragoni, Mariella Devia, June Anderson, Renée Fleming, Elizabeth Parcells

Gli ascolti sono a cura di Adolphe Nourrit.

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giovedì 4 dicembre 2008

Le interviste: Michele Angelini


In un mondo in cui appare inevitabile che il giornalismo assuma i toni della piaggeria cortigiana (salvo poi pugnalare alle spalle), Il Corriere della Grisi dedica spazio quei giovani cantanti che riescono a colpirci con il loro canto, e non grazie al frastuono delle case discografiche o al cicaleccio da retropalco. A noi piacciono i cantanti che hanno cognizione di quello che è il canto professionale e possiedono i mezzi per praticarlo. E se sono sconosciuti, tanto meglio! Apriamo dunque questa rubrica (che sarà, temiamo, non molto frequente) con un'intervista a un giovane tenore americano che abbiamo visto su Youtube in un'interessante interpretazione dell'aria di Rodrigo dall'Otello e che abbiamo avuto occasione di ascoltare dal vivo in un paio di repliche dell'Italiana in Algeri. Anche un noto programma radiofonico si è occupato di lui, nel corso di una trasmissione dedicata agli allievi più promettenti di Renata Scotto. Abbiamo incontrato Michele Angelini a Roma, dove ha partecipato (il giorno dopo la prima del Tell) al concerto finale di Opera Studio 2007, il seminario realizzato dall'Accademia di Santa Cecilia (in collaborazione con la Fondazione Boris Christoff) e diretto dalla Scotto.
Lasciamo le risposte in inglese per preservarne la freschezza. Angelini ci parla della sua formazione come strumentista, l'approccio alla lirica sotto il segno di June Anderson, le personalità musicali che l'hanno influenzato, i colleghi e le opere che preferisce. Ci riferisce inoltre i prossimi impegni, i "sogni proibiti" e descrive il modo in cui si relaziona al palcoscenico e al pubblico. Buona lettura.

Il Corriere della Grisi: Come è nata l'idea di studiare canto?

Michele Angelini: I have been a musician most of my life. My father exposed me to classical music - Mozart, Beethoven, Chopin, Bach - when I was very young and so it always stayed with me. I began teaching myself the piano when I was very young and then began to study the saxophone at age 9. I advanced very quickly with the saxophone and also studied jazz, but I was disappointed that it wasn't a 'classical' instrument and so eventually studied the bassoon, flute, clarinet and various other instruments and also always sang in choirs. Finally, one day, after listening to recordings of June Anderson sing The Queen of the Night and Cunegonde, I became interested in opera. I began to study voice privately at University and now hold degrees in Bassoon and Vocal Performance. After making my stage debut in NYC as Fenton in Verdi's Falstaff at the age of 19, it became evident that my professional path would be to sing opera.

CdG: Quali sono stati i suoi maestri, ovvero dove e con chi ha studiato?

MA: I studied the bassoon with Professor Christopher Weait and voice with Dr. Robin Rice, both at The Ohio State University. Currently, I study in NYC with Ruth Golden, and, when our schedules permit, with Renata Scotto.

CdG: Oltre ai maestri ci sono stati dei modelli di canto e di cantanti?

MA: I have been extremely fortunate to have worked with some amazing musicians throughout my musical development. Sadly, both passed, two of the most influential persons I have known are Bliss Johnston Virago - a brilliant woman who was a protegé of Max Rudolf and Richard Bonynge and a primary coach of Pavarotti and Sutherland; and Charlie Riecker, who was the Artistic Administrator of the Metropolitan Opera for over 40 years. I have also worked with great artists like Martina Arroyo, Jane Marsh, Mark Rucker, Eduardo Villa, and Rockwell Blake. I have also been fortunate, as a bassoonist, to have played under outstanding conductors such as Lukas Foss, Kurt Masur, Charles Dutoit, Benjamin Zander and Russell Stanger, who have all been important inspirations to me.

CdG: Ascolta per studio altri cantanti?

MA: I listen to so many singers, but for study I listen to voices like Gedda, Kraus, Bergonzi, Pavarotti, Blake, Araiza, Caruso, Vanzo, Devia, Scotto, Gruberova, Leontyne Price.

CdG: Ascolta per divertimento l'opera?

MA: I think it's all the same for me, to listen to opera for both enjoyment and for study. I think it's important that, when you listen, you listen for pleasure and also listen with the intent to learn - either how to correctly do something, or how not to do it. Some of my favorite singers (my list is huge!) to listen to are Deutekom, Dimitrova, Resnik, Arroyo, Obraztsova, Caballé, Del Monaco, Sutherland, Bartoli, Gencer, Steber, Te Kanawa, Freni, Borodina, Frittoli, Nilsson, Traubel, Dessay, and of course Callas!

CdG: L'opera preferita ad oggi cantata o in programma?

MA: I love all the roles I perform, but perhaps my most favorite is Roderigo in Rossini's Otello. The music is written so masterfully and so beautifully that there is ample opportunity to show true bel canto style and bravura. I also would love to find a production of "La Dame Blanche" to sing - it is a magnificent score!

CdG: I prossimi impegni?

MA: A "Judas Maccabeus" with James Conlon in L.A. and "La cenerentola" with both Connecticut Opera and Austin Lyric Opera. The rest I cannot disclose yet!

CdG: Ha un'opera sogno, diciamo proibito (potrebbe anche essere irrealizzabile tipo Parsifal)?

MA: Does Lady Macbeth or Zerbinetta count? I am always envious of the music written for sopranos! I am waiting to find a composer who will write grande scene for me in that style! As far as the tenor literature is concerned, it was always my dream to sing Lohengrin or Siegfried.

CdG: Il pubblico fa ancora paura ad un cantante che affronta il palcoscenico?

