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giovedì 12 maggio 2011

Turandot in Scala: secondo cast.

Qualche “Cheese!”. Infiniti click. Svariati flash. Un pugno di spettatori abbandona la sala. Due scaltri rumeni ci provano con un paio di turiste francesi, mentre bimbi burrosi stretti in t-shirt attillate ricevono un krapfen dalle mani della madre. Frotte di giapponesi dallo sguardo sperduto mi domandano, dopo il curtail call, se lo spettacolo è davvero finito. Una badante bulgara stringe amicizia con una collega russa da cui prende il coraggio per aggirare la blandizia delle maschere e immortalare così la scenografia. Giovani coppie in abito da sera si scambiano effusioni, le più discrete riparate dal buio della galleria, le altre – forse più attente allo spettacolo – durante gli intervalli, nei pressi della toilette. Infine una ragazza inglese, incontrata in coda la mattina, mi si avvicina nei pressi del guardaroba con un sorriso che accompagna un travolgente “You’re so lucky to live here!”. Difficile a credersi. Perché non siamo finiti per caso in qualche bizzarra sagra della balena nell’Oregon, o in uno dei tanti eventi immortalati dalla penna geniale di Foster Wallace, ma semplicemente abbiamo assistito alla terz’ultima rappresentazione di Turandot, l’unica con il secondo cast al completo. E questo è il pubblico – simpatico e cordiale, per la verità – che ne ha decretato il trionfo.

