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lunedì 20 settembre 2010

Poliuto a Bergamo: pollice verso!

“Leoni per tutti!!” : questa è la sintesi finale dell’ennesima spedizione punitiva che ha avuto luogo ieri in quel di Bergamo. E non è un pubblico da circo romano quello che ha giustiziato con violenza, inaudita ma giusta, tre quarti del cast e graziato per miracolo il resto, bensì un pubblico scandalizzato ed arrabbiato dalla mortificazione e dal massacro che annualmente si compie a Bergamo dei capolavori di Donizetti e affini.
Ciclicamente vengono allestite produzioni simili di titoli must della storia dell’opera italiana, titoli rari ma amatissimi, con tale dilettantesca leggerezza, tale sciatta approssimazione ed irritante presunzione di essere all’altezza del compito, da scatenare reazioni furibonde di fronte a cast inadeguati oltre misura, collocati in allestimenti pacchiani e senza idee che finiscono per sfregiare fino alla beffa il compositore che presumono di celebrare.


Volete i dettagli macabri?
Sinteticamente:
- una Paolina indecorosa, chiamata senza alcuna ragione artistica razionale e dimostrabile, che ha urlato, berciato, stonato, ululato, cempennato ( oltre che sforbiciato e manomesso in tonalità la sortita direi..) tutta la parte, aggirandosi per la scena ( per volontà registica, certamente ) come la parodia di una diva del muto. Collocare una cantante dotata di siffatta vocalità, note centrali aperte e sguaiate oppure masticate tra i denti come sassi, acuti buttati fuori come urla, agilità alla miritorniinmente, e soprattutto con un emissione compromessa da anni di repertorio pesante amministrato con scarse cognizioni tecniche, è prova di assoluta ignoranza in fatto di canto, solo perché della malafede non ne abbiamo la prova.

- un Poliuto inadatto al compito, dalla voce vuota al centro e legnosa, senza più possibilità di legare i suoni, stonato nell’entrata e sfiancato già al finale secondo. Ha miracolosamente retto l’intonazione nel duetto finale con la consorte, completamente stonata, per poi gridare esausto l’intero finale, dove la benzina era evidentemente finita. Della sua serata si può salvare soltanto la grande scena del secondo atto, eseguita integralmente e variando opportunamente il da capo, che ha riscosso il solo vero applauso della serata. Spiacente per i Kunde-boys, numerosissimi e affezionati, ma fare il baritenore in Rossini è una cosa, altro è essere tenore di forza in Donizetti, su una scrittura assai più orizzontale e connotata da toni epici differenti. L’anziano contraltino può anche convincere o passare in parti Nozzari, ma ieri era soltanto un tenore….vecchio, con tutti i difetti dei tenori alla fine, ed alle mende suddette aggiungo i portamenti continui, il senso di sforzo, la durezza del timbro, la fatica. Solo gli acuti sono ancora note brillanti, perchè appartengono alla vera voce di questo tenore, ma ahimè, ieri non bastavano.

- Il Severo di Simone del Savio, il solo passato indenne tra le forche caudine del pubblico, è stato incolore, privo di autorità scenica e vocale. Non avere voce per farsi sentire più di tanto a volte aiuta, si scivola via alla chetichella, ma non per questo la prova è stata positiva. Il suo canto non ha avuto ampiezza o rotondità alcuna, le frasi importanti tutte messe là senza colore o accento, gli acuti spinti e di fibra ( alcuni poi ci potevano essere risparmiati davvero…). Una prova insufficiente anche la sua.

- La bacchetta del maestro Rota ha afflitto anche quest’ultima produzione bergamasca. Alla direzione artistica non erano già bastati le precedenti esperienze? Ai melomani si, tutto ci era chiarissimo.
Con una compagine orchestrale che era circa la metà di quella dell’Occasione fa il ladro del progetto Accademia scaligero di sabato sera ( !!!! ), il maestro Rota ha diretto mollemente “polleggiato” una sorta di scampagnata paesana domenicale, ridicolizzando regolarmente il tasso tragico dell’opera di Donizetti a cominciare dal tema delle “Arpe angeliche” dell’ouverture, e di lì sino alla fine, con una desolante assenza di tensione drammaturgica, di nerbo, insomma di senso del testo donizettiano. Non parliamo poi della qualità del suono, chè sarebbe pretender troppo. Come pure è pretender troppo che una bacchetta che si trovi a gestire un cast tanto deficitario sappia suggerire qualche artificio o correzione, ( urgenti per la sig. Marrocu in certe frasi acute del duetto finale, che hanno suscitato gli sbeffeggi a scena aperta del pubblico ) quando non qualche doveroso soccorso, come al tenore in difficoltà nella scena del battesimo, solo per esemplificare.

- Brutto e contestato l’allestimento, corredato pure di note critiche del regista all’opera nel programma di sala, note che da sole dimostrano come l’opera lirica non possa trovare via di riscatto alcuna sin tanto che la riflessione che si fa sui testi è di questo tipo. Ci è stata dispensata la sola commistione di romanità e fascismo, vista rivista e stravista e arcirivista, con protagonisti e coro in abiti anni ’40, salotto da conversazione privata domestica, con tanto di cameriere che serve il thè, stile Macintosh della mutua, immancabile specchio pendente dal soffitto e dio-totem fallico dorato sullo sfondo. Paccottiglia senza idee e senza gusto, e soprattutto, senza niente da dire.

Noi invece abbiamo qualche riflessione da sottoporre, di ordine generale, per un Festival Donizetti che non riesce a trovare una ragione di esistenza. Non mi sento come una mia giovane conoscenza, che durante un intervallo, manifestandomi il suo pensiero, mi ha detto che in fondo a Bergamo si va per ridere. Forse i giovani praticano cinicamente una real politik assai diversa dalla nostra di fronte alla vita e, dunque, anche al teatro…non so. Saremo noi dei dinosauri, ma, a mio modo di vedere, la contestazione doverosa ad un cantante non diverte, soprattutto se un’opera come questa viene fatta a pezzi e snaturata. E se il fatto ciclicamente si ripete, perché si va in scena con spettacoli indecenti ( e cito l’Anna Bolena, preceduta peraltro da un Devereux dello stesso livello anche se di diverso riscontro di pubblico; la Lucrezia Borgia; i Puritani; la Favorite..) vuol dire che non si tratta di casi eccezionali, ma di una regola legata ai criteri di scelta che governano la costruzione del cartellone.
Un festival ha il compito istituzionale di tutelare la memoria storica e le prassi esecutive di un compositore, di rappresentarlo al meglio, di essere il riferimento per tutti gli altri teatri che allestiscano quell’autore. Donizetti con i suoi 70 titoli ed altrettanti rifacimenti, a differenza di Bellini, Rossini o Puccini, è un compositore che ancora necessita di un festival dedicato, perché ci sono questioni filologiche importanti da gestire, titoli anche eccellenti, desueti o rarissimamente proposti, insomma, una produzione musicale ai più ignota per molti aspetti. Eppure il Donizetti Festival non riesce a sganciarsi dal tasso delle produzioni paesane destinate al pubblico bergamasco ( che ieri anche era composto perlopiù da anziani …), produce e coproduce allestimenti di titoli assolutamente impegnativi e per i quali, di fatto, non esistono più cantanti con errori marchiani di cast, si affida a cantanti macroscopicamente inferiori all’onerosità di certe ruoli ( quelli del Donizetti post 1830 richiedono voci anche di un certo tonnellaggio, oggi di fatto inesistenti …) per poi lamentare l’assalto di onde barbariche extramurane, dimenticando che scelte come quelle operate sulla parte di Paolina sono ben più di una semplice provocazione al pubblico dei melomani.
Fatto sta che a Bergamo anziché conservare una memoria del grandissimo compositore e dei suoi coetanei, se ne crea una nuova, quella grottesca che abbiamo visto ieri come già altre volte negli anni recenti, e penso alla Bolena, alla Borgia ed ai Puritani in particolare.
Se si spendono i denari pubblici o degli sponsor sotto l’etichetta “festival” o si cambia rotta, e alla svelta, o si smette, perché i tagli alla cultura che il nostro governo sta praticando appaiono, in questo caso, giustificati e doverosi tagli allo spreco e all’ignoranza.

Dedicheremo alla Direzione Artistica il prossimo post, il "Poliuto della riparazione."

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venerdì 15 gennaio 2010

…e la Befana mise un Nabucco nella calza!

Durante le vacanze natalizie, mentre si fa zapping tra i canali televisivi per cercare qualcosa che possa risparmiarci la visione di quei film a tema, tutta melassa, neve e bontà, capita di trovarsi di fronte alla campagna pubblicitaria di un importante evento culturale operistico: “Nabucco” di Giuseppe Verdi al Teatro Politeama di Catanzaro, con Renato Bruson nel ruolo del titolo, Daniel Oren sul podio e regia del bravissimo Gigi Proietti!

“Bel colpo!” penso tra me e me, mentre già mi trovo in direzione della biglietteria volendo conoscere il resto del cast e la disponibilità dei posti per le due recite previste il 4 ed il 6 Gennaio (esauritissime!).
Cast interessante: Bruson, Theodossiou, Prestia, Antinori, Tufano, Striuli.
Allestimento in coproduzione con il Teatro Municipale “Giuseppe Verdi” di Salerno da cui derivano anche orchestra e coro.
Insomma, la fondazione catanzarese, che in tempi di crisi, sta cercando di sperimentare proponendo prosa, musicals, concerti, operette e opere accontentando così i gusti più svariati del pubblico, ha deciso di compiere una operazione intelligente: collaborare con altre fondazioni e puntare su cast in cui affiancare giovani e consolidati artisti a nomi prestigiosi del teatro.
Non solo! La fondazione sta anche cercando di investire in un’orchestra ed in un coro fisso coinvolgendo studenti e privati, come se si trattasse di un work-in-progress che con energia e serietà sta esaltando la cultura.
E trionfo fu!
Un trionfo d’altri tempi, con il pubblico, giovane se non giovanissimo, in delirio (“Furore” lo chiamerebbe Bellini), standing ovation, lancio di fiori per tutti gli artisti, pioggia di petali dal loggione e dagli ordini inferiori, urla di “Bravo”, calore e generosità della gente commossa, chiamate ripetute agli artisti per svariati minuti, diversamente da quella manciata di “clap clap” alla prima scaligera con tanto di fuggi-fuggi “presto, al guardaroba!”.
Il Politeama era vivo, partecipe, e se la gente venuta dalla Calabria, ma anche da altre regioni con autobus appositi, si è entusiasmata fino a far tremare la bella struttura, tutta onde e richiami marini ideata da Paolo Portoghesi, un motivo ci sarà.

La direzione per prima.
Ammetto tranquillamente che per Daniel Oren non ho proprio una grande simpatia.
I suoi tempi incoerenti e folli sempre sospesi tra letargia e velocità insostenibile, i suoi esercizi di step sul podio, il suo campionario di suoni invadenti e onomatopeici, la sua rozzezza di fondo, ed in tempi recenti la mania di ingiustificati tagli hanno sempre destato perplessità più che ammirazione, ma ammetto anche che da buon artigiano del suono sa perfettamente come reggere un’orchestra, possiede il dono di essere comunicativo verso il pubblico, riesce a travolgere la partitura con tutta l’energia che possiede e, pur senza aprire squarci significativi, conosce i segreti delle partiture che affronta.
Ha preparato sia il coro che l’orchestra con grande attenzione pretendendo dal primo una maggiore presenza di bassi e dalla seconda un suono fragrante e poetico soprattutto dagli archi, dai flauti, dai clarinetti.
Peccato solo non sia riuscito ad ottenere tanta precisione anche per le trombe grevi e invadenti.
Devo riconoscergli momenti musicalmente magnifici come la prima parte del preludio dal sapore pugnace senza essere bandistico, tutti i duetti ed i concertati vibranti e veementi, il “Va' pensiero” (trissato a furor di popolo, fatto “storico” per Catanzaro!) tenuto su tempi dolcissimi in cui l’orchestra attenuata riempie la sala di chiaroscuri giustamente carezzevoli, tutto il IV atto la cui drammaticità si scioglie nel coro finale e nella morte di Abigaille, alternati a momenti discutibili come tutti gli interventi di Zaccaria resi ancora più pontificanti di quanto siano e appoggiati su tempi indugianti, la seconda parte del preludio rovinato da una velocità ed una non curanza da sfiorare il cinismo, il primo atto troppo cupo e poco minaccioso.
In definitiva una direzione a fasi alterne, ma di sicuro mestiere.
Se un Artista come Renato Bruson, in carriera dal 1961, nel 2010 interpreta ancora parti di primo livello senza rifugiarsi nei ruoli di carattere (con rispetto parlando) non è un miracolo: è altro (talento? stoffa?).
Dopo quaranta nove anni di carriera il timbro nella zona centrale è praticamente intatto, privo cioè di oscillazioni o smagliature, come pure il senso del legato, che è sempre stato uno dei punti di forza delle prestazioni di Bruson.
Nessuna nota sfugge al controllo, certo qualche acuto traballa pur rimanendo intonato ed il registro basso, che è sempre stato uno dei talloni d’Achille del baritono padovano presenta qualche sporadica apertura si sente nel registro grave, il registro centrale è solido, il suono è alto e spavaldo, la linea di canto senza incrinature.
Bruson rispetta sia il pubblico, sia Verdi, sia la propria voce evitando contorcimenti veristi e senza sforzare mai, anche se l’unica puntatura che aggiunge al termine di “O prodi miei, seguitemi” è un filo d’aria subito e intelligentemente interrotta. Per altro i rapporti fra Brusno e le puntature sono sempre stati diciamo conflittuali.
Il Nabucco di Bruson è, sotto il profilo interpretativo, una creazione personalissima, algido fino al secondo atto, di chi per comandare ha bisogno di un solo gesto o una sola occhiata, è tale sicurezza che lo porta alla sua mania di onnipotenza.
Che dire poi della trasformazione dopo il fulmine? Nella voce di questo Nabucco “Chi mi toglie il regio scettro?” assieme a tutto il duetto con Abigaille ed al monologo del IV atto c’è la contraddizione del Rigoletto che verrà, il Renato dai sentimenti esacerbati e moderni, il Germont pentito e affettuoso.
In una parola: il Re.
Paoletta Marrocu sostituiva la prevista Dimitra Theodossiou colta da indisposizione.
Abigaille, si sa, è un ruolo massacrante per il soprano il quale deve essere dotato in egual misura di carisma scenico e proprietà tecniche per sostenere una scrittura nervosa e irta di scatti ascensionali e discendenti.
Invece la Marrocu, purtroppo, oggi deve lottare con una voce fratturata in tre tronconi: il registro basso è praticamente “parlato”, i centri, tendenzialmente chiari, sono aspri, e gli acuti che superano il La naturale si trasformano in schegge fisse e aguzze totalmente fuori controllo.
Non solo il legato risulta quindi falloso, anche se il soprano dimostra, pur con i limiti naturali e tecnici detti sopra, una buona padronanza del registro centrale, come nella sezione centrale dell’aria “Anch’io dischiuso un giorno” e nelle frasi – di fatto declamate – finali al IV atto.
Rimane, almeno, la fiamma interpretativa, ammesso che si possa essere interpreti con le mende vocali della Marrocu, che scava nella parola, colora tutto con il suo fraseggio volutamente scabro e furente, ma che sa ripiegarsi verso lacerazioni improvvise come nel duetto del III atto in cui la fragilità della guerriera lascia spazio alla lacerazione della figlia che sa di non essere accettata.
Discreto, ma discontinuo lo Zaccaria del giovane basso Vitalij Kowaliov.
Reduce dal lusinghiero successo ottenuto interpretando nientemeno che il ruolo di Wotan a fianco di Placido Domingo, sotto la direzione di James Conlon a Los Angeles, Kowaliov emerge per la voce potente, ma al contempo scura e nobile, e se il primo atto l’emissione poco curata tende a schiacciare il suono minacciando la robustezza timbrica che difatti risulta ruvida e traballante, già dal secondo una volta riscaldato lo strumento, riesce ad emergere per il fraseggio.
Veterano della breve e ingrata parte di Ismaele, il tenore Nazareno Antinori, affronta il ruolo con il suo registro ancora centrale caldo e avvolgente, ma se l’interprete risulta sensibile ai ripiegamenti romantici del ruolo e cauto nell’intonazione, i pochi acuti purtroppo nonostante il pregevole squillo suonano ingolati e poco stabili, come da sempre accade agli imitatori di Del Monaco.
Purtroppo mediocre la Fenena del mezzosoprano Eufemia Tufano.
Se il volume è notevole, l’interprete è assente e al colore scuro della voce si contrappone un timbro querulo, come “impastato” e una emissione dall’intonazione non proprio immacolata.
Avrei preferito facesse il cambio con la Anna della brava Paola Francesca Natale, la quale non fatica ad emergere nei concertati e nella sublime frasetta del II atto con la sua voce chiara e pregevole.
Ben scelti i comprimari: Carlo Striuli nei panni del Gran Sacerdote e Vincenzo Peroni in quelli di Abdallo hanno modo di imporsi con le loro voci penetranti e ben timbrate e coro agguerrito e senza macchia preparato dal bravo Luigi Petrozziello.
Gigi Proietti, alla sua settima regia operistica, e alla sua seconda verdiana dopo un trionfale “Falstaff” ginevrino, affronta “Nabucco” senza paranoie, senza pretese intellettuali e senza la voglia del facile effetto o dell’originalità a tutti i costi.
Come spiegato nel bel volumetto di sala, “Nabucco” viene letto come un’opera di forti contrasti cromatici, in cui è il coro stesso, visto come nella tragedia greca, ovvero commentatore e vittima degli eventi, a “partorire” i protagonisti della storia.
L’impianto a cura di Quirino Conti, è fisso, elegante, funzionale, dotato di stilizzati elementi semoventi e schermo per suggestive videoproiezioni, illuminato dalle luci “emozionali” di Vinicio Cheli.
Senza rinnegare l’impianto oratoriale dell’opera, Proietti sposta la sua attenzione sul coro diviso dai colori (bianco virginale per gli ebrei visti come sposi del Dio d’Israele, rosso acceso per i Babilonesi, e nero per le figure borghesi ottocentesche che partecipano e assistono alla disfatta ed al trionfo del popolo eletto), ma coeso nei brani di violenta drammaticità o religiosità.
Al centro delle passioni si stagliano i tre veri protagonisti attivi: Nabucco, Abigaille e Zaccaria e soprattutto ai primi due è dato un commovente rilievo nei loro incontri in cui il rapporto padre-figlia si confonde con quello vittima-carnefice.
Unica caduta è rappresentata dalle scene belliche del I e IV atto in cui il saccheggio ed il salvataggio degli ebrei sono fin troppo “educati” per non dire statici e risibili.

Trionfo grandissimo alla fine come già spiegato, dimostrando ancora una volta come con pochi mezzi, ma con tanto entusiasmo e professionalità si può sfamare “la fame dell’anima”, citata da Oren, che ha nomi come Arte e Cultura, quella maiuscola appunto che oggi fa paura, senza facili e false polemiche, senza falsi o facili scandali, senza preparare falsi eventi sotto un blasone stinto e sdrucito.


Gli ascolti

Verdi - Nabucco


Parte seconda

Ben io t'invenni...Anch'io dischiuso un giorno...Salgo già del trono aurato - Mirella Parutto (1961), Angeles Gulín (1969)

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venerdì 4 aprile 2008

Macbeth alla Scala: repetita juvant?


Lo spettacolo è stato riproposto ieri sera in Scala davanti ad un pubblico differente con cantanti differenti e, guarda caso, con risultato identico.
Soprattutto per quanto riguarda la protagonista femminile, signora Paoletta Marrocu, zittita ad ogni numero solistico, fischiata alla scena del sonnambulismo. Peraltro un’unica uscita di tutta la compagnia di canto ha dimostrato la qualità dello spettacolo.
Quali siano le qualità della scritturata Lady, chi l'ha prescelta, sia pure con l’attenuante di una scelta “di rimpiazzo”, doveva ben saperlo, se ha presenziato, come abbiamo personalmente constatato, almeno ad una recita del Trittico.

Cantanti che possano passare nel breve volgere di un paio di mesi da Verdi a Dallapiccola, passando per Puccini, ne rammentiamo due sole: Leyla Gencer ed Eleanor Steber.
Il problema, però, non è la performance pessima, o quasi, della protagonista femminile, o quella smunta e censurabile del resto della compagnia, per giunta dopo una prima dove, sia pur contenute rispetto ad un recente passato ed alla qualità d’esecuzione, sono partite contestazioni.
Il problema consiste in un teatro incapace di allestire uno spettacolo decoroso, di scelte oculate sia di titoli sia di esecutori, di fatto incapace, nella componente essenziale della dirigenza artistica, di scelte che non siano quelle provenienti da altri soggetti, portatori di interessi diversi, spesso economici e non artistici. Quanto accade dimostra la mancanza di cultura musicale generale, fonte di scelte fantasiose, coraggiose e per nulla scontate.
E’ inutile, poi, che sulle gazzette che condividono le scelte del teatro si ripeta che pochi sciagurati, incivili e facinorosi abbiano fischiato uno spettacolo meritevole di ben altro giudizio, inducendo a credere che il loggione dissenta per una nota soltanto. Il loggione, ed in generale il pubblico, dissente dopo che per un'intera serata gli si sia mancato clamorosamente di rispetto.
E poi la storia o cronaca del teatro, massime di quello milanese, è costituita di serate con risposte del pubblico ben peggiori di quelle destinate a questo Macbeth e chi acquisti un biglietto, acquista il relativo diritto di approvare o disapprovare lo spettacolo (e la storia o cronaca è fatta di profetiche fischiate, come di immeritate e grette riprovazioni) e chi lo spettacolo ha proposto e realizzato. E su quest'ultimo punto, anziché erigere velleitarie difese, dovrebbero riflettere coloro i quali hanno mercede (e competenza?) per gestire l’organizzazione dell’opera. Fra l’altro, oltre le fictiones juridicae delle fondazioni, con danaro pubblico.

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venerdì 7 marzo 2008

Trittico di Puccini alla Scala: si vola sempre più basso.

Il titolo per l’opera pucciniana andata in scena ier sera alla Scala venne pensato, all’ultimo o quasi, da Giovacchino Forzano.
Poi l’industria farmaceutica se ne impossessò negli anni ‘80 (si era anche impossessata di opere di grande valore come l’Anabasi senofontiana) e lo affibbiò ad un tranquillante.
Ho il sospetto che la direzione musicale di ieri sera si sia ricordata di questa osmosi fra musica e farmacopea.
Una ripresa del Trittico dovrebbe esaltare esecutori ed ascoltatori non assopirli, come è accaduto ieri sera in Scala.
Dire che l’orchestra abbia suona o male e sia stata mal diretta sarebbe ingiusto e falso, ma in generale al Tabarro mancava il colore noir, alla Suora il contrasto fra le giulebbe delle suorine e l’ipocrisia conventuale della prima sezione ed il clima sospeso dell’incontro zia nipote e il turgore straussiano del finale e nello Schicchi la carica acetisalicilica di una vicenda toscana, per giunta, mutuata dal tosco per antonomasia Dante Alighieri.
Certo con il palcoscenico di cui disponeva il maestro Chailly una più completa realizzazione dell’opera sarebbe stata rischiosa perché avrebbe ancor più evidenziato i grandi vuoti sulla scena.
Diciamo che tutto è scorso via con un bel e buon suono senza nessun incidente in buca e coi tempi che corrono con un’orchestra che ha suonato male la Stuarda, bene Tristano e mediamente Wozzeck la media è più verso l’alto che verso il basso.
Però…..l’unico vero momento in cui direttore e orchestra hanno cantato è stato la descrizione della carrozza della Zia principessa e la sezione conclusiva dell’incontro zia-nipote. Loro hanno cantato, ma solo loro in scena la febbrile ed il nervosismo della diva verista mancava.
E quindi cominciano proprio dalla diva. Quanto fra nel 1959 e nel 1961 la Scala, direttore Gianandrea Gavazzeni propose il Trittico schierò tre autentiche primedonne (e non erano neppure le sole possibili ossia la Petrella Giorgetta, la Jurinac e la Stella suor Angelica e la giovane Scotto Lauretta. Oggi di diva la sola Frittoli.
Anche avvolta nei panni della suor penitente contro la propria volontà Puccini ha creato un personaggio per grande tragica verista. Quelle per intenderci alla Muzio alla Olivero alla Scotto. La signora Frittoli, pur sostenuta da molti ignari ammmiratori, ha esibito una voce che dal fa acuto è bianca e vibrata, sotto non esiste e gli acuti estremi (i famosi do previsti sia “nella grazia discende” che nel finale) sono state faticose urla, stonate e fisse. Per molto meno nel 1972 Katia Ricciarelli e nel 1983 Rosalind Plowrigt vennero pesantemente riprovate dal pubblico scaligero. Quanto al fraseggio passati come acqua fresca il “Senza mamma”, le frasette, che sono pesanti della scena conventuale e tutto il detto e non detto dell’incontro con la zia.
La quale zia è una stracotta Lipovsek (fu già una fissa Fricka con Muti nel 1994) che esibisce con puntigliosa precisione tutti i vizi e vezzi della scuola di canto tedesca (suoni fissi, intonazioni a scivolo) applicati alla tipica voce del mezzo soprano usurato con evidente buco o “scalino” fra le note basse ed il centro appena udibile.
Della compagine delle suore e suorine il premio spetta a Cinzia de Mola, che ha rammentato la grande Tina Pica. Peccato che non andasse in scena Filumena Marturano.
Quanto al trio protagonistico del Tabarro la signora Marroccu è stata piatta ed inespressiva e il solo acuto della propria aria un vero urlo. Il disinganno, l’amaro in bocca che sono del personaggio le note caratteriali, indispensabile contrasto con i momenti d’amore con Luigi assolutamente dimenticati. Togliamo a Giorgetta il fraseggio e che resta?
Come non resta nulla a Luigi ad opera del signor Dvorsky, l’anno passato impegnato a declamare Janacek e quest’anno messo impietosamente alla corda dalle frasi tese e roventi del duetto d’amore. La carica ormonale di questo Luigi che in alto si sbianca e si stimbra è pari a zero.
In fondo meglio tenuto conto dell’età e dell’insipienza tecnica Juan Pons.
Una notarella e una osservazione nel ruolo dell’innamorato si è esibito un giovane cantante della scuola di perfezionamento della Scala (Leonardo Cortellezzi), la voce è quella del tenorino da opera del primo ‘800, ma siccome sa dove la si mette anche se cantava in fondo al palcoscenico era perfettamente udibile. Miracoli dell’acustica scaligera o accorto uso dei ferri del mestiere?
Lo spettacolo più applaudito è stato il Gianni Schicchi. In mezzo ad un gruppo di eredi di Buoso Donati pretermessi che se maschi erano ingolati ed ingolfati vocalmente e se femmine stridule, petulanti e parlanti, Leo Nucci, baritono da Verdi pesante e con gusto post tittarufesco, ha come il personaggio del buon padre Dante nei confronti dei Donati, vinto a mani basse. Non significa che sia lo Schicchi ideale (parte che pertiene al fine dicitore alla de Luca o Bruscantini ed oggi Corbelli), però è stato l’unico personaggio. La coppia di innamorati entrambi in difficoltà appena arriva un miserello la bem brillava per distrazione da parte della stridula Nino Machaidze, assolutamente assente e per inutile agitazione ed estroversione in Vittorio Grigolo.
Il pubblico ha poi sfogato la propria insoddisfazione verso l’allestimento e la regia.
Quanto a regia va detto che non c’era nessun segno tangibile della presenza di un grande regista; non un gesto peculiare e significativo che sottolineasse il momento scenico e che lo servisse ed esaltasse. Insomma se la regia fosse stata dei grandi mestieranti e praticoni che sino agli anni ’90 imperavano nei teatri italiani tutti non avremmo potuto verificare la differenza.
Quanto alle scene, assolutamente anonima, ovvia e scontata la chiatta parigina, di pessimo gusto la prona Madonna della Suora, dal volto e dai colori di una statuetta da presepe di seconda scelta di una bancarella di San Gregorio Armeno, scontata l’ambientazione anni ’50 dello Schicchi con la solita scena sghemba, tutta ricoperta di teli rossi, più adatti ad un postribolo da dolce vita, che alla casa del parsimonioso e celibatario Buoso Donati con visioni infernali e fiorentine da recita di Carnevale in un teatrino parrocchiale.
Giustamente riprovate dal pubblico, delle cui orecchie posso dubitare, ma della vista ottima proprio no.

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