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venerdì 29 luglio 2011

Attila alla Scala: secondo cast

Quel che si è udito la sera della prima ha convinto alcuni di noi a rigettare senza appello l’eventualità di assistere al secondo cast di Attila. D’altra parte, la compagnia titolare ha espresso così chiaramente la propria estraneità non solo al concetto di esecuzione verdiana ma al canto tout court da poter ambire alla palma della peggiore produzione stagionale del teatro. Produzione accolta, ricordiamolo (ma che sorpresa), da generale, robusta approvazione. La stessa che ha a sua volta premiato direttore e “secondi” cantanti, oltre ad aver lasciato più di un dubbio a chi fra i compilatori del Corrierino ha deciso di mettere alla prova una volta in più orecchie e onestà di cronaca.

Attila, frutto degli anni “di galera”, non è certo prodotto di immensa scrittura orchestrale, almeno per quanto riguarda la sfida alla tradizione e il rispetto delle forme canoniche del melodramma. Detto questo, non mi pare meriti di essere trattato col battipanni anziché con la bacchetta. Anche perché all’interno di quelle regole consolidate rimane un’opera fortemente meditata – lunghissima la gestazione – e amata, tant’è che lo stesso Verdi fece pervenire all’editore francese Escudier la richiesta di poterla convertire in un grand-opéra da allestire nella capitale. Non sottovaluterei poi nemmeno l’efficacia “fuori norma” del concertato del Finale Primo, la scrittura vocale di alcuni protagonisti – Odabella e Attila in primis – e lo splendido terzetto del terzo atto. Luisotti invece prende la solita via del sensazionalismo a buon mercato, delle scudisciate da parata militare, forse confondendo appunto il clima marziale invero presente – pensiamo all’ingresso di Odabella, nel prologo – con la celebrazione del santo patrono di Legnano o di Cerro Maggiore. A suo favore va accreditata la perizia nel mantenere omogenea la pasta orchestrale – lavoro affatto semplice, tenuto conto del livello della compagine in questione – e la capacità di smussare le spigolosità narrative del libretto dilatando le pause (spesso concentrate durante i passaggi in cui è presente il condottiero, come l’entrata nel prologo o la catarsi successiva all’intervento di Leone nel primo atto) e accelerando i momenti di fulgore patriottico (la cabaletta di Foresto in coda al prologo). Peccato che il meccanismo appaia però esasperato, con effetti da una parte letargici e dall’altra di puro ammiccamento a ritmi più consoni alle comiche del cinema muto. Manca poi di nerbo nell’agogica, finendo per trattenersi proprio laddove il momento chiederebbe maggiore respiro. Si pensi ancora al prologo, in particolare al primo confronto tra Attila e Ezio. Il generale romano dopo aver attaccato il tema “Tardo per gli anni” lascia spazio all’intervento dell’unno (“Dove l’eroe più valido”), null’altro che una variante del motivo di Ezio. Ci si aspetterebbe pertanto un mutamento di intensità anche in buca che sappia rimarcare a fini espressivi l’impeto di Attila nel ricusare l’offerta di armistizio proposta da Ezio. Lo comprendevano bene i vari “menarisotti” della tradizione recente, alla Nello Santi, per intenderci. Luisotti invece no. E allora ne vien fuori una direzione greve, confusa, inficiata peraltro dall’aggravante della recidiva: l’Aida londinese, e la rispettiva scena del trionfo, è ancora scolpita nella nostra memoria a riprova che l’enfasi roboante si è fatta – o è sempre stata? – cifra autoriale, fuori dall’occasionalità di una dubbia visione interpretativa. A voler tirar le fila, Luisotti non sa resistere al feticcio dell’effettaccio, all’imprudente trastullo con l’atomica, al richiamo del pestacarne. Di fatto, la sua Venusberg. La sua Disneyland.
Della performance di Lucrecia Garcia ha già ben detto a suo tempo la collega Giulia. Le magagne, quando frutto di carenze tecniche e non già di un’indisposizione passeggera, è naturale vengano riconfermate la sera, i mesi, addirittura gli anni a venire (fa sorridere in questo senso l’ingenuità – per non dire altro – di chi si ostina ancora a parlare di “serata sì, serata no”). Odabella, ancor più che Abigaille, è parte per artiste complete, capaci cioè di destreggiarsi con una scrittura che prevede scansioni belcantistiche su tutto il pentagramma e un legato da autentico soprano lirico. Che è poi quel che serve a definire un personaggio che passa appunto da momenti di veemenza ero(t)ica – è ciò che seduce Attila – ad altri di totale abbandono sentimentale, caratteristiche ben individuate rispettivamente dall’aria di sortita e da quella in apertura del secondo atto. Detto questo, il soprano venezuelano è manchevole su entrambi i versanti. La voce gira piuttosto bene in zona centro-acuta (l’attacco sul fa4 di «SAnto», la salita su «barbARO», l’esternazione “grandiosa e fiera” – come da spartito – in corrispondenza di «noi donne italiche»). Però già l’aggancio degli estremi acuti (strilla il do5 di «indefiniTO») è difficoltoso, come sfiatata è la vorticosa picchiata in semicrome discendenti che toccano il si grave, nella fattispecie sbracatissimo. In difficoltà anche nell’incipit dell’Andantino (“Allor che i forti corrono”), che insiste sulla prima ottava, sempre tubata (grottesche le terzine di «sempre vedrai pugnar»). Qualcuno dalle gallerie grida “Bravo Maestro!” (?). Riesce tuttavia ad essere espressiva, pur con un suono lievemente metallico, nel recitativo del primo atto “Liberamente or piangi”, in cui stupisce l’accento sospeso, adatto al clima di dolore e malinconia (efficace la forcella su «inVOco»). Censurabile però in toto il “fuggente nuvolo”, aria che esalta la perizia nella gestione delle arcate di fiato su cui la Garcia scivola indecorosa, tra continue stimbrature e suonacci stridenti. Non aiuta poi la presenza scenica, sicuramente più adatta alla Cieca di ponchielliana memoria.
Per quanto riguarda Michele Pertusi ci chiediamo quale necessità lo porti a sostenere – dopo quasi trent’anni di carriera – due prime parti come Mustafà e Attila una sera sì e l’altra pure (correa la solita provincialità del teatro stesso). Se le cose vanno appena bene col bey d’Algeri, non possiamo dire lo stesso del capopopolo verdiano, la cui scrittura più spianata fa risaltare le pecche di una voce ormai alle soglie del collasso. A dispetto di un’impostazione corretta, che poggia sui dettami di una scuola che ancora sapeva insegnare, il centro rimane l’unica zona ancora presentabile, quando non inficiata da evidenti cali di intonazione. In basso risulta svuotato (la bemolle grave di «muor», nella sortita), peregrini i tentativi di smorzare il suono (oltretombale il do3 su cui accenna la mezzavoce in corrispondenza di «Ei mi parLO’», nel recitativo con Uldino nel primo atto) e gli acuti - benché sonori – soffrono nel vibrato largo i segni dell’usura. Pertusi resta tuttavia buon fraseggiatore, come provano per esempio i cantabili «Mentre gonfiarsi l’anima» e «Oh, miei prodi». Però troppo spesso l’accento risente di un pacchiano “furlanetteggiare”, ossia spinge la voce attraverso una vocalizzazione mutuata direttamente dal colpo di glottide. Risultato, un’Attila esteriore, imbrattato di greve naturalismo (è quindi d’uopo il confronto col vegliardo Christoff nell’edizione live diretta da Bartoletti a Firenze).
Dopo il forfait di Marcelo Alvarez, Fabio Sartori avrebbe dovuto sostenere tutte le recite del cavaliere aquileiese. Le condizioni disastrose del tenore la sera della prima avevano portato Corriere e amici a paventare l’impossibilità per Sartori di reggere il ruolo in tutte le date previste. Detto, fatto. Subentra di soppiatto Giuseppe Gipali, e va appena meglio. Foresto non è parte granché amata. E per la difficoltà della tessitura – le due arie sono state scritte per Carlo Guasco, tenore di grazia che diede voce al primo Riccardo nella Maria di Rohan di Donizetti e che con ogni evidenza padroneggiava il passaggio di registro, come tutti i cantanti degni di questo nome – e per il ruolo tutto sommato secondario, scomodo per tenori che ambiscono a trionfi personali. Gipali si barcamena bene nei recitativi che introducono i cantabili. Il timbro è notevole, l’emissione pulita al centro, sebbene la proiezione sia esangue, impiccata tra gli assi del palco. I problemi arrivano con la salita all’acuto, sempre strozzato e spinto (esemplare la ripresa del tema della seconda romanza, col verso «Perché fai pari agli angeli»), complici anche i tempi pachidermici staccati da Luisotti. Considerazioni applicabili in egual modo all’esecuzione delle strette.
…e infine Leo Nucci, su cui c’è poco da dire e ripetersi. Ad onta di un volume superiore ai tre colleghi messi insieme, non stupiscono più gli acuti berciati, il legato dissestato e quindi calante, i recitativi vociati, etc. Non stupisce nemmeno che il re degli unni, davanti a un Timur da bocciofila travestito da generale romano, rispedisca al mittente una proficua tregua e decida di combattere da solo per l’intero bottino. Insomma, un Ezio del tutto privo di credibilità, perché mai portatore della giusta austerità che la parte prevedrebbe: difatti, l’accento starebbe bene forse a un Gérard di bassa provincia. Straniante poi la richiesta di bis – prevedibili più del cantante a cui li si chiede – al termine degli “immortali vertici”.
Come accennato sopra, una serata di grande successo, decretata da un teatro gremito di turisti e di abbonati Aslico, traslati in Scala per le canoniche due opere l’anno. Quindi, vagonate, anzi “pullmanate” di applausi per tutti.

Verdi - Attila

Prologo


Allor che i forti corrono - Rita Orlandi-Malaspina (1975)


Atto III

Non involarti, seguimi - Nicolai Ghiaurov, Rita Orlandi-Malaspina, Piero Cappuccilli & Veriano Luchetti (1975)

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sabato 2 ottobre 2010

Verdi Festival 2010: Trovatore.

Di cosa vale la pena parlare, dopo la brutta recita cui ho assistito ieri sera?
Direi solamente della condotta professionale del due Meli – Temirkanov e del soprano Norma Fantini, attesa al rientro in Italia.
I primi per avere propiziato il disastro della serata; la seconda per essere incappata in una prova infelice. Temirkanov e Fantini, le mie sole curiosità ( deluse ) in questa produzione.