MA: This is a difficult question. I find that I am much more nervous for auditions than for concerts and stageworks! I believe one has to learn to be comfortable in front of an audience because the audience can also feel your fear, but it is also important never to lose the excitement of being in front of a public because you must use that (nervous) energy to help make your performance interesting. That is how you can communicate with those who are listening and watching - this exchange of energy with the public and with your colleagues on stage.

Un grazie a Michele Angelini. Sul suo sito www.myspace.com/micheleangelini trovate alcuni ascolti, principalmente rossiniani.

Michele Angelini - Il Barbiere di Siviglia: Ah il più lieto, il più felice

INTERVISTA A CURA DI GIULIA GRISI
INTRODUZIONE E REDAZIONE: ANTONIO TAMBURINI

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sabato 15 novembre 2008

Caro nome: aria di coloratura o no?


In occasione della mia recensione al recente Rigoletto di Parma, mi scrisse un nostro affezionato lettore che, forse un po’ punto sul vivo per la mia descrizione della Gilda della sua beniamina cantante, tenne a precisare che la mia definizione del Caro nome quale aria prototipo del soprano di coloratura era inesatta, mal adattandosi alla genesi compositiva dell’aria stessa, per la quale, come a chiare lettere riporta il curatore dell’edizione critica nella prefazione allo spartito in commercio, Verdi avrebbe pensato e/o richiesto soprani di ben altra e diversa vocalità. Questione interessante quella posta dal nostro lettore, che ha innescato tutta una serie di riflessioni e di ri-ascolti di un’aria che, ahimè, non è certo tra quelle di mio gusto. Il mio amato Mario, infatti, fu il Duca per ben 53 sere, ma nonostante io fossi la più straordinaria virtuosa del mio tempo, ben mi guardai dal cantare Gilda!

Sulle scene moderne Gilda è appannaggio di soprani di coloratura ossia leggeri puri: nell’immediato presente voci quali la Devia, la Swenson, la Mosuc, la Rancatore, la Netrebko, la Rost, la Damrau….sono inequivocabilmente tali. Direi che soltanto la Anderson ha avuto, immediatamente a ridosso di questa generazione di soprani, un peso specifico nettamente superiore. Queste voci proseguono una tradizione antica un secolo, consolidatasi grosso modo ad inizio novecento, quando si affermò una sorta di stereotipo interpretativo che fece di Gilda una ragazza dalla voce purissima e dolce. Stereotipo tipico del soprano leggero che, come vedremo, rafforzò gli aspetti “di maniera” ( i cosiddetti “bamboleggiamenti” ) nell’età di Toti Dal Monte, celebre Gilda toscaniniana, che finì coll’accentuare a dismisura il lato infantile del personaggio. E’ vero, però, che l’assimilazione di Gilda al soprano leggero era di fatto già avvenuta prima della Toti, se non altro dal punto di vista statistico, con soprani delle generazioni delle Barrientos, Pareto, Galli Curci etc.. Successive alla generazione della Dal Monte per fattori timbrici e/o interpretativi furono poi la Pons, la Pagliughi, la Pons, la Carosio sino alla Peters, per certi aspetti che vedremo ormai distanti dalle dive a cavallo tra otto e novecento nel gusto e nel tipo di canto.

L’obiezione di Musicofilo si basa sul fatto che, accantonato il lato infantile, a Gilda possono ben spettare e spettano connotazioni drammaturgiche diverse da quelle angelicate e/o infantili, ossia quelle della ragazza che oscilla tra il dovere e la tentazione, che ha la maturità e la forza di affrontare il racconto della propria seduzione al cospetto del padre, che subisce la disillusione una volta scoperta l’identità del seduttore oltre che del padre ed il carattere per andare incontro all’estremo sacrificio per amore. Tutte sfaccettature che possono avere, come in effetti hanno avuto più volte in passato, rilievo drammatico più accentuato e rimarcato di quanto il soprano leggero possa incarnare per timbro e tipo di accento. Il melomane incontra, procedendo a ritroso con gli ascolti principali, le interpretazioni storiche più recenti di una Sutherland, di una Scotto, di una Zeani, di una Gencer, di una Callas, ossia di soprani che hanno cantato ( alcune in prima fase di carriera ) parti da soprano leggero o lirico leggero, ma che poi hanno avuto una evoluzione di repertorio ( più o meno forzata ) verso ruoli più pesanti. In questo le signore suddette meglio aderiscono nei fatti a quella che fu forse l’ideale vocale originario di Verdi, perchè più complete dal punto di vista dei mezzi espressivi e vocali.
Tutte, comunque, hanno subito, almeno in parte, il condizionamento dei modelli precedenti del leggero di coloratura nell’esecuzione della cavatina, alcuni anche evidenti e decifrabili, pur conferendo a Gilda altro e diverso sapore da quello meramente infantile.
Del resto il ruolo di Gilda è un grande ibrido dal punto di vista vocale. E’ vero che il Caro nome, sebbene possegga una certa varietà di modi interpretativi ben documentati in disco, resta per definizione un aria di vocalità da leggero di coloratura, presupponendo la capacità di eseguire agilità di grazia, che constano in trilli, scale ascendenti e discendenti, staccati/picchettati, serie di duine etc.. Nell’ambito del ruolo, però, non possono certamente considerarsi brani da soprano di coloratura intere porzioni del primo duetto con Rigoletto, la stretta del duetto con il Duca, il secondo duetto con Rigoletto, il terzetto con Sparafucile e Maddalena. Quale slancio sapessero dare la Callas, piuttosto che la Sutherland o la Gencer a brani come la Vendetta, l’ ”Addio, addio speranza ed anima”,o quale sofferenza profonda vi fosse nel canto di una Scotto o, di nuovo, di una Callas nel “Tutte le feste al tempio”, lo sapete bene tutti voi che leggete ed è inutile riparlarne.
Quello di mescolare nello stesso ruolo vocalità differenti quando non opposte fu, del resto, prerogativa delle scritture verdiane di ogni registro, soprattutto nelle opere degli Anni di Galera. Fatto notorio, univocamente interpretato dai musicologi come modalità prettamente verdiana, ed in questo innovativa, per meglio caratterizzare ogni sfaccettatura della psicologia dei personaggi. Niente di più lontano dalle concezioni dei compositori da belcanto.
E’ quindi possibile a Musicofilo affermare che il ruolo non è un topos da leggero di coloratura in ogni sua porzione; ma l’aria è certamente da leggero di coloratura, anche per il momento psicologico del personaggio.

