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venerdì 19 agosto 2011

Scendendo la collina: Elsa von Bayreuth

Lohengrin” a Bayreuth ebbe il suo battesimo nel 1894, cioè a quasi vent’anni dall’inaugurazione del Festival e ad un passo dal nuovo allestimento del nuovo “Ring” dopo l’apertura del 1876.
Fu Cosima Wagner a volere fortemente il nuovo allestimento e pose la “primadonna” scelta per Elsa grazie ai suggerimenti del direttore Hans Richter, ovvero Lillian Nordica, allora versatile soprano di prima grandezza, al centro di un cast internazionale, mossa strategica e pionieristica verso un’apertura del sacro tempio wagneriano a cantanti non solo tedeschi.


Lillian Nordica preparò il ruolo con Cosima e le prove non furono scevre da tensioni, anche emotive, che in parte minarono l’esito canoro della prima recita; eppure quelle recite, nel prosieguo, si risolsero in un grande trionfo, ripetuto successivamente nelle recite newyorkesi, nuovo teatro d’elezione che consacrò la cospicua fama della grande cantante.
La voce della Nordica, in effetti, rappresentava per l’epoca l’incarnazione ideale delle caratteristiche vocali di Elsa: accento aulico che sapeva diventare tenero e febbrile, robusto e chiaro il timbro, a proprio agio nell’emissione flautata, anche se con una punta di gutturalità, nelle note centrali comunque morbide nella loro costante sollecitazione, radiosi gli acuti, successivamente un po’ fissi tuttavia, utili soprattutto al II° e III° atto e segno di un passaggio di registro che risuciva a saldare le due ottave. Il legato da manuale e la respirazione le consentirono di affrontare le poche note gravi con naturalezza e senza ricorso al parlato.
Occorrerà attendere il 1908 per la ripresa dell’opera, per le cure stavolta di Siegfried Wagner, autore anche dei cambiamenti dell’allestimento materno, atti a rendere più essenziali e al passo col nuovo corso teatrale gli elementi ed i movimenti scenici.
Beniamina del Festival per ben tre edizioni, distinguendosi in ruoli come Elisabeth, Brangaene, Sieglinde, Gutrune, III Norna, Katharina Fleischer-Edel poteva vantare una femminilità più marcata e meno astratta, sempre nel merito del gusto dell’epoca, rispetto al modello rappresentato dalla Nordica: timbro anch’esso da lirico spinto, la Fleischer-Edel contava su una ottima musicalità e su un registro centro-acuto omogeneo anche se attraversato da un vibrato naturale molto suggestivo.
L’anno successivo ecco arrivare una delle creature più riuscite della gestione di Siegfried Wagner:
Lilly Hafgren-Waag (o Hafgren-Dinkela).
Giovanissima, ma dalla sensibilità spiccata e dalla personalità incandescente la Hafgren-Waag, possedeva voce argentea e robusta insieme, molto sicura e omogenea, dunque ideale per dipingere una Elsa fanciullesca capace di essere al contempo volitiva, in virtù della quale, oltre a Freia ed Eva, la spingerà con successo ad ampliare il suo repertorio verso ruoli wagneriani più drammatici e altri compositori a cavallo tra i due secoli.
Si alternava in quell’anno a Gertrude Rennyson, cantante dalla carriera breve, interrotta purtroppo a causa della Prima Guerra Mondiale quando stava per esordire al Met, ma che nel primo decennio del ‘900 riuscì a costruirsi una solida fama grazie al repertorio consueto, alla voce dai bagliori argentei e alla totale identificazione con il ruolo.

Maria Muller, titolare del ruolo nel biennio ’36-’37, è un miracolo di emissione sul fiato, di timbro di abbagliante lucentezza, di dolcezza incomparabile, di perfezione musicale e fraseggio irresistibile.
Nessuna frase, nessun accento, nessuna sillaba viene sprecata in un canto la cui perfezione stilistica non è solo fredda esibizione di note, ma è l’esempio preclaro che con la tecnica, la dizione ed il fraseggio si possono davvero raggiungere vette espressive.
Nel I° atto ad esempio il canto della Muller è tutto in crescendo; un crescendo impalpabile ed emozionante che la trasforma da creatura introversa e distante a donna viva e libera alla vittoria di Lohengrin su Telramund. Allora i piani della voce ammaliano e commuovono e ci portano dentro questa umanità femminile non più sola ed il secondo atto si ammanta di malinconia e mistero fino ad esplodere in un climax in cui la sensualità trattenuta della donna e le irate domande fatali diventano le due facce di un dubbio di difficile risoluzione. Tutto questo merito di una voce che non tradisce mai se stessa né l’autore e che vibra di spontaneità.
La Muller rappresenta, a ragione, una delle Else per antonomasia la cui eredità è stata accolta e fatta evolvere da artiste del calibro di Eleanor Steber, Elisabeth Grümmer, Leonie Rysanek, Cheryl Studer.
Più delicata Kathe Heidersbach, colonna del buon comprimariato del Festival negli anni ’20-’40 a cui venivano affidati anche dignitosi secondi cast (Elsa appunto, ma anche Eva e Gutrune).

