venerdì 13 novembre 2009

Celebrazione di Rossini: Giovanna d'Arco

Ricordiamo oggi Rossini, nell’anniversario della morte, con una puntata dedicata ad una delle sue più straordinarie composizioni, la cantata per piano e voce Giovanna d’Arco (1832).
Soggetto teatrale prima ancora che mito storiografico della Terza Repubblica francese, che ne fece un'eroina simbolo della laicità dello stato, all’epoca in cui Rossini compose la cantata Giovanna d’arco era ancora un'eroina letteraria di fama controversa, come ben si vede nei testi di Voltaire e Schiller. Giovanna, però, era stata protagonista di composizioni operistiche negli anni immediatamente precedenti il momento in cui venne scritta la cantata, con Carafa (1821), Vaccai (1827), Pacini (1830). Non sono chiare le ragioni per le quali Rossini non la fece eseguire da subito in pubblico, ma attese il 1859, interprete l’Alboni. In quegli anni la Pulzella di Orléans era già un mito nella storia di Francia.

Per noi oggi la cantata, straordinaria, è uno dei massimi cimenti vocali ed espressivi per mezzosoprani che si confrontino con il Rossini serio. Terreno d’elezione delle grandi primedonne virtuose, appuntamento immancabile nella programmazione concertistica della belcantista di rango. Dunque, ecco qui un’esposizione in parallelo di grandi cantanti che vi si sono impegnate, ieri come oggi, e che danno spunto ad una riflessione sui mutamenti (o la degenerazione) del canto rossiniano nella corda di mezzo.

Teresa Berganza. Lo stile. La precisione esecutiva. L’incarnazione vivente della concezione del canto come arte della mìmesis, della stilizzazione, che trasmette idee astratte e perfette, depurate da ogni minima traccia di realismo. La Berganza, ancor prima della Horne, ha affermato la secondarietà del mezzo naturale rispetto alla tecnica ed alla musicalità. La voce, qui presa molto da vicino in una trasmissione radio che non rende per nulla il modo in cui questa risuonava in teatro, non colpisce, e l’interprete resta sempre composta e misurata. Ma tutto procede perfettamente, senza intoppi, cricche, disturbi di fondo di alcuna sorta. Il sound è pulito, quasi parlato, a fior di labbra, dizione chiarissima. E la sua Giovanna risulta semplicissima, dolce e femminile, chiara e del tutto logica nell’esattezza delle scelte espressive, negli accenti. Nulla è di troppo, nulla è tolto, nulla è fine a se stesso, nessuna gratuità. La voce è sempre in ordine, in zona centro grave soprattutto, laddove altre, ben più dotate di lei, fanno sfracelli. Mai un calo di sonorità, mai una forzatura, piuttosto qualche fissità in zona mi-re, sul passaggio acuto ( la signora ha qui 55 anni, circa 34 di carriera). La virtuosa aveva dei limiti, si sa, ed emergono nella sezione acrobatica finale, “ Corre la gioja…”in particolare in quanto scritto nelle ultime battute di “…che in Dio sperò...”, in chiusa alla prima strofa, ma esegue la sezione per intero variando pure il da capo. Il brano è troppo vigoroso per la voce della cantante madrilena, che però lascia vivida impressione. Sarà anche datata, espressione di un Rossini, depurato e classicheggiante, lontano dalle eclatanti acrobazie di scuola americana, ma ancor oggi preferibile a certi scempi vocali spacciati per “belcanto”.