Quanto poi al fatto che Verdi pensasse a cantanti quali la Frezzolini ( vi “pensasse” nel senso del “comporre per”, come nel mondo di Rossini o di Donizetti ) , le deduzioni a valle delle mie letture sarebbero queste.
Le testimonianze dirette di Verdi stesso, alcune riportate da Chusid nelle note critiche dello spartito, provano come alla Brambilla, prima interprete, si arrivò facendo di necessità virtù. Verdi aveva intrapreso la ricerca dei cantanti già prima di scrivere l’opera, anzi, ancor prima di avere individuato esattamente il soggetto per l’opera da comporre per la Fenice. Aspirava, e non a caso, alla Frezzolini, già prima interprete della difficile e non certo ben riuscita Giovanna d’Arco e prima ancora dei Lombardi. Del resto il Monaldi lo afferma con chiarezza che la grande cantante di quel momento, la sola che potesse e sapesse dare forma e sostenere con il proprio canto qualunque opera, anche la meno riuscita, era, per personalità e capacità tecniche, Erminia Frezzolini. La diva, però, era di certo indisponibile.
Al teatro, che si era già attivato a scritturare un soprano di proprio gradimento, la Sanchioli, Verdi aveva risposto con una lista di nomi in cui figuravano, quali alternative alla Frezzolini, la Barbieri Nini e la de Giuli Borsi. Ma questi nomi, grandi nomi!, Verdi li propose agli inizi del 1850. Ed in questa fase l’opera non aveva ancora né libretto né musica.
Altre indicazioni di possibili soprani per l’opera compaiono nelle fonti documentarie di circa 6 mesi dopo, tra agosto ed ottobre, come riporta sempre Chusid. Le signore nominate furono la Cruvelli, la Salvini Donatelli e la Brambilla, poi prescelta. Signore di vocalità diversa, di genere spinto la Cruwell ( perché questo era il vero nome ), da Attila a Nabucco, Ernani, Fidelio, Donna Anna, Vestale; più lirica la Donatelli , in quella fase ancora una belcantista, poi migrata su un repertorio più pesante, Ernani, Corsaro e prima creatrice, di lì a poco, di Traviata. Di fatto, però, nessuna delle due andava a genio a Verdi, la prima per i capricci e le bizze ( Nulla io posso dire della Cruvelli chè io non l’ho mai sentita. L’opinione generale è che sia una buona cantante ed una pazza donna. Ti dirò francamente che io non amo queste caricature della Malibran, che non hanno che le sue stravaganze senza avere nulla del suo genio …), la seconda proprio come cantante ( a lei Verdi imputò le colpe del fiasco di Traviata ). Di fatto restò papabile la sola Brambilla : In quanto alle altre due, voi conoscete Teresina Brambilla e sapete meglio di me se può convenire al vostro teatro…. Una scelta per esclusione, causa indisponibilità delle preferite. La Brambilla aveva una carriera prevalentemente russa e francese, ma di certo non di secondo piano, avendo sostenuto le prime parigine di Nabucco e di Ernani.
Lo dice Verdi stesso che in quel momento scrivere per le voci non era più come nel recente passato : Che importa se la Sanchioli non va bene! Se dovessimo badare a questo non scriveremmo più opere. Del resto con licenza di tutti, chi è il sicuro fra i cantanti del giorno? Cosa ci avvenne della prima sera d’Ernani col primo tenore dell’epoca? Cosa avvenne della prima sera dei Foscari con una delle prime compagnie dell’epoca? I cantanti non sanno farsi gli esiti per loro stessi….la Malibran, i Rubini, Lablache etc..non esistono più ….Addio addio… Si sa che con Verdi il rapporto compositore-cantante stava cambiando: forse i cantanti non erano più sufficientemente autorevoli per condizionare l’autore ai propri voleri, ma è chiaro che il compositore voleva comporre con minori condizionamenti, o meglio, libero nella ricerca degli effetti drammaturgici migliori. Quando la De Giuli Borsi chiese esplicitamente a Verdi un’altra aria per Gilda, da collocare non si sa bene in quale punto dell’opera, questi rispose di no, perchè l’opera era drammaturgicamente perfetta così. E sebbene la cantante fosse di tutto rispetto, Verdi non la accontentò.
Le vicende storiche provano, dunque, che Gilda fu pensata in se stessa e non per una voce specifica. I nomi di alcune primedonne uscirono dalla penna di Verdi quali artiste di rango e di grido, ma non in virtù della loro specifica vocalità. E Verdi affidò all’infinita serie di segni di espressione la resa drammaturgica che voleva, forzando la medesima voce a cantare secondo modi diversi durante la stessa serata.
Credo che l’affermazione di Verdi circa la cavatina di Gilda e contenuta nelle note critiche di Chusid “ non capisco dove vi sia agilità. Forse non si è indovinato il tempo che deve essere un allegretto molto lento. Con un tempo moderato e l’esecuzione tutta sottovoce, non ci può essere difficoltà”, che forse ha dato da pensare a Musicofilo come a me, debba essere messa in relazione da un lato alle capacità tecniche medie dei soprani del momento ed anche al fatto che Verdi non desiderasse mutare una cavatina, di cui era convintissimo, per accontentare i voleri di una primadonna ( in questo caso sempre la De Giuli Borsi ).
La questione del nome della prima interprete di Gilda pare vada collocata sullo sfondo di un periodo carente di grandi personalità sopranili che potessero stare al pari di un passato recente, fatto di Grisi, di Pasta…etc..Monaldi implicitamente risponde su chi fosse la tanto desiderata Frezzolini: una rara avis.! Lo scrisse anche Verdi, pur rivendicando apertamente un atteggiamento di maggiore indipendenza dai cantanti rispetto ai suoi predecessori. Doveva però servirsi di artisti che, per forza di cose, si erano formati alla scuola del belcanto, lo praticavano attivamente ed univano al precedente il nuovo e diverso repertorio, sebbene fossero ancora ben lungi a venire le distinzioni che sopraggiunsero con la fine del XIX secolo e l’esperienza del Verismo.