“Errare humanum est, perseverare demoniacum” dice l’adagio. Esporre per ben due volte consecutive al pubblico in antigenerale e generale l’indecente signora Tarasova, Azucena priva non solo dei connotati del cantante professionista, ma anche del minimale buon gusto oltre che del curriculum necessario ad essere scritturata in produzione di livello, ed osare pure mandarla in scena alla prima inaugurale ad onta delle aperte riprovazioni del pubblico alle prove, è stata operazione irrispettosa del pubblico come dei colleghi, costretti a lavorare tra ululati, grida, e consimila. Ogni persona accanto a cui passavo nel recarmi al mio posto prima della recita parlava dell’indegna Azucena della Tarasova, ridacchiando ed interrogandosi su quale caina si sarebbe creata in teatro, e se pure i protagonisti ce l’avrebbero fatta, date malattie, defezioni, fumi improvvisi visti alla prove, a cavarsi dai guai.
Tutto quel poco di buono che vi poteva essere nella produzione non è stato nemmeno preso in considerazione da un pubblico, quello del loggione, alterato dal comportamento della direzione artistica come della bacchetta ( continui i borbottii, i commenti e gli sfottò del pubblico del loggione ), incapaci di procedere alla doverosa protesta e persino alla moderazione degli incredibili effettacci dell'Azucena in questione. Direzioni artistiche e bacchette odierne paiono incapaci del minimo suggerimento in questi frangenti, procedendo incauti ed indifferenti verso il disastro, in questo caso anche a detrimento del resto della compagnia: un esempio per tutti, il caso della signora Smirnova nella recente Aida scaligera, fatte le debite proporzioni tra le cantanti.
Il maestro Temirkanov, non contento della propria assenza di rigore, si è pure esibito in una direzione insignificante, non certo all’altezza del nome che porta: direzione accesasi solo a tratti, nei cori o in qualche punto qua e là, ma caratterizzata da accompagnamenti perlopiù fiacchi, senza suggestione, dall’ingresso di Ferrando, al duetto Manrico Azucena, sino a quello finale Leonora Conte, ad onta del bel suono dell’orchestra. Per giunta l’affiatamento tra buca e coro, in particolare, non è parso sempre ineccepibile, come pure certi scollamenti con i solisti.
Il pubblico ha perciò riprovato apertamente, in corso di serata come alla fine, direzione artistica e bacchetta, accolta da un’enorme salve di bu alla singola.Sacrosanti.

La prova deludente di Norma Fantini non giunge inattesa per questo blog ( le mie perplessità ve le esternai in giugno, allorquando commentai il cartellone del Verdi festival ), e non per disistima della cantante, o perchè ormai mi stia trasformando nel polpo Paul, quanto perché …..”il canto non è l’arte della cabala”, ma scienza parecchio esatta.
Due sono le prerogative necessarie che la difficilissima scrittura di donna Leonora richiede al soprano: confidenza assoluta con la parte alta della voce, dal passaggio in sù, dove questa deve aver ampiezza ma anche assoluto galleggiamento sul fiato, e bella affinità con un certo canto di agilità, trilli e staccati in primis ( sui gravi del Miserere si può anche transigere, a patto di barcamenarsi con gusto, perché quelle sono note che quasi nessun soprano ha mai avuto…).
Leonora è personaggio dalla componente belcantistica assai accentuata, psicologicamente astratto nei cantabili delle arie, nella scena del convento sino alle ultime altissime battute del ”Prima che d’altri vivere”, ora acceso dal “sacro fuoco” della primadonna verdiana nelle cabalette, nelle strette di terzetto e duetto come nel Miserere. Le arie, in particolare il terribile “D’amor sull’ali rosee”, non tollerano lo sforzo, la stimbratura, la durezza della voce: se si canta a piena voce, servono o un timbro straordinario alla Arroyo, o la brillantezza di una Sutherland; oppure se si sfuma, come di prammatica, occorrono o i piani, non dico della Caballè ma quelli sicurissimi e fascinosi alla Gencer; al limite i falsettini di chi bara, stile Ricciarelli o ultima Cedolins, perché anche così si può vincere la partita. Di qui non si scappa.
E qui la signora Fantini non poteva prendere partito alcuno: i suoi sono gli acuti di un soprano che spinge oltre il passaggio, vuoi per scuola vuoi perché appensantita da più di un decennio di opere spinte, amministrate bene ma senza avere la vera voce del soprano spinto. Le note possono arrivare da una certa altezza in su solo forte e dure, anche vibrate, completamente fuori luogo nel canto del IV atto. Ha lottato negli atti che precedono, cercando i piani e le nuances, che pure le costano fatica, riuscendovi bene sino ad un certo punto dell’opera. Poi tutto è cessato, il canto si è fatto difficile e macchinoso. Né la Fantini è cantante che sa barare, vuoi per carattere vuoi per modo di cantare.
Quanto al canto di agilità, avrebbe anche potuto mancare di leggerezza e di slancio nelle cabalette, perché sarebbe stato normale data la carriera che si porta sulle spalle, ma non eseguire del tutto i trilli o mancare parte della cadenza in fondo al “Tu vedrai che amore in terra” è stato un po’ eccessivo per il pubblico. Di qui l’esito poco felice di una prova che la Fantini ha preparato avendo cura delle intenzioni e del fraseggio, dalla sortita a tutte le battute rivolte a Conte e Manrico, sino al finale della prigione, ove, stringendo i denti, è riuscita a cantare ancora con gusto e lirismo. Lo sforzo profuso, però, non è bastato per convincere, né per piacere a me come a gran parte del pubblico che, và anche detto, ieri sera è stato in grado di udire i difetti oggettivi di questa cantante pur avendo sorvolato, in passato recente, su prove orribili come quelle della Theodossiou nel Nabucco, o la Dalla Benetta nel Corsaro ed altre. Prove ove erano mancate oltre alle note anche il gusto e le intenzioni musicali. Ecco perchè ieri sera più che mai, di fronte alla completa sordità per il non -canto di Nucci o la faticosissima prova di Alvarez, mi sono convinta che il pubblico di Parma sia difficile non perchè effettivamente selettivo come quello scaligero, ma perché alterno, talora umorale, di fronte ai cantanti. Se ti amano vai sempre e comunque, se non ti amano o non ti conoscono…dipende dalla sera.
Detto questo, però, non comprendo le ragioni per cui una cantante esperta, professionalissima ed oculata come la signora Fantini abbia deciso improvvisamente ( o chi per lei ) di cimentarsi in una parte altissima ed in punta di forchetta, essendo abituata da lungo tempo a tessiture più centrali come Aida, Valois, Chenier e Tosca. Una nota spinta in Aida non è una nota spinta in Trovatore, i vociomani lo sanno bene.
Spiace, perché dopo la vergognosa vicenda scaligera, questa cantante avrebbe meritato una riparazione italiana diversa, un ‘occasione per provare i cambiamenti effettuati sul proprio canto in questi anni trascorsi all’estero, ma il Trovatore non era proprio il titolo giusto.

Quanto al resto, vi ho in parte detto.
Il basso, signor Deyan Vatchkov, è uscito indenne da una serata nata male per tutti, cantando senza gloria o meriti speciali. La voce non è da basso vero, ma da baritono che la pecia e la ingola, more solito.
L’ennesimo Manrico del signor Alvarez ha deluso, come già all’Arena questa estate. Di questo tenore abbiamo parlato già altre volte. Ha cantato con monotonia e piattezza, di fibra ( seppure bella….bellissima fibra!). Ha avuto voce vera solo nei primi due atti, dato che dalla pausa è rientrato con volume ridotto, fiato cortissimo nell’ ”Ah si ben mio” ( con tanto di imbarazzanti tentativi di eseguire i quasi mai cantati trilli scritti ), una Pira faticosissima, ed il quarto atto senza benzina. Ha deluso parecchio i suoi numerosi fans parmigiani.
Nucci si è prodotto in una recita last minute per sostituire l’indisposto Sgura. Ha riscosso il solo vero successo della sera, lui solo, come al solito. Il suo canto ha deluso anche parecchi dei suoi fans, perché la voce non ha più legato, timbro né morbidezza alcuna, recitativi inclusi. Per me, inascoltabile. Ma a Parma per Nucci va così.
Produzione senza infamia e senza lode, gradevole da vedere, ma senza alcunché di nuovo o di particolarmente suggestivo. Regia quasi assente, se non banale, ma niente di grave o di dannoso ad una produzione nata male e ancor peggio gestita.

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martedì 29 giugno 2010

Stagioni 2010-11: Regio di Torino e Verdi Festival

Modello di efficienza teatrale italiana, il Teatro Regio di Torino ha già pubblicato la sua stagione 2010-11 in anticipo sugli altri teatri di pari livello. Il Regio di Parma, da parte sua, ha reso nota da qualche giorno, con una conferenza stampa romana, i titoli del Verdi festival autunnale. Commentiamo insieme le due stagioni perché quella sabauda contempla, di fatto, una sorta di mini festival Verdi al proprio interno, annoverando ben tre titoli del maestro di Busseto su sette produzioni in cartellone.

Come ben sapete, non siamo soliti indagare i perché alla base delle scelte dei titoli, ragioni artistiche e culturali ispirate da celebrazioni, progetti di scambio, disponibilità di cantanti etc. Fautori dell’antico principio che le scelte dei titoli debbano maturare attorno alle personalità dei cantanti disponibili ed alle loro caratteristiche vocali, riteniamo comunque degno qualunque principio muova una direzione artistica, a patto che dìa luogo a spettacoli in grado di funzionare.
Quello dell’allestimento di opere verdiane è problema senza soluzione, legato alla carenza di cantanti, di alcune corde in particolare, che ormai paiono estinte. Si va in scena consapevolmente zoppi nei cast, perché Verdi è un must del repertorio e non se ne potrebbe accettare la dismissione come accadde, tra la fine del XIX e gli inizi XX secolo, per certi autori o certi titoli fondamentali del repertorio belcantista e del Grand-Opéra.

Colpisce la presenza da entrambe le parti un titolo raro e difficilissimo da allestire, come i Vespri Siciliani, di fianco ai più comuni Rigoletto e Traviata Torino, Trovatore ed Attila a Parma.
Sempre di target popolare gli altri titoli torinesi, dal Boris inaugurale nella versione senza l’atto polacco, Butterfly, Parsifal e la Lucia di chiusura.
Nelle corde di basso osserviamo la dura realtà del mercato delle voci: o buoni cantanti delle generazioni recenti, come il bravo signor Adbrazakov, Procida torinese, ma di scarso peso ed ampiezza per forza di natura vocale, come pure il meno quotato signor Anastassov su Boris, oppure anziani cantanti blasonati ma senescenti, come Kurt Rydl Titurel/ Gurnemanz. Idem dicasi per i baritoni, dove forse la qualità media espressa è ulteriormente inferiore a quella dei bassi, con il senescente Nucci sul Monforte di Parma, oppure giovani di scarsa ampiezza vocale, come il signor Vassallo sul Rigoletto ed il Monforte torinesi, o il signor Capitanucci su Germont, se non addirittura inadeguati per ragioni stilistiche, come il signor Sgura sul Conte di Luna. Si canta in modo sempre più ingolato, ci si è adattati alle voci gravi maschili fibrose, spesse ed indietro, direi che si addirittura maturato un moderno gusto per questo tipo di canto e così, pian piano, si è arrivati a non avere più sul mercato cantanti dotati della necessaria ampiezza, oltre che morbidezza e capacità di sfumare, idonee al repertorio verdiano e non solo. Comunque si scelga, non si riesce più ad essere all’altezza dei requisiti della parte.