Unico vero interesse dell’upgrade, il test di congruenza. Ossia verificare se fosse possibile o meno ripetere la prova scadente della prima compagnia, graziata ricordiamo per ovvi motivi ospedalieri: poco c’entravano i soliti “infortuni” di sorta quanto invece il buon adagio per cui alla croce rossa, sappiamo bene, non si spara. Impossibile aspettarsi peggio dunque, e così è stato. Un’esecuzione largamente insufficiente ma senza dubbio superiore a quella pessima inaugurale.
Al podio va il Razzie, il contro Oscar. La direzione di Daniele Callegari tenta di disegnare una lettura mediterranea – e quindi in un certo senso tradizionale – in totale contrasto con quella proposta da Gergiev, che rimaneva certo sopra le righe, esaltando forse fuori misura la grana orchestrale, ma sempre trovando una compattezza di suono che invece è preclusa al patrio maestro. Callegari cerca il volume e l’effettaccio di “sensazione”, prova ne è il labiale con cui chiede al coro – dopo gli enigmi – un’intensità fuori luogo, ridondante rispetto al fulgore già presente in buca, mentre poco prima si perde nel nulla l’entrata in scena della principessa. L’agogica canta poi il suo requiem: l’accompagnamento ai momenti solisti non solo è fiacco e poco sostenuto, ma è addirittura fuori tempo (scollata di chissà quante battute l’aria di Calaf al primo atto). L’entrata degli archi nel “Nessun dorma” è buttata via, senza cavata né trasporto. Addio pathos, dunque.
Va però detto, se ce ne fosse ancora bisogno, che buona parte del flop è da imputare a un’orchestra sempre più svogliata, disattenta, forse ai minimi storici. Non si contano le strombazzate degli ottoni nel secondo atto, gli attacchi più volte sporchi, i fiati orridi (calante e fisso il clarinetto che accompagna l’uscita di scena di Liù). Come una buca del genere, altro che Donizetti e Verdi “da galera”! Qui non si cava fuori manco l’inno di Mameli…
Nel comparto vocale si distingue – per meriti relativi più che assoluti – la Liù di Maija Kovalevska, recente Mimì al Met al fianco di Vittorio Grigolo e prossima Tatyana a Vienna. A onta di un’emissione poco rifinita in zona centro-acuta – quella che in gergo operistico siamo soliti definire “carta vetrata” – che inficia la pur indubbia gradevolezza del timbro e vanifica la naturale ampiezza del mezzo, l’invocazione del primo atto è risolta discretamente, con buona proiezione e compostezza. Le riesce poi bene l’attacco in piano su «LIU non regge più», ma una certa anonimia di fraseggio, unita a un paio di acuti ghermiti («ma se il tuo DESTINO») e a un generale deficit di morbidezza, compromette un poco l’esecuzione. Molto peggio l’aria bipartita del terzo atto. A una prima parte – “Tanto amore segreto”, sostenuta solo dal primo violino – in cui la linea vocale arranca perché sempre più stridula e aspra, succede un “Tu che di gel sei cinta” monocorde e inespressivo – salvo un paio di accenti pregevoli: «io chiudo stanca gli occhi» – proprio per quell’effetto “gesso sulla lavagna” che nega quella soavità di emissione che è causa e conseguenza di un buon legato. La memoria non può non ritornare dunque ai secondi cast domenicali con le Liù di Gabriella Tucci, soprano allora considerato di terza fila. Anche questa volta, si faccia pure l’usuale confronto e se ne traggano poi le dovute conclusioni.
Una principessa per essere incisiva e meritare il dovuto plauso popolare, almeno secondo la partitura di Puccini, dovrebbe tirar fuori le peculiarità primarie di un soprano drammatico, ovvero saper padroneggiare la parte bassa del pentagramma, zona in cui compaiono alcune frasi rilevatrici del sostrato tragico del personaggio. Ma Lise Lindstrom non è di tessitura spinta, tutt’al più un soprano lirico da Manon Lescaut o Butterfly. Vediamo qualche dettaglio. Già l’aria di sortita, che risalta e si struttura proprio per un’inconfondibile intrecciarsi di linee sinuose e maestose, si sfilaccia: ne soffrono così sia lo sviluppo narrativo (muto «l’orror di chi l’uccise / vivo nel cuor mi sta») che l’efficacia drammaturgica. Prima ottava a parte, il centro e primi acuti sono a fuoco, forse leggermente metallici e spinti, mentre in alto («e quel grido»; «e sfidasti inflessibile e sicura») siamo ai limiti dello strillo. Con questi presupposti, passano regolari il secondo e il terzo enigma, mentre il primo è farfugliato nell’attacco («Straniero ascolta») e stimbrato nei versi successivi. Va da sé che ne vien men l’autorità. Sono azzeccati per onor del vero la presenza scenica e un paio di acuti ben interpolati. Insomma, una Turandot migliore della collega della prima compagnia, ma lo stato della consolazione che ne può derivare rimane certamente al di sotto della più scheletrica delle magrezze.
Senza attenuanti il principe ignoto di Stuart Neill, che ha ragliato tutto il pomeriggio. Manca subito di ampiezza e fluidità nella replica a Liù del primo atto, che nelle corde del tenore americano diventa sforzata e sferzata in acuto, zona in cui la voce comincia a ballare e assomigliare ai guaiti di Josè Cura. Al centro non c’è alcuna intenzione di porgere la frase, la scansione è metonimica e frammentaria. Le smorzature risentono di un tecnica di appoggio poco rifinita, che sbianca il suono e lo rende flaccido, eventualità grave per chi intenda emergere con un personaggio che fa della vigoria e della costanza la propria ragion d’essere. Stessa solfa nel “Nessun dorma”, risolto con attacchi sul passaggio berciati («guardi le stelle») o con momenti di pura apnea («no, no»!). Difficile dire se sia meno oneroso per le orecchie sentire Neill o Berti, ovvero il canto sbraitato o calante. Personalmente, soffro meno con le urla…
Quasi ci fossimo trovati in una sala anatomica, Marco Spotti esibisce con fierezza il suo stomaco. Caricaturale in questo senso il delirio che accompagna la morte di Liù nel terzo atto: cavernoso e stonato. Un Timur che sembrerebbe rimandare alla solita scuola slava dei bassi dell’oltretomba, se non fosse… italiano! Ennesimo epigono dell’ultimo Ghiaurov e dell’inossidabile Burchuladze, è segnale dell’avvenuta colonizzazione da est. Prova ne è il “canto” di tanti colleghi nostrani, da Furlanetto a Colombara. Nomen omen quest’ultimo che peraltro riassume bene le fattezze dell’orrenda schiatta.
Non pervenuto il terzetto delle maschere, anche se per onestà dovremmo dire “sestetto di mimi” considerata l’impossibilità di distinguere – se non per le differenti doti acrobatiche – i tre ministri dal trio di alterego che ne scandisce ambizioni e desideri. Se dal vuoto emergono giusto un paio di acuti peregrini dei due tenori, il cancelliere Ping di Angelo Veccia è quasi molesto all’ascolto per l’emissione costantemente contratta, dal suono che muore in bocca perché basso di posizione e tutto indietro. D’altra parte ben ricordiamo il suo compare Alfio nella passata stagione veneziana…
Sul pubblico che ne ha decretato il successo, ho già detto. Come più volte ci siamo soffermati sul progetto frankensteiniano della dirigenza della Scala di trasformare l’opera in un elitismo di massa che è più realtà che ossimoro. Il pomeriggio a teatro pare dunque strutturarsi all’insegna di una nuova polarità: buona alternativa al’Ikea o all’Oviesse per certuni, l’evento della vita per altri. Qualcosa in meno di una conquista del forte, ma senza dubbio qualcosa in più del vecchio “Io c’ero”.