Nel ’53 apparve il nuovo “Loehngrin” della “Nuova Bayreuth” che mancava dall’ormai lontano 1937 e vi brillava la stella incomparabile di Eleanor Steber: forse tra le pochissime che è riuscita a donare a Elsa quella patina di naturale sensualità ed eleganza rendendola unica nel panorama discografico.
Naturalmente merito di un timbro di argento vivissimo animato da musicalità e tecnica eccellenti: nessuna frase viene tralasciata, ma anzi detta e interpretata senza manierismi, ma solo fidandosi della partitura e delle proprie possibilità, che sono invero cospicue potendo contare su un controllo del fiato eccellente, un sostegno del suono robustissimo e che non compromette l’intrinseca bellezza timbrica, un registro acuto ampio e luminoso insieme che non teme stonature. L’Elsa della Steber è una donna vera, una donna che vive e conosce i turbamenti dei sensi e la fragilità umana.
Splendida creatura l’Elsa della Steber!
L’anno successivo debuttò sulla collina, per stabilirsi successivamente fino al 1970, Birgit Nilsson (impegnata quell’anno curiosamente oltre che in Elsa anche in una Ortlinde di “peso”); ma dopo aver detto che la Nilsson canta in modo sovrano, ha voce sicura in ogni registro, bellissima, torrenziale, sostenuta da canto sul fiato da manuale, perfetta nel legato e nell’intonazione, che rispetta tutte le indicazioni, c’è veramente poco altro da riferire: una Elsa in armatura, volitiva e sicura di se. Nulla la turba e niente la sfiora, così faccio fatica a immaginarmi “indifesa” questa principessa brabantina, ma piuttosto pronta con spada sguainata ad affrontare senza cavalier servente e senza richieste d’aiuto proprio Telramund.
Purtroppo il personaggio per quanto “inedito” è interpretato da una Giovanna d’Arco granitica nella propria fede, così poco credibile è tutto il duetto del III° atto la cui coerenza drammaturgica viene a crollare irreparabilmente.
Forse sarebbe stato più interessante, magari tra gli anni ’60 e ’70, ascoltare la Nilsson nei panni di Ortrud, magari sfruttando a proprio vantaggio una interpretazione fredda, raziocinante e tagliente insieme.

Recite leggendarie quelle allestite da Wieland Wagner tra il ’58 ed il ’62 attraverso un allestimento di rara potenza e suggestione rimasto emblematico per l’uso eccezionale della luce la quale dava al Cavaliere del Graal quelle tinte azzurre e argentate della tradizione, ma rivisitate in chiave simbolica.
Vellutato e spesso il timbro di Leonie Rysanek e nonostante l’intonazione non fosse il suo forte in quelle recite contenne gli sbandamenti della linea di canto ottenendo una morbidezza tutta femminile e molto morbida, sfoggiando piani e pianissimi di grande bellezza e pertinenza ed un buon legato anche se qualche acuto sotto sforzo e preso con cautela non tarda a farsi sentire.
Si ha come l’impressione che la Rysanek abbia preso a modello la Elsa interpretata al Met dalla sua “rivale” di quella sera, cioè quella Astrid Varnay che poi divenne Ortrud per antonomasia per almeno un ventennio: impressione resa tangibile dall’interpretazione che rifugge l’oca giuliva tremebonda, piagnucolosa e gemente, a fronte di una donna autentica, pugnace e sensuale insieme, ma attraversata da una vena di tragicità e nevrosi che incombono a minare tanta sicurezza, la quale esplode letteralmente nel III° atto in cui il duetto d’amore si trasforma in un duello vocale di personalità.
Non si può non restare incantati ascoltando il magnifico canto di Elisabeth Grümmer, che succedette alla Rysanek nel ’59 e nel ’60.
Cristallo puro ricchissimo di bagliori lucenti, ma affatto fragile, il timbro di questa grande artista che illumina il personaggio attraverso tinte cremose e sfuggenti priva di manierismi o inutili piagnistei bamboleggianti. Tecnica d’alta scuola, posizione alta del suono, respirazione perfetta, omogeneità dei registri, emissione naturale, voce strumento levigatissimo, che al contrario di una Janowitz, sapeva riempirsi di calore; che difatti questa Elsa possiede con dovizia dimostrando il trapasso dall’estasi onirica del primo atto, al risveglio tutto umanissimo, a tratti materno, degli atti successivi, come nello scontro con Ortrud in cui è palpabile il risentimento verso una fiducia tradita, oppure nel duetto con Lohengrin, in cui il pudore iniziale diventa nevrosi mai sopra le righe.
Tra le Else esemplari.
Poco da dire sul canto aspro, problematico nella tenuta della linea, poco idiomatico di Aase Nordmo-Loevberg, la quale interpretava nella stessa stagione (1960) non si sa bene per quali meriti, anche Sieglinde e la III Norna, con i medesimi mediocri risultati; mentre Annelies Kupper, presente per una recita e già ingaggiata per il ruolo di Eva a Bayreuth nel ’44, raffigura un’Elsa sognante e favolistica grazie ad un timbro pieno e caldo e ad una emissione elastica e beneducata.
Nella ripresa del ’62 ecco arrivare la giovanissima Anja Silja, già colonna portante del Festival da due anni e forte dei successi riportati in Senta e Elisabeth.
Voce Chiara, acidula, querula ovunque, problematica nel passaggio, la Silja, canta tuttavia un poco meglio che in altre occasioni nonostante la fatica del secondo duetto con Ortrud in cui la voce è schiacciata, come ingolfata, ed ha il pregio di vibrare però di giovinezza; eppure, e la cosa mi ha sempre meravigliata molto, dove risieda il carisma o la fantasia interpretativa, la tensione emotiva e psicologica, la fragilità umana, in questa incarnazione faccio realmente fatica ad identificarla, sostituiti piuttosto da una generica virginale mestizia. Per sentirla, finalmente, fraseggiare dobbiamo dunque ascoltare il duetto con Lohengrin in cui, era ora, si percepisce tale ansia nervosa, nonostante la voce sempre più bianca, aspra e con taluni sbandamenti nella linea di canto, la mancanza di legato e acuti vetrosi non aiutino molto le orecchie, ma perlomeno risulta coinvolgente a livello emotivo.
Hildegard Hillebrecht, cantante molto professionale che la sostituì in una recita, aveva voce un po’ dura nell’emissione, ma che riusciva ad essere alleggerita, come ovattata e sostenuta da accento dolcissimo e soave, molto seduttivo in certe inflessioni in piano e pianissimo.