Con le voci acute maschili và forse un fio meglio, ma la razionalità non pare governare tutte le scelte, in Verdi soprattutto. Il signor Alvarez torna a Parma per la terza volta nel volgere di pochi anni come Manrico. Ha sempre mancato di squillo e di vera eleganza nel fraseggio, ma, sebbene un po’usurato dalle scelte di repertorio degli ultimi anni, non sarà certo di molto al di sotto delle sue performances passate. Diversi, invece, i casi del signor Kunde e del signor Armiliato sull’Arrigo dei Vespri, il primo perché in debito di smalto, di intonazione in zona di passaggio, oltre che di vero accento verdiano ( ma se la ricorda la figuraccia di Chris Merritt a Milano??); il secondo perché manifestamente usurato nelle prove recenti di Genova ( la facile Tosca ) e di Wien ( la centrale ma pesante Forza ). Follia dei cantanti o disperazione delle direzioni artistiche? Scelte confortate più dall’esito del pubblico che da vera idoneità ai ruoli o vera qualità artistica, invece, quelle di tenori come il signor Secco o il signor Terranova in Verdi, piuttosto che del sign. Meli quale Edgardo: assenza di fantasia e di capacità propositiva, piuttosto una tendenza a fare della ruotine che garantisca il teatro da incidenti.

Ci son però corde, come quella dei soprani, ove sarebbe ancora possibile, al contrario, maturare scelte oculate ed appropriate, e non errori marchiani.
La sig Radvanovsky, con buona pace del suo nome d’agenzia, sta sulla Elena torinese in virtù dell’ormai antica performance parigina e non per le sue attuali virtù vocali, delle quali peraltro ha dato prova ( stonata e fissa )in quel di Genova un paio di stagioni or sono. Si alterna poi con una improbabile signora Iveri, dalla voce piccola, priva dei gravi come degli acuti, di capacità acrobatiche ignote e che al massimo potrà sfarfalleggiare leggiadra per lo spartito. In quel di Parma, peraltro, si aggirerà per la scena, quale Elena, l’ombra di una grande cantante al capolinea ( non me ne voglia la signora Dessì, che molto stimo ma…), dalla voce ormai compromessa oltre misura, pergiunta in una parte che richiede estensione, capacità di fraseggio e virtuosismo. Questo è caso assai diverso dal precedente, perché di diversa caratura è la cantante in questione, ma l’età vocale è qualcosa che non si può vincere o nascondere in eterno. E quello di mettere il pubblico davanti a grandi cantanti del passato, chiedendo l’applauso di stima e di affetto, e non per merito artistico ( vero Leitmotiv del cast del Vespri parmigiani ), non è ricetta poi così onesta... verso Verdi in primis.
La suggestione del nome come della fama mediatica influenza evidentemente le direzioni artistiche in misura palpabile. La signora Fantini, oggi senza dubbio la migliore Aida, Leonora di Vargas ed Elisabetta di Valois in circolazione ( e metto nel conto pure le star di agenzia signore Urmana e Stemme ) viene con poca avvedutezza collocata sulla Leonora del Trovatore, parte di vocalità assai diversa da quelle che la signora è solita praticare, tutta incentrata sul canto aereo e strumentale in acuto e fiorettature ostiche in punta di forchetta ( e che la signora, dal canto suo, ha accettato per rientrare su un mercato in cui le spetterebbe un suo spazio dati i soprani "spinti", soprattutto quelli che non ho nominato, che lo animano.. ), perché sulle future Forza e Aida invernali pare proprio già stiano la medesime e meno qualificate signore Dessì e Carosi. Scelte che non si possono certo mettere all’insegna dell’aver opzionato il meglio disponibile in commercio, ma solo della mancanza di riflessione sulle effettive performances vocali delle cantanti in questione. Per giunta su ruoli verdiani, in quel di Parma, laddove tutto è incentrato sulla conservazione della tradizione del canto verdiano e la valorizzazione degli artisti più capaci e specializzati in questo repertorio.
Della stessa suggestione del nome, in questo caso di quelli cosiddetti “d’agenzia”, soffre anche la stagione torinese. Oltre alla suddetta sign. Iveri, si propone la Violetta della sig Kurzak, soprano leggero di nessuna speciale attrattiva tecnica, timbrica e dpersonalità. Si esibisce nei più grandi teatri del mondo, certo, ma non è che nell’universo dei soprano leggeri sia cantante tale da dispensare l’impeccabile e gelida arte di una Devia o la straordinaria emotività ed espressività di una Sills…Idem dicasi per la signora Hui He, che della sua grande voce di qualche anno fa non ha poi saputo farsene gran chè, alla luce del tempo che passa, e per la quale forse non valeva la pena allestire questo titolo che della protagonista vive. Alla solida routìne che potranno offrire in coppia la signora Mosuc ed il signor Meli inLucia, tale da garantire il certo successo della produzione al pari della Traviata u.s., non mi pare che i due cast di Rigoletto e Traviata annoverino nomi in grado di assumere su di sé l’onere della serata e traghettarla in porto felicemente. Il signor Armiliato è bacchetta brava e saggia, ma, si sa, la bacchetta da sola non può nulla in quei titoli. La sola piccola curiosità sarà vedere cosa combinerà la signora Lungu alle prese con i graziosi picchettati e staccati di Gilda.
Quanto al Parsifal ed al Boris, la cui versione monca ci ha francamente un po’ stancato per i motivi che vi abbiamo altrove illustrato, osserviamo la presenza della signora Marianelli, nel piccolo ruolo di Ksenjia, dopo i dimenticati “fasti” delle Fiorille di qualche anno fa: le carriere da “gambero” non ci piacciono, nonostante noi si passi per cattivi. Noi lo scrivemmo ma…nessuno ci ascoltò.
Tra le bacchette, incuriosiscono il signor De Billy alle prese con Parsifal, il signor Noseda alle prese, oltre che con il suo amato Boris, con la gestione dei problemi vocali e drammaturgici del cast del Vespri; il signor Temirkanov nel Trovatore parmigiano…se apparirà in teatro.
Circa gli allestimenti, non dirò nulla. Come sapete, poco ci interessano, e non parlarne sarà la nostra forma di rimostranza contro lo strapotere degli allestitori ed i loro insostenibili costi.

http://www.teatroregio.torino.it/stagione/2010-2011

http://www.beniculturali.it/mibac/opencms/MiBAC/sito-MiBAC/Contenuti/MibacUnif/Comunicati/visualizza_asset.html?id=75435&pagename=129





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mercoledì 24 marzo 2010

Simon Boccanegra a Parma: Francesco Meli ha fatto l'acuto.

Serata di grande attesa a Parma per il Simon Boccanegra verdiano. Pur senza il sold out ( numerosi i posti vuoti in platea e palco ) era il solito scintillìo di abiti lunghi delle dame locali, che non sanno rinunciare all’esagerato lusso delle paillettes, dei sandaletti piumati, dei boa color ceralacca, degli abitini in foggia di lucide sottovesti, aderenti e traditrici, proposti dalle boutiques locali. La gara delle “mises“, infatti, è sempre il più divertente capodopera delle serate parmigiane, in cui normali eventi musicali vengono vissuti con caratteristica esagerata amplificazione padana.
Quanto al resto, una serata d’opera fatta più di inadeguatezze e banalità che di vero canto, da cui è uscito con successo, ma senza esagerazione alcuna, il solo Francesco Meli, al debutto nel ruolo ed unico motivo di curiosità di questa produzione.

La ripresa dell’allestimento che a Bologna aveva inaugurato la stagione passata, infatti, oltre al detto Meli annovera come protagonista Leo Nucci; Roberto Scandiuzzi chiamato in corsa a sostituire l’indisposto Marco Spotti nel ruolo di Fiesco; Tamar Iveri quale Amelia, Simone Piazzola, anch’egli sostituto tardivo, nel ruolo di Paolo. Il tutto nelle mani della bacchetta di Daniele Callegari.
Bacchetta, lo diciamo subito, mediocre e noiosa, nemmeno tanto sicura in certi accompagnamenti ove i cantanti sono parsi piuttosto in ansia nel riferirsi a lui. Vari gli attacchi sporchi dell’orchestra, che sono stati forse il peccato veniale della sua direzione, incapace di trovare i colori adeguati alle suggestioni ambientali ed alla tensione drammatica dell’opera. Con un cast senescente o, al meglio, sottodimensionato nel tasso drammatico, e perciò fisiologicamente impossibilitato a trovare accenti adeguati al testo, Callegari si è ben guardato dal supplire lui con la sua buca alla pochezza della scena. Il settore degli archi, in particolare, non ha mai esibito cavata, pienezza di suono, intensità espressiva, come avrebbe potuto e dovuto essere nei momenti topici del canto delle voci gravi maschili soprattutto. Non parliamo poi di quelle straordinarie ed irresistibili atmosfere che Verdi ha composto, nel prologo come nell’entrata di Amelia, nel concertato del palazzo degli abati come nella scena finale della morte di Simone, e soprattutto nel duetto dell’ultimo atto tra i due grandi vecchi. Callegari ha dispiegato un po’ di clangore e qualche abbozzo coloristico solo alla scena del palazzo degli Abati, ma, si sa, in quell’occasione Verdi è talmente teatrale e a tinte forti di suo che è quasi impossibile fare peggio. Ci avrebbe fatto piacere che almeno avesse preteso di avere in scena di qualche corista in più ( erano davvero in quattro gatti in quel concertato ) ed un filo in più di spessore orchestrale, perché tutto ha avuto il sapore della “domestic production”, allestita nella salone di casa, mentre il Simone ( sarò forse deformata io nelle mie idee ) è opera monumentale, solenne e per grandi voci.

Grandi voci che peraltro non erano presenti in scena, o perché di tonnellaggio inadatto a Verdi o perché ridotte a spettri, buoni per una notte macabra sul Monte Calvo.
Il signor Rigoletto, impegnato ad interpretare Leo Nucci nei momenti liberi, si è dimenticato che Simone Boccanegra non ha gli 80 e passa anni del vecchissimo doge Foscari, né barcolla in scena dal prologo al finale come il buffone della corte di Mantova, essendo un corsaro nel pieno della giovinezza al prologo, assassinato quando ancor non poteva ancora aver compiuto cinquant’anni nel resto dell’opera. Che sia un padre maturo ed austero nel corso degli atti è certo, ma che paia il fuggiasco di una casa di riposo per anziani dementi assolutamente no. Non parliamo poi del canto, duro, con le grandi nobili e sontuose frasi verdiane ghermite e sbranate alla comeposso, il timbro legnoso e talora nasale. Complice una tessitura a lui meno consona di quella acutissima di Rigoletto, si sono sentite stonature continue, insopportabili ed infiniti portamenti, calanti oltre ogni umana capacità di sopportazione. Gli hanno fanno difetto l’ampiezza, la morbida ed nobile cavata prerogative necessarie al canto di Boccanegra, insomma i presupposti al fraseggio. Solo gli acuti estremi sono arrivati, di tecnica, centrati sulla nota e precisi, sebbene con voce senescente. Nessun impegno o ingegno per metter lì qualcosa che servisse al personaggio: frasi come l’attacco “Plebe patrizi popolo” sono arrivate ghermite e dure al pari di quelle come “ e vo’ gridando pace, e vo’ gridando amor..”, in un tutto indistinto ed indifferenziato di berci, sguaiataggini e stonature. Una prova indegna di un artista di fama, intelligenza e carriera quale è quella di Leo Nucci: la presunzione che ancora lo spinge a calcare le scene in queste condizioni urta gli spettatori come me ( e non solo, a cominciare dai miei vicini di ieri ), che non si sentono né rispettati né onorati dalle sue prestazioni, ma insultati. Tanto che non sento di dover in alcun modo censurare quello che penso di quanto ho visto e sentito. Il ritiro per questo artista urge, perché ora sta davvero sfidando il bon ton del suo pubblico che ancora non può o vuole venir meno a quel doveroso rispetto che si concede ai grandi in declino. E gli applausi alla fine sono stati cordiali, ma imparagonabili a quelli ricevuti in altre occasioni.