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sabato 16 gennaio 2010

Rigoletto alla Scala. La provincia emiliana in trasferta

Ieri sera in Scala Rigoletto, secondo titolo della stagione ove sono bandite scelte che esulino dai quindici titoli più rappresentati al mondo. E ciò nonostante Internet e la Garzantina.
In realtà è la riproposizione in Scala di un cast, che la passata stagione nella provincia emiliana costituì forte richiamo per il pubblico, che venne, anche omaggiato del bis (ed addirittura del tris) della “vendetta”. Questa scelta è il segno, irreversibile, dei tempi. Un tempo i grandi cantanti ritenevano normale alternare ai maggiori teatri quelli cosiddetti di provincia. Bastino le cronologie di un Gigli o di una Pampanini ed in tempi a noi prossimi la Kabaivanska o la Serra. Oggi, al contrario sono cantanti da provincia nel senso deteriore del termine a calcare anche il palcoscenico scaligero.

Come accade per Elena Mosuc, Gilda, che, onorata persino da un recente fan club milanese, è cantante usurata e di provincia. Usurata perché accorciata in alto (l’unico sovracuto interpolato il mi bem della vendetta era stonato e calante), incapace di emettere un suono a piena voce oltre il si bem acuto, dal fiato corto come la accade nel “Caro nome” inficiato da prese di fiato abusive e musicalmente brutte nei picchettati e suoni non certo saldi. Di provincia perchè in tutta la serata mai una frase ispirata, mai un colore, una piatta e meccanica esecuzione delle frasi topiche di Gilda (vuoi la sognante innamorata del “Caro nome” o la ragazza divenuta donna nel “Tutte le feste al tempio”) e persino incapace di dare espressione ad una frasetta come “ ah s’egli al mio amore” di Gilda, ormai votata al sacrificio d’amore, detta con accento verista e soni prossimi al parlato. Dobbiamo, però, interrogarci sulla presenza di una Mosuc, che, comunque, è l’unico soprano leggero (perché a tale categoria appartiene la cantante) che abbia voce di una certa ampiezza nella zona centrale e che non le crei i problemi scenici ed interpretativi di Violetta, come accaduto anche in Scala oltre che a Parma di recente. Poi i tempi, i colleghi e le bacchette sono tali da auspicare la presenza di una Elena Mosuc (ieri sera nettamente superiore a tutti) che non può certo competere con un soprano di coloratura come la Gruberova e, forse neppure, con le rodate Gilde scaligere di quarant’anni or sono tipo Cioni e Rinaldi.