Nella stagione del 1967 a un anno dalla morte di Wieland Wagner, il fratello Wolfgang mise in scena un nuovo allestimento di “Lohengrin” diretto da Rudolf Kempe.
Strana scelta quella che portò Wolfgang ad affidare il ruolo di Elsa ad un soprano singolare come Heather Harper inglese di nascita e carriera (dal 1954), ma non solo: interprete tra le favorite di Britten ad esempio che la vorrà in alcune importanti incisioni delle proprie opere, esperta nel repertorio mozartiano, passando con disinvoltura da Monteverdi a Purcell, da Strauss al contemporaneo Tippett.
Il timbro della Harper si presenta chiaro, da tipico soprano lirico, dotata un registro centrale di bel colore nonostante l’ombra di vibrato che non infastidisce. A volte l’emissione pecca in qualche ingolatura come nell’invocazione prima dell’arrivo del cigno oppure in suoni tirati soprattutto negli acuti del III° atto e l’interpretazione non è del tutto centrata nonostante un affascinante crescendo che permea il suo fraseggio. Molto timida e guardinga e senza slancio al primo atto, molto preoccupata più di cantar bene e del legato, comunque ragguardevole, l’aria al II° più che fraseggiarla, ma di fronte ai due duetti con Ortrud questa Elsa mostra al contempo calore e candore affatto banali, che diventano eloquenti durante il duetto con Lohengrin in cui il timbro radioso si sposa con l’interprete finalmente temperamentosa (in quell’anno dovrà affrontarne ben cinque di Lohengrin!). Verrà confermata anche l’anno successivo.
Hannelore Bode fu cantante di casa a Bayreuth per molti anni alternando piccoli ruoli (Fanciulla Fiore, Uccellino della foresta, Gerhilde, Freia, III Norna) a ruoli importanti (Elsa, Eva, Sieglinde, Gutrune). Sostituì Heather Harper con cui condivideva la voce da tipico soprano lirico gradevole all’ascolto, anche se emessa tra naso e gola, poco risonante in basso, mentre l’espressività latitava non poco. Non che cantasse male la Bode del ’71-’72: al centro ha una certa rotondità e robustezza, ma anche una fragilità del registro acuto che lo fa vibrare e l’interprete è semplicemente corretta e con una limitata tavolozza di colori.

Mancava dal ’72 “Lohengrin” sulla collina quando venne varato un nuovo allestimento ad opera di Goetz Friedrichs che poteva contare sulle bacchette, invero miserrime, di Edo de Waart prima e Woldemar Nelson poi.
Edizione stroncata all’unanimità da tutta la critica, a ben ragione aggiungerei.
Venne, casualmente (?), scelta come Elsa e confermata per ben quattro stagioni (!), la moglie del regista, Karan Armstrong e sinceramente, a parte la parentela, non se ne comprendono le ragioni!
Voce dal colore candeggiato, con parecchi problemi d’emissione, dall’intonazione ballerina e molte note prese da sotto, completamente vuota in basso, oscillante e corta in alto quando non riesce a inchiodare il suono in note fisse e sgradevoli; e non è granché nemmeno a livello interpretativo limitandosi a lamentarsi per tutta la durata dell’opera.