Altrettanto dissestato sul piano vocale, un po’ meno su quello scenico, il Fiesco di Roberto Scandiuzzi.Gli restano di fatto le sole note gravi ad avere dignità di emissione, in una organizzazione vocale ove non può dare mai pieno volume al suo mezzo al fine di nascondere le oscillazioni vistose, caratteristiche delle sue prove recenti. Non riesce a fraseggiare perché non può legare i suoni, men che meno salire agli acuti. La voce è ora nasale, ora cavernosa e tubata; tutte le frasi sono state artatamente smorzate subito, le note mai tenute, a mascherare lo “stato dell’arte” della sua voce. Ne è risultato un Fiesco privo di canto, continuamente rotto o sulla difensiva, cui han fatto difetto vera nobiltà ed austerità, perché l’abuso del parlato e/o la mancanza di legato conducono a questo. L’aria ha ricevuto pochi consensi perché doveva controllarsi e barcamenarsi di continuo, tirando indietro la voce; sulle uova al duetto con Gabriele; una catastrofe a due il duettone con Simone all’ultimo atto, dove entrambi sono andati via in un vortice di stonature, cali, suoni emessi Dio sa come.. Se non altro aveva l’aria un po’ perplessa, non troppo convinta dell’esito delle cose….. ..il che è preferibile, anzi direi simpatico, rispetto a chi, invece, sta lì con l’aria convinta di farti fesso sempre e comunque…….Mi spiace.

La signora Iveri, ascendete stella del firmamento verdiano, è stata una garbata delusione. Dico garbata, perché la cantante non è certo di quelle sguaiate, che sbraitano e/o gesticolano per farsi notare nelle operone. Ma è quello che i milanesi definirebbero “ un rubìn”, cioè una vocina, educata ma senza alcun particolare fascino timbrico, dotata di una presenza scenica minima, da corretta educanda di collegio. E di qui ad essere Amelia Boccanegra ce ne passa, e parecchio.
Ha retto l’entrata esibendo il massimo del suo volume, quello del “lirico appena appena” ( sarebbe una vocina anche in Bohéme, tanto per intenderci ), in una esecuzione corretta ma incolore dell’aria, tanto che nessuno si è mosso per applaudirla. Ha poi messo lì il duo con Gabriele con un bel lirismo da giovane innamorata, ma già davanti a Meli non pareva certo una voce dotata del peso idoneo al ruolo; idem la scena con Boccanegra. Arrivati alla fatidica scena del palazzo del Abati, per quanto, come detto, si sia trattato di un “palazzetto” di proporzioni minime, la signora Iveri è letteralmente scomparsa quanto a presenza vocale. Le struggenti frasi per cui Verdi prescrive i“dolcissimo” di “Pace pace” come le successive “pace t’ispiri un senso di patria”, da attaccarsi invece sul F, sono arrivate come i pigolii di una bambina infante, e non con il lirismo aulico del soprano verdiano. Questi momenti, come pure le analoghe frasi del concertato finale, “No, non morrai l’amore vinca…”, pigolate ancor più perché a fine serata, dovrebbero essere la cartina di tornasole per quei soprintendenti e direttori artistici inesperti che, mancando del senso delle proporzioni necessario per capire il tasso verdiano di un soprano, potrebbero espletare le loro verifiche semplicemente attraverso l’ascolto dell’esecuzione queste frasi e l’effetto che ne deriva. Il canto era senza peso, la voce una fogliolina al vento in mezzo a tutto quel dramma di solisti e coro: mai a poi mai Verdi avrebbe concepito di mettere lì una voce simile a tirare il concertato. Tutto il resto è derivato da tale insufficienza evidente di peso, e di accento. Dopo il concertatone di primo atto, è sopraggiunta anche la vera fatica nel 2° e 3°, dove ha dovuto spingere ( compostamente, va detto ) in più occasioni per avere un po’ di spessore, eseguendo le note correttamente, ma senza mai poter fraseggiare. Non ricordo smorzature, messe di voce, intenzioni interpretative sensibili tali da essere riportate a voi in una cronaca, perché quando si è così sotto peso rispetto al ruolo fraseggiare è evidentemente impossibile. Amelia Boccanegra, per quanto psicologicamente aderente al clichè della figlia e dell’amante, canta numerose frasi concitate, in apprensione, di grande tensione drammatica. Tensione che per forza di cose è del tutto mancata al suo personaggio. Una Amelia incolore e poco significativa dunque.

Francesco Meli, al debutto in Gabriele Adorno, ha ricevuto l’unico vero applauso a scena aperta della serata, dopo l’aria del 2° atto, e alle uscite singole. Successo vero, ma non trionfo, di una prova alterna, la sola a piacere davvero, stando alla risposta del pubblico. La sua cosa migliore? Il si bem sparato di “Pel Cielo, uom possente sei tu” al palazzo degli abati: per la prima volta gli ho sentito azzeccare, per caso immagino, un acuto che fosse “fuori”, brillante e non strozzato. Miracolo! La cosa peggiore: il terribile terzetto con Simone ed Amelia “Perdon, perdono Amelia..”, uno dei momenti più pesanti della parte, dove sono previsti quei passaggi mibem4 -sibem 4 di “dammi la morte” da eseguire con un accento, uno squillo, un‘epica ed un tonnellaggio di voce che Meli non possiede, non essendo un tenore verdiano. Il passo gli è costato una fatica enorme, anche perché arriva a serata molto avanzata, per giunta dopo l’aria, ove aveva speso quasi tutto quello che aveva da dare. Basterebbe l’analisi della grande scena per dimostrare che queste prove verdiane sono forse d’effetto, soprattutto se gli altri cantano poco o niente, in un teatro piccolo e con un‘orchestra che è stata di fatto un ‘orchestrina. E queste sono forse vittorie di Pirro, pensate in prospettiva futura. La grande fatica per Meli si è sentita già nel reggere il recitativo della grande scena, “ Sento avvampar nell’anima..”, dove al passaggio “….mio furor, no non sarai sazio…”, con i la-la bem in cui si dovrebbe squillare, la buca lo ha coperto subito, nonostante il tenore abbia cantato il passaggio sul forte, mangiandosi anche lui, per forza di cose, le forcelle che Verdi impone in spartito. Nell’aria, poi, di nuovo gli effetti che Verdi richiede al tenore, ampie legature, doppie forcelle, men che meno quelle che portano ai ff scritti nelle ripetizioni di “priva di sue virtù…”, non hanno sortito l’effetto che dovrebbero avere, perché la voce era al massimo dall’inizio del brano. Ha cantato con voce vera, a pieni polmoni e di slancio, ma la dinamica non può esistere in queste condizioni, e questo è stato il vero limite al suo canto, che pure è arrivato con musicalità e sforzo di controllare l’emissione. Ognuno è ciò che è per sua natura, e Meli non è un tenore per questi ruoli. Proprio lui, che in una intervista di qualche anno fa, aveva dichiarato Carlo Bergonzi non essere una vera voce verdiana, immagino alludendo alla questione dello squillo, dovrebbe risentirsi invece proprio l’esecuzione bergonziana di questa scena, con sotto l’irruente ed elettrizzante orchestrona di Dimitri Mitropoulos al Met: ne avrebbe un esatta cartina d tornasole della propria verdianità e delle proprie reali possibilità di portare questi ruoli nelle grandi sale dei grandi teatri, magari con certe bacchette pestacchione come Barenboim. La voce di Francesco Meli è bella ed importante, ma in Verdi non è poi così grande, né piena, né ricca nei gravi: sarebbe bastato che Scandiuzzi, sul suo stesso palco, fosse quello di dieci anni, fa per sembrare ciò che è, un tenore al più lirico, ma non certo spinto, come è Gabriele Adorno.
Per completezza di cronaca, và detto anche che ha cantato con facilità il duetto al I atto con Amelia, pur con i noti problemi nell’esecuzione del passaggio di registro alto in “Angiol che dall’empireo piegasti”. Si è strozzato come al solito nei la acuti del duetto con Fiesco, “ Vieni ti benedico”, dove dovrebbe eseguire con altra ampiezza e nobiltà le solite forcelle doppie che costellano la parte. Non ha mai squillato nei concertati, dove, come tutti suoi colleghi, nessuno ha “forato”come si dovrebbe, ma ha cantato, con voce sonora, facile, da quell’iperdotato che è. Ogni tanto ha anche avuto buoni primi acuti, altre volte ha fatto come al solito. Ha emesso spesso delle buone a centrali, meno sguaiate di quelle che solitamente emette. Insomma, luci ed ombre in un repertorio per lui pericoloso e che non dovrebbe praticare, a parte il duca di Mantova ed Alfredo. Del resto, se Stefano Secco canta il Don Carlo ( !!!!!!!!!! ), logicamente Meli canta il Boccanegra, in compagnia di un soprano come la Iveri….
Una nota sul Paolo di Piazzola, applaudito al pari dei protagonisti. Non ci è parso baritono maturo per i grandi ruoli verdiani, perché la voce è spesso indietro, vuota in zona centro grave, e non di grande ampiezza a meno di forzarla. Il volume và e viene nel corso della serata, ed il mezzo non pare posizionato a fuoco, tanto che in alcuni passaggi pareva più un tenore di forza non sfogato che non un baritono. Lo risentiremo.

Successo non entusiastico, perché Verdi ormai è un musicista inallestibile, pur restando dell’idea che ieri sera qualcosa di meglio si poteva fare al posto del soprintendente.





Gli ascolti

Verdi - Simon Boccanegra

Prologo

A te l'estremo addio...Il lacerato spirito - Martti Talvela (1975)

Atto I

Propizio ei giunge...Vieni a me, ti benedico - Richard Tucker & Ezio Flagello (1969)

Favella il Doge ad Amelia Grimaldi? - Giuseppe Taddei & Antonietta Stella (1966)

Atto II

O Inferno!...Sento avvampar nell'anima...Cielo pietoso - Carlo Bergonzi (1960), Veriano Luchetti (1976)


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sabato 16 gennaio 2010

Rigoletto alla Scala. La provincia emiliana in trasferta

Ieri sera in Scala Rigoletto, secondo titolo della stagione ove sono bandite scelte che esulino dai quindici titoli più rappresentati al mondo. E ciò nonostante Internet e la Garzantina.
In realtà è la riproposizione in Scala di un cast, che la passata stagione nella provincia emiliana costituì forte richiamo per il pubblico, che venne, anche omaggiato del bis (ed addirittura del tris) della “vendetta”. Questa scelta è il segno, irreversibile, dei tempi. Un tempo i grandi cantanti ritenevano normale alternare ai maggiori teatri quelli cosiddetti di provincia. Bastino le cronologie di un Gigli o di una Pampanini ed in tempi a noi prossimi la Kabaivanska o la Serra. Oggi, al contrario sono cantanti da provincia nel senso deteriore del termine a calcare anche il palcoscenico scaligero.