A riprova di questo, uno sguardo alle cronache parigine del nostro solito tempio operistico, il Théatre des Italièns, preso come cartina di tornasole di quanto accadeva anche in altri teatri europei ( si veda Napoli ad esempio o la stessa Scala ) ci mostra come a praticare la Gilda fossero, negli anni immediatamente successivi alla prima rappresentazione del Rigoletto, cantanti assai eterogenee per vocalità e personalità. L’opera, infatti, arrivò a Parigi solo nel ’57, dopo Trovatore e Traviata, finalmente protagonista, per due stagioni consecutive, proprio Erminia Frezzolini. Diva assoluta dell’opera italiana nella capitale francese in quegli anni, declinante ormai la Grisi, la Frezzolini si era già esibita come Giselda dei Lombardi, Fiordiligi di Così Fan Tutte..etc.. A fianco di Mario, la Frezzolini cantò una Gilda che fu definita poetica, di rara espressività, tenerezza ed energia. Ed il termine “energia” suggerisce la forza dell’accento drammatico, io credo. Alla ripresa del ’63 Gilda fu Maria Vitali, ufficialmente un soprano di coloratura, mentre due anni dopo la De La Grange, soprano leggero puro, criticata per aver troppo infiorettato l’aria di Gilda, a provare che il passaggio verso il coloratura era già in nuce da subito. Nel 1866, come in quello successivo, fu poi la divina Adelina Patti ad incarnare Gilda. Dopo parecchi anni la Patti si issò, complice anche una fama straordinaria, sul piano della vecchia Grisi per qualità vocale e bellezza, ma non pare ne avesse pari talento sul piano espressivo. La Patti in Gilda venne, infatti, molto apprezzata nella prima parte dell’opera ma criticata proprio per la mancanza di vigore drammatico nella seconda (!).
Nella stagione 1868/69 Gilda fu Gabrielle Krauss, soprano da Lucia,Sonnambula, Barbiere ma anche da Borgia, Trovatore, Ballo in Maschera, Fidelio.Nel 1870 vi fu Matilde Sessi, più vicina alla Patti che non alla Krauss per vocalità, quindi Emma Albani, Gilda nel 1876 e nel 1878, puro dei prototipi de coloratura puro.
Oggi mai affideremmo Gilda ad una Leonora di Fidelio, o ad una Amelia del Ballo, ma nemmeno ad una Giselda: di fatto l’ultima cha ha praticato una promiscuità di repertorio in linea con quanto accadeva nell’Ottocento è stata la superdotata voce di June Anderson, che si “limitò” al primo Verdi e con esiti criticati e criticabili, sia sul piano vocale che dell’accento.

L’ascolto di alcune tra le più celebrate Gilde rivela, nell’esecuzione del “Caro nome” analogie e differenze sul piano esecutivo che continuano a ripresentarsi con costanza dall’era dei 78 giri ad oggi.
Alcune paiono legate a variazioni di spartito, di cui l’edizione critica però non si è occupata; altre, invece, appaiono come mere prassi esecutive, perciò legate al gusto come alle capacità vocali di ciascun interprete.
Tra le grandi Gilde che incisero 78 giri, dove troviamo ancora documentate parte delle pratiche ottocentesche e parte delle nuove prassi di repertorio, troviamo, come in parte già detto,soprani leggeri puri,come la Barrientos, la Pareto, la Galli Curci, la Toti dal Monte, la Pagliughi, la Pons…etc, nonché soprani di maggior peso lirico, quali la Melba, la Tetrazzini, la Sembrich, la Hempel, la Kurz, come pure il caso fenomenale, che però non ci ha lasciato tra i brani di Rigoletto proprio la cavatina, di Giannina Russ, soprano drammatico a tutti gli effetti, sulla cui scia dovrebbero essere inserita anche la Milanov, che fu la Gilda di un terzo atto toscaniniano inciso in mono nel 1943 (quasi un ritorno del grande Maestro alle prassi vocali “pre Toti”) e la Callas.
Solo quest’ultima riprese davvero, in epoca più recente, il soprano drammatico d’agilità quale Gilda ( pur con evidenti differenze tra esecuzione in studio ed esecuzione live ); tutte più leggere come tasso drammatico le altre, dalle doppie incisioni della Scotto e della Sutherland ( per quest’ultima trattasi davvero di due Gilde assai diverse), dalla Sills alla Anderson, sino alla Dessì. Tutte a voi note.

L’ascolto degli audio, solo in parte proposti qui di seguito, mostrano una serie di differenze esecutive.
Possono essere legate alla disponibilità di spartiti diversi le seguenti prassi riscontrate:
1) le due quartine con salita al do acuto della battuta 41 su nome nella frase: "e fin l’ultimo sospir caro nome ", in edizione critica sono scritte con legatura solo sulle prime due note, ma eseguite talvolta anche legate, come si riscontra in taluni spartiti anche recenti. La tradizione esecutiva del passo è varia, in prevalenza staccato, con il do acuto a volte volutamente tenuto;
2) dopo la sequenza di duine di "e fin l’ultimo sospir, caro nome…" alla battuta 54 in edizione critica la salita do basso – la acuto è scritta staccata, come molte la eseguono. Talora essa viene eseguita legata secondo la lezione di taluni spartiti anche recenti.