Voce sicuramente non eccezionale quella di Catarina Ligendza che sostituì in corsa Nadine Secunde, successivamente Sieglinde di eccezionale carnalità nel magistrale “Ring” di Barenboim, sempre a Bayreuth, indisposta nella serata d’ apertura del Festival di Bayreuth ’87.
Dicevo voce corta in alto prima di tutto, in cui il registro acuto risulta al limite dell’intonazione e della fissità, timbro non fascinoso e si sente nel suo canto qualche durezza, ma artista di spiccata sensibilità: fa una certa meraviglia ascoltare una voce spessa nella sostanza, ma che rimane lirica, piegarsi a piani e pianissimi in cui vibra oltre che il controllo della linea di canto anche una sotterranea nevrosi, una visionarietà sognante. Anche il legato, per quanto non irreprensibile ha modo di integrarsi splendidamente nell’interpretazione. L’aria del II° atto vibra di una serena pace interiore raggiunta, la voce addirittura si fa più chiara e leggera anche se minata da durezza e qualche fissità. Se il primo duetto con Ortrud è pienamente riuscito, il secondo denota fatica a sostenere il passaggio con conseguente appesantimento di acuti e fiati. Il terzo atto la vede invece concentratissima, impetuosa quasi come una seduttrice e cauta nella linea di canto che resta difatti robusta.
Cheryl Studer brilla invece per la bellezza del timbro d’argento, per un buon controllo dei propri mezzi sia al centro che in alto, in possesso di un vibrato che non risulta invadente e non lede la linea di canto che si assottiglia in morbidi piani e pianissimi di grande purezza nonostante una intonazione non sempre irreprensibile. Molto buono il legato, come interssente l’interpretazione personalissima che aveva già affrontato e approfondito con Abbado. Una Elsa radiosa e distante da tutto ciò che la circonda, estatica nel primo atto e via via più squilibrata e nervosa nel prosieguo. Nel secondo e terzo atto riesce a creare l’intimismo che traspare dalla preghiera ed è ammantato da una patina molto dolce di malinconia.
Eva Johansson successe alla Studer nelle ultime riprese: il pensiero va alla speranza che abbia contenuto le urla, l’isterismo e le disuguaglianze che ne hanno presto minato la voce.

Nel ’99 sotto la bacchetta di Pappano, fu scritturata Melanie Diener, la quale nonostante una certa gradevolezza timbrica è e rimane una voce senz’anima: monotona fino all’esasperazione, glaciale nel fraseggio, con qualche problema nella tenuta delle note di passaggio e acuti fibrosi più che proiettati con cura, dalla pronuncia non del tutto ben articolata, fissa in quello che potrebbero essere definiti “piani”.
Al contrario Emily Magee (vista e ascoltata più volte dal vivo e sorprendente in una recente Minnie a Zurigo), che la sostituì in una delle prime recite, e di cui resta bella testimonianza nell’incisione dell’opera a cura di Daniel Barenboim, dimostra di possedere grande professionalità e credibilità stilistica: non è interprete ricca di fantasia e dalla personalità bruciante, ma sa essere corretta e creare con una voce che in dieci anni è rimasta pressoché inalterata, una Elsa misteriosa e dalle tinte autunnali, robusta vocalmente parlando e a suo agio su tutta la linea di canto.
Meno sicura della Magee, ma molto più intonata ed espressiva della insipida Diener, Petra Maria Schnitzer, la terza Elsa di questo ciclo, si impone per l’impeto che ricorda per certi versi certi scatti passionali della Rysanek, come dimostrano il II° e III° atto di intensità e tensione spasmodici, incarnando con sensibilità personalissima una eroina efficacemente tutta scatti di nervosismo, riuscendo a piegare uno strumento dalle risonanze liriche, ma acidule, a piani e pianissimi di grande coinvolgimento emotivo.

Per l’ultima arrivata Annette Dasch preferisco autocitarmi direttamente dalla recensione che ne feci lo scorso anno:
“Annette Dasch, starlettina baroccar-mozartiana (micidiale il suo CD dedicato al personaggio di Armida), esordisce a Bayreuth nel ruolo di Elsa, con una vocina che con Wagner non avrebbe nulla da spartire a meno che non voglia cimentarsi in Freia o una Fanciulla Fiore.
La prima aria fa percepire una vocina sicuramente giovane, ma bianchiccia nel colore, appoggiata perfettamente alla gola, dal retrogusto acidulo, fissa in tutti gli attacchi e nemmeno tanto estesa in acuto, dimostrando in ogni momento quanto la tessitura le stia larga, mentre l’accento ritrae la solita bambolina bionda plastificata, che alterna inflessioni bambinesche e vezzosette a diffuso disinteresse espressivo. Non c’è mistero, non c’è ansia, non c’è dolcezza, non c’è la visionarietà onirica, non c’è un uso soave del legato e nemmeno l’isterismo nella voce della Dasch, la cui fragilità vocale la fa vibrare già sul passaggio fino a irrigidirsi e renderla stridula e stonata sui La e Si acuti. Nulla turba il suo canto trasformandola in breve nella versione lagnosa di Papagena, Zerlina, Despina, Barbarina, Serpina come dimostra l’accento dimesso e la prudenza dell’emissione nei due duetti con Ortrud, in cui è evidente la presenza di un eccesso di vibrato, di secchezza timbrica e di un non perfetto uso del fiato. Inadeguata.”

Oggi di buone “Else” se ne contano almeno tre: oltre alla Magee, citerei la Pieczonka e la Isokoski; le quali probabilmente cantano con uno standard troppo alto per la sfasciata vetrina wagneriana che è diventato il Festival di Bayreuth o probabilmente non entrano con disinvoltura negli abiti preparati per Annette Dasch o probabilmente non sono abbastanza carine, fotogeniche e telegeniche come lei o molto probabilmente sono abbastanza intelligenti da tenersi alla larga da tanto orrore.

