lunedì 11 ottobre 2010

Joan Sutherland. The life of the primadonna ( 1926-2010 )


Oggi è scomparsa Dame Joan Sutherland, la Regina Madre del belcanto.
Ha incarnato in sé l’intera tradizione tecnica e stilistica del belcanto italiano, quello che dall’arte dai castrati passò nelle grandi dive della prima metà dell’Ottocento, le Pasta le Malibran, le Grisi, e via Garcia è arrivato sino al novecento, dapprima con la Patti e la Lehmann, poi con la Siems, la Melba, la Tetrazzini, la Abendroth, la Hempel, la Galli Curci, e perché no?, la Onégin e Stignani, la Callas e la Flagstad.

Nessun altra cantante, donna o uomo, ha saputo dar vita a tale intenzionale sintesi e riattualizzazione di centocinquant’anni di tradizioni tecniche ed esecutive, provando ogni sera, sulla scena, che il Canto, il grande canto di scuola, vive solo all’interno della tradizione degli autori ed, al pari, delle prassi interpretative delle grandi dive del passato, attraverso il medium della propria originale personalità vocale ed artistica.
Impossibile scindere la prerogative di cantante e primadonna della Sutherland da quelle del marito, nel cui sodalizio risiede l’essenza della sua straordinaria figura artistica.
Fu la Callas, di ritorno dalla prima londinese della Lucia di Lammermoor del ’59, a dichiarare che non solo era arrivata una cantante prodigiosa, ma che quell’artista avrebbe cambiato il mondo. Il suo mondo, quello del belcanto. E arrivò, infatti, la rivoluzione del belcanto, quello modernamente inteso: ogni benché minima traccia o inflessione di naturalismo venne spazzata via da esecuzioni straordinariamente perfette, strumentali, completamente …metaforiche. Ogni contaminazione che il Verismo aveva portato ai modi del canto, l’idea che il suono dovesse, in sé per sé, cambiare a seconda dei sentimenti espressi, veniva superata dalla perfezione tecnica, quasi inumana, di una cantante cresciuta, anzi pensata a tavolino sulla lezione dei documenti sonori delle ultime esponenti del belcanto di fine ottocento inizi novecento. L’idea che l’arte del belcanto dovesse tornare ad essere ciò che era sino agli anni ‘30-‘40 del XIX secolo, ossia “mimesis”, imitazione e rappresentazione della realtà, soprattutto mai descrizione letterale o copia di essa, ha sempre governato le scelte interpretative.
La tecnica consente di raggiungere il primo obbiettivo, ossia il suono ( “the sound” ), puro e perfetto, amministrato e governato senza sforzo, nell’emissione cristallina, ove ogni nota è astratta, perfettamente uguale alle altre, e la voce strumento che può seguire lo spartito ovunque, passo passo, battuta per battuta. Con la qualità altissima del legato ha dato vita alle nenie malinconiche delle eroine di Bellini, come alla regalità ed al languore di Semiramide o alle nostalgie delle eroine di Donizetti, mentre con la forza del virtuosismo e dell’acrobazia ha scatenato gli affetti più estremi, la gioia, la follia, la furia. E la “ meraviglia “ della poetica barocca ha preso vita al pari della nevrosi rossiniana come dello stilema acrobatico fine a se stesso. Secondo la grande lezione del suo tempo, ha saputo dare ai debutti l’esatta tempistica dettata dalla naturale evoluzione della voce, passando dal canto languido di certi ruoli del Grand Operà o di certa opera francese a quello tragico di Borgia sino a Bolena, approcciata all’età di 58 anni.
La sua modernità, l’attualità del suo canto stanno alla base dell’affezione che anche i giovanissimi hanno per lei, pur non avendola mai potuta ascoltare in teatro ma nemmeno incontrare tanto spesso tra le pagine delle riviste specializzate.

Per la mia generazione oggi è scomparsa la cantante di riferimento del belcanto, l’anello di congiunzione tra il lontano mondo dei cilindri, di cui è stata di fatto l’ultima rappresentante, e quello moderno…. almeno sino a ier l’altro. Cantante del presente figlia del passato come nessun’altra , tutto ciò che si può volere da un grande artista.
Scompare con lei un modo di essere cantante e diva, di metter mano allo spartito personalizzandolo su di sé e di servirlo al meglio al tempo stesso, come è nell’arte mimetica. Scompare con lei l’arte scenica, tutta ottocentesca, di essere personaggio ancor prima che nel canto, col costume di scena, tanto legato alla personalità della cantante da essere stato, credo per l’ultima volta nella storia, di proprietà personale della diva. E di non scambiare la moda delle boutique con la moda da diva in concerto, perché il teatro d’opera è anche in quelle occasioni anacronismo, o meglio, arte proveniente dal passato, anche scontando il personale gusto…vittoriano del vestire.
Scompare con lei la lezione dell’arte del concerto come evento unico, pressoché irripetibile, destinato al continuo rinnovo. Scompare l’essenza della discografia lirica, fatta di incisioni finalizzate alla conservazione e documentazione dell’evento teatrale, delle tappe della carriera, ed anche prodotto colto, destinato ad incastonarsi all’interno della storia del canto, come i recitals leggendari del “The art of the primadonna” o al mitico “French romantic arias”, prodotti pensati, curati, studiati e mai casuali fin nei dettagli, dai programmi aai testi dei booklets sino all’iconografia. Scompare il modo garbato, elegante, semplice ma pur sempre da diva, di rapportarsi al pubblico, nei brevi dialoghi con gli ammiratori durante le file interminabili per gli autografi, come nelle risposte che, di proprio pugno, era solita spedire da qualunque parte del mondo si trovasse, con puntualità immancabile, a chiunque le scrivesse, grandi e ragazzini.
Scompare il senso di un‘epoca passata, un altro modo di essere dell’opera lirica, quello delle carriere fatte di sacrifici prima ancora che di successi gratuiti, dove niente è stato dovuto ma guadagnato fino all’ultimo giorno, recita dopo recita, debutto dopo debutto, e fama e ricchezza commisurati al valore dell’arte ed a quello, molto, moltissimo, che Dame Joan ha avuto da dare al suo pubblico.

Il nostro blog vuole ricordare Dame Joan non tanto con le sue registrazioni, note a tutti, ma facendo sentire le cantanti che prese da modello sia sotto il profilo tecnico, che del repertorio che dei modi interpretativi di quello stesso repertorio.


Gli ascolti

Bellini - La sonnambula

Ah, non credea mirarti - Adelina Patti (1905)


Meyerbeer - Dinorah

Ombre légère - Selma Kurz (1908)


Thomas - Hamlet

A vos jeux, mes amis - Nellie Melba (1904)


Donizetti - Lucia di Lammermoor

Il dolce suono...Ardon gl'incensi...Spargi d'amaro pianto - Amelita Galli-Curci (1917/1922)


Thomas - Mignon

Je suis Titania - Irene Abendroth (1902)


Mozart - Die Entführung aus dem Serail

Martern aller Arten - Maria Ivogün (1917)


Meyerbeer - Robert le diable

Robert, toi que j'aime - Lilli Lehmann (1907)


Verdi - Ernani

Ernani, Ernani involami - Marcella Sembrich (1904)


Verdi - Il trovatore

D'amor sull'ali rosee - Margarethe Siems (1906)


Verdi - La traviata

Follie, follie!...Sempre libera - Luisa Tetrazzini (1911)


Wagner - Tristan und Isolde

Mild und leise - Kirsten Flagstad (1936)

Gounod - Mireille

O légère hirondelle - Frieda Hempel (1912)





Verdi - Requiem

Libera me Domine - Joan Sutherland (1960)

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Verdi Festival 2010: I vespri siciliani.