Quanto alle prassi teatrali, osserviamo in primo luogo quella notissima dell’abbassamento di mezzo tono dell’intera cavatina, dovuta all’inserimento di una puntatura al mi bem sopracuto in chiusa, in sostituzione del trillo scritto da Verdi in morendo nell’ultima battuta di Gilda fuori scena. Mentre i soprani di età moderna la incidono in tonalità giusta nei dischi ufficiali per procedere, invece, all’abbassamento in teatro ( ad eccezione della Pons e della Devia nel 1981, entrambe live ), quelle dell’età del grammofono tendono a non ripristinare la tonalità esatta in studio, a documentare, di fatto la vera prassi teatrale da loro praticata.
Tutte le altre cavatine presentate sono abbassate di mezzo tono, con l’eccezione della Pareto, della Capsir e della Callas, che la eseguono addirittura un tono sotto ( devo queste verifiche al signor Tamburini ed al suo mirabile pianoforte ! ): nel loro caso, quello della Callas soprattutto, occorre tenere in considerazione la possibilità che intervenga anche una distorsione da riversamento, come già in altre occasioni (si pensi ad Armida o a Medea) e che l’abbassamento di tonalità potesse anche essere quello di tradizione.

L’aria viene eseguita tagliata nei dischi più vecchi ma non sempre. Anche qui le prassi sono diverse. La Melba taglia dalla battuta 46 alla 63, chiudendo di fatto l’aria sulla prima cadenza, dopo ah te sempre volerà , ed elidendo tutta la sequenza accentata e le duine a te volerà …fin l’ultimo sospir… e la chiusa dell’aria. Come lei taglia anche la Barrientos, mentre la Pareto e la Galli Curci tagliano dal punto coronato di battuta 38 per riprendere con la sequenza accentata di battuta 47, senza toccare la parte finale dell’aria. In età moderna solo la Zeani ripresenta questo stesso taglio. I tagli documentati dai dischi antichi erano perciò solo in parte legati ai ben noti limiti dei mezzi di incisione: riproposti in altri periodi assumono il significato di vere e proprie prassi esecutive del teatro.

Altra grande differenza tra le incisioni consiste nell’esecuzione dei trilli scritti. In certi casi anche cantanti provviste di buon trillo, come la Barrientos o la Melba, tendono a non eseguirli e/o a sostituirli all’interno dell’aria con acciaccature, per poi eseguire quello sul morendo finale. Altre eliminano questo stesso trillo finale, sostituendolo con una puntatura o addirittura con una scala di trilli e sopracuto finale, come la formidabile Callas di Mexico City, mentre eseguono quelli scritti all’interno dell’aria. La Tetrazzini addirittura ne inserisce di abusivi, a suo piacimento, al posto di quanto prescritto su “il mio desir” di battuta 27 e prima della serie di duine legate di “fin l’ultimo sospir”. Altre volte i trilli scritti sono eseguiti solo in parte, come fa la Sembrich che esegue un mix di trilli e acciaccature.

I tempi, invece, sono solitamente veloci nei soprani di inizi novecento, con la sola eccezione della Pareto, che dispensa forse l’esecuzione più fascinosa e perfetta della preistoria discografica, mentre in età moderna i tempi si fanno più ampi anche in teatro, sino all’esecuzione straordinaria della Callas. La Sutherland, numerose volte Gilda in teatro, sebbene legatissima alla tradizione del leggero di inizio secolo, ha sempre eseguito con tempo lento se non lentissimo la cavatina ( si veda la prima incisione ufficiale dell’opera, ove chiaramente si sforza di imitare la Galli Curci…. ), anche in teatro.

Sono frequenti, sia in età antica che in quella moderna, i rallentamenti: colpiscono quelli esageratissimi di una Hempel ( dove già l’introduzione orchestrale lascia presagire il continuo “allarga e stringi” che verrà..), o quelli della Sembrich su “a te sempre volerà” ( batt. 47- 49 ) ma restano una risorsa espressiva fondamentale delle voci non meramente leggere, come la Callas, la Gencer o la Scotto. I rallentamenti compaiono frequentemente nell’esecuzione di smorzature, non tanto quelle scritte da Verdi, quanto quelle inserite nella prima parte dell’aria, sulle legature indicate sul mi3-sol4-fa4 ( palpitar - le delizie…), fa3-re4-do4 ( amor - mi dei sempre…). Questi passi ci ricordano che anche ai soprani leggeri spetterebbero esecuzioni ricche sul piano di dinamico- espressivo: sempre la Pareto ( che smorza la prima legatura “palpitar –le delizie”, poi rallenta sulla seconda legatura “amor –mi dei sempre” ) e la Galli Curci ne eseguono di eccellenti, mentre signore “dannate” dal demone dell’espressione, Callas, Gencer e Scotto non si lasciano scappare l’occasione di ”dire” sulla seconda delle tre legature scritte ad inizio aria, con grande effetto espressivo e vocale.
Sempre dal punto di vista della dinamica, occorre osservare come i soprani leggeri di inizio secolo sembrano possedere quasi tutte la capacità di eseguire le forcelle scritte, amplificandole talora a proprio gusto. Forcelle che già sono poco udibili, ad esempio, nella generazione della Toti e della Pons, ma pure anche in soprani a noi più consoni per gusto e tecnica come la Sutherland dal vivo del ’72 ( diversamente nei dischi ufficiali, invece.. ) o la perfetta ed astratta Devia dell’81.

Quanto alle cadenze, queste hanno solitamente luogo sia sull’ “a te sempre volerà ” di battuta 45, dove all’esecuzione staccata della scala ascendente scritta possono seguire note picchettate aggiunte, ed in chiusa all’aria, alla battuta 60, sul “..tuo sarà…”,di cui, solitamente, viene eseguita la prima scala discendente come scritta, la seconda ascendente staccata e quindi, di nuovo, l’inserimento di note acute e sopracute picchettate cui, quasi sempre, fa seguito una riscrittura più o meno libera della parte finale della battuta ( si veda il caso esemplare di “liberty style Tetrazzini” ) di cui sopravvive, quasi sempre, il trillo previsto.