Quanto al protagonista della serata, che alla fine della rappresentazione ha ricevuto congrui, ma non trionfali applausi, meglio farebbe per età e conseguenti condizioni vocali a dedicarsi agli affetti familiari. Non censuro il gusto di questo Rigoletto, al pari di quelli venuti dopo Carlo Tagliabue, essere accorati, commossi, spaventati, vendicativi, sconfitti e straziati significa solo cantare mezzo forte e spingere gli acuti. In appendice come ascolto proponiamo le sporadiche eccezioni a tale principio, capitanati da Protti e McNeil. Oggi la voce di Nucci è priva di armonici e vibrazioni, incapace di cantare piano e colorire il fraseggio (salvo effettacci “Questo padrone mio..” al monologo). All’attacco di “Quel vecchio maledivami”, al primo incontro con Sparafucile, “Compiuto pur quanto a fare mi resta” e tutto il monologo di Rigoletto prima e dopo la consegna del sacco, che il povero gobbo crede contenere il corpo del Duca, allorchè tenta di cantare piano compaiono pesanti problemi di intonazione, suoni ossidati e raggiunti con portamenti e cospicuo aiuto del naso costellano frasi di scrittura scomoda come “Culto, famiglia” o il “Piangi fanciulla”. Al “Cortigiani vil razza dannata” non si scorge la differenza fra insurrezione iniziale e perorazione finale. Anche il volume è alquanto ridotto e poi che il la bem alla chiusa della vendetta sia un suono buono è del tutto indifferente per la resa del personaggio. A parità di età e senza puntatura acuta Giuseppe de Luca è assai più vindice ed insurrezionale nei panni dell’offeso buffone. Ascoltare per credere, come sempre.

Stefano Secco dispone di una voce di limitato volume, fraseggio attento e bella linea musicale, discreta e misurata presenza scenica. Ma quando lo spartito impone di cantare nella zona del passaggio superiore cominciano, pesanti, i guai. Tanto per fare l’elenco “..le sfere agli angeli..” dell’aria del secondo atto, il "D’invidia agli uomini” del duetto con Gilda, per tacere dell’inumana, improba fatica del quartetto dove il duca non svetta, ma patisce ed esibisce suoni duri ed ovattati. Privo di saldezza e sicurezza il Duca poco canta e nulla interpreta. Assolutamente censurabile in queste condizioni l’idea dell’esecuzione integrale del “Possente amor mi chiama”, privo di varianti agogiche e dinamiche e, naturalmente, del re nat alla chiusa.
Prosperosa e procace più nel fisico che nella voce Mariana Pentcheva quale Maddalena. Veramente bello da vedere specialmente nel primo incontro con il protagonista, Marco Spotti, vocalmente più che sufficiente.
Per contro e per chiudere questa litania abbiamo avuto una indegna direzione orchestrale. Fragoroso, rumoroso, pesante e monotono James Conlon, che ha offerto un preludio nibelungico, scene di corte pesanti e sgraziate, come l'accompagnamento del coro “era l’amante di Rigoletto”, o quello, indecente, dell’incontro di Rigoletto con Sparafucile, una tempesta ed un terzetto finale bandistico, con sistematica copertura delle voci, visibilmente tese ed insicure della sincronia con la bacchetta. La contezza della propria prestazione è stata ben evidente quanto il maestro non è uscito, a differenza dei cantanti, per le uscite singole. E’ la nouvelle vague dei direttori: o si evita il giudizio del pubblico o lo si affronta con il solido parafulmine dell’orchestra presentata sul palcoscenico.