Il secondo spettacolo del Festival Verdi 2010 potrebbe essere definito la seconda stazione della via crucis, inflitta al pubblico. La seconda è, come accade anche nella Sacra Rappresentazione, ben più dolorosa della prima. E non siamo arrivati alla cima del Golgota e le lamentazioni finali voglio, di proposito, lasciarle per la fine di questo mese verdiano, ove il peggior Verdi è stato quello del Festival di Parma.

Rimando, perché riassume la vox populi, sia ad una intervista di Michele Pertusi sulla Gazzetta di Parma sia alle spontanee ed indignate voci della chat di questo nostro blog, raccolte durante la trasmissione dello spettacolo. La terza fonte di commento attendibile è il loggione parmigiano dignitoso e composto, come si addice ai personaggi Verdiani, che ha commentato ora con sguardi fra loggionisti, ora con commenti a mezza voce, ora con doverosi zittii una serata di quelle NO.
Spettacolo pretenzioso e raffazzonato.
Allestire i Vespri non è impresa da poco a prescindere dalla versione scelta, in italiano o in francese, integrale, tagliata e se tagliata come, ma nel scegliere questo titolo non si può incappare in una realizzazione di questo tenore. Non nel senso di Armiliato Fabio.
In difetto o si cambia titolo o si cambia mestiere se non si sia in grado di pensare e realizzare di meglio.
In primo luogo l’allestimento ed il denaro pubblico. Gettato e sprecato. Voglio credere che il regista, scenografo e costumista Pier Luigi Pzzi, classe 1930, in carriera dal 1955 circa, abbia colto con questa presenza l’occasione per servire la cultura e le precarie condizioni della pubblica finanza regalando la propria prestazione o limitandosi alla richiesta di un semplice rimborso spese. Franca Valeri direbbe argent de poche. Questi Vespri sono quelli Scala 1987 neppure riveduti e corretti, passati nel 2003, credo, a Busseto. Ad un un personaggio, che riveste il triplice ruolo e svolge, quindi, una cosiddetta opera di ingegno artistico non è lecito e morale corrispondere compenso quando l’idea dello spettacolo e circa il 70% della pratica realizzazione sia stato proposto già per ben tre volte identico. A onor del vero sarebbero quattro perchè l’ambientazione risorgimentale nacque ai famosi Vespri 7 dicembre 1970 ove Pizzi era scenografo e costumista. Poi possiamo anche rilevare come il nero indossato da una dimagrita Daniela Dessi, somigliante nel solo aspetto alle divine dell’800, sia molto elegante, ma francamente non è poco, è assolutamente nulla, lo sanno tutte le sarte di esperienza. E poi da un allievo di Visconti non accetto che i frati, che accompagnano i condannati a morte siano dell’ordine domenicano, in quanto ai soli Cappuccini spettava tale ufficio. Alla Scala nel 1970 l’errore venne evitato se la memoria non difetta. Parimenti dobbiamo censurare un maestro della metafora come Pizzi per lo stupro in primo piano durante il ratto del finale secondo.
La direzione è stata elogiata per aver saputo accompagnare i cantanti, impresa non da poco con le forze schierate nella più parte dei ruoli di protagonisti e con un’orchestra non certo eccelsa. Però non posso far a meno di rilevare la piattezza con cui nell’ouverture sono stati enunciati i temi patetici ossia la canzone di Elena ed il “mentre contemplo quel volto amato” o i clangori alla chiusa del finale primo e all’insurrezione del finale quinto, ovvero la noia, che ispiravano i duetti fra i due Monforte o le sonorità slentate e da idillio alla stretta del duetto Elena-Arrigo nel carcere. Giustamente si dirà che la bacchetta doveva fare i conti con le insufficienti, esaurite forze, disponibili sul palcoscenico. E allora se le forze sono quelle si deve anche provvedere a ridurre e semplificare le cadenze previste da Verdi ai duetti degli innamorati, per evitare il rischio che il pubblico parmigiano, emulo del milanese 1970 o 1987, richiami e con ragione il verso del domestico felino. Sono mi sia consentito quei piccoli “trucchi del mestiere” che i maestri di bacchetta e forbice conoscevano e praticavano. Il quale pubblcio innanzi ad uno spettacolo di livello ancor più basso del Trovatore inaugurale è sembrato frenato nell'esprimere compiutamente il proprio serpreggiante dissenso rispetto alla produzione.
E veniamo alle dolorose note del palcoscenico.
Meglio gli antagonisti politici che gli innamorati. Non è un grosso merito con siffatta coppia di innamorati.
E poi il loggione parmigiano continua ad applaudire Leo Nucci e noi continuano a ribadire quanto già assunto in occasione del Rigoletto scaligero e dei parmigiani Trovatore e Simone. La voce di Nucci non è mai stata, e non interessa chiarirlo se per limitata dote o carenza di vera e rifinita tecnica, una palestra di velluto, gli anni hanno fatto il resto e, quindi, in questo Guido di Monforte, certo agevolato dalla scrittura acuta, ma non acutissima Nucci sfigura meno che nei precedenti ruoli verdiani. I parchi tentativi di addolcire e cantare piano comportano sistematicamente (vedi ripresa del “In braccio alle dovizie”) problemi di intonazione ed i segni di espressione che sono, come compete al padre verdiano, qui nella particolare declinazione del padre respinto, “dolcissimo”, “pp”, “morendo” spazzati via. Per rendersi conto prima di intraprendere difese d’ufficio basta dare una scorsa allo spartito, anche senza saper leggere la musica.
E poi la voce di Nucci da tempo ha smesso pure di essere tronituante e strapotente come competerebbe a baritoni di poche nuances e sfumature e gusto verista.
Il maggior successo della serata è, giustamente, spettato a Giacomo Prestia nel ruolo di Giovanni da Procida. La voce è di autentico basso, anche se ingolato al centro e, per conseguenza sbiancato e non fermissimo sugli acuti (vedi la cadenza della sortita eseguita, mi pare, come previsto da Verdi) o l’attacco del quartetto “addio mia patria”. Non comprendo il parziale taglio della cabaletta alla sortita.
E siamo giunti agli innamorati. Non si può tacere. Anche se il lugubre silenzio che ha accompagnato la squinternata esecuzione dell’assolo “Arrigo ah parli a un cor” è stato la stigmatizzazione di una prestazione assolutamente insufficiente. Davanti ad un simile comportamento dichiarare, come ha fatto la protagonista, che i fischi sono stati atto dei soliti quattro scellerati è, a sua volta, scellerato.
Andiamo per ordine. A Verdi Sofia Cruvelli, prima Duchessa Elena, non piaceva come persona, siccome la signora si credeva la reincarnazione della Malibran e non sarà l'ultima nella storia del melodramma, il maestro le confezionò una parte di assoluta difficoltà, per certi versi la più difficile delle verdiane per soprani. Difficoltà rappresentata dalla scrittura quasi da mezzo della sortita dalla dovizia di segni di espressione, di acuti da tenere (finale quarto) sulle masse orchestrali e corali, dalla irrinunciabile difficoltà di arrivare fresca al quinto atto dove il soprano Falcon si trasforma, per l’esecuzione del Bolero, in una chateuse a roulade o quasi stile Dorus-Gras. Tralascio le fantasmagoriche cadenze, proprio perchè cadenze e quindi da riscrivere ad personam.
Anche ritoccata ed accorciata, come Verdi fece per la traduzione italiana, protagonista la Barbieri Nini, la parte richiede qualcosa di diverso da una Mimì che anni e tempi hanno trasformato in Tosca o Minnie. Cantare queste parti in altri Festival e manifestazioni estive con successo non significa esser in grado di affrontare una parte che richiede integrità vocale, scaltrezza e saldezza tecnica, agilità sicure, legato e fiati da manuale. Preciso che le attuali condizioni vocali non consentono di affrontare con credibilità alcun ruolo verdiano a Daniela Dessi.
All’entrata la cantante, vuota in basso, stridula negli acuti ha moderato il volume e con esso l’inadeguatezza al ruolo, in quanto per scuola ed esperienza una cantante, che ha dimostrato di saper reggere parti al di sopra delle proprie naturali possibilità. I primi problemi sono emersi al duetto con Arrigo al monte Pellegrino, dove la recitazione da Manon a San Sulpizio, non risolve e nasconde alcunchè, la cadenza era sgangherata, frasi come “il mio fratel de vendica” se eseguite con suoni di un certo volume mostrano una voce priva di smalto, di timbro, stridore e suoni malfermi, mentre i tentativi di addolcire danno luogo a falsettini. “Sussurri e gridi” sono la caratteristica di questa vocale ed imterpretiva di questa Duchessa Elena.
La carenza di ampiezza e saldezza sono state ancor più evidenziate nel finale terzo quando Elena “tira” il concertato con il famoso “patria adorata”, ed al finale quarto dall'“Addio mia patria” attaccato con voce senescente e malferma nei tentativi di addolcire, urlato nella stretta.
Il peggio in quell’atto fosse stato il duetto eseguito con tempo letargico, sonorità da idillio, bisbigli e falsettini, da imitatrice della peggior Ricciarelli, neanche il caso di un richiamo alla Caballè. Pacifico che il Bolero (versione facilitata ovviamente, esentata da sovracuti e note sotto il rigo, ove possibile) fosse caricaturale nell’esecuzione.
In generale dal terzo atto in poi la voce è stata al di sotto di quel minimo controllo, che consente una prestazione decente e precisare che certi acuti ghermiti ed urlati possono anche passare il Fanciulla e Tabarro, ma sono oltraggiosi per l’autore ed il cantante in Verdi e in qualsiasi autore coevo e rendono inutili e grossolani giri di controllo in loggione da parte dei managers, alloggiati in comodi posti palco.
Alla fine il caso Armiliato. L’annuncio nel lungo, imprevisto e commentato dal pubblico intervallo fra quarto e quinto atto è stato il rimedio peggiore del male e ha, per certo urtato il pubblico. Ciascuno è libero d credere ciò che vuole sulla vera o diplomatica malattia. Per parte mia posso dire di aver sentito cantare parecchi artisti, pure annunciati malati, in modo bel diverso da quello di Fabio Armiliato sin dall’inizio della serata. E siccome sino al quinto atto (stranamente il meno peggio, nonostante l'annuncio dell'indisposizione) il signor Armiliato godeva di buona salute per questo deve essere valutato.
Basterebbe rilevare che già prima della malattia era stato previsto il taglio della siciliana al quinto atto per dire dell’inadeguatezza del cantante al ruolo. Il ruolo come tutte le parti da grand-opéra batte una zona che per i cantanti della tecnica e del conseguente repertorio di Fabio Armiliato coincide non già con la zona del cantabile, ma con quella degli acuti. E se un acuto è un bercio in Cavalleria o Tosca, ma anche in Forza, la più parte del pubblico sopporta, ma se bercio sono intere frasi la cosa cambia e di molto aspetto. Lotta impari tutta la sera, quindi, con suoni indietro ed ingolati nelle frasi del primo duetto con Monforte tipo il “cantabile grandioso” (grandioso dove?) “di giovane audace” dove i fa ed i sol stanno profondamente in gola, falsettini nel duetto con Elena al Monte Pellegrino, altri suoni fuori di posto e raggiusti al “Ombra diletta”, che insiste sulla zona del passaggio superiore, dove cantano sempre una serie di personaggio come Edgardo o il duca di Mantova mai frequentati da Fabio Armiliato. Al quarto atto l’aria è uno strazio e le risoluzioni all’ottava inferiore con una bella voce grossa e bitumata uno sconveniente omaggio a Verdi, assolutamente in sintonia con il Festival. Qualcuno, oggi vilipeso, ha scritto che il canto non è l’arte della cabala, avremo occasione di dimostralo praticamente, ci illudiamo ancora, ma siamo illusi che questo principio sia chiaro nella mente di chi proponga titoli e ruoli conseguenti, di chi offra o imponga cantanti su quei ruoli ed a chi ultimo li canti. In caso di difetto vige, per tutti i soggetti, il principio di correità.