A Musicofilo, però, è la Grisi, dopo mille ascolti, ad obbiettare una sola questione.
Oggi con “soprano leggero di coloratura” intendiamo voci che, proprio a valle degli ascolti fatti e che qui non vi riportiamo ( vi invito a usare You Tube come valido strumento di documentazione della nostra modernità ….), appaiono assai diverse da quelle che ci documentano i 78 giri.
Tutte le signore della preistoria sono accomunate da un timbro purissimo ed astratto ( fanno eccezione forse le sole note gravi aperte della Tetrazzini, difetto notissimo a lei rimarcato per tutta la carriera ), emissione dolce ed uniforme nella gamma centro alta e, soprattutto, grande proiezione proprio del registro centrale.
Questa caratteristica, unita anche all’ampiezza che molte di loro notoriamente possedevano ( penso ancora alla Tetrazzini ma anche ad una Melba o ad una Hempel ) consentiva loro di essere Gilde meno insipide e ….bimbe di quanto non ci dispensino le nostre attuali interpreti. E’ negli anni ’30 che pare aver luogo un mutamento del modo di cantare Gilda proprio sulle note centrali, come ben documentano gli audio di Toti dal Monte e della sua imitatrice, la Pons, quindi anche della successiva Sayao. IL tuto allo scopo di accentuare il lato infantile e ….orami manierato del personaggio. Sebbene l’’incisione della Dal Monte sia molto valida e garbata ( è una cantante ancora nella prima fase di carriera ) il suo modo di cantare aperto sui centri, fattore di gusto destinato a divenire una moda vera e propria, avrà come esito un cambio nel modo di cantare Gilda. E non vorrei che ci dimenticassimo che la stessa Callas, quando incise Rigoletto, non lo cantò con la stessa voce dell’audio straordinario del ‘52, ma con una voce che ogni tanto aveva inflessioni sbiancate, a simulare il timbro infantile, retaggio dei “toteggiamenti” della Gilda di Toscanini.
Per misurare la differenza che intercorre tra i nostri moderni leggeri e quelli storici, tanto per farsi arrabbiare un altro po’, vi invito a risentire, come termine di paragone, una cavatina perfetta della Devia nei video di alcuni suoi concerti su You Tube dopo aver ascoltato l’emissione stupenda al centro di una Pareto che, sebbene canti l’aria abbassata, esibisce note centrali immascheratissime, chiare e dolci, che però non sono della nostra bravissima ed inappuntabile Mariella. E prendo appositamente a metro di paragone il leggero puro che maggiormente stimo nell’età recente ( mi astengo sulle sue cattive imitatrici....), perché non si dica che vogliamo dimostrare ad ogni costo che oggi si canta peggio.
Anche chi canta bene, come appunto la Devia, mi sembra esibisca al centro una emissione che non è più simile a quelle dei soprani leggeri di cento anni fa, dotate di una penetrazione e di una espansione, oltre che capacità di fraseggio, oggi sono scomparse e che certo contribuivano a conferire alle loro Gilde maggior vigore drammatico. Ragione per cui quelle primedonne normalmente cantavano…… Traviata!

Ringrazio Musicofilo per la stimolante osservazione!!


Gli ascolti

Verdi - Rigoletto


Atto I, Scena II - Gualtier Maldé...Caro nome

1904 - Nellie Melba
1906 - Maria Barrientos
1907 - Graciela Pareto
1908 - Luisa Tetrazzini
1909 - Frieda Hempel
1916 - Amelita Galli-Curci
1925- Toti dal Monte
1927 - Lina Pagliughi
1939 - Lily Pons
1944 - Bidù Sayao
1952 - Maria Callas
1955 - Virginia Zeani
1961 - Leyla Gencer
1966 - Renata Scotto
1972 - Joan Sutherland
1981 - Mariella Devia
1990 - June Anderson