Gli ascolti

Richard Wagner

Lohengrin



Atto II

Euch Lüften, die mein Klagen...Elsa! - Leonie Rysanek & Astrid Varnay (1958)


Atto III

Das süße Lied verhallt - Fritz Voegelstrom & Lily Hafgren (1910), Sandor Konya & Leonie Rysanek (1958, Jess Thomas & Anja Silja (1963)












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giovedì 30 settembre 2010

Mese verdiano XXIII - Son giunta! Ultima puntata: i bonus

In realtà l'ultimo post dedicato alla Forza del destino, che chiude il mese verdiano del 2009 protrattosi per un anno, non è dedicato esclusivamente a "Son giunta", ma ad alcune pagine riservate all'infelice e sofferente protagonista di Forza del destino.

Nessuna pretesa di ascolto riparatorio come quello pensato per Poliuto, che più che la riparazione ha scatenato insurrezione per alcune imprecisioni e risurrezione di siti e fori diversamente piuttosto languenti e cultori della polemica oziosa, semplicemente offrire stralci dell'esecuzione ora in capo a cantanti, che mai hanno affrontato il ruolo in teatro, o delle quali non esiste, purtroppo, l'intera esecuzione della scena del convento, che aveva costituito il nostro topos verdiano per il 2009.
Neppure alcuna presunzione di completezza perchè in questo caso alcune assenze sarebbero davvero imperdonabili come quella di Rosa Ponselle, che proprio con questo titolo debuttò ed al Met ed in carriera, smentendone la fama jettatoria, Zinka Milanov o, a livello più basso, Adriana Guerrini.
Certo è che la donna Leonora a noi del blog piace nobile ed ispirata con una linea di canto curata, raffinata ed attenta ai segni di espressione, che canti ogni nota dandole senso ed eviti, perchè non previste in spartito forzature d'accento e parlato in luogo di cantato.
Tutte quelle che abbiamo rispondono a questo modello.
Tutte e per differenti motivi meravigliano.
Ad esempio Sena Jurinac ed Eleanor Steber, che in carriera non erano ritenute soprano da Verdi pesante.
Entrambe offrono per contro un'esecuzione di quello che dovrebbe essere il tardo Verdi lirico contrapposto erroneamente a quello detto in salsa verista della Cigna ad esempio. Poi a conti, anzi ad ascolti fatti, Gina Cigna esegue un meraviglioso "Me pellegrina ed orfana", mentre molti soprani negli ultimi decenni nel tardo Verdi liricizzato hanno rovinato la propria voce, la propria fama e, forse, anche Verdi.
Sentire per capire in che possa credibilmente consistere il cosiddetto Verdi lirico ossia la saldezza con cui la Steber affronta la messa di voce sull'incipit dell'aria manovrando con estrema facilità note, che agevoli proprio non sono, battendo la zona del passaggio superiore della voce femminile, o come i quattro "pace mio dio" della ripetizione siano per intensità e colore vocale assolutamente differenti o come non ci sia difficoltà nella zona bassa "né togliermi dal cor l'immagine sua". Arrivata all'"Alvaro io t'amo" il piano usato dal soprano americano è prima di tutto misurata e nobile espressione dell'animo di donna Leonora, penitente, ma non pentita. Altra caratteristica del personaggio. Atletismo vocale ed espressione, come Verdi impone, si coniugano, poi, nell'esecuzione della Steber in due luoghi topici ossia il si bem di "invan la pace" (tenuto a perdifiato) e quello conclusivo eseguito come previsto in spartito.
Replica Sena Jurinac. Malinconica e sobria e con un timbro morbidissimo ed una dizione e gusto per il dire rari in una cantante non italiana (anche se signora Bruscantini!). Malinconica perchè questa Leonora ricorda come in sorta di delirante riminiscenza, resa perfettamente solo perché non compare un suono forzato o aspro, ovvero fuori di posto, sobria perché sono banditi, sempre per virtù tecnica, effetti plateali. Basti sentire il "ne togliermi dal core" in zona grave dove la Jurinac è vocalmente esemplare. Per amor di confronto il "io t'amo" non ha il mordente e lo slancio della Steber, ma ha la stessa proiezione di suono solo usata interpretativamente per delineare ben differente sentimento.
Quando proponiamo, poi, le due Giannine siamo credo in un mondo vocale ed interpretativo molto lontano dall'attuale. La Russ, tradizionalmente citata come l'ultimo soprano drammatico d'agilità rende nella preghiera (accompagnata da piano e sparuto coro, come si addiceva a quegli anni di registrazioni primordiali) l'esempio della donna trasfigurata e redenta, solo che si percepisce una colonna di suono, una ricchezza di armonici congiunte ad una leggerezza e saldezza di emissione che nel dopo guerra abbiamo solo conosciuto grazie alle più accreditate belcantiste dedite al massimo ai titoli donizettiani, censurate e con ragione in Verdi, specie se tardo.
Solo l'ascoltatore più attento troverà che incidentalmente in zona grave l'altra Giannina, ossia la signora Arangi Lombardi emette qualche suono non perfettamente calibrato, ma al tempo stesso onestà vuole che si riconosca alla stessa cantante di essere non solo una vocalista esimia e dotata di un mezzo straordinario in natura, ma anche di essere interprete e, per giunta, moderna. Ove per moderna non si intenda quella che ripropone o precede gli stilemi di oggi, ma quella che non sembra risentire nell'aderenza di esecuzione a nessun altro dettato che non sia quello di rendero lo strazio e la paura astratte e quintessenziate, che conducono al luogo di una dura espiazione una dama di rango.
Sentite cosa accade quando l'Arangi Lombardi quando attacca l'aria, la voce della tragedia. Quando arrivano le prime invocazioni la voce acquista una solennità ed una ampiezza impareggiabili non si avverte nessuna difficoltà nella scrittura e nelle frasi "che come incenso ascendono" l'artista si prende pure il lusso di rallentare senza intaccare legato e saldezza di emissione. Il capolavoro di edonismo vocale, che è anche la sigla interpretativa della Arangi Lombardi, la smorzatura del fa diesis dopo il pio frate.
Infine l'ospite ossia chi pesso cantò in concerto la Vergine degli angeli, lo incise pure insieme a Casta diva, come a significare che se avesse voluto avrebbe potuto essere anche soprano, ossia Ebe Stignani. Trentaquattro anni di carriera per la voce strumento, il modello di emissione in tutta la gamma, di arrotondamento del suono, di gusto castigato. Insomma la voce verdiana per dote e per tecnica. Ma questo è affaire per il mese di ottobre, ossia il mese verdiano.