La cantata con Marilyn Horne trova forse la sua più completa e paradigmatica esecuzione. L’approccio è pensato in ogni nota, perfetto sul piano musicale, razionale come non mai. La voce è costantemente dominata e piegata ad ogni più sottile sfumatura, nuance, intento espressivo. Tutto è costruito con lucidità e maestria impressionanti, pensato, meditato e rimeditato come nessuno oggi sa più fare nella pratica del canto. La Giovanna della Horne è complessivamente monumentale, come l’ampiezza della cantata richiede, ma variegata, perché la voce della diva asseconda i mutamenti del brano da una sezione all’altra e da una frase all’altra all’interno di ciascuna sezione, con precisione e puntigliosità straordinarie. Il canto è nobile; eroico e del tutto privo di quella retorica pompière che a volte screzia gli eroi en travesti della Horne; il legato, di altissima qualità dato che la voce è sempre ferma e galleggiante sul fiato, le consente di dare ampiezza alle frasi e pienezza d’accento, cui partecipa una dizione nitida ed incisiva; il canto di coloratura, impeccabile, ciascuna nota sempre ben riconoscibile, e accentata, eseguita con perfezione e facilità assoluta. Più la si ascolta e più risalta lo studio accurato che si cela dietro l’esecuzione, l’aver scomposto la cantata passo passo, una frase dopo l’altra, per poi ricomporre il tutto in un’esecuzione fluida ed apparentemente immediata, perché così è il belcanto della Horne, costruito ed architettato per intero, a cominciare dalla voce.
Non si può non ricordare che l’esecuzione della Horne è tutt’uno con quella del suo pianista accompagnatore di tante serate, Martin Katz. All’introduzione di P. Gossett all’edizione Ricordi della cantata orchestrata da Sciarrino, in cui lo studioso americano sottolinea come nel catalogo di Rossini non vi sia composizione che “reclami una veste orchestrale più fortemente della Giovanna d’arco” ( ! ), verrebbe da aggiungere la chiosa “a meno che non suoni Martin Katz !”. Stupendo, onnipresente, accompagna e trascina, commenta e sottolinea il canto della Horne con la forza di un’orchestra, perché ha di certo ben presente che questa “gran scena” rifletteva i modelli delle composizioni operistiche, e proprio riecheggiando quei modi esegue l’accompagnamento.

Approccio assolutamente opposto è quello di Martine Dupuy, superba, malinconica ed orgogliosa Giovanna. Il canto rossiniano trova in lei una rappresentazione intuitiva e sensibilissima della “mozione degli affetti” figlia di un approccio personale, un'interpretazione del tutto soggettiva, aderente alle corde della cantante. Il canto è facilissimo, di qualità il legato che sostiene anche le frasi di scrittura più centrale, perfetto quello di agilità. La ricerca è sempre quella dell’atmosfera, del clima che connota le varie sezioni della cantata. L’incipit del recitativo sottolinea la solitudine notturna di Giovanna, circondata da una natura silente ed anche misteriosa. La contemplazione è interrotta dalla visione repentina “O Patria! O Re! L’Onnipossente dal gregge…”, per poi placarsi nella nostalgia del ricordo. Quindi la cantata si apre alla parte più suggestiva dell’esecuzione della Dupuy, quella dell’Andantino grazioso “ Oh mia madre e tu frattanto …”, dove il canto scorre morbido, lirico ed emozionante ( “…la mia madre invidierà..”; ”…..se affannata chiamerai, questo suon rispenderà…” ), perché aderente al tipo di espressività caratteristica della Dupuy. Le innumerevoli forcelle previste da Rossini sono, tra l’altro, di grande intensità emotiva mentre l’esecuzione non risulta mai manierata o compiaciuta, ed il timbro del mezzo francese contribuisce a venare di malinconia il canto. La terza sezione, poi, è quella delle visioni, dell’epica di Giovanna, della prefigurazione della battaglia e della vittoria. Ed il canto, come nei suoi guerrieri en travesti, si fa irruente, di slancio. Il sacro fuoco della Giovanna visionaria prende corpo sempre nella misura, lontano dall’eccesso, e nella compostezza del canto, e trova grande forza nello slancio all’acuto. Esecuzione emozionante e vera, sempre di dimensione cameristica, accompagnata da quel maestro di chincaglieria salottiera che è Vincent Scalera. L’accompagnamento è talora perfino caramelloso, ma ben rende il senso del salotto ottocentesco, il colore, l’atmosfera cui la composizione, al di là della sua evidente ascendenza operistica, era destinata.