Gli ascolti

Verdi - Rigoletto


Atto I

Ch'io gli parli - Aldo Protti (con Giuseppe Zampieri, Frederik Guthrie - 1962), Leo Nucci (con Luciano Pavarotti, Alan Held - 1990)

Pari siamo - Giuseppe Taddei (1954), Aldo Protti (1962), Sesto Bruscantini (1963), Mario Zanasi (1969), Leo Nucci (1990)

Figlia!...Mio padre! - Mario Zanasi & Renata Scotto (1969), Leo Nucci & June Anderson (1990)

Atto II

Cortigiani, vil razza dannata - Cornell MacNeil (1961), Aldo Protti (1962), Leo Nucci (1990)

Sì, vendetta - Giuseppe de Luca & Lily Pons (1940), Cornell MacNeil & Leyla Gencer (1961), Leo Nucci & June Anderson (1990)

Atto III

Un dì se ben rammentomi...Bella figlia dell'amore - Gianni Raimondi, Leyla Gencer, Cornell MacNeil & Carmen Burello (1961), Luciano Pavarotti, June Anderson, Leo Nucci & Birgitta Svenden (1990)

Della vendetta, alfin giunse l'istante - Giuseppe Taddei (con Lina Pagliughi - 1954), Aldo Protti (con Ruth-Margret Putz - 1962), Sesto Bruscantini (con Emilia Ravaglia - 1963), Mario Zanasi (con Renata Scotto - 1969), Leo Nucci (con June Anderson - 1990)

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giovedì 9 luglio 2009

Aida alla Scala: secondo cast e repliche

Breve bilancio di questa produzione scaligera di Aida dopo l’ultima di sette rappresentazioni, ieri sola recita pubblica con il secondo cast annunciato ab origine, Urmana, d’Intino, Licitra, Pons, Prestia, Spotti e mia terza recita, dopo la prima e la terza, quest’ultima per sentire la prova di Manon Feubel. Bilancio cui partecipano anche i resoconti e le opinioni di amici fidedegni che hanno assistito alle altre rappresentazioni. Bilancio per certi versi sconcertante e che dà molto da riflettere, dato che si tratta di opera di repertorio corrente.

In primo luogo la bacchetta. Si è arrivati all’ultima recita per assistere ad una serata in cui i fuori tempo che hanno caratterizzato le rappresentazioni precedenti, in particolare quelli al terzo atto, finalmente sparissero ( tremendo e marchiano lo svarione udito alla terza all’attacco del concertato dell’atto II dopo il passaggio delle trombe del trionfo e che ha spiazzato l’intero palcoscenico…). Troppo spesso durante le recite si sono uditi scollamenti buca – palco, cantanti indietro o avanti l’orchestra e scombicchieramenti analoghi ( penso alla terza recita con Pons che perde le battute “ Pensa che un popolo che muor vinto straziato..” o la salita anticipata al do dei Cieli azzurri della Feubel…).
Finalmente ieri sera le cose stavano insieme come avrebbero dovuto stare sin dalla prima recita, e così ci siamo fatti un‘idea dell’Aida di Barenboim, che non ci è parsa nulla di speciale ma semplicemente …una buona Aida. E’ rimasto rumoroso come alle prime rappresentazioni nella danza dei moretti ed in certi passaggi del trionfo, moscio e senza epica ( le trombe del trionfo mi parevano tanto liriche da essere più consone all’introduzione all’aria di Ernesto nel Don Pasquale..) per un momento che mi pare inequivocabile nella sua essenza; al contrario intenso e struggente in certi momenti come nel terzo atto, quando ha staccato un tempo ampio ad Amonasro nel “ Pensa che un popolo che muor ” ( peccato che ci volesse un Dio dei baritoni come Galeffi per reggere quell’intensità ampia e crescente con il canto…) , o certi passi del duetto Amneris Radames come la scena della tomba. Luci ed ombre, direi. E poche prove. E stacchi di tempo che hanno troppo spesso spiazzato i cantanti, che ne han fatto le spese sulla loro pelle. Pergiunta la qualità del suono dell’orchestra non è stata nulla di che, e da una bacchetta di questo calibro non è illecito avere aspettative direttoriali, soprattutto da un direttore che nel su teatro berlinese il repertorio lo ha praticato, e parecchio. Peccato.