Gli ascolti

Verdi - La forza del destino


Atto II

Madre, pietosa Vergine - Giannina Arangi Lombardi (1930)

La Vergine degli Angeli - Giannina Russ (1904), Giannina Arangi Lombardi (1928), Ebe Stignani (1938)

Atto IV

Pace, pace, mio Dio! - Eleanor Steber (1945), Sena Jurinac (1955)

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martedì 26 gennaio 2010

Vendetta ti chieggio: le grandi Donn'Anna

In fondo, dato il temperamento del personaggio, alla vendetta potrebbe benissimo provvedere da sola senza nessun ausilio vuoi di don Ottavio o di chicchessia. Oltre che virago la nostra è anche ipocrita. Deve, quindi, salvare le convenienze sociali, ossia la faccia, ed allora chiede all'uomo di turno di essere ultore del proprio onore di figlia. Perchè siamo onesti basta leggere il libretto di da Ponte per comprendere che altro onore, l'onore per antonomasia, donna Anna l'ha perso da tempo, visto che alle visite maschili notturne è avvezza. Lo ammette lei stessa nel lungo recitativo, che precede la procellosa aria "Or sai chi l'onore".

Insomma è una sorta di Erinni in versione andalusa e già borghese.
E all'essere Erinni le grandi donne di ogni tempo sono avvezze, anzi lo invocano, lo richiedono e lo pretendono.
Basta scorrere l'elenco delle grandi donna Anna. Agli Italiani di Parigi un autentico gotha del bel canto Giulia Grisi, Rosina Penco, Teresa Tietjens. Quando, poi, si affermò il teatro romantico e il don Giovanni subì quel che taluni ritengono "orrendo scempio" e che per noi sono le indimenticabili esecuzioni di Walter, Furtwängler, Busch, donna Anna divenne il corollario, il "riposo per la voce" delle grandi Rezia, Elisabeth, Isotta e Brunilde.
Poi venne la salvezza, secondo alcuni, la rovina, secondo altri e donna Anna finì cantata da soprani che in altri tempi avrebbero cantato Zerlina, che -sia detto- delle donne del capolavoro mozartiano fu l'altra parte, che attirò le grandi prime donne. Riflettiamo sulla circostanza che a Londra nel 1861 Adelina Patti vestì i panni di Zerlina, mentre Giulia Grisi e Rosina Penco quelli della figlia del commendatore, ed ancora al Met Marcella Sembrich fu sempre e solo Zerlina in compagnia di Donne Anna quali Lilli Lehmann o Lilian Nordica. Con queste scelte è pacifico che la differenza timbrica delle tre prime donne oltre che il carattere del personaggio era salvaguardato.
Addirittura in talune rappresentazioni i panni di Donna Anna erano affidati a mezzo soprani, come accadde con Virginia Guerrini al Colon di Buenos Aires nel 1897. Sarebbe interessante sapere gli accomodi che in questo, come in altri casi, vennero realizzati, soprattutto all'ingresso delle maschere, dove la scrittura vocalizzata è acuta e al rondò del secondo atto.
Rondò del secondo atto la cui sezione conclusiva, unica pagina acrobatica del ruolo ed ipostasi della di lei ipocrisia, si aveva l'abitudine di tagliare. Beneficio di cui si giovò anche Rosa Ponselle al Met negli anni '30.
Era e qui dobbiamo anche condividere la tesi di chi parla di travisamento dell'opera uno dei tagli, che si praticavano unitamente a quello del finale, atteso che l'opera finiva con la apocalittica scena del dissoluto punito inghiottito dalle fiamme dell'Inferno.
Opera da sempre in repertorio e mai uscita dallo stesso comporta che le testimonianze fonografiche delle grandi protagoniste partano dagli albori delle registrazioni per fermarsi a ieri sera.
Almeno sino al 1950 Donna Anna fu appannaggio di soprani drammatici, possibibilmente nella declinazione del drammatico d'agilità. Era la diretta derivazione delle Donna Anna di Giulia Grisi o Teresa Tietjens quella, che dal 1870 al 1909, venne considerata la più completa ossia Lilli Lehmann. Il suo repertorio ridicolizza quello della Callas o della Caballé, la durata della carriera ridimensiona quella di una Sutherland o di un'Olivero. Passava da Filina a Carmen, con tutto quel che c'era in mezzo ossia Violetta, Norma e le parti drammatiche di Wagner. Approdò al disco prossima ai sessant'anni di età ed ai quaranta di palcoscenico e ciò nonostante sentiamo un soprano in assoluto inarrivabile nel rondò e difficilmente eguagliabile nella cosiddetta Rache-Arie, dove il tempo trascorso costringe la divina Lehmann ad alcuni patteggiamenti con i fiati e soprattutto con il primo passaggio (vedasi i passi del recitativo). Patteggiamenti e limiti spariscono nel rondò perchè le esigenze vocali ed espressive dello stile grazioso e non grande agitato inducono a moderazione di accento e di suono. Il legato della prima sezione, lo slancio di quella conclusiva e la sicurezza dell'ornamentazione (vedasi per tutti i picchettati sul si bem. del lungo vocalizzo su pietà) rendono chiara l'idea di quello che per i nostri avi intendessero per soprano drammatico di agilità.