Voce di mezzo per autonomasia, più dotata di tutte, Lucia Valentini Terrani, che eseguì raramente la cantata, sebbene assolutamente adatta alla sua voce per timbro ed estensione.
Meno analitica e personale sul piano interpretativo, la Terrani pare adagiare la sua voce sul pentagramma limitandosi a seguirlo nei suoi saliscendi con un canto che da subito suona monotono. La sua Giovanna affascina per il timbro, sontuoso e ricco, straordinario, e di questo pare accontentarsi la cantante.
La Terrani intende eseguire il recitativo con toni imperiosi e magniloquenti, sebbene talune frasi le escano affettate. Spiana qualche agilità in “ il mormorar del vento”, ed approda alla sezione centrale, quella sulla carta a lei più congeniale per tessitura. Attacca “ Oh mia madre “ con un tempo sostenuto, sul mezzoforte, che però stenta ad abbandonare laddove Rossini mette forcelle, eseguendo solo qualche rallentando. Il canto è privo di malinconia e generico per assenza di nuances, ma la voce è bellissima, e questo parzialmente compensa la latitanza sul piano interpretativo. Appaiono alcuni suoni gonfi al di sotto del rigo, che poi si ripetono in modo manifesto nell’allegro vivace, “…già m’ha tocca,mi investe, già m’arde..”. Non brilla nell’esecuzione della coloratura, quando Rossini prevede serie di quartine in “…si la vittoria è con me…”. Purtroppo la delusione vera arriva nella sezione finale, che sarebbe anch’essa allegro vivace,“ Corre la gioja di core in core….”. Il piano stacca un tempo di una lentezza mortifera ed insensata, tanto che il canto perde il vigore che richiede il significato drammaturgico del testo. Varia già in primo enunciato dato che taglia la ripetizione prevista, e si sistema tutte le code, fatto incredibile per una belcantista del suo calibro. Il finale viene dunque mozzato, la chiusa arronzata alla bell’è meglio: l’effetto è tremendo, duramente in contrasto con la monumentalità dell’intera cantata, che finisce così…in modo brutale. E deludente.

Cantante della stagione “di mezzo”, a cavallo tra ieri ed oggi, Ewa Podles, vocalista particolarissima e difficile per chi era abituato al prima. E’ duro accettare la sua ottava grave, l’esistenza di due voci nettamente distinte, la natura inumana ed androgina della voce. La registrazione è abbastanza recente, e l’anagrafe non è dalla sua, ma la sostanza del canto si coglie assai bene. La sua Giovanna è una sorta di creatura silvana, figlia di una natura spaventosa e terribile. La foresta che avvolge Giovanna al recitativo non è Fontainebleau o qualche angolo recondito di Francia medioevale, ma uno spaventoso bosco di saga nordica. Di primo acchito il timbro terrorizza lo spettatore: la voce è ovattata, di petto sotto il rigo. Il canto vigoroso è più nelle corde della Podles di quello patetico: “O mia madre…” è anche attaccato con esattezza interpretativa, ma non emoziona, non commuove come dovrebbe perchè presto afflitto dall’emissione sgraziata dei gravi. La cantante pare aspettare le frasi più forti, “…ma tra poco d’alte imprese verrà un suon….”, dove il canto si rifà subito pugnace ed aggressivo. Quella Giovanna chissà che avrebbe mai fatto ai nemici…!!! Insomma, la Podles è spesso sopra le righe e non vuole abbandonarsi all’estasi lirica, alla nostalgia che attraversa il canto di Giovanna. Nella sezione centrale manca la struggente intensità della Giovanna della Dupuy, ad esempio. Di umanità e fragilità, in questa esecuzione, proprio non ce n’è, a differenza di certi en travestì rossiniani impersonati più volte dalla Podles.
La sezione finale, veloce ed acrobatica, ha un vigore ragguardevole, ed è la parte migliore dell’esecuzione della cantata. A parte certe note di petto e/o aperte, troppo volgari, elettrizza per la forza che ha il suo canto di agilità, preciso e facile come sempre. In questo Superewa sa il fatto suo, ed appartiene ancora alla tradizione di ieri: una volta che ha abituato lo spettatore al suo sound, lo trascina vigorosamente con lei, su e giù per il pentagramma, con assoluta confidenza e facilità, conferendo pieno senso al lato visionario dell’eroina guerriera. Di forza e per forza, ma solo quello.

Daniela Barcellona canta da mezzosoprano con una voce importante, di grande qualità e volume. Amante di Rossini e lontana dalle ciance dei baroccari (fatto per cui la ringraziamo), per indole e cultura ricerca un canto composto, scevro da platealità, lirico. La sua Giovanna è approcciata al pari degli eroi di Rossini en travesti che porta solitamente in teatro. Gli intenti interpretativi sono belli, esattamente aderenti al testo. Condivide con la Dupuy la sottolineatura del lato malinconico del personaggio, venato forse anche da una certa tristezza di fondo. Tristezza che alla lunga, con lo scorrere delle battute, si trasforma in monotonia ed inerzia interpretativa. La voce è imponente, e trova un confronto nella sola Terrani, cui somiglia molto nell’esito finale della cantata (che la Barcellona, però, esegue integralmente, qui nella versione Sciarrino). Iperdotata, di una natura che diversamente acconciata l’avrebbe da subito collocata su Verdi, non so se come mezzo acuto o soprano drammatico vero alla Burzio o alla Poli Randaccio... Il suono è composto, ma costantemente connotato o da una certa fissità di fondo o da sonorità tubate in zona grave. La modulazione dei suoni ha luogo in bocca, come si può udire nell’ ” O mia madre……questo suon risponderà…”, oppure in quelle frasi che introducono la sezione finale, “Repente qual luce balenò nell’oriente…..più grande che non suole empie il ciel fulminando…..io vegno…” dove le note re-mi-fa alti sono regolarmente fisse. E credo che il quid di questa cantante stia tutto qui, nel fatto che la voce non è mai davvero retta dal fiato, non galleggi, e quindi si fletta con minor facilità rispetto ad una Horne, una Dupuy o una Berganza. E’ tutto giusto quello che la Barcellona vuole fare, ma la resa è statica, la sua Giovanna esce fiacca nell’accento patetico come nei momenti di virtuosismo, perché l’agilità è scolastica o poco incisiva, eseguita con esiti alterni. Le bastano frasi interlocutorie come “Ah la fiamma che t’esce dal guardo…..m’arde” oppure in chiusa al “ che in Dio, che in Dio sperò…” per trovarsi a pasticciare o spappolare la scrittura rossiniana. In altri passi regge, invece, abbastanza bene, come in “Guida i forti la vergine al campo….”, ma siamo lontani da quella perfezione esecutiva che fa di Rossini la palestra dei migliori vocalisti della storia del canto. Poco vale la messe di variazioni che esibisce nel da capo di “Corre la gioja di core in core….”, perché la voce suona fissa (per giunta di grande volume) e sgraziata, in particolare salendo ai primi acuti, tanto da rendere davvero poco piacevole l’ascolto del suo canto. Peccato.

Con Joyce Di Donato ci troviamo in piena Rossini décadence. Se qualcuno avesse ancora bisogno di essere certiorato circa il dilettantismo tecnico di questa cantante, ascolti l’audio di questa esecuzione. Primo problema della Di Donato, la centralità della scrittura nella sezione mediana dell’andantino, ove esibisce un canto frequentemente aperto e sguaiato, spesso completamente di petto in zona mi-fa–sol, con frasi addirittura veriste come “ Repente qual luce balenò nell’oriente..”, inammissibili nel belcanto, anche in quello che si pratichi nel Caucaso, nel Tibet o nel deserto australiano! Di nuovo nella sezione finale, quindi, nel “Corre la gioia di core in core”, che batte ripetutamente sul sol in primo rigo, il mezzo americano viaggia di canto aperto e di petto puro non sapendo a che santo votarsi, tanto che nel da capo attacca a puntare verso l’alto, e giustamente, ma provata da quanto eseguito sino a quel punto, finisce poi per gridare nella chiusa. La metterei in confronto con la più sopranile delle prime tre voci, T.Berganza, meno dotata in natura a mio modo di vedere. La voce della spagnola nella stessa zona mi-fa-sol non è gran chè, eppure canta, e con gran fluidità senza aprire o andare di petto, mentre la Di Donato si arrabatta malamente, alla fine anche senza gusto. E questo è sufficiente per provare il gap tecnico tra le due cantanti, ma anche tra due diverse epoche del belcanto. Quanto al canto di agilità, le cose non vanno affatto meglio, per forza di cose. La cantata basta ed avanza per mettere la simpatica Joyce a dura prova. Si trova alla corda sin dal recitativo, la stessa frasetta ove pasticcia la Terrani “il mormorar del vento”, per non parlare dello scempio che compie su quanto scritto da Rossini in chiusa a “questo suon risponderà” ( per nulla compensato dalla precedente interpolazione nella ripetizione di “questo suon” che precede la cadenza scritta……un vezzo inutile, quando poi si elidono le difficoltà vere che seguono ). All’arrivo della sezione finale, poi, accadono cataclismi vocali di vario tipo, dai pasticci in “Ah la fiamma che t’esce dal guardo…”, per non parlare dell’esecuzione “Singer style” ( o bartolesca, come vi pare..) di “Guida i forti la vergine al campo…”, lontanissima dall’agilità di forza necessaria per Rossini.
Insomma, una moltitudine di magagne vocali che impediscono alla pugnace Giovanna della Di Donato di convincere e di affascinare. All’immagine intellettuale (e simpatica) che questa cantante offre di sé, corrisponde, al contrario, un canto istintivo ma brado ed ineducato, estraneo alla vocalità Rossiniana, fatta, in primis, di emissione stilizzata, suoni immascherati ed astratti, virtuosismo eccelso e varietà di accento. Il tutto, tra l’altro, eseguito... al ROF, dove qualcuno avrebbe potuto e dovuto mostrarle come e perché si canta Rossini etc. etc.

Quanto a Cecilia Bartoli, vi prego di esimermi dalla recensione.
Già Duprez ha compiuto un sovrumano sforzo “sacrificandosi” per voi in questi giorni. Brevi estratti del prodigio vocale che è questa Giovanna d’Arco bartolesca possono ben provare che... abbiamo ragione noi. L’opera è finita perchè se questi sono i modelli odierni, il canto è arte perduta e sconosciuta, gli autori traditi dai loro custodi più blasonati e remunerati.
E Rossini, stando a come cantano le star odierne nell’anniversario della sua morte, è più morto oggi che all’epoca delle vituperate Pederzini e Supervía, perché ne è stata uccisa la lezione esecutiva ed interpretativa assieme ai necessari presupposti tecnici. Non è possibile continuare ad affermare genericamente la validità del modo di cantare ed interpretare di queste moderne signore barocchiste al pari del modo di una Horne, di una Berganza, di una Dupuy, di una Terrani. O ricusiamo il presente o ricusiamo il passato. Ma chi sceglierà questo presente dovrà poi anche dimostrarci, e con argomenti e non con ciance da giornalino-catalogo, come e perché quanto è trascorso non sia più la vera lectio, e lì li aspetteremo al varco!

PS
Un rimpianto.
Peccato la riscoperta tardiva di questa cantata di Gioachino, perché se l’avessero conosciuta la Schumann-Heink, la Onégin, la Matzenauer, la Stignani e la Doloukhanova ne avremmo sentite... delle belle!!!


Gli ascolti

Rossini - Giovanna d'Arco


1968 - Renata Scotto
1979 - Marilyn Horne
1986 - Martine Dupuy
1988 - Teresa Berganza
1989 - Lucia Valentini-Terrani
1997 - Violeta Urmana
2001 - Daniela Barcellona
2001 - Cecilia Bartoli
2003 - Ewa Podles
2005 - Joyce Di Donato


10 commenti:

Lori ha detto...

....non ci dite nulla sulla "Scottina"?

germont ha detto...

splendida interpretazione della horne... magnifica! difficile andare oltre, davvero!

silvio ha detto...

davvero imbarazzante il confronto. Grazie.

scattare ha detto...

Anni fa io ho visto un recital della Scotto dove faceva questa cantata. Come sempre con lei, si doveva vedere. Solo così riesci a capire le sue scelte musicali e vocali. Alla fine dicevi sempre, "Peròòòò!"
Le voci. Davvero imbarazzante il confronto tra le "vecchie" e le "odierne". Se posso dire, non c'è NEMMENO da fare un confronto perché parole non trovano modo di esprimere il tracollo tecnico/vocale che l'ascoltatore nota senza la minima difficoltà. Basta la pausa dal '89 al '97 che la dice lunga.
Per quanto riguarda il pianoforte di Katz, non esitono paragoni. E' semplicemente meraviglioso. E' un musicista innamorato del canto e della voce umana e si comporta in queste occasioni come tale assecondando cantante e compositore in ogni istante!
Per quanto riguarda Scalera, anche lui amante dell'arte canoro, trovo sempre modesti i giudizi su di lui - forse perchè la sua attività è iniziata durante il grande declino moderno. Comunque non è da sottovalutare il suo contributo.
Ah, aver potuto sentire la Supervia & Co in questa musica...

Gabriele Brunini ha detto...

Azzardo dei voti alle artiste proposte, secondo un mio personalissimo e giudizio.
Horne - 8 e mezzo - Agilità granitica, accento scandito,fiero,nobile, aulico. Mezzo voto in meno solo per un paio di acuti un po' faticosi, ma che disturbano poco nel complesso di una grande interpretazione.
Dupuy - 8 - Una sorpresa persino per me, che ebbi modo di ascoltarla svariate volte dal vivo. Prima parte da antologia, ma anche nel finale la francese sfigura ben poco nel confronto della diabolica americana. Se penso che qualcuno, tempo fa, l'ha accusata su queste pagine di "afonia", confesso di essere a dir poco perplesso.
Barcellona - 7 e mezzo - Timbro bellissimo, che tiene il confronto con la Valentini. Bel fraseggio, poche diseguaglianze; eccellente la coloratura; ben fornita in alto. Una prova di tutto rispetto.
Berganza - 7+ - Sottoscrivo ogni parola del post. Qualche repentino passaggio al forte infastidisce un poco. Nel finale si sente che la voce qua e là soffre un poco, ma la veterana riesce a mascherare le difficoltà in maniera magistrale.
Scotto - 7 - La regina delle fraseggiatrici. Dà significato a ogni sillaba. Dizione perfetta: si capisce ogni parola, si sentono persino le virgole. L'annoso problema degli acuti striduli è ovviamente presente, ma meno che in altre occasioni, tanto che farei risalire questa registrazioni ad anni ancora lontani da quelli della parabola discendente. Nel finale mostra un po' la corda nel canto di agilità, e qui il paragone con la Horne è ovviamente a tutto svantaggio dell'italiana. Ma se quella spesso stupisce, e qua e là entusiasma, la Scotto in qualche punto (specialmente all'inizio) commuove. E non è poco, credo.
Valentini - 7 meno - Il timbro più bello di tutti, pieno, rotondo (così la ricordo dal vivo). Non regge ovviamente il confronto con la Horne nelle agilità, ma spezzo una lancia in suo favore perchè l'interpretazione non mi pare così mediocre, anzi (averne, oggi!). Solito tallone d'achille negli acuti estremi, problema che s'acuì col trascorrere degli anni. Si tenga anche conto di una registrazione di gran lunga inferiore alle altre, con saturazioni del nastro a cassetta che impediscono in qualche tratto un compiuto giudizio).
Urmana - 6 - Cantante a me ignota, che odo la prima volta. Belle le prime frasi del recitativo. Fraseggio non singolarissimo, ma gli accenti sono quasi sempre giusti, aiutati da un timbro piacevole. La registrazione è discreta, ma a tratti dei sovraccarichi rendono stridulo il timbro senza che si riesca a capire quanto la cantante ci metta di suo. S'intuisce una voce ampia e sonora, ma questo potrebbe confermarlo solo chi conosce l'artista dal vivo. Buona la prte centrale, un po' meno il finale, con qualche passo abborraciato e un paio di acuti vicini allo strillo. Non una super, ma una cantante più che dignitosa, tutto sommato superiore a qualche nome tanto decantato. Mi sorprende che nel post non se ne faccia menzione.
Bartoli - 5 e mezzo - Faccio l'avvocato del diavolo, e arrischio una quasi sufficienza per la Cecilia, forse perchè è stata talmente bistrattata su questo sito, da rendermela quasi... simpatica. Scherzi a parte, si alternano cose sorprendenti ad altre francamente risibili. La solita concitazione "da do franchi al brasso", come diciamo a Venezia, buona per tutti gli usi.
Di Donato - 5 - Ebbene sì, lo si voglia o meno, questo è quello che oggi passa il convento in Rossini. La nostra cerca di fare la voce grossa, ma con pochi risultati (se non qualche sguaiataggine gratuita). Va però detto a suo parziale discarico che si è sentito, negli ultimi anni, anche di molto peggio.
Podles - s. v. - Altra voce a me sconosciuta. Che si tratti di un contralto, non c'è dubbio, ma il timbro a momenti mi lascia molto perplesso. In certi momenti si odono addirittura delle screziature virili. In alto non pare aver molto da spendere. Qualche suono poco allettante nel finale. Sospendo il giudizio, dovrei familiarizzarmi maggiormente con una voce così "strana" per formarmene un'idea più precisa.

Velluti ha detto...

Per Gabriele Brunini; ecco due superbe esecuzioni della Podles, cantante da me molto amata soprattutto quando nella prima fase si dedicava al Rossini serio:

http://www.youtube.com/watch?v=FpESkAS3_fo

http://www.youtube.com/watch?v=GjmCgOIkhPY

Spero tu possa apprezzare queste due esecuzioni e conoscere così una grande protagonista del Rossini serio degli anni '90.

Giulia Grisi ha detto...

Carissimi:
1) ringrazio Velluti per la segnalazione sulla Podles. Giovanna 'Arco deludente, proprio perchè da lei, che stimo moltissimo, mi aspettavo ben altro. Soprattutto nell'interpretazione. Giudicarla da qui, per chi non la conosca già, è ingiusto. Certo i bassi restano un mistero.....e continuano a non piacermi..

2) Caro/a Lori, sul mio blog ci sono folletti che continuano ad aggiungere negli audio pezzi non selezionati per il post. E' una moda, prima sul Trovatore, prima ancora sul Ballo, adesso su Giovanna.
Provvederò a rendere loro pan per focaccia!!!
Scottina?.....meglio altrove. Fraseggia sempre, ma cigola spesso....
a presto
g

Gabriele Brunini ha detto...

Velluti mi ha messo la pulce nell'orecchio, e sto facendo un corso accelerato sulla per me misconosciuta Podles. I primi ascolti su youtube di un concerto del 1998 mi hanno molto colpito; la signora era a un livello sensibilmente superiore a quello della Giovanna d'Arco. Piacciano o meno, i bassi sono impressionanti e paiono naturali, per nulla "pompati". La Podles mi risulta essere (ahimé) quasi mia coetanea, quindi oggi alle frutta come carriera. Mi sorprende che 20-25 anni fa, quando Rossini era ancora una cosa seria, la si sia così poco utilizzata, e mi riferisco ovviamente a Pesaro.

Per Giulia, che penserà che sia un cialtrone, perchè le dovevo una risposta... ahimé, una incauta manovra m'ha fatto perdere la sua e-mail. Col capo cosparso di cenere la prego di rifarsi viva...

Velluti ha detto...

Caro Brunini, sulla poca valorizzazione delle vere grandi rossiniane a Pesaro ci sarebbe da dire molto... Si pensi al caso della Cuberli, per citarne uno molto noto... E' vero: nella Giovanna anche io ho trovato la Podles alquanto deludente, soprattutto nella zona del passaggio e nel momento lirico-estatico del cantabile... Ma negli anni d'oro la voce era veramente stupenda... Assolutamente originale nel timbro e nell'emissione, ma cmq di livello elevatissimo... Onore alla Superewa:)

Lori ha detto...

Grato dei chiarimenti Donna Grisi...e tanti altri post come questo in futuro! (ad esempio su “Ne ornerà la bruna chioma”o i pezzi di Arditi)
a presto