Gli ascolti

Giuseppe Verdi

I Vespri siciliani


Ouverture - Erich Kleiber (1951), Thomas Schippers (1970)

Atto I

In alto mare - Martina Arroyo (1970)

Qual è il tuo nome - Giangiacomo Guelfi & Mario Filippeschi (1955)

Atto III

In braccio alle dovizie - Heinrich Schlusnus (1933)

Atto IV

Giorno di pianto - Mario Filippeschi (1955)



Atto V

Mercè dilette amiche - Antonietta Stella (1957), Renata Scotto (1970)





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venerdì 8 ottobre 2010

"Arrigo, ah, parli a un core"

Julian Budden definisce l’aria di Elena “Arrigo, ah parli un core” il “centro immobile” del duetto tra soprano e tenore all’atto quarto dei Vespri Siciliani. Centro immobile perché lo svolgersi dell’incontro tra i due, dapprima uno scontro poi il riavvicinarsi dei due amanti che comunque non avranno unione in terra, si arresta. In un momento di sospensione del dramma, la Duchessa perdona Arrigo, dichiara di amarlo comunque, ma oramai le loro origini diverse ne separano i destini, inevitabilmente. L’amore, il rimpianto, la tristezza nobilmente composta e distaccata della primadonna caratterizzano il brano, celeberrimo, passo chiave della protagonista del secondo grand-opéra di Verdi.


Brano che trova raramente esecuzione integrale della scrittura causa la monumentale cadenza finale, che comprende una scala cromatica discendente dal mi nat al fa sotto il rigo, perfettamente eseguita di fatto solo da Maria Callas ( che pure parte dal do: le altre ne fanno esecuzioni parziali della discesa in basso o alternative ).
La scena è stata cantata in tanti modi, unendo timbro e fraseggio in casi eccezionali ed indimenticabili, di solo timbro oppure di solo fraseggio ma molto bene, né di timbro né di fraseggio, ossia male…modernamente, come ben immaginerete.
Tre sono le esecutrici eccezionali di questa parata che vi proponiamo, la Callas ( negli anni in cui era davvero la grande Callas ), la Cerquetti e la Caballè. Fedelissima esecutrice di ogni segno di espressione scritto da Verdi la prima, non perde mezza forcella, un f, niente; una linea di canto bellissima, aristocratica, dolente ma comunque vigorosa, ad onta di qualche nasalità in certi momenti. Al suo fianco, e la preferenza mi pare questioni di gusto, Anita Cerquetti, dal timbro sontuoso, anche lei nobilissima, dalla dizione scandita e perfetta, italianissima nel porgere le frasi una dopo l’altra. Possiede un timbro superiore alla Callas, ma l’esecuzione musicale di questa mi pare resti superiore. Incarnano entrambe il gusto del Verdi d’annata, lontano da ogni effetto studiato poi da chi, in virtù della ricercatezza del fraseggio o di qualche fascinoso artificio, affrontò Verdi senza possedere vera voce verdiana. In questo non alludo, nel caso dei Vespri, a Montserrat Caballè, che di “manipolazioni” verdiane ne operò tante in seguito, quanto piuttosto alla Gencer ed alla Scotto. La Caballè, infatti, produsse nei Vespri uno dei suoi più importanti capi d’opera, che cantò libera da certi vizi riscontrabili in altre prove. Voce non certo da soprano drammatico d’agilità, quale è quella necessaria alla vocalità di Elena, la Caballè canta con assoluta pienezza del suo mezzo straordinario, emettendo suoni di bellezza soggiogante, ma mai abusati o compiaciuti. A meno delle note gravi sotto il rigo, eseguite di petto non troppo bene, canta anche lei con rara ( per lei! ) aderenza alla scrittura verdiana, timbro nobile e linea di canto compostissima e sfumata. Gli acuti, quelli attaccati scoperti delle scale discendenti della chiusa ( il si nat !!! ), sono suoni celestiali, inumani direi, che la collocano nettamente al di sopra di tutte le Elene a lei successive dell’era recente.