A questo modello si attennero, per certo, le donne Anna di scuola italiana come Giannina Russ e la Arangi-Lombardi. Ed ancora a quel modello si attennero sia Frida Leider, di cui dobbiamo solo rimpiangere che non abbia mai inciso la seconda aria, che Elisabeth Rethberg, di cui esiste una fortunosa integrale di Salisburgo (1937) sotto la guida di Walter.
Nessuno dei soprani, che oggi proponiamo dispone nell'esecuzione della prima aria dello slancio e della facilità di canto congiunta ad un timbro al tempo stesso nobile ed astratto come Frida Leider. Ai suoi tempi passava, soprattutto in Wagner, per una fraseggiatrice compassata. Oggi, per contro, noi parliamo di cantante misurata, ritenendo l'espressione algida e distaccata carattere essenziale del personaggio della perbenista dama sivigliana. Mai nessun soprano, neppure Birgit Nilsson o Joan Sutherland, hanno coniugato al grado della Leider queste caratteristiche. Ed è logico. Vero soprano drammatico, nonostante l'ampiezza della voce la Sutherland non lo è mai stata e la Nilsson ha sempre presentato nella prima ottava durezze nibelungiche ed un canto assai meno all'italiana della Leider.
Quanto ad Elisabeth Rethberg approdò a Donna Anna nella fase finale della carriera (un decennio prima al Met era stata una applaudita donna Elvira) dopo almeno quindici anni di Aida, Ballo, Forza, Butterfly, Elsa, Sieglinde. E se l'accento nel recitativo è quello della tragedienne, coniugato ad una saldezza del primo passaggio esemplare (vedasi frasi come "Era già alquanto avanzata la notte") qualche frase patisce un'enfasi di troppo rispetto al mezzo vocale ed acuti un poco aperti e spinti e le agilità che concludono il rondò non hanno le caratteristiche di quelle della Lehmann.
Va, però, detto che frasi come quelle del recitativo che apre la grande aria o la sezione conclusiva risultano prive del loro significato tragico quando non siano affidate ad un soprano drammatico o almeno lirico spinto.
Basta sentire quel che accade con Beverly Sills o Leyla Gencer. Se donna Anna può considerarsi un incontro occasionale per il soprano americano, Leyla Gencer, per contro, la cantò e con una certa frequenza ed in grandi teatri.
La Gencer è sempre e prima di tutto una grande fraseggiatrice ed una fine dicitrice quindi nel recitativo debutta con grande foga, sfoggia una voce misteriosa per frasi come "un uom che al primo istante", attenzione a come sfrutta le prossibilità espressiva delle consonanti arrotate di "torcermi" ed arrivata il "da lui mi sciolsi", che con la sola voce rende il senso dello sfinimento, subito dopo ritorna ad assere arroventata nell'"arditamente" per ritornare ad un suono dolce in coincidenza della memoria del padre. Grandissima, signora Gencer! Ma quando arriva all'aria eseguita con autentico furore si sente che il peso vocale non è quello della Leider e l'accento può molto, ma non tutto.
In fondo era la voce al più di Donna Elvira o forse di una corposa Zerlina. Naturalmente nell'esecuzione del rondò le agilità sono fluide e scorrevoli anche se, Leyla Gencer non è Joan Sutherland cui appartiene- scontato dirlo- la più fluida, mordente esecuzione del medesimo brano. Ma la stessa Sutherland, i cui modelli intepretativi e vocali sono a 78 giri, non può, a sua volta, competere a parità di solennità e distacco con le donne Anna dell'ante guerra.
E siccome la parte è proprio ardua l'altra grande donna Anna del dopo guerra Leontine Price, timbro eccezionale per bellezza accento drammatico genuino e forse un po' verdiano arrivata al rondò, anche nel proprio momento migliore per impegno di studio e salute vocale, mette in pista compromessi e cempennamenti (la salita al la di "tu conosci la mia fè") ed il rigore classico non è certo quello della Leider, pur trattandosi di una storica esecuzione.