Aida. Desaparecida la Fantini, pareva dovesse cantare l’audizionata Feubel, sostituita invece dalla Siri, che ha retto, non senza fatica, le repliche. Con voce inadatta al ruolo è stata la migliore ad opinione unanime. La Feubel ha deluso, e le ragioni della sua non andata in scena, salvo che per una sera, son state chiare. Mancanza assoluta di voce in zona centrale e grave, tanto da essere quasi inudibile in interi momenti della parte. Impressionante il vuoto di voce al terzetto di ingresso, come in certe frasi dell’aria del I atto ( “I sacri nomi di padre e d’amante…”), come al terzo. L’orchestrale di Aida non è quello dei Foscari, si sa, e la parte è diversamente scritta dunque…
Violeta Urmana ha cantato meglio rispetto al 2006, almeno stando a quanto udii allora. La voce è piccola, poco sonora, “mangiata”, come si dice in gergo, da un cambio inopinato di registro, che, in virtù di un canto non sul fiato e di una voce che anche da mezzo non era del tutto sfogata, ha causato la riduzione di volume. L’assottigliamento della voce che la cantante lituana deve operare per raggiungere la zona acuta la fa “vocina”, inadatta alle opere da soprano pesante. Ieri sera i do c’erano anche, ma sempre tirati, in mezzo a suoni falsettanti e spesso anche stonacchiati. Non riesce a forare negli ensemble nonostante stia sempre al proscenio. Di contro le manca il centro, il corpo vero della voce, fatto che rende la sua Aida incapace di qualsiasi colore perché priva di cavata. Le forcelle scritte da Verdi sono volate via come ogni tentativo di fraseggio, che è stato sempre monotono e piatto ( penso alla prima aria o al duetto con Amneris…). Che dire? Ha cantato, certo, ha messo lì un canto migliore di quello esibito al Macbeth ma …..le jeux sont fait per lei..

Radames ieri era Salvatore Licitra. Voce grande e ancora bellissima nel centro: ha cantato male, per il semplice motivo che gli acuti non ci sono più, perché son sempre stati emessi con la forza della dote naturale e non con la perizia della tecnica. La parte, per giunta, ne ha tanti, e da eseguire con squillo. E’ entrato con un recitativo bellissimo e poderoso: impressionante! Poi ha attaccato l’aria e la gola si è chiusa sin dalla prima battuta: il canto si è fatto strozzato o forzato, e da lì la musica non è più cambiata. Al centro le cose girano, in alto un disastro, con tanto di stonature e fissità, dovute anche al fatto che il tenore spinge tantissimo. Troppo. Non ci sono sfuggiti gli innumerevoli tentativi di piano, intenzioni belle e pertinenti ( un classico quella sul “vicino al sol” dell’aria ), ma eseguiti in modo sempre avventuroso, con sonorità tanto strozzate da causare mormorii tra il pubblico. In breve, ha faticato nella scena del tempio, non ha “bucato” nel concertatone del II atto, ed è crollato al III, dove ha stonato frequentemente in maniera vistosa, come pure al IV atto nella scena della tomba. Qualche contestazione al suo indirizzo, poche grazie l’alto numero di turisti.
In questo alternarsi di tenori, ove pure Fraccaro ha trovato la sua serata di contestazioni aperte alla sesta recita, cantata, stando alle cronache, come le altre sere, non ha trovato spazio Stuart Neill. Nella sua recita non è stato una folgore ma pare, stando alle cronache, che a parte un paio di svarioni evidenti, fosse il migliore dei tre. A voi informarvi ulteriormente da amici e conoscenti, ma se così è stato, c’è da domandarsi il perché bacchetta e direzione del teatro non lo abbiano fatto cantare di più.