Come accade per Elena Mosuc, Gilda, che, onorata persino da un recente fan club milanese, è cantante usurata e di provincia. Usurata perché accorciata in alto (l’unico sovracuto interpolato il mi bem della vendetta era stonato e calante), incapace di emettere un suono a piena voce oltre il si bem acuto, dal fiato corto come la accade nel “Caro nome” inficiato da prese di fiato abusive e musicalmente brutte nei picchettati e suoni non certo saldi. Di provincia perchè in tutta la serata mai una frase ispirata, mai un colore, una piatta e meccanica esecuzione delle frasi topiche di Gilda (vuoi la sognante innamorata del “Caro nome” o la ragazza divenuta donna nel “Tutte le feste al tempio”) e persino incapace di dare espressione ad una frasetta come “ ah s’egli al mio amore” di Gilda, ormai votata al sacrificio d’amore, detta con accento verista e soni prossimi al parlato. Dobbiamo, però, interrogarci sulla presenza di una Mosuc, che, comunque, è l’unico soprano leggero (perché a tale categoria appartiene la cantante) che abbia voce di una certa ampiezza nella zona centrale e che non le crei i problemi scenici ed interpretativi di Violetta, come accaduto anche in Scala oltre che a Parma di recente. Poi i tempi, i colleghi e le bacchette sono tali da auspicare la presenza di una Elena Mosuc (ieri sera nettamente superiore a tutti) che non può certo competere con un soprano di coloratura come la Gruberova e, forse neppure, con le rodate Gilde scaligere di quarant’anni or sono tipo Cioni e Rinaldi.

Quanto al protagonista della serata, che alla fine della rappresentazione ha ricevuto congrui, ma non trionfali applausi, meglio farebbe per età e conseguenti condizioni vocali a dedicarsi agli affetti familiari. Non censuro il gusto di questo Rigoletto, al pari di quelli venuti dopo Carlo Tagliabue, essere accorati, commossi, spaventati, vendicativi, sconfitti e straziati significa solo cantare mezzo forte e spingere gli acuti. In appendice come ascolto proponiamo le sporadiche eccezioni a tale principio, capitanati da Protti e McNeil. Oggi la voce di Nucci è priva di armonici e vibrazioni, incapace di cantare piano e colorire il fraseggio (salvo effettacci “Questo padrone mio..” al monologo). All’attacco di “Quel vecchio maledivami”, al primo incontro con Sparafucile, “Compiuto pur quanto a fare mi resta” e tutto il monologo di Rigoletto prima e dopo la consegna del sacco, che il povero gobbo crede contenere il corpo del Duca, allorchè tenta di cantare piano compaiono pesanti problemi di intonazione, suoni ossidati e raggiunti con portamenti e cospicuo aiuto del naso costellano frasi di scrittura scomoda come “Culto, famiglia” o il “Piangi fanciulla”. Al “Cortigiani vil razza dannata” non si scorge la differenza fra insurrezione iniziale e perorazione finale. Anche il volume è alquanto ridotto e poi che il la bem alla chiusa della vendetta sia un suono buono è del tutto indifferente per la resa del personaggio. A parità di età e senza puntatura acuta Giuseppe de Luca è assai più vindice ed insurrezionale nei panni dell’offeso buffone. Ascoltare per credere, come sempre.

Stefano Secco dispone di una voce di limitato volume, fraseggio attento e bella linea musicale, discreta e misurata presenza scenica. Ma quando lo spartito impone di cantare nella zona del passaggio superiore cominciano, pesanti, i guai. Tanto per fare l’elenco “..le sfere agli angeli..” dell’aria del secondo atto, il "D’invidia agli uomini” del duetto con Gilda, per tacere dell’inumana, improba fatica del quartetto dove il duca non svetta, ma patisce ed esibisce suoni duri ed ovattati. Privo di saldezza e sicurezza il Duca poco canta e nulla interpreta. Assolutamente censurabile in queste condizioni l’idea dell’esecuzione integrale del “Possente amor mi chiama”, privo di varianti agogiche e dinamiche e, naturalmente, del re nat alla chiusa.
Prosperosa e procace più nel fisico che nella voce Mariana Pentcheva quale Maddalena. Veramente bello da vedere specialmente nel primo incontro con il protagonista, Marco Spotti, vocalmente più che sufficiente.
Per contro e per chiudere questa litania abbiamo avuto una indegna direzione orchestrale. Fragoroso, rumoroso, pesante e monotono James Conlon, che ha offerto un preludio nibelungico, scene di corte pesanti e sgraziate, come l'accompagnamento del coro “era l’amante di Rigoletto”, o quello, indecente, dell’incontro di Rigoletto con Sparafucile, una tempesta ed un terzetto finale bandistico, con sistematica copertura delle voci, visibilmente tese ed insicure della sincronia con la bacchetta. La contezza della propria prestazione è stata ben evidente quanto il maestro non è uscito, a differenza dei cantanti, per le uscite singole. E’ la nouvelle vague dei direttori: o si evita il giudizio del pubblico o lo si affronta con il solido parafulmine dell’orchestra presentata sul palcoscenico.



Gli ascolti

Verdi - Rigoletto


Atto I

Ch'io gli parli - Aldo Protti (con Giuseppe Zampieri, Frederik Guthrie - 1962), Leo Nucci (con Luciano Pavarotti, Alan Held - 1990)

Pari siamo - Giuseppe Taddei (1954), Aldo Protti (1962), Sesto Bruscantini (1963), Mario Zanasi (1969), Leo Nucci (1990)

Figlia!...Mio padre! - Mario Zanasi & Renata Scotto (1969), Leo Nucci & June Anderson (1990)

Atto II

Cortigiani, vil razza dannata - Cornell MacNeil (1961), Aldo Protti (1962), Leo Nucci (1990)

Sì, vendetta - Giuseppe de Luca & Lily Pons (1940), Cornell MacNeil & Leyla Gencer (1961), Leo Nucci & June Anderson (1990)

Atto III

Un dì se ben rammentomi...Bella figlia dell'amore - Gianni Raimondi, Leyla Gencer, Cornell MacNeil & Carmen Burello (1961), Luciano Pavarotti, June Anderson, Leo Nucci & Birgitta Svenden (1990)

Della vendetta, alfin giunse l'istante - Giuseppe Taddei (con Lina Pagliughi - 1954), Aldo Protti (con Ruth-Margret Putz - 1962), Sesto Bruscantini (con Emilia Ravaglia - 1963), Mario Zanasi (con Renata Scotto - 1969), Leo Nucci (con June Anderson - 1990)

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giovedì 30 aprile 2009

Rigoletto a Bologna: Povero Rigoletto!

Rigoletto torna al Comunale di Bologna affidandosi a due vecchi leoni, Leo Nucci e Bruno Bartoletti, e al collaudato allestimento di Giancarlo Cobelli (ripreso da Ivo Guerra). Serata trionfale: chiamate alla fine di ogni atto, canonico bis della "Vendetta" e alla fine tutta l'orchestra sul palco, a ricomporre, pur nella persistenza dei problemi fra dipendenti e Sovrintendenza, lo screzio col pubblico causato dagli scioperi in occasione della Gazza ladra.


La direzione di Bartoletti è apparsa ottima, più ancora che per la scelta dei tempi (stringati, ma non tali da mettere in affanno solisti e concertatore), per l'abilità nel rendere la "tinta" verdiana, sopperendo con i colori dell'orchestra alla sostanziale monocromia del palco. Qualche attacco non pulitissimo di orchestra e coro (finale primo; impeccabile, per contro, la banda interna all'inizio dell'opera) e alcuni eccessi di impatto sonoro (eccessi che paiono tali, in realtà, più per deficienza del canto che per sovrabbondanza di suono orchestrale) non basta a inficiare l'esito di una prova di grande valore, segnatamente nell'ultimo atto.
Lo spettacolo di Cobelli sviluppa l'idea del "doppio" (Rigoletto/Monterone) già cara a Ponnelle: una parete di specchi spezza in due il palcoscenico, la corte di Mantova è una serie di pannelli mobili alternati ad angoscianti scorsi prospettici, la casa di Rigoletto sorge simmetrica a quella di Sparafucile, il prologo contiene in sé la disperazione dell'epilogo. L'intelligente light design e gli sfarzosi costumi stemperano bene la severità quasi arcigna della scenografia.
E con questo possiamo dire di avere praticamente esaurito l'elenco dei punti di forza della serata, perché il canto ha molto lasciato a desiderare.

Nucci ha ancora una sicurezza invidiabile nel registro acuto, anche se spesso i suoni emessi in questa fascia sembrano avere poco in comune con il canto. In basso la voce si assottiglia nettamente, scivolando nel parlato (confronto con Monterone, scena con Sparafucile al primo atto) e risultando poco udibile (alcune frasi del "Cortigiani" - il momento meno felice della serata - sono quasi soffocate dall'orchestra), e le frasi legate vengono risolte a prezzo di una diffusa nasalità, il che, associato al contegno scenico non proprio da cortigiano (seppur di basso ceto), enfatizza il carattere grottesco del buffone ma sminuisce la componente umana del padre oltraggiato, quella componente che Nucci con tanta forza sottolinea nelle interviste e che ancora emerge, sia pure a fatica, in alcune frasi del terzo atto (penso ad esempio a "Venti scudi hai tu detto?"). Forse, anche in considerazione della gloria passata, non sarebbe fuori luogo considerare l'ipotesi di un addio al ruolo. E comunque andrebbero cassati i singhiozzi nella scena che segue il ratto di Gilda. La disperazione di Rigoletto si esprime al meglio con il canto, e solo con quello.

Il Duca di Roberto Aronica è dotato di voce torrenziale, se non bella sotto il profilo del timbro, ma i suoni malfermi e spoggiati letteralmente non si contano. Fin dalla ballata il tenore dà vita a un personaggio che ha più dell'orco libidinoso che del raffinato libertino, impressione rafforzata al duetto con Gilda, in cui la salita all'acuto "Ah dunque amiamoci donna celeste" è voluminosa, ma priva di squillo e sempre a rischio d'intonazione. Intonazione che è definitamente salutata nell'aria al secondo atto, come dimostra l'attacco, per esser buoni incerto, sul passaggio di registro. La cabaletta, eseguita una volta sola, conferma il carattere poco nobile di questo Duca, che però non sa essere nemmeno popolaresco, vista l'esecuzione da balera della canzone al terzo atto, e lo stessi dicasi del quartetto, il momento peggiore della serata, con tanto di stonatura su "le mie pene consolar".