Eppure parliamo, criticando, di quattro primedonne, che hanno fatto la cronaca e forse la storia di almeno due decenni di melodramma e di cui oggi sentiamo la dolorosa mancanza.
Ciascuna è grandissima, ciascuna, però, è destinata a cedere dinnanzi al modello di Lilli Lehmann e, credo, di Eleanor Steber. La Steber non era un soprano drammatico nel vero senso del termine, vantava (basta guardarne un video) un controllo del fiato e della respirazione paradigmatico, che dava alla voce una ampiezza ed una risonanza capace, in grado in altro e ben più oneroso repertorio, di far soffire un Mario Del Monaco, e che le consentiva di cantare a tutte le altezze ed a tutte le sonorità, il che la trasformava, con l'ausilio di una buona dizione italiana, in una fraseggiatrice sobria e varia al tempo stesso.
Sentire Eleanor Steber nella prima aria: attacco da tragedia, rispettoso dell'indicazione in spartito "in estrema agitazione" e l'agitazione cresce sino a "il padre mio", cambia colore ed espressione a "al primo istante", la frase è una parentetica e la Steber ci canta una parentetica. Arrivata al "da lui mi sciolsi" a differenza della Gencer è la virago che si libera, nessuna fatica per la lotta, ma trionfo -ipocrita- della virtù. Il recitativo sta nella zona compresa fra i due passaggi, ossia scomoda per definizione, eppure si deve far attenzione alla assoluta proiezione del suono. La progressione tragica del racconto impone per fini espressivi un attacco sommesso, ripiegamenti come "il padre mi tolse" così il primo dei numerosi "vendetta" è efficace. La parola vendetta, ossia l'ossessione di donna Anna, anzi il comando della stessa a Don Ottavio sono sempre più scanditi e senza che il suono, pur nella zona del secondo passaggio possa essere qualitativamente parlando intaccato. Fraseggiatrice accorta, maestra dell'effetto drammatico la Steber attacca poco più che piano il primo "lo chiede il tuo cor" della perorazione finale. Una chiosa sul podio un direttore universalmente ed a ragione considerato noioso e meccanico come Karl Böhm non sembra quello di venti anni dopo con donne Anna di agenzia teutonica.
Il peana è lo stesso per la Steber nel rondò. Non sai se ammirare la facilità con cui supera certe inside come il si bem del recitativo "abbastanza per te" con tanto di messa di voce o il lungo passo vocalizzato conclusivo dell'allegretto moderato o la ripresa del "non mi dir" senza presa di fiato,ovvero con un ineccepibile rubato o l'interprete che riesce nell'assoluto rispetto del testo ad essere la ipocrita dama, forse solo seccata di non aver "messo in lista" anche don Giovanni.
Poi, poi abbiamo pensato che l'importante per il personaggio fosse l'esecuzione del rondò, la cui tessitura è piuttosto acuta e, quindi, abbiamo vestito della obbligatorie gramaglie della dama spagnola Mariella Devia ed Edita Gruberova. Abbiamo ottenuto fluide e flautate esecuzioni della sezione conclusiva della pagina e, magari, dell'intervento di Donna Anna nel finale, sentendo poco o nulla dell'incontro-scontro con il protagonista e della Rache-Arie, e, in buona sostanza confondendo donna Anna con Zerlina. Perché le grandi Zerline cantavano Elvira di Ernani (Marcella Sembrich) o addirittura Aida (Adelina Patti). Ve le vedete le nostre due inossidabili in quei ruoli?
Se, poi l'ultima possibile donna Anna rimane Diane Damrau, la cui voce è "coperta" dal suono di un'arpa mi domando se le campane a morto vadano suonate per il ruolo o per le cantanti inadeguate e votate a morte vocale, complici siffatte inadeguate scelte.
E d'altra parte se cerchiamo ancora qualche donna Anna drammatica sentiamo esecutrici che, prive del minimo supporto tecnico, vociano senza pietà e senza alcun rispetto per le prescrizioni vocali ed interpretative mozartiane. Starnazzone, ha detto qualcuno. Perdonate, non c'è altro motivo per proporre la signora Poplavskaya.


Gli ascolti

Mozart - Don Giovanni

Atto I


Ah, del padre in periglio...Fuggi, crudele fuggi - Rosa Ponselle & Tito Schipa (1935), Maria Reining & Julius Patzak (1936), Birgit Nilsson & Anton Dermota (1955), Joan Sutherland & Richard Lewis (1960), Leyla Gencer