Amneris ieri sera è stata Luciana d’Intino, della cui bellissima voce resta abbastanza poco sotto il peso di una carriera costellata da serate verdiane, senza essere mai stata voce veramente verdiana. Ha cantato con voce poitrinèe nella zona centro grave, con buona sonorità e tentando di governare, nei limiti del possibile, l’emissione, mentre in quella acuta la voce è indietro, nettamente meno sonora ed ovattata. In più “lo scalino” della voce è netto, tanto che le due voci sono immiscibili, con danno del legato in zona centrale. E’ stata capace di tirare il concertato atto II, ad esempio, ma le è mancata un po’ la benzina nella scena del giudizio, troppo pesante per lei, tanto da soccombere sotto l’orchestra. Bella l’interprete, di esperienza e gusto. Al duetto con Aida ha fraseggiato con eleganza schiacciando la collega, come pure al duetto con Radames, ove ha cercato di dare voce al dolore della donna innamorata e respinta. Per quanto male in arnese, e con alcuni suoni bassi davvero artefatti, è stata più gradita della Smirnova, a cui è nettamente superiore almeno per gusto,esperienza e intelligenza.

Non ho udito il sostituto di Pons, di cui non mi han detto gran chè. Diciamo che ieri sera il baritono spagnolo è riuscito a trovarsi nei tempi del maestro, ma il canto……lasciamolo perdere, oggi come ieri. Ho preferito il Re di Marco Spotti a quello di Carlo Cigni, perchè un filo meno gutturale, ma è questione di poco, mentre Prestia Ramfis è usurato, con la voce che balla vistosamente.

Morale della favola: c’erano molti handicaps in questa produzione, ma di certo una maggiore sintonia ed affiatamento tra buca e palco avrebbe potuto dare alla produzione un altro esito. La Scala non è da routine di teatro tedesco, proprio no. Né l’opera italiana può essere affrontata allo stesso modo di quella tedesca, perché è altra e diversa nei modi e negli scopi. Speriamo che tutti facciano tesoro di questa esperienza per la prossima stagione, maestro Barenboim in primis.

La cosa più bella dello spettacolo, ve lo voglio raccontare, sono stati i miei due vicini di posto ieri sera, Niels, di anni 12, e Dorotea, di anni 6. Sono stati i vicini più attenti e compenti di queste tre serate di Aida, col loggione inzeppato di turisti men che occasionali per un teatro d’opera e che al massimo han saputo commentare “ Ah, questa la conosco!” durante le trombe del trionfo.
Il mio piccolo vicino, allievo di violino, mi ha dolcemente commentato i cantanti uno ad uno, spiegandomi che Licitra non canta più bene, che il baritono non gli piaceva e che le donne erano le migliori del cast e perché, a suo avviso, Barenboim, non sia un direttore adatto a Verdi. Tutte opinioni che condivido! Inutile dire che gli amici che vanno ogni sera, un gruppetto sparuto e minuscolo ormai, li hanno accolti facendoli sedere nei posti centrali che occupano da sempre, perché la loro attenzione perfetta e l’intelligenza dei loro commenti li ha affascinati.
E’ stato un peccato che il piccolo Niels non abbia avuto modo di parlare con il signor ZZ, agente teatrale di professione, presente anche ieri sera in loggione ad illudersi di controllare, perché avrebbe saputo dargli spiegazioni ottime, semplici e competenti sul perché i cantanti, compresi i suoi, non fossero gran chè! ZZ ne avrebbe tratto vero giovamento professionale.

Gli ascolti

Verdi - Aida


Atto I

Se quel guerrier io fossi...Celeste Aida - Francesco Merli

Atto II

Fu la sorte dell'armi - Irine Dalis & Leonie Rysanek (1960)

Salvator della patria...Ma tu Re, tu Signore possente - Cornell MacNeil, Aprile Millo, Bruno Sebastian, Grace Bumbry, Paul Plishka & Terry Cook - Nello Santi (1986)

Atto III

Qui Radames verrà...O patria mia - Stella Roman (1941)

Ciel! Mio padre - Gwyneth Jones & Matteo Manuguerra (1976)

Aida!...Tu non m'ami!...Sacerdote, io resto a te - Mario Filippeschi (con Anna Maria Rovere & Robert McFerrin - 1956)

Atto IV

Ohimé...morir mi sento - Mirella Parutto (1963)

La fatal pietra...O terra addio - Antonietta Stella & Giuseppe Di Stefano (1956)


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