Olga Peretyatko, che avevamo lasciato peregrina Desdemona in Pesaro, è molto più a suo agio come Gilda, malgrado la parte, scritta per Teresina Brambilla ossia per una cantante che affrontava anche Elvira dell'Ernani e Abigaille, non sia esattamente da soprano leggero. E difatti i momenti migliori della signora Peretyatko sono al primo atto: non tanto il duetto con il padre, di tessitura piuttosto bassa, quanto il duetto con il Duca e soprattutto il "Caro nome", risolto con voce non molto sonora ma gradevole, belle intenzioni musicali, discreta coloratura e acuti intonati. Un po' meno bene il secondo atto: "Tutte le feste al tempio" la vede in debito d'ossigeno e gli acuti risultano un po' gridati, fino alla stecchetta sul mi bemolle, alla chiusa del bis della "Vendetta". Il terzo atto, in cui la scrittura orchestrale si fa più densa e tremenda che mai (e qui forse Bartoletti avrebbe dovuto "alleggerire" l'accompagnamento, per quanto possibile), dimostra che Gilda, malgrado il momentaneo travestimento, non è il paggio Oscar. Meglio il finale, in cui pure la stanchezza si è fatta sentire negli acuti, un po' troppo aperti. La signora Peretyatko ha comunque offerto una prova onesta e rispettabile, massime se confrontata con quella di recenti Gilde esibitesi in teatri, che hanno pretese di eccellenza in campo verdiano.

Poco da dire sulla coppia dei diabolici fratelli: Riccardo Ferrari, voce robusta ma non ampia, problematica in acuto e un po' troppo senescente, e Rossana Rinaldi, Despinetta che declama con poca voce, ci hanno fatto rimpiangere gli "urlatori" o supposti tali che la profonda provincia italiana soleva proporre in queste parti, cruciali nell'economia del dramma. Fra i comprimari va segnalato il Ceprano di Raffaele Costantini, voce bella e ampia, che avrebbe forse meritato un ruolo di maggiore spicco, vista anche la modestia del contesto.


Gli ascolti

Verdi - Rigoletto


Atto I

Caro nome - Mercedes Capsir (1930)

Atto II

Ella mi fu rapita!...Parmi veder le lagrime - Ferruccio Tagliavini (1940)

Cortigiani, vil razza dannata - Domenico Viglione-Borghese (1924)

Sì, vendetta - Apollo Granforte & Nunu Sanchioni (1930)

Atto III

La donna è mobile - Dino Borgioli (1930)

Bella figlia dell'amore - Marcel Wittrisch, Margarete Klose, Erna Berger & Willi Domgraf-Fassbaender (1932)

V'ho ingannato...Lassù in cielo - Lucia Popp & Lorenzo Saccomani (1972)


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mercoledì 25 marzo 2009

I due Foscari alla Scala

I Due Foscari si chiudono con la sinistra frase dell’antagonista “ Pagato or sono”, che sarebbe lugubre e sinistra se chi la canta fosse dotato di autentica voce di basso. Ieri sera la dirigenza scaligera avrebbe potuto cantare, in vena di perifrasi, “Graziato or sono”, perché il teatro, dinnanzi ad una mediocre e raccogliticcia ripresa dei Due Foscari, che avrebbe meritato riprovazioni, ha invece regalato applausi, contenuti, di cortesia e tutto è filato via senza incidenti di percorso. Ma in un clima di silenziosa sopportazione.

Foscari raccogliticci ed improvvisati ab origine. Storia nota, che il titolo è stato programmato in luogo di un altro, e di ben maggiore impegno per la protagonista fuggita dopo un infausto Macbeth, quindi, scelto il titolo, è cominciata la caccia ai cantanti. Secondo il costume usato, anzi il malcostume.
La prevista protagonista femminile è sparita, come pure il previsto ed annunciato direttore, tanto che da Natale alle prove è stato un susseguirsi di audizioni affannose per la Contarini e di ricerca per la bacchetta supplentie Eventi questi che fanno ritenere che i più titolati destinatari delle lamentele e delle reprimende del pubblico non siano coloro che stanno sul palco, ma coloro i quali decidono chi mandare sul palco.
Il problema non è trovare o individuare qualcuno migliore per le parti, ma domandarsi dell’utilità ed opportunità di proporre questo titolo.
Quanto ai protagonisti della serata l’ottuagenario Francesco Foscari è stato affidato al quasi coetaneo Leo Nucci.
Al signor Nucci è sempre mancata la tecnica dei grandi baritoni sino al primo cinquantennio del secolo scorso, alla Pasquale Amato o Riccardo Stracciari, tanto per esemplificare. E con la mancanza di tecnica anche la mancanza di autenticità del fraseggio, vuoi che siano i recitativi (si veda il recitativo iniziale di ingresso, come quello all’atto terzo, già presaghi di Rigoletto) vuoi i cantabili (dalla cavatina di sortita , di autentico gusto e colore donizettiano, al duetto con Lucrezia sino all’intera scena finale, che è di mano e gusto verdiani). Oggi al signor Nucci mancano anche il decoro ed il rispetto di sé e del pubblico. Nelle condizioni in cui si trova, volume scarso, nessuna possibilità di dinamica sfumata, voce priva di armonici, si lascia il passo alle generazioni successive. E se queste sono di più bassa levature vale, comunque, il principio “meglio rimpianti che compianti”.
Il signor Sartori non è dotato certo di voce di bel timbro, e ciò poco importerebbe se la voce fosse messa là dove ha da stare per poter ben cantare. La voce, dotata di un certo corpo nella zona centrale, si assottiglia già dal passaggio superiore e primi acuti (di estremi Jacopo di fatto non è chiamato ad emetterne) sfugge indietro o nel naso, ed il canto legato non arriva mai pieno e facile, perché non è vera voce da Verdi, ma nemmeno aristocratico tenore da Donizetti, come ben si adatterebbe alla sezione centrale della grande aria di sortita al primo atto., che riporta alla sortita di Riccardo della Rohan. Le forzature del mezzo si sono unite ad un interprete inerte, monocorde e senza accento (un esempio per tutti, totale latitanza di accento alla grande scena in apertura di secondo atto e nel finale), che mai ha convinto od emozionato.
Niente di peggio che il suono sfolgorante ed il piglio verdiano staccato per la prima cabaletta dall'orchestra con una voce priva di ampiezza e squillo. Tralascamo che se si esegue il da capo qualche puntatura e una qualche variazione agogica sono irrinunciabili. Ma qui le correità è della bacchetta.
Manon Feubel, che doveva essere la vittima sacrificale di una serata, che alcuni immaginavano miracolata dalla presenza del grande divo, ha, invece, portato a termine il suo difficile compito gestendo la pestifera scrittura della grande dama Contarini con un canto….. perfettamente a livello dei suoi colleghi di cast.
Certo quando è sortita dalle scene del soprano drammatico di una volta c'era solo il fisico. Non la voce. Accreditata di una voce importante, a noi è parsa semplicemente una voce lirica, dalla sonorità variabile ( meglio le cabalette degli ariosi da questo punto di vista , di timbro anonimo e decisamente ovattata, che in acuto, soprattutto con lo scorrere della serata, tende ad assottigliarsi sensibilmente, il tutto per una prima ottava aperta e mal impostata. Ha cantato, pur sforzandosi, con pochi colori, perché il canto piano costa fatica; qualche passo di puro petto in basso, buona foga nelle cabalette, ed astensione di questo molto la ringraziamo! ) da strilli, lanci di stracci e raptus inconsulti, che costellano le prestazioni delle moderne Contarini e primedonne analoghe.
La presenza di Manon Feubel nel ruolo della Contarini invita ad un'altra riflessione. Questa cantante è una assoluta sconosciuta, non giovanissima con una carriera di provincia. E sino qui nulla di strano anzi assolutamente normale. La prova della funesta situazione in cui si trova il canto è che i soprani che i protagonisti delle nostre riflessioni del venerdì proposte e proponendo sponsorizzano , sostengono , caldeggiano cantano esattamente come la signora Feubel.
Un tempo fra un soprano che si esibiva alla Scala ed uno che stava abitualmente fra Reggio Emilia e Ferrara la differenza era eviidente e tangibile.
La direzione d’orchestra del maestro Ranzani non ha impressionato, né in un senso né in un altro. Non comprendiamo la scelta di eseguire l’opera integralmente, date le difficoltà del cast: solo la Feubel ha esibito un paio di puntature nel da capo della prima cabaletta, mentre gli altri hanno ripetuto all’identìque le seconde strofe, per giunta con certe difficoltà di accento ( alludiamo alla mancanza di vigore di Sartori in particolare). La forbice talora soccorre, ed abbrevia serate che, come questa, non decollano ed annoiano. La direzione è stata utile al canto, ma ha mancato di varietà nella dinamica, ed i numeri sono arrivati tutti scollegati, come se mancasse una unitarietà del tutto. Sbagliato perchè quest'opera ha una sua struttura sia nell'inizio con le presentazioni dei tre personaggi, che poi cominciano a dialogare sia per i loro rapporti familiari che pubblici e che con tra scene si congedano dal pubblico e per due di loro anche dalla vita terrena. Ma queste forse sono solo impressioni che si hanno in queste serate polverose e…..provinciali.
Allestimento già visto, tradizionale, di bella qualità scenografica, ma banalissimo sul piano registico.
dd & gg

Gli ascolti

Verdi - I due Foscari


Atto I

O vecchio cor che batti - Riccardo Stracciari (1906)

Atto II

Notte! Perpetua notte...Non maledirmi, o prode - Bruno Prevedi (1971)

Atto III

Questa è dunque l'iniqua mercede - Pasquale Amato (1907)

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martedì 7 ottobre 2008

Festival Verdi a Parma: Rigoletto

Tutto come da copione il Rigoletto di ieri sera a Parma.
Spettacolo deputato a salvare il bilancio di un Festival Verdi in affanno, questo Rigoletto era fondato, come sempre, sulle esperte e popolari spalle del settantenne Leo Nucci, protettore, trascinatore e dispensatore di bis seriali, mentre il resto delle prime parti, in mano alle nuove leve, consisteva in un famoso soprano di modeste qualità tecniche e in una voce maschile idonea alla musica folk. E’ bastato il blasone del Grande Vecchio protagonista, opportunamente collocato nell’antica produzione di Samaritani, lussuosa e tradizionalissima, ad infiammare il teatro di Parma alla fine della serata, trasformando in un assoluto successo un ripresa davvero mediocre dal punto di vista musicale. Ma mediocre molto!