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giovedì 23 ottobre 2008

Qualcosa di nuovo nel Belcanto: Jessica Pratt


Il Belcanto oggi soffre. Soffre l’imperversare di interpreti inadeguate, imposte da teatri, case discografiche, organi di stampa, critici compiacenti e pubblici disposti a sorbirsi qualsiasi cosa venga loro concessa. Ogni tanto tuttavia sembra vi sia qualche eccezione. Ho assistito alla prima cremonese della Lucia di Lammermoor. E come dice la Sutherland, oggi, se sei fortunato, vai a teatro e senti una sola voce decente.. stavolta evidentemente, siamo stati fortunati ed una l'abbiamo trovata!
In uno spettacolo funestato da un tenore improponibile, un baritono non all’altezza ed un direttore assolutamente non in grado di affrontare la partitura, con sbavature di ogni tipo, attacchi sporchi - soprattutto gli ottoni: i corni in particolare – tempi velocissimi e sbrigativi (mai sentito un "Verranno a te sull'aure" così veloce) e lettura assai approssimativa e superficiale (per non parlare degli innumerevoli tagli inferti senza pietà e rispetto al testo, degni della peggior routine anni ’60), ecco apparire qualcosa di assolutamente rilevante. Jessica Pratt: Lucia. Chi è? Confesso di non averla mai ascoltata prima. Apprendo dalle sue note biografiche che ha 28 anni, è australiana, ha vinto una serie di concorsi in patria e si è piazzata ai vertici di importanti premi internazionali, ha partecipato a varie master class con Joan Dornemann, Yvonne Minton, Jonathan Summers, Sir Donald McIntyre e, soprattutto, Dame Joan Sutherland, ed è – credo tutt’ora – allieva di Renata Scotto. Un curriculm interessante dunque. Ma torniamo alla sua Lucia e alla sua voce. Innanzitutto colpisce lo spessore, il corpo: pieno, robusto, saldo. Gli acuti sono sicuri e svettanti, disinvolti e facili. I centri non sono sempre impeccabili, ma comunque notevoli (e ha tempo per correggersi, è da pochissimo sulle scene). La coloratura è perfetta e le agilità sono eseguite con estrema precisione e spavalderia, sono fluide e mai sbiadite, mai confuse. A ciò si aggiunga un ottimo gusto nelle variazioni. Il respiro e i fiati sono ampi e distesi. La dinamica e la tavolozza espressiva è estremamente estesa e varia. Splendidi i piani - delicati e morbidi - e pieni e sonori sono i forti. Dà la sensazione di poter mettere la voce dove vuole. Ciò che impressiona maggiormente, tuttavia, è l’estrema sicurezza del canto. Sicurezza che è data da una corretta emissione ed una perfetta tecnica (sempre questo è il punto dolente, il punto che i seguaci di una sorta di “pensiero debole” del canto tendono a relativizzare, sostenendo che non esiste una tecnica corretta, ma che tutto deve essere lasciato alla soggettiva impressione del fruitore). Credo che solo con una tecnica corretta si possa affrontare il Belcanto (e anche tutti gli altri generi, per la verità..) con risultati convincenti. L’emissione della Pratt era perfetta (si sentiva ovunque in teatro – e la scenografia non aiutava di certo, essendo uno spazio vuoto privo di quinte - al contrario del tenore, che non si sentiva mai), e lo era perchè utilizzava una certa tecnica. E la differenza si sente. No ha avuto bisogno di urlare, di sbiancare la voce, di emettere grugniti, di agitarsi come una tarantolata (come è usa la Sig.ra Dessay) per essere convincente, ha semplicemente espresso con il canto e seguendo le indicazioni espressive segnate da Donizetti, ciò che la musica vuole comunicare, dall’ansia dell’attesa all’illusione di un amore impossibile, dal dolore astratto al delirio della pazzia, senza mai sbracare, senza mai esagerare e senza mai annoiare (alla faccia di chi sostiene che solo esagitandosi in scena, con abluzioni personali e lavacri o bagni di sangue o strip-tease schizofrenici, si rende drammaticamente la vicenda di Lucia e il suo personaggio). Ma voglio analizzare i momenti salienti di quello spettacolo. Ovviamente la prima aria, dopo lo struggente solo di arpa, la Pratt disegna un “Regnava nel silenzio” con fiati molto lunghi e fraseggio morbidissimo, in modo da esaltare l’ampiezza della melodia, e dare un senso di estrema tensione e unitarietà all’episodio, in una perfetta via di mezzo tra passione e astrattezza notturna. Segue la cabaletta “Quando rapito in estasi” affrontato con estrema sicurezza nelle agilità impeccabili e fluenti: il da capo è variato con ottimo gusto e spavalderia. Il tutto senza mai perdere la concentrazione drammatica, senza nessuna sbavatura. Salto il duetto con Edgardo perchè il tenore era inascoltabile! Splendido il duetto col baritono così come la scena col basso e il sestetto. Voglio correre però alla scena della pazzia, momento topico dell’opera, risolto egregiamente dalla Pratt, con pathos sempre controllato, cercando di esprimere con la voce e la coloratura, il delirio, senza scorciatoie sceniche ed esteriori. E’ una pazzia interna, segno esterno di un dolore esploso di dentro, mai sguaiato e mai sgangherato (come invece lo è quello della Dessay, che arricchisce il brano con urla e pianti assolutamente fuori luogo). La cadenza è quella classica, col flauto, con il quale la Pratt dialoga fino a non riuscire a distinguere le due voci, tale è la perfetta sintonia, la perfetta sovrapposizione. Emozionante. Ed era tanto che non mi succedeva a teatro! Un nome, quello di Jessica Pratt, da tenere d’occhio dunque. In un panorama sterile e desolato, in cui sopranini dalla voce chioccia, piccola, poco estesa, stridula e scorretta, affrontano ruoli per loro proibitivi, forse sta nascendo qualcosa di veramente nuovo e interessante. E sta nascendo grazie al ritorno ad una tecnica corretta, che ha come modello cantanti come la Sutherland, e che riporta il Belcanto a quella notturna astrattezza che è necessaria ad esaltare la potenza e la bellezza della musica (dopo l’attuale predominio di baccanti urlatrici, di strillone sguaiate che hanno scambiato Lucia o Amina per Santuzza o di bamboline con voce querula), rifuggendo da certi superficiali e volgarissimi effettacci interpretativi. Concludo con una speranza, quella cioè di non vedere tra pochi anni la Pratt trasformata in declamatrice e alle prese con Elektra o giù di lì: tale è, infatti, la disabitudine a sentire una voce con corpo e potenza nel belcanto, ora appannaggio di sopranini lirici, che a qualcuno potrebbe venire in mente di utilizzarla per cantare certo Verdi o di massacrarle la voce con Strauss. Spero invece che venga restituito al Belcanto ciò che è suo.
Post Scriptum: sulla sua pagina web si possono trovare due bellissimi ascolti: “Der Holle Rache” e “Qui la voce sua soave”.

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martedì 14 ottobre 2008

Renata Scotto: 6 years before!

Eh si, riprendendo il tema delle interviste rilasciate durante la sua carriera da Renata Scotto, ecco qui un precedente all'affaire milanese Vespri - Callas.
Maggior cautela nelle dichiarazioni del 1964, e in quell'occasione con piena ragione: parole all'indirizzo del Soprintendente scaligero Antonio Ghiringhelli, che dopo aver promesso il ruolo alla Scotto, finì per scritturare Mirella Freni.