Più vicino al modello Callas Cerquetti l’esecuzione di Antonietta Stella, figlia della medesima epoca. No sarà stata pari alle precedenti, ma la sua esecuzione è notevolissima per via del timbro, notoriamente bellissimo, la sua dizione chiara e scandita, la nobiltà innata dell’accento. In particolare, lei come le predette signore, è in grado di cantare sul passaggio superiore con assoluta facilità e solidità, emettendo sempre suoni pieni, nitidi e a fuoco, che da un certo punto in poi di questi audio, da Olivia Stapp in poi, di fatto non connotano più le voci, a riprova che in fatto di tecnica e di tradizione nel suo insegnamento abbiamo perduto alcuni fondamentali per la strada. La Stella non è certo cantante struggente, manca qua e là di magia ( penso alle scale discendenti ), ma canta ad un livello per noi oggi inimmaginabile.

Primedonne di razza, fino in fondo, Leyla Gencer e Renata Scotto, praticano l’arte del canto e quello del baro con la stessa dimestichezza, la prima assistita per me ( che la amo anche quando canta con la voce a pezzi ) da una intelligenza e da un senso delle cose rarissimi; la seconda mossa da una volontà irrefrenabile di essere sempre al di sopra della propria natura vocale e da una fantasia interpretativa senza limiti. Alla Gencer il gioco riesce benissimo laddove, mancando il timbro ed immagino anche lo spessore della voce in teatro, screzia il canto nobile con delle vene di passionalità: l’amante dice “ Io t’amo”, “Io muoio” con una intensità che fa rabbrividire; tocca l’ascoltatore con l’effetto del rallentamento compiaciuto della seconda strofa, e mette in chiusa al pezzo un fiatone da brivido dopo le scale discendenti amministrate con i suoi celebri acuti flautati presi scoperti. Insomma, un cervello ed un senso del teatro stupefacenti, senza…la voce adatta alla parte.
La Scotto canta benissimo, si affida al virtuosismo del tempo lento, lentissimo, come da arcaica tradizione documentata da Ester Mazzoleni. E sceglie anche la via dei portamenti, compiaciuti ed insistiti. Già su “Un ‘aura di contento” arriva il brivido che la grande primadonna vuole e sa provocare, ma con l’andare dell’aria la vicenda assume un po’ il tono della grande, ciclopica impresa. Il tempo si fa troppo largo per sostenere tutto il brano con senso di facilità, che è poi quello che lo spettatore deve avere, dunque il tutto alla fine oscilla tra la grande emozione e la grande fatica. Esecuzione mirabile ma esagerata nella ricercatezza.
Nell’era moderna solo Martina Arroyo sta al pari della Caballè per qualità timbrica: più della spagnola ha le note centro gravi, indubbiamente più rotonde e piene. Voce bellissima, acuti di una facilità eccezionale, ma interprete inerte, dal fraseggio lato, all’americana tanto per intenderci, non certo sulla parola o cesellato all’italiana, come il Verdi alla nostra maniera pretende. Tuttavia un canto di qualità altissima ed indimenticabile da chi ha potuto sentire questa grande cantante in teatro.
Più italiana nel fraseggio la Kabaivanska, non potendo certo avvalersi di un timbro di qualità eccelsa. La zona acuta della voce è, notoriamente, la parte migliore; nei gravi soffre pur eseguendo la cadenza pressoché integralmente, e si affida all’arte del piano, della sfumatura, e più in generale del fraseggio, che è stato suo terreno di carriera. Al di là di molti suoni non belli, la trovo assai emozionante e pregnante, anche se l’handicap timbrico non si riesce sempre a dimenticare nello scorrere del brano.

Da qui in poi le parole da spendere sono poche, per cantanti o dalla voce evidentemente inadatta ma pur capaci, come la Deutekom o la stessa Stapp, che canta assai peggio della prima ( legato scarso, i re e i mi bem centrali sulla e stretta e scoperta, duri i piani, brutto il si nat della scala discendente ); oppure voci di grande qualità timbrica ma male in arnese, come Carol Vaness ( che ogni tanto balla, apre sul passaggio, non è sfumata né fascinosa, grida il si nat alla seconda scala discendente su “Ah”, si riaggiusta la cadenza…etc ) o Daniela Dessì ( che balla sul passaggio ma riesce comunque ad eseguire i piani, molto belli, apre i suoni in basso e strilla il si nat della scala discendente, riarrangiandosi la cadenza che comunque non le riesce come dovrebbe…); oppure voci adatte alla parte ma malmesse, come una compromessa Guleghina, in grado di cantare bene solo piano, sebbene priva di legato, e con una chiusa dell’aria incommentabile; o la Radvanovsky, la cui esecuzione lentissima non costituisce affatto un prodigio quanto una scelta errata, che ci obbliga ad apprezzare appieno l’handicap timbrico e l’inespressività della cantante, fortemente limitata sul piano tecnico ( i mi sul passaggio come pure il sol acuto di “Io t’amo” sono note tremende..per non parlare del si nat come della cadenza, in cui gratta anche e si inceppa…).
Insomma , in era recente la sola Susan Dunn ha saputo dirci qualcosa di significativo nei panni di Elena, ma anche lei in virtù del timbro e non certo dell’”arte del dire”, come prova la sua esecuzione facilissima ( ad onta delle note sul passaggio superiore un po’ ballanti ) ma poco fraseggiata della scena.


Gli ascolti

Giuseppe Verdi

I Vespri siciliani


Atto IV

Arrigo, ah, parli a un core

1909 - Ester Mazzoleni
1951 - Maria Callas
1955 - Anita Cerquetti
1957 - Antonietta Stella
1964 - Leyla Gencer
1970 - Renata Scotto
1970 - Martina Arroyo
1973 - Raina Kabaivanska
1974 - Montserrat Caballè
1975 - Christine Deutekom
1985 - Olivia Stapp
1986 - Susan Dunn
1997 - Daniela Dessì
1998 - Carol Vaness
2003 - Nelly Miricioiu
2005 - Maria Guleghina
2007 - Sondra Radvanovsky



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martedì 5 ottobre 2010

Una Medea a Cremona

La stagione del Circuito Lombardo si è aperta a Cremona con il capolavoro di Luigi Cherubini: Medea. Già l’argomento è stato ampiamente trattato in due articoli dedicati al 150° anniversario della nascita del compositore fiorentino – sostanzialmente ignorato dalle istituzioni musicali più prestigiose – così come la genesi dell’opera e la sua storia esecutiva: rimando, perciò, ad esse, unitamente alle interessanti discussioni conseguite, per un’introduzione più sistematica. Mi soffermo, qui, sullo spettacolo presentato al Teatro Ponchielli. Ma prima di dar conto dell’esecuzione, mi preme svolgere un paio di considerazioni preliminari. Innanzitutto vorrei cogliere l’occasione di rispondere a chi – all’indomani dello sciagurato Poliuto bergamasco (criticato dal nostro Corriere e sgradito a larga parte del pubblico presente in sala) – ci ha accusato di essere degli ingenui o degli illusi: come a dire che non ci si doveva aspettare tanto di più da un teatro di provincia; per cui l’indecente Paolina della Marrocu, le difficoltà di Kunde, la piattezza orchestrale e direttoriale, nonché il pretenzioso dilettantismo dell’allestimento, avrebbero dovuto essere accolti non solo con indulgenza, ma anche con gratitudine.