Per Leo Nucci il discorso è identico a quello fatto per Bruson. Con l’aggravante ( per il teatro odierno ) che l’inossidabile Leo continua ad assumere su di sé ruoli protagonistici. Bruson scippa furbescamente la serata ai giovani, colpevoli perché incapaci di sopravanzarlo artisticamente; Nucci, invece, la serata la regge proprio da solo, prendendo i giovani per mano e mettendoli entrambi, Duca e Gilda, sotto il mantello del buffone dopo il prevedibile bis della Vendetta, e dirigendo il favore del pubblico verso gli…. apprendisti cantanti. E l’ovazione dei “tarallucci e vino” si è trasferita irragionevolmente ieri sera sui due che proprio non la meritavano, né per canto né per carriera. L’uomo di teatro è così, sa come si fa a stare sulla scena, come si reagisce al clima della sala, come si governa il pubblico: ieri Nucci ha dispiegato la sua arte vera, meramente extravocale, portando il pubblico dove si voleva, ad applaudire tutto e tutti. Il suo cachet comprende anche in questo: cantare senza più la voce e garantire il successo, facendo il Patriarca della serata. Bravo Leo!...bis!
L’analisi del suo Rigoletto è quasi inutile, perché tutti almeno una volta lo hanno sentito. Gli acuti ormai sono pura risonanza di maschera ma priva di timbro. Il centro è duro e legnoso, con un legato non di prima qualità e che lo penalizza nel lato patetico del personaggio ( penso alla sezione “miei signori, perdono pietade” del Cortigiani vil razza..o al duetto con Gilda, dove la voce proprio non girava…); stupendo quasi più oggi che in giovinezza il Pari siamo, dove la senescenza vocale adesso scompare sotto la forza del fraseggio, dove ogni parola, una dopo l’altra, sono scandite con accento e colore diverso, come accade agli artisti maturi e consumati; terribilmente berciato ( come in passato.. ) il canto di slancio concitato, dai Cortigiani vil razza dannata al Si vendetta tremenda vendetta, che il loggione di Parma, che per tradizione atavica ama sintéir sbraièr, ha ovviamente chiesto di bissare. Il personaggio è scenicamente efficace, bello, stra-iper-rodato….quindi? che si pretende di più da questo signore?? Bravo, bis….un bis richiesto anche al Cortigiani a dire il vero, ma che ha suscitato un preoccupato alzar di sopracciglia…” no, eh! Questo no perché è davvero troppo..!!” mi è parso il senso dell’espressione. Giustamente.

La Gilda di Desireè Rancatore mi ha suscitato una impressione opposta a quella della sua Lucia bolognese. Il personaggio qui mi è parso convincente, o comunque di buon livello, soprattutto scenico. La qualità del canto, invece, nettamente regredita. Ho risentito, purtroppo, la Rancatore della Scala, vocalmente periclitante in tutta la gamma, compresi i mitici sopracuti, che ieri sera le sono venuti solo in chiusa al bis della Vendetta. La signorina canta con poco volume ( ricordavo una voce francamente più sonora ), il centro aperto e querulo, fuor di maschera quasi sempre, a detrimento della nobiltà del personaggio: le peggiori Gilde a fine carriera della storia hanno talvolta esibito questo difetto marchiano. Dico talvolta, perché quando la voce è messa così, eseguire il passaggio di registro inferiore e superiore diventa davvero complicato. La cantante, infatti si arrangicchia maldestramente quando scende, dove tuba i suoni in modo poco utile ( penso a come sono parse difficili frasi come l’attacco del Caro nome che il mio cuor…), e stenta a salire, dove già i primi acuti sono stonati, al primo atto in modo particolare, o falsettanti, o calanti ( penso all’incertezza evidente mostrata nel duetto con Rigoletto, da cui ne è uscita a fatica ).
L’aria, prototipo di vocalità da coloratura leggero quale è la Rancatore, è stata disbrigata con sicurezza solo nelle frasi finali, mentre la prima sezione pareva chissà quale inumana scrittura. La sofferenza vocale è stata evidente persino nell’esecuzione di staccati e picchettati, che dovrebbero essere il pane quotidiano delle voci leggere e che costituiscono la parte più facile del canto di coloratura.....( vengono anche ai sopranini a fine carriera!!). Soprattutto la difficoltà sul passaggio superiore le ha precluso un canto facile e di slancio nel duetto con il tenore e nell’esecuzione della bissata Vendetta. Quanto ai suoi blasonati sopracuti, ripeto, è stato degno della notorietà della cantante solo quello in chiusa al bis. Gli altri davvero faticosi, per via della posizione sempre troppo bassa della voce. Il pubblico l’ha premiata con un buon applauso al Caro nome ed un applauso intenso, secondo solo a quello di Nucci, all’uscita finale.

Il Duca era Francesco Demuro, giovane scoperta della Soprintendenza del Teatro di Parma. Già inopinatamente collocato sul secondo cast della Miller (un ruolo veramente troppo basso per lui e che lo aveva sfiancato in un atto e mezzo ), il giovane tenore ha mostrato tutte le sue carte, ossia una dote naturale bella, per timbro e per estensione naturale. Ma da qui all’essere un tenore vero ve ne corre molto. Idem per essere un Duca davvero cantante. La voce nel primo atto non pareva nemmeno impostata, le salite all’acuto fatte senza nemmeno abbozzare il passaggio di registro. Di qui la scarsa dinamica, perché se non è nella maschera la voce non può essere agilmente manovrata. Ha tentato numerosi piani, pianissimi e smorzature,che gli sono uscite falsettanti e piatte, talora sporche ed incerte. Non c’è respirazione professionale; non c’è appoggio della voce. Il volume è modesto, tanto che a volte non passa la buca; non c’è proiezione del suono. Che devo dire? Scenicamente è carino, un omino di bell’aspetto e buone intenzioni, che ispira simpatia. Un ragazzo che ha davanti a sé o una lunga via di studio serio o una carriera minima. Ha retto l’entrata con la freschezza; ha cantato da dilettante il duetto d’amore ( il punto più basso dell'intera serata ); ha cantato l’aria con gli acuti indietro, sempre più piccoli e la voce evidentemente vibrata perché priva di sostegno; è sparito all’ultimo atto, in una Donna è mobile di poco suono ed un quartetto per lui davvero enorme. Un esponente del presente pazzesco che viviamo, dove si và in scena del tutto acerbi per intraprendere una carriera. Il pubblico lo ha premiato in modo misurato , al pari delle seconde parti.

La Maddalena di Stefanie Iranyi l’ho udita poco, per via di una voce modesta, poco proiettata ma evidentemente diseguale. La sua concezione del canto è abbastanza ordinaria e volgare, almeno su questo personaggio, dove per essere donne di strade dal canto sbracato ( ma Maddalena canta davvero sbracato ???) bisogna almeno avere la voce. E di quelle grosse!

Lo Sparafucile di Marco Spotti è stata la cosa migliore della serata. Altissimo, con un trucco che gli ha tramutato il volto in teschio ed i capelli lunghissimi, hanno tolto a Sparafucile l’immagine da Mangiafuoco che tante volte abbiamo visto. Pareva uno spettro! La voce di Spotti è da vero basso, di buon volume. Talora la infossa artificiosamente, come fece malamente a Milano in Aida, ma quando non si fa prendere da questo modo di cantare e cerca di mantenere il suono alto e proiettato, canta in modo apprezzabile e con gusto. Ieri sera mi è parso il migliore.

La direzione di Zanetti è stata un po’ a due binari. Veloce, intensa e drammatica quando cantava Nucci, per il quale ha prodotto velocità e sonorità idonee a sorreggere le mende vocali del cantante anziano. Incolore, o comunque anodino, nel resto della serata, dove ha correttamente accompagnato i resto del cast.

Riallestito riccamente il vecchio spettacolo di Samaritani, efficace e collaudata cornice per una rappresentazione tradizionale.

Si è chiusa così la successione delle prime del Festival Verdi ( del Nabucco reggiano vi diremo poi ). Un Festival di grandi ambizioni ma di poca sostanza artistica vera. Avremo modo nei prossimi giorni di ciarlare su questo, di assenza di voci, di scelte artistiche, di gusto e prassi loggionistica in quel di Parma. Diciamo solo che questo Rigoletto pareva la vera prima del Festival, con tanto di politici, Ricciarelli, Sgarbi e sciccherie parmigiane varie, perché il Rigoletto, sebbene fosse un “povero Rigoletto” , è sempre attrattiva popolar mondana ben più di un titolo da anni di Galera




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venerdì 3 ottobre 2008

Luisa Miller a Parma


1 ottobre 2007

Piange e soffre Luisa al Festival Verdi di Parma, in quello che dovrebbe essere il tempio del canto verdiano, modello per gli altri teatri italiani ed esteri. E spiace, perché molte occasioni si sono perdute non certo per cause di forza maggiore, mancanza di mezzi o di voci, ma per l’assenza di una linea chiara che ispirasse la riproposizione di questo titolo.

Se non si ha nulla da dire, se non si ha una concezione stilistica precisa di ciò che si vuole allestire, non si và da nessuna parte, nemmeno nella routine, perché la routine odierna, a differenza di quella che si faceva sino ad una ventina d’anni fa, esula ormai anche dalle minime competenze in fatto di gusto, pertinenza stilistica appunto, fondamenti della tecnica di canto…..etc.
Parma allestisce Luisa Miller paga dell’aver messo in cartellone tre grandi nomi, forse il meglio che si possa trovare oggi sul mercato, ma non va oltre: dà loro una bacchetta di mestiere ma non certo di personalità, o che abbia la capacità di imporre una cifra personale di fronte a cotanti nomi ( talora nemmeno l’andare a tempo....), ed un regista che non vessa gli artisti con le note di regia, ma che mette insieme due o tre numeri dejà vue, di segno evidentemente contraddittorio sia per quanto attiene la scenografia, che i costumi. Del resto ciò basta a creare un successo da parte di un loggione felice di vedere i suoi beniamini, anche questi lasciano desiderare dal punto di vista vocale e musicale.

Attesa al riscatto dopo l’imbarazzante Norma di Barcellona e a dover dimostrare che la stagione che l’attende è alla sua portata, contrariamente all’opinione dei più, Fiorenza Cedolins si è presentata puntuale, con il ruolo depurato da taluni effettacci praticati in quel di Madrid due anni fa ( alludo, ad esempio, al Tu puniscimi o signor che veniva risolto ricorrendo troppo al registro di petto in zona grave….), cercando pulizia delle agilità, lirismi frequenti con smorzatore e piani, puntando, cioè, su una Luisa dimessa, lirica, intensa fin troppo ( proprio il Tu puniscimi o signor era veramente troppo sulla difensiva, perchè il momento è tragico..). Tutto ciò è stato di certo il lato migliore della serata, oltre che della prova della Cedolins, la sola che abbia esibito una linea di canto, o meglio, abbia tentato di avere una linea di canto vera, elegante e pertinente nell’accento. Se le si deve ammirazione per questo, resta il fatto che la voce è ridotta al lumicino, da soprano da Elisir d’amore più che da Aida e Trovatore ( !!! ), senza armonici, priva completamente della zona bassa e degli acuti estremi, che suonano ormai piccoli, fissi e talora veramente gridati. Ha evitato la dizione artefatta esibita altre volte, ha cercato di legare sul centro anche laddove tutto è diventato complicato, tanto che talora i suoni stanno nella bocca, un po’ arrotati in zona centrale. Insomma, ha cercato di cantare “ bello” e pulito, nella misura delle sue attuali condizioni vocali, col risultato che l’entrata ha lasciato tutti un po’ lì per la sorpresa data dalla magrezza del mezzo, gli staccati non facili; si è difesa al concertato primo; ha avuto scarsa drammaticità nella scena con Wurm, dove soltanto nella stretta finale c’è stato un il giusto peso specifico; maluccio il quartetto a cappella, con qualche stonacchiata in alto e si è difesa nel duetto col padre e nel finale del III atto, ove è arrivata molto stanca, cempennando anche alcuni staccati. Che dire alla fine? La Cedolins sa quel che si dovrebbe fare, ma le riesce soltanto in parte. E' sempre sorvegliata e tesa perchè tutto è innaturale, difficile; la voce non ha "il giro" e questo spiace agli ammiratori di un tempo. L'altra sera il futuro degli impegni è apparso spaventosamente sovradimensionato rispetto alle attuali capacità tecniche ed alle possibilità della voce.

Nucci ha cantato come sempre: capito che la serata girava maluccio, sul freddino andante, ha ben pensato di darci dentro nell’aria e di berciare, nel vero senso della parola, la cabaletta, memore del motto che per suscitare gli applausi si deve fare di tutto, “ anche calarsi le mutande !”. E così è stato: il cantare vociante paga l’orecchio del popolo, e che il baritono da Verdi debba fraseggiare legando e non ghermendo, smorzare e rinforzare i suoni invece di abbaiarli, tutti se ne sono dimenticati. Il fatto di essere al Festival di Verdi, poi, non importava a nessuno. Ottenuta l’ovazione che ha un po’ smosso le acque, il nostro simpatico baritono nonnetto si è placato, è ritornato ad un canto più quieto, con una voce che, a parte gli acuti estremi, è straordinariamente fresca ed invidiabile. Grande uomo di teatro Nucci, non c’è che dire. Peccato che ogni tanto non resista e si faccia tentare dal canto lupino e volgare.

Quanto ad Alvarez, ha fornito, insieme alla Franci ( che mai è stata contralto, e Dio sa che ci faceva a cantare Federica, che è ruolo serio e non da caratterista!!), una prova di vero malcanto, anche se con una voce di qualità. Ma cosa sia il canto, e cosa distingua il fatto di avere la dote dall’essere un cantante, questo tenore pare proprio non saperlo. La sua prova si può definire sinteticamente urla e falsetti, falsetti e urla. La sua “generosità” del “buttarla fuori” tutta, del cantare a squarciagola, con la mano sul cuore, non porta da nessuna parte. Il personaggio è sempre lo stesso, non diverso dal brutto Riccardo del recente Ballo parigino o dal Cavaradossi areniano. Passa il duetto d’entrata con Luisa, arrivano gli zittii per entrambi al duetto Federica-Rodolfo, regge di prepotenza la scena col padre. Nessuna nobiltà, un accento genericamente e banalmente irruente, che può anche andar bene, appunto nella scena di sfida a Walter ( sempre ammesso che anche lì si debba urlare… ), ma che disturba l’ascoltatore nel recitativo e nell’aria, straordinario momento di inventiva musicale che ha letteralmente distrutto.



E qui ci si domanda se chi sta in buca, a Parma come a Parigi, non sappia o non possa moderare questo canto inconsulto, a squarciagola, acuti fatti con contrazioni di gola, singulti e penosi falsettini che vorrebbero sembrare pianissimi senza esserlo, per carenza di sostegno della voce. Mormoravano i vecchietti in palco con me l’altra sera, ed hanno anche mormorato all’indirizzo di un loggione che plaude in questo modo simili esibizioni. Rodolfo è nobile, romantico, estatico, e nell’aria ricorda con malinconia il momento più bello della sua vita: è mai possibile che urli??? Da lì in poi, sempre più stanco, Alvarez è andato verso la fine dell’opera, col fiato anche evidentemente corto nella scena finale con Luisa, vociando a vanvera, con gli acuti indietro e tutto quanto ne consegue.

E si!!! Si può proprio dire che a Parma, in questa Miller, chi voleva cantare come si dovrebbe non poteva, e chi poteva non ci ha provato quasi per nulla. E il maestro in buca qui che fa? Serve solo a battere il tempo? E la Direzione Artistica che fa? Come tutela le peculiarità del canto verdiano? E’ sufficiente questa ruotine dei più grani nomi del momento? Che idea si fa un giovane oggi di come si dovrebbe cantare Verdi? Da come applaudivano i ragazzi del loggione, si potrebbe ben dire che anche qui la tradizione del canto è perduta.

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venerdì 27 giugno 2008

Nabucco all'Arena di Verona : Viva Nabucco!

Ripresa della nuova produzione dello scorso anno affidata a Denis Krief anche questo Nabucco, come la Tosca dell'altra sera, trova la sua ragion d’essere nei due nomi protagonisti, il grande Leo Nucci, Maria Guleghina e nel direttore d’orchestra, Daniel Oren, anch’egli dalla lunga frequentazione con Nabucco e con l’Arena.

Ne dovrebbe sortire uno spettacolo di grande effetto, invece, salvo il coro, qualche sprazzo dell’orchestra e alcuni momenti del mattatore Leo Nucci, la serata è stat priva di grandi momenti.
Innanzitutto vale spendere due parole sulla regia di Denis Krief, ennesimo genio-innovatore-rivoluzionario del teatro di regia, che, alle prese con un’opera che da Arena decisamente sarebbe, ovviamente rinuncia a qualsiasi seppur minimo tentativo di essere tradizionale per cercare un vuoto modernismo, che oggi pare ancor più l’apoteosi del visto e dello stravisto, del banale e dell’inutile.
Un’enorme struttuta metallica bianca campeggia sul palcoscenico con dei libri al suo interno, a rappresentare una biblioteca, simbolo della cultura degli ebrei, al cui lato si trovano una serie di cilindri tagliati a metà, che dovrebbero in qualche modo rappresentare i babilonesi…o queste almeno erano le intenzioni del regista. I costumi sono rigorosamente verde militare, marrone o neri, unica eccezione il bianco di Fenena, ed è la solita riproposizione di cappotti, vestaglie, palandrane, kimoni visti in svariati spettacoli che possono andare dall’Orfeo di Monteverdi alla Lucia di Lammermoor al Cavaliere della rosa. I babilonesi marciano alla maniera dei cosacchi e al terzo atto Abigaille e il coro femminile di sue seguaci sono vestite in maniera punk, con una grossa parrucca leonina alla Tina Turner che fa sembrare la Guleghina una Loredana Bertè dell’opera. In aggiunta qualche luce rossa al neon, la cui simbologia non sappiamo decifrare.
Di regia vera e propria non ve n’è affatto, nessun lavoro sugli interpreti, molto tradizionali nello stare in scena, nel bene e nel male, nessun idea originale, a meno che l’idea originale non fosse quella di far cantare il Va’ pensiero (benissimo eseguito dal coro e da Oren e bissato come di tradizione) nella struttura metallica-biblioteca.
Ci chiediamo francamente il senso di una simile non-regia, che non è innovativa e non è originale. I cosiddetti geni delle regie moderne di regie vere e proprie ne fanno sempre meno, limitandosi invece piuttosto a inserire paccottiglia quinci e quivi senza un minimo di logica pretendendo di spacciarla per arte. In realtà, almeno nell’opinione di chi scrive, non vi è molta differenza fra una regia come questa e il vecchio “Si entra da destra, si esce da sinistra, il coro entra dal centro”. Solo una, la seconda è culturalmente molto più onesta, sebbene non giustifichi.... un lauto cachet!
A capeggiare il cast, più in forma che nel recente Macbeth scaligero, Leo Nucci, che arriva spavaldo a cavallo, facendo capire fin da subito che la grinta non gli sarebbe mancata neanche per questa serata areniana. Il canto è ancora buono, la voce molto sonora, i rilievi del tempo si sentono nell’intonazione, non sempre precisa, e nei frequenti portamenti che miniano l’intonazione più di una volta. Il suo Nabucco non brilla per finezze, si esprime, anzi, quasi sempre sul forte o sul mezzo-forte. Il recente esempio della rozzezza di Lucic-Rigoletto induce a non essere troppo severi con il vero leone dell’Arena, ultimo baluardo insieme a Bruson, di un professionismo della corda baritonale che si sta vieppiù perdendo.
Insieme a Nucci trionfatrice della serata è stata Maria Guleghina, che ha, a dire il vero, solo il merito di avere una voce importante (in un mondo in cui famose, ma non certo brave, Lady Macbeth hanno il volume di Mimì), più grossa che grande e tecnicamente decisamente non irreprensibile. L’aggressività con la quale decide di caratterizzare Abigaille la spinge a cantare quasi sempre forte e fortissimo, spingendo e spesso gridando. I tentativi di cantare piano, come in Anch’io dischiuso un giorno, o nel finale, sono rovinati a causa delle mende tecniche, che fan sì che la voce si spezzi in più di un punto e che non emetta dei veri e propri pianissimi, quanto, invece, dei suoni falsettati e ingolati. L’intonazione poi, non è mai pulita, gli acuti sono spesso calanti e lo sono anche alcuni suoni centrali (nella sezione centrale del duetto con Nabucco marcatamente). E vale la pena notare che il notevole volume dei primi due atti al terzo è sensibilmente ridotto, causa, forse, la fatica di un canto tanto forzato. Fa storcere il naso pensare che una cantante con grossi problemi di dinamica e senza alcuna fantasia interpretativa sarà la nuova Adriana Lecouvreur del Metropolitan di New York….....sic!
Roberto Scandiuzzi come Zaccaria mostra più evidentemente i segni del tempo. La voce suona alle volte ingolata, nella zona medio-acuta e nel grave estremo si producono suoni malfermi, mentre alcuni acuti, come quello che conclude la profezia, sono fibrosi e duri. Né si puo’ dire, con queste premesse, che il personaggio e l’altera sacralità del sacerdote ebraico, siano venuti fuori in qualche modo. La coppia di innamorati Fenena-Ismaele era composta da Rossana Rinaldi e Valter Borin. La prima non riesce a brillare nel breve ruolo di Fenena, in scena piuttosto come la Maddalena del Rigoletto, e con più di un problema nella linea vocale, che inficiano la riuscita dell’arioso Oh dischiuso è il firmamento, coronato da un acuto strozzato e fisso. Valter Borin, invece, proprio negli acuti di Ismaele spera e affronta ogni nota dal fa diesis al la come si trattasse del do della Pira, con una voce però da lirico-leggero, una esagerata veemenza, senz perciò convincere più di tanto. Completava il cast il buon sacerdote di Belo di Carlo Striuli e la coppia Anna-Abdallo.
Molto bello il suono dell’orchestra, guidata dalla mano esperta di Daniel Oren, un po’ generico e con la tendenza ai tempi rapidi, che ha trovato i suoi momenti migliori nei brani più concitati dell’opera, perdendo però la sacralità di momenti come la profezia di Zaccaria, letteralmente tirata via, forse anche per favorire l’inteprete, alquanto in difficoltà. Come già detto, molto bene il coro che si guadagna le ovazioni del Va’ pensiero, bissato come di consueto.
Una nota di merito al solito entusista clacqueur dell’Arena, che ha dispensato superlativi assoluti agli interpreti di Tosca e di questo Nabucco, concludendo le rappresentazioni con due sentimentali Viva Puccini ! e Viva Verdi!. Un piccolo protagonista dell’Arena.


Gli ascolti

Verdi - Nabucco

Parte I
Prode guerrier - Olivia Stapp, Gordon Greer & Susan Quittmeyer
Tremin gl'insani - Matteo Manuguerra, Adelaida Negri & Rouel Beukers

Parte III
Donna, chi sei? - Renato Bruson & Christine Deutekom
Del futuro nel buio discerno - Bonaldo Giaiotti

Parte IV
Dio di Giuda...Cadran, cadranno i perfidi - Paolo Silveri
Su me...morente...esanime - Caterina Mancini


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