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mercoledì 8 ottobre 2008

Scotto, Callas, Vespri Siciliani e Loggione Scaligero


L’inaugurazione della stagione scaligera 1970-’71 andò, tenuto conto del titolo prescelto, benissimo.
Tenuto conto del titolo perché i Vespri sono opera quanto mai complessa sotto il profilo vocale e musicale che spesso, come ben potrebbero insegnare il maestro Muti ed i signori Studer e Merritt, procura affanni e dolori. E, poi, perché i Vespri erano stati una delle opere della Callas in Scala.

Inaugurarono, infatti, la stagione 1951-’52, furono la prima inaugurazione di una Callas al meglio delle proprie possibilità vocali ed interpretative.
La serata inaugurale, ripeto, andò benissimo. Buona compagnia di cantò, cospicui ed opportuni tagli nella miglior tradizione di Gavazzeni, la novità della trasposizione dell’azione dal 1282 agli anni del Risorgimento, costumi appropriati, la prima esecuzione del balletto le quattro stagioni con trovate coreografiche veramente spettacolari.
E poi a Sant’Ambrogio apparve proprio la Callas, ospite del soprintendente nel suo palco. Il loggione le tributò un applauso fragoroso al secondo intervallo
L’applauso di trasformò in un’ovazione all’uscita di via Filodrammatici, con la folla degli appassionati, che gridava “Maria, Maria” all’indirizzo della diva, più affascinante che mai.
Quegli applausi si trasformarono in un rospo per la primadonna, in ogni senso, che vestiva i panni della duchessa Elena: Renata Scotto.
E alla Scotto, che aveva dato una bella raffigurazione della protagonista, tenuto anche conto delle sue caratteristiche vocali, che non erano quelle del drammatico di agilità, di digerire il rospo, ammesso che tale fosse, proprio non riuscì.
L’operazione era caratterialmente impossibile alla signora Scotto, che aveva manifestato questa impossibilità già anni prima al rientro dalla tournée scaligera a Mosca.
Quindi, si inaugurarono le ostilità la divina Renata e con lei l’intera compagnia di canto disertarono il rituale dopo Scala organizzato pressa l’abitazione della signora Biki, sarta e storica mentore della Divina, ancora la Scotto scaricò il proprio rammarico, rincrescimento e malanimo in un’intervista alla rivista Stop (giornale scandalistico del tempo), che istituzionalmente inseguiva e proponeva lo scandalo.
Una cantante giovane e famosa, che lamentava torti da parte della Divina, era quanto di meglio potesse il mercato servire.
Peccato che la rivista a larghissima tirature e diffusione finisse nelle mani dei cosiddetti vedovi Callas, all’epoca numerosissimi e più agguerriti che mai.
Alla seconda, quando l’intervista non era ancora diffusa ci fu dal loggione un commentino alla cadenza dell’”Arrigo ah parli a un core” tipico del loggione “la cadenza contessa”.
Poi in via Filodrammatici all’uscita gli appassionati, che nell’intervallo erano diventati lettori di Stop, si presentarono a chiedere alla Scotto se le dichiarazioni corrispondessero al vero.
Nessuna negazione da parte della diva, anzi la Scotto fece presente che la giornalista aveva tagliato qua e là.
Dichiarazione di guerra immediata.
Nella più consumata tradizione scaligera gli insulti non si risparmiarono alla “pupattola da immigranti” la diva rispose con il verduresco insulto riservato agli omosessuali, abituali abitatori del loggione e sfegatati callasiani.
E quindi alla terza recita il tam tam di quel loggione definito “pieno di verdura”, serrò i ranghi con arrivi da tutta Italia e salutò alla fine dell’aria del carcere con cinque minuti di fischi la Scotto, rea e reproba. Le riprovazioni proseguirono anche al bolero.
Il folklore di espressioni come “teiera” e “lasciatela cantare è focomelica” sono l’immagine dell’ira autentica de pubblico.
Ira ed insulti che non scalfirono di un centimetro la signora. Anzi. Ci furono anche le tentate conciliazioni fra cantate e pubblico, propiziate dall’allora direttore della biglietteria, che mandò uno dei più noti loggionisti ( fra l’altro in odore di santità, agli occhi della diva, perché aveva mancato la terza recita) in camerino, dove l’accoglienza dell’offeso consorte, così mi ha raccontato l’interessato, fu delle meno propizie alla pacificazione.
Passarono, quindi le ultime repliche di dicembre e le prime di gennaio 1971 che ebbero una grandiosa protagonista in Leyla Gencer e alla fine di gennaio con la recita del 29, presente il capo dello stato finlandese Kekkonen, scattò il finale ed ennesimo redde rationem, perché il loggione non era certo placato.
Il copione delle contestazioni era consolidato, se la memoria di undicenne, capitato per caso nella sua prima serata bagarre scaligera non falla, i primi mormorii del loggione furente cominciarono a colpire durante il duetto Elena –Arrigo.
La sezione centrale del duetto ormai trasformata in aria “Arrigo, ah parli a un core”, fu salutata alla cadenza da un “miao” sonoro.
Copione consolidato. Era, per inciso, il sigillo del fiasco, tenuto anche conto che di “miagolare” nei piani e pianissimi era una delle censure più praticate dal loggione nei confronti della Scotto.
Seguirono fischi e rumoreggiamenti alla fine del quadro. Al quinto atto il bolero, che la Scotto alla prima dopo il trionfo fuori dal palcoscenico della Callas, aveva cantato dinnanzi al palco della soprintendenza, ci fu la cannonata finale del loggione dopo un mi nat non proprio perfetto “scema Verdi non è Donizetti”.
La Scotto non uscì a ringraziare alle prime uscite, poi all’ultima si presentò.
La Callas, nonostante i desiderata del loggione non ritornò mai più a cantare in Scala, pur ricomparendo ad una recita di Carmen in cui nella successiva stagione di Stefano cantava ( si fa per dire) don José, ma anche la Scotto, se si esclude un concerto di canto fuori stagione (30 giugno 1985) ricalcò più in un’opera il palcoscenico scaligero.


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