In fondo si stava a Bergamo e non certo in taluni dei “templi” dell’opera europea (quelli che produrrebbero “vera cultura” e non la nostra “italietta” da retroguardia). Come se noi – e con noi molti degli spettatori – credessero di ascoltare i Wiener, magari diretti da Abbado, o pretendesse nuove Callas o redivivi Corelli! Occasione gradita, dunque, è quella di raccontare uno spettacolo di provincia, onesto e dignitoso, rispettoso del pubblico e delle ragioni dell’arte (e non, come pare accadere con la Fondazione Donizetti, “prendere in giro” entrambi). Già, perché aldilà delle polemiche strumentali alla dimostrazione di chissà quali teoremi (taluni ci raffigurano come caricature livorose di melomani da anni ’50), la riuscita o meno di uno spettacolo non può e non deve basarsi sui nomi messi sulla carta, né sul teatro dove viene allestito: bensì sull’onestà e l’impegno profuso dagli artisti, tenuto conto, ovviamente, delle difficoltà contingenti. Questo abbiam sempre fatto e, con buona pace di chi critica, faremo sempre: giudicare senza preconcetti e senza chiedere più di quanto ci può essere offerto! Ovviamente, però, pretendendo quel minimo di decenza e di impegno che anche la provincia può e deve garantire. In tal senso il confronto tra il Poliuto bergamasco e la Medea cremonese è emblematico. L’opera di Cherubini presenta grandissime difficoltà esecutive: oltre all’impegno richiesto ai cantanti (per due dei quali particolarmente gravoso), coro e orchestra vengono sollecitati in modo assai inconsueto rispetto alla maggior parte delle opere del repertorio italiano (che costituisce l’asse portante del nostro sistema teatrale). Si è parlato abbondantemente dell’estrema raffinatezza compositiva di Cherubini, dell’altissima elaborazione sinfonica di una partitura che, ammirata dai più grandi compositori della sua epoca e di quella appena successiva, potrebbe benissimo essere firmata da Beethoven, così come del tour de force in cui è impegnata la protagonista (parte lunga, faticosa, ingrata e di grandissima intensità drammatica e vocale). Ascoltare come tutto ciò sia ben gestito, con la consapevolezza dei mezzi a disposizione – senza scollamenti, senza errori grossolani e con grande impegno e concentrazione (a cui ha fatto riscontro una buonissima resa artistica) – da un’orchestra attentissima, precisa e consapevole del proprio dovere (assai più che volenterosa) e da un direttore attento e capace, merita già un plauso riconoscente. Se poi un esito del genere – che ha, per certi versi, del miracoloso – viene paragonato alla piattezza e agli svarioni che un’orchestra molto più ricca di fondi e con ben diverse pretese, come quella di Bergamo, ha profuso nel compitare le quattro note e gli innocui accompagnamenti previsti da Donizetti, allora qualche domanda circa il modo in cui vengono spesi i denari pubblici, viene da farsela. Verrebbe anche da confrontare l’orribile prova scaligera fornita per l’elementare farsa rossiniana (errori, scrocchi, scollamenti di ogni genere…), ma si rischierebbe di andare fuori tema. Questo vuol dire che non bisogna essere i Wiener per suonare bene, né che si deve essere una superstar che bazzica i teatri londinesi o austroungarici per meritare applausi. Vuol dire, anche, che l’impegno e la buona volontà – uniti a professionalità e rispetto per il pubblico – possono ben supplire a carenze di fondi e di prove. Ma, bando alle polemiche, torniamo allo spettacolo cremonese. Spettacolo nel complesso riuscito e giustamente premiato dagli applausi del pubblico (purtroppo non numerosissimo). Un merito particolare che va riconosciuto all’impegno profuso nell’allestire un’opera di raro ascolto, anche se splendida, e che pure i teatri più blasonati (con incomparabile superiorità di mezzi) faticano a programmare. Premetto di non voler assolutamente parlare della Callas e del suo mito – che saggiamente a Cremona non si è cercato di scimiottare – anche perché sono passati 50 anni, e, nel frattempo, è cambiato tutto nell’eseguire quel repertorio, che ora si affronta con maggior aderenza stilistica e certezza delle fonti. L’opera è presentata nella sua versione italiana (con i recitativi di Lachner), ma secondo l’edizione rivista sui manoscritti originali, approntata del 1976 da Flavio Testi per Ricordi: versione dunque attendibile filologicamente, presentata nella sua forma integrale (le versioni della Callas – soprattutto quella registrata in studio da un pesantissimo Serafin – erano invece massacrate da tagli sconsiderati). Questo complica naturalmente le cose e comporta non solo un maggior impegno per la protagonista, ma anche per gli altri personaggi (in particolare Glauce e Giasone). Il direttore, Antonio Pirolli, mostra ottima conoscenza della partitura, che affronta con gesto sicuro e preciso, sottolineandone ogni raffinatezza e sfumatura (in ciò ottimamente seguito da un’orchestra attenta e precisa, e che supera con onore gli scogli di una scrittura sinfonica ed elaboratissima: molto ben eseguiti anche gli episodi concertanti tra cui lo splendido assolo di fagotto nell’aria di Neris). Buono il coro (molto sollecitato nell’opera, in ossequio allo stile francese) efficace nel rendere la grandiosità di certi episodi. Molto affiatata la compagnia di canto, impegnatissima nell’offrire di Medea un’esecuzione coerente allo stile neoclassico che la impernia: quindi nessun suonaccio, nessuna sbracatura, nessun eccesso veristeggiante. Eppure nulla viene tolto alla tensione drammatica e alla concentrazione: a dimostrazione che non è affatto necessario lasciarsi andare a volgari effettacci per rendere la tragedia di Medea. Ovviamente non tutto è perfetto e se si dovesse usare il bulino si potrebbero muovere molte critiche: ma non avrebbe grande senso e sarebbe esercizio di scarso pregio intellettuale (soprattutto se confrontato con prove recenti di realtà ben più blasonate e assai meno riuscite). E dunque: autorevole il Creonte di Luca Tittoto nel dosare il calore paterno e la durezza del sovrano, la linea vocale è morbida ed equilibrata, l’emissione controllata ed elegante, con solo alcune difficoltà in taluni estremi acuti. Buona la Glauce di Eleonora Buratto: voce fresca, abbastanza agile e precisa nella difficile coloratura (la parte è integrale – a differenza delle esecuzioni storiche, ove era ridotta a poco più di una comprimaria – e presenta notevolissime difficoltà, essendo il ruolo più spiccatamente belcantista dell’opera). Più problematico Lorenzo Decaro, nel ruolo di Giasone: voce corposa e dalle tinte brunite nei centri, sicura e sonora, ma che tende a chiudersi salendo. Gli acuti – pur restando intonati e fermi – soffrono un certo ingolamento, e rivelano un po’ di fatica. Una prova tuttavia convincente, soprattutto nell’evitare certi facili effettacci: l’interprete è misurato e non si trasforma in una specie di Canio ante litteram. E neppure segue la sciagurata lezione di Vickers, Giasone immeritatamente considerato storico da taluni. La Neris di Alessandra Palomba è corretta: la splendida aria dell’atto II è ben compitata (con diligenza ed eleganza), ma è fredda e poco partecipata. Una piacevole sorpresa Maria Billeri: anche perchè l’ascolto di alcuni frammenti di una sua Norma mi aveva lasciato abbastanza perplesso. Medea, invece, appare molto più adatta alla sua vocalità. Linea di canto sicura e corposissima, dal volume impressionante (ma ben controllato) e dagli acuti sicuri e facili (forse esibiti, talvolta, con troppa veemenza). La parte è ingrata, inutile ribadirlo, nel suo continuo alternarsi tra declamati drammatici e squarci cantabili: richiede un centro resistente e robusto, capace di reggere, però, le frequenti ed estemporanee scalate nelle parti più alte della tessitura, che non devono mai essere risolte in grida sguaiate! La Billeri mantiene un encomiabile controllo nell’acuto, sempre fermo e intonato, ma mai fisso (buono l’uso delle mezze voci e delle smorzature per colorare la frase e dare senso drammatico agli sbalzi d’umore e alla furia di Medea: senza ricorrere all’armamentario verista). A ciò si aggiunga la padronanza dell’accento tragico e la saggia scelta di non imitare la Callas, neppure nella gestualità. Credo che il repertorio più congeniale alla cantante sia proprio questo e non certo il belcanto (le poche figurazioni di coloratura che talora arricchiscono anche il ruolo di Medea, risolte con una certa macchinosità e difficoltà, lo dimostrano appieno). La parte, poi, è lunga e richiede grande resistenza (la Callas riteneva “assassina” la parte), che la Billeri dimostra di avere, arrivando al termine senza alcun debito vocale. Al termine ovazione più che meritata. Tuttavia, il maggior merito, va, a mio giudizio, attribuito al direttore d’orchestra, che ha saputo valorizzare il materiale di cui disponeva, cavando il meglio da ciascuno e mettendone in secondo piano i difetti, ed evitando di trasformare l’opera in un campionario di brutture e volgarità (come il Poliuto bergamasco). Un ultimo accenno all’allestimento. Il regista Carmelo Rifici (già assistente di Ronconi e con un curriculum di tutto rispetto) decide di spostare l’azione nel periodo di composizione dell’opera (evitando così la romanità di cartapesta che si rischia sempre in titoli del genere, e l’attualizzazione fine a sé stessa). Un’epoca napoleonica sui generis in cui la forza della ragione vuole ristabilire regole e leggi dopo i furori rivoluzionari. Ordine contro disordine. Ambientata in una sala di un museo, dove i quadri che raffigurano i miti prendono vita, le forze dell’irrazionale (personificate da Medea) non accettano il nuovo ordine. Il tutto è risolto con grande eleganza ed attenzione al dato pittorico – evidente il richiamo all’iconografia di David (molto belli i costumi) – e alla gestualità (emozionanti l’ingresso del vello d’oro, il finale II e la fine dell’opera). Pur nell’obbiettiva ristrettezza di mezzi (penso al guazzabuglio maldestro del Poliuto bergamasco)! Non il solito concerto in costume, dunque, mascherato da avanguardia e costellato da provocazioni gratuite e poco coerenti con la musica. Insomma uno spettacolo da vedere e che – in questo periodo di vacche magre – è una boccata di aria pura! Senza pretese di assoluta eccellenza, ma rivelatore di quella professionalità e quell’impegno che oggi latitano ovunque...e di cui vi sarebbe bisogno più che mai!

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domenica 3 ottobre 2010

Elisir d'amore alla Scala

Una bella serata di quelle dopo le quali tutti sono andati a casa felici e soddisfatti. Contentoni, si dice a Milano. Qualche ovvia eccezione al tripudio, e non solo di quelli del Corriere della Grisi. Almeno credo.


Sabato sera, recita fuori abbonamento, penso; un pubblico felice e plaudente per il solo fatto di essere alla Scala. Magari per la prima volta. Ancor più felici gli addetti ai lavori (direttori artistici, consulenti per le voci, agenti) che, salvo la riprovazione indirizzata alla protagonista, ha “sfangato” la serata, nata con molte incognite, prima fra tutte il protagonista maschile. Addirittura trionfanti per il bene fatto alla Scala, amata più della mamma, certe stagionate frange del pubblico, ormai difensori ad oltranza di qualsiasi spettacolo sul palcoscenico del Piermarini, dimentichi del proprio passato e di quello del teatro, che difendono con ardore, ignari, mi auguro per loro, di accelerarne la fine allontanandone, con il loro plaudente comportamento, la linfa vitale rappresentata vuoi dal pubblico under 30 vuoi dal dibattito e dal confronto. E’ questo il vero spunto di riflessione, l’unico, che meriti cenno e parola perché sui cantanti, sulla direzione, tutto è già stato detto e scritto, e se non lo fosse si potrebbe si potrebbe utilizzare passi di altre recensioni come nelle opere del Settecento con le arie, che transitavano, dall’uno all’altro titolo con egual significato drammatico.
E questo non perché, come apostrofati, con proterva maleducazione: “Non ci va mai bene niente”, ma perché nessuno dei quattro cantanti protagonisti (e pari ad essi la comprimaria Giannetta – Barbara Bargnesi) aveva la voce a fuoco e capace anche in parti propizie del palcoscenico, come il risonantissimo punto Callas, di farsi sentire anche se privi di volume stratosferico. Poi i quattro mostravano, variamente lo stato vocale ed interpretativo, cui conduce l’insipienza tecnica. Al massimo grado Rolando Villazon, piatto, incolore, timbro e volume da comprimario, sempre su un sordo e secco forte, cortissimo in alto, se di acuti si può parlare con riferimento a Nemorino. Che si agiti in scena, che trasformi Nemorino nel Richetto dello Zecchino d’oro Anni 60 (altro che Charlot!) non sono elementi che giustificano l’assoluzione finale da parte del pubblico ed il lauto, lautissimo compenso, che si dice frutti al tenore la partecipazione allo spettacolo.
In condizioni vocali assolutamente pari, nonostante al più giovane età Nino Machaidze, che, alla fine del ben poco impegnativo rondò (robetta si dice in loggione), il pubblico ha copiosamente buato. Alla breve: voce corta, acida, incapace di colori ed accenti, agilità da principiante. Possono anche evitarle l’onta delle uscite singole, ma la scelta né migliora la tecnica della cantante, né tantomeno ne allunga la carriera. Il compenso percepito, anch’esso mi si dice Top Fee, riservato all’ex studentessa dell’Accademia, può giustificarsi in forza di quattro mossette, ancheggiamenti e moine. Fra Elisir d’amore e l’avanspettacolo dove le reclute apostrofavano le subrettine, passano circa 100 anni. E l’osservazione valga anche per valutare l’allestimento strabordante di inutili gags che distolgono dalla musica e dalla perfetta drammaturgia donizettiana. Ancora indietro nel cammino della decozione vocale Ambrogio Maestri, ma solo perché canta da buffo e “caccia” un paio di voluminosi acuti. La voce presenta quello che in gergo si chiama “il buco”, più tipico delle voci di basso e di mezzo-soprano in zona medio-grave, che gli impedisce fluidità nei sillabati e quell’ampollosità che dell’inveterato cialtrone è caratteristica prima. Anche qui, che alla barcarola sibili la“esse”come il vecchio sdentato può far ridere solo chi creda Elisir d’amore titolo per il Teatro Smeraldo e non per la Scala. Il signor Viviani difetta della vanagloria, vocale in primis, che compete a Belcore, pasticcia pure le agilità della stretta del sortita e del duetto con Nemorino. E’, però, lontano dalla meta cui sono giunti i protagonisti.
Edizione integrale. Sempre più rimpiango le forbici ed i coltelli di Serafin, Votto e Gavazzeni. Per eseguire il duetto Adina-Dulcamara, che rifà il verso ai grandi duetti da opera seria senza inserimenti o senza variazioni di dinamica, tanto vale tagliare come è inutile la riapertura del taglio nel quartetto “Io già m’immagino” (che parafrasi nientemeno che Semiramide) con esecutori come quelli propinatici ieri sera, anche con un direttore diverso. Vero è che Donato Renzetti ha tenuto insieme l’orchestra, fragorosa, ed il palcoscenico, inutile dolersi poi di quel che in eleganza e languore non c’era ai passi topici come Adina credimi o Una furtiva lagrima, perché con quel protagonista…ma almeno il Preludietto, il coro dei contadini alla prima scena, e quello dell’ingresso di Dulcamara, non devono richiamare gli armigeri di Fausta o Parisina, ma l’iconografia ottocentesca della campagna lombarda, ben diversa dalla realtà del lavoro e della fatica. Ma Elisir d’amore con il suo trasognato protagonista nulla ha a che spartire con la realtà. Questo ovviamente lo ha ben dimenticato Laurent Pelly. Dimenticavo, ho la presunzione di credere che a casa insoddisfatto oltre a parecchi, ci sarebbe andato anche Gaetano Donizetti. Per sua fortuna è morto!


Gli ascolti

Donizetti - L'Elisir d'Amore


Atto II

Quanto amore!...Bella Adina...Una tenera occhiatina - Alda Noni & Sesto Bruscantini (1951)

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sabato 2 ottobre 2010

Verdi Festival 2010: Trovatore.

Di cosa vale la pena parlare, dopo la brutta recita cui ho assistito ieri sera?
Direi solamente della condotta professionale del due Meli – Temirkanov e del soprano Norma Fantini, attesa al rientro in Italia.
I primi per avere propiziato il disastro della serata; la seconda per essere incappata in una prova infelice. Temirkanov e Fantini, le mie sole curiosità ( deluse ) in questa produzione.

“Errare humanum est, perseverare demoniacum” dice l’adagio. Esporre per ben due volte consecutive al pubblico in antigenerale e generale l’indecente signora Tarasova, Azucena priva non solo dei connotati del cantante professionista, ma anche del minimale buon gusto oltre che del curriculum necessario ad essere scritturata in produzione di livello, ed osare pure mandarla in scena alla prima inaugurale ad onta delle aperte riprovazioni del pubblico alle prove, è stata operazione irrispettosa del pubblico come dei colleghi, costretti a lavorare tra ululati, grida, e consimila. Ogni persona accanto a cui passavo nel recarmi al mio posto prima della recita parlava dell’indegna Azucena della Tarasova, ridacchiando ed interrogandosi su quale caina si sarebbe creata in teatro, e se pure i protagonisti ce l’avrebbero fatta, date malattie, defezioni, fumi improvvisi visti alla prove, a cavarsi dai guai.
Tutto quel poco di buono che vi poteva essere nella produzione non è stato nemmeno preso in considerazione da un pubblico, quello del loggione, alterato dal comportamento della direzione artistica come della bacchetta ( continui i borbottii, i commenti e gli sfottò del pubblico del loggione ), incapaci di procedere alla doverosa protesta e persino alla moderazione degli incredibili effettacci dell'Azucena in questione. Direzioni artistiche e bacchette odierne paiono incapaci del minimo suggerimento in questi frangenti, procedendo incauti ed indifferenti verso il disastro, in questo caso anche a detrimento del resto della compagnia: un esempio per tutti, il caso della signora Smirnova nella recente Aida scaligera, fatte le debite proporzioni tra le cantanti.
Il maestro Temirkanov, non contento della propria assenza di rigore, si è pure esibito in una direzione insignificante, non certo all’altezza del nome che porta: direzione accesasi solo a tratti, nei cori o in qualche punto qua e là, ma caratterizzata da accompagnamenti perlopiù fiacchi, senza suggestione, dall’ingresso di Ferrando, al duetto Manrico Azucena, sino a quello finale Leonora Conte, ad onta del bel suono dell’orchestra. Per giunta l’affiatamento tra buca e coro, in particolare, non è parso sempre ineccepibile, come pure certi scollamenti con i solisti.
Il pubblico ha perciò riprovato apertamente, in corso di serata come alla fine, direzione artistica e bacchetta, accolta da un’enorme salve di bu alla singola.Sacrosanti.

La prova deludente di Norma Fantini non giunge inattesa per questo blog ( le mie perplessità ve le esternai in giugno, allorquando commentai il cartellone del Verdi festival ), e non per disistima della cantante, o perchè ormai mi stia trasformando nel polpo Paul, quanto perché …..”il canto non è l’arte della cabala”, ma scienza parecchio esatta.
Due sono le prerogative necessarie che la difficilissima scrittura di donna Leonora richiede al soprano: confidenza assoluta con la parte alta della voce, dal passaggio in sù, dove questa deve aver ampiezza ma anche assoluto galleggiamento sul fiato, e bella affinità con un certo canto di agilità, trilli e staccati in primis ( sui gravi del Miserere si può anche transigere, a patto di barcamenarsi con gusto, perché quelle sono note che quasi nessun soprano ha mai avuto…).
Leonora è personaggio dalla componente belcantistica assai accentuata, psicologicamente astratto nei cantabili delle arie, nella scena del convento sino alle ultime altissime battute del ”Prima che d’altri vivere”, ora acceso dal “sacro fuoco” della primadonna verdiana nelle cabalette, nelle strette di terzetto e duetto come nel Miserere. Le arie, in particolare il terribile “D’amor sull’ali rosee”, non tollerano lo sforzo, la stimbratura, la durezza della voce: se si canta a piena voce, servono o un timbro straordinario alla Arroyo, o la brillantezza di una Sutherland; oppure se si sfuma, come di prammatica, occorrono o i piani, non dico della Caballè ma quelli sicurissimi e fascinosi alla Gencer; al limite i falsettini di chi bara, stile Ricciarelli o ultima Cedolins, perché anche così si può vincere la partita. Di qui non si scappa.
E qui la signora Fantini non poteva prendere partito alcuno: i suoi sono gli acuti di un soprano che spinge oltre il passaggio, vuoi per scuola vuoi perché appensantita da più di un decennio di opere spinte, amministrate bene ma senza avere la vera voce del soprano spinto. Le note possono arrivare da una certa altezza in su solo forte e dure, anche vibrate, completamente fuori luogo nel canto del IV atto. Ha lottato negli atti che precedono, cercando i piani e le nuances, che pure le costano fatica, riuscendovi bene sino ad un certo punto dell’opera. Poi tutto è cessato, il canto si è fatto difficile e macchinoso. Né la Fantini è cantante che sa barare, vuoi per carattere vuoi per modo di cantare.
Quanto al canto di agilità, avrebbe anche potuto mancare di leggerezza e di slancio nelle cabalette, perché sarebbe stato normale data la carriera che si porta sulle spalle, ma non eseguire del tutto i trilli o mancare parte della cadenza in fondo al “Tu vedrai che amore in terra” è stato un po’ eccessivo per il pubblico. Di qui l’esito poco felice di una prova che la Fantini ha preparato avendo cura delle intenzioni e del fraseggio, dalla sortita a tutte le battute rivolte a Conte e Manrico, sino al finale della prigione, ove, stringendo i denti, è riuscita a cantare ancora con gusto e lirismo. Lo sforzo profuso, però, non è bastato per convincere, né per piacere a me come a gran parte del pubblico che, và anche detto, ieri sera è stato in grado di udire i difetti oggettivi di questa cantante pur avendo sorvolato, in passato recente, su prove orribili come quelle della Theodossiou nel Nabucco, o la Dalla Benetta nel Corsaro ed altre. Prove ove erano mancate oltre alle note anche il gusto e le intenzioni musicali. Ecco perchè ieri sera più che mai, di fronte alla completa sordità per il non -canto di Nucci o la faticosissima prova di Alvarez, mi sono convinta che il pubblico di Parma sia difficile non perchè effettivamente selettivo come quello scaligero, ma perché alterno, talora umorale, di fronte ai cantanti. Se ti amano vai sempre e comunque, se non ti amano o non ti conoscono…dipende dalla sera.
Detto questo, però, non comprendo le ragioni per cui una cantante esperta, professionalissima ed oculata come la signora Fantini abbia deciso improvvisamente ( o chi per lei ) di cimentarsi in una parte altissima ed in punta di forchetta, essendo abituata da lungo tempo a tessiture più centrali come Aida, Valois, Chenier e Tosca. Una nota spinta in Aida non è una nota spinta in Trovatore, i vociomani lo sanno bene.
Spiace, perché dopo la vergognosa vicenda scaligera, questa cantante avrebbe meritato una riparazione italiana diversa, un ‘occasione per provare i cambiamenti effettuati sul proprio canto in questi anni trascorsi all’estero, ma il Trovatore non era proprio il titolo giusto.

Quanto al resto, vi ho in parte detto.
Il basso, signor Deyan Vatchkov, è uscito indenne da una serata nata male per tutti, cantando senza gloria o meriti speciali. La voce non è da basso vero, ma da baritono che la pecia e la ingola, more solito.
L’ennesimo Manrico del signor Alvarez ha deluso, come già all’Arena questa estate. Di questo tenore abbiamo parlato già altre volte. Ha cantato con monotonia e piattezza, di fibra ( seppure bella….bellissima fibra!). Ha avuto voce vera solo nei primi due atti, dato che dalla pausa è rientrato con volume ridotto, fiato cortissimo nell’ ”Ah si ben mio” ( con tanto di imbarazzanti tentativi di eseguire i quasi mai cantati trilli scritti ), una Pira faticosissima, ed il quarto atto senza benzina. Ha deluso parecchio i suoi numerosi fans parmigiani.
Nucci si è prodotto in una recita last minute per sostituire l’indisposto Sgura. Ha riscosso il solo vero successo della sera, lui solo, come al solito. Il suo canto ha deluso anche parecchi dei suoi fans, perché la voce non ha più legato, timbro né morbidezza alcuna, recitativi inclusi. Per me, inascoltabile. Ma a Parma per Nucci va così.
Produzione senza infamia e senza lode, gradevole da vedere, ma senza alcunché di nuovo o di particolarmente suggestivo. Regia quasi assente, se non banale, ma niente di grave o di dannoso ad una produzione nata male e ancor peggio gestita.

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venerdì 1 ottobre 2010

Cantare Verdi con la Voce verdiana: Ebe Stignani

Ebe Stignani, in gergo scaligero “la signora Ebe”, caso unico e prodigioso di perfezione assoluta del canto verdiano nella corda del mezzosoprano.
Nessuna voce è stata più, dopo di lei, tanto bella, corposa, ricca di armonici, omogenea, morbida ed ampia in ogni registro, oltre che straordinariamente longeva, e nessuno dopo di lei ha più saputo manovrare il proprio mezzo con tanta perfezione tecnica e sapienza musicale.

Una compagna di Aide, Trovatori, Don Carli e Balli in Maschera impegnativissima, una montagna immobile ed inavvicinabile per quasi tutti/e i/le colleghi/e, salvo forse l’Arangi Lombardi, a lei molto simile per qualità naturali, capacità tecniche e modalità espressive, Francesco Merli o Beniamino Gigli, altro cantante altrettanto fenomenale, anche se forse meno perfetto, o Tancredi Pasero.
La signora Ebe non conosce cedimenti negli audio live che documentano, innumerevoli, la sua eccezionale carriera, caratterizzata, al di là delle performances in sé per sé, da un ritmo di lavoro altissimo, per noi oggi insostenibile da chicchessia.
Cantante aulica, di un gusto che oggi si tende a classificare come arcaico, è forse l’ultima rappresentante di quel canto strumentale, scevro da ogni benché minima inflessione “naturalista”, che ritroviamo documentato nei mezzosoprani in Sigrid Onegin o Ernestine Schumann Heink. Un canto in cui l’espressione è delegata al mero suono, al virtuosismo tecnico che consente alla voce di flettersi a comando in ogni zona del pentagramma, ad ogni nota di essere amministrata e governata secondo l’intento dell’interprete, con un dominio tecnico assoluto. Dalla scuola del Lamperti trasse l‘arte del canto sul fiato, e soprattutto quel modo a lei peculiare nella sua epoca, di cantare sulle vocali a ed e aperte, sonore ma perfettamente immascherate, altissime. La discesa ai gravi, sino alle ultime Ulriche fiorentine, scevra da ogni artificioso scurimento della voce, mai bitumata o ingolfata in alcun momento. Nessun mezzosoprano ha mai più legato frasi come “o mia regina io t’involai al folle amor” di Eboli oppure “Ah vieni, vieni amor mio m’inebria” di Amneris.
Il canto della Stignani, che l’età riuscì solo a scalfire forse nei fiati, lievemente ( e dico… lievemente! ) accorciatisi dopo quasi trent’anni di carriera, ricorda un po’quei casi di assoluta ed inumana perfezione artistica di Raffaello, o Bernini, o Picasso, insomma quei mostri sacri cui il destino ha dona tutto, compresa l’intelligenza per amministrare il proprio dono e piegarlo al servizio dell’arte.
Il suo Verdi è fatto di un fraseggio ampio, composto, mai esteriore o concitato; i personaggi sempre nobilitati nell’accento, retto da una dizione chiarissima e scandita, chiaramente ancorati agli stilemi espressivi, talora anche retorici, del XIX secolo, puri da ogni vezzo verista.
A volerle trovare difetti, possiamo sottolineare la debolezza notoria dell’attrice, secondo chi la vide in scena inesistente, ma sempre ferma e nobile; oppure il fatto che nell’esecuzione dello “Stride la Vampa” non eseguisse i trilli scritti, unico vero tributo pagato al gusto della sua epoca.
Ma sono inezie, prove del suo essere pure lei…umana, a fronte del suo essere cantante ed artista praticamente perfetta.



Giuseppe Verdi

Oberto, conte di San Bonifacio

Atto II

Un giorno dolce al core...Oh, chi torna l'ardente pensiero - Ebe Stignani (1952)


Rigoletto

Atto III

Bella figlia dell'amore - Maria Gentile, Alessandro Granda, Carlo
Galeffi & Ebe Stignani
(1928)


Il trovatore

Atto II

Condotta ell'era in ceppi - Ebe Stignani (con Gino Penno - 1953)

Atto III

Giorni poveri vivea - Ebe Stignani (con Carlo Tagliabue & Giuseppe Modesti - 1953)

Atto IV

Madre, non dormi?...Ai nostri monti - Ebe Stignani & Gino Penno (1953)


Un ballo in maschera

Atto I

Re dell'abisso - Ebe Stignani (1957)

Che v'agita così...Della città all'occaso - Ebe Stignani, Anita Cerquetti & Gianni Poggi (1957)


La forza del destino

Atto I

Viva la guerra!...Al suon del tamburo - Ebe Stignani (1941)

Atto II

La Vergine degli angeli - Ebe Stignani (1938)

Atto III

Rataplan - Ebe Stignani (1927)


Don Carlos

Atto II

Nel giardin del bello - Ebe Stignani (1950)

Atto III

Sei tu...Ed io che tremava al suo aspetto - Ebe Signani, Dino Borgioli & Richard Bonelli (1938)

Atto IV

O don fatale - Ebe Stignani (1951)


Aida

Atto I

Alta cagion v'aduna - Gina Cigna, Beniamino Gigli, Ebe Stignani, Tancredi Pasero (1937)

Atto II

Fu la sorte dell'armi - Gina Cigna & Ebe Stignani (1937), Renata Tebaldi & Ebe Stignani (1953)

Atto IV

L'aborrita rivale...Già i sacerdoti...Ohimè, morir mi sento - Ebe Stignani (con Beniamino Gigli - 1939)


Falstaff

Atto II

Buongiorno buona donna...Reverenza! - Giuseppe Taddei & Ebe Stignani (1956)


Requiem

Recordare - Ebe Stignani & Maria Caniglia (1940)

Liber scriptus - Ebe Stignani (1940)


Il trovatore

Atto IV

Ai nostri monti - Ernestine Schumann-Heink & Enrico Caruso (1913), Sigrid Onegin & Mario Chamlee (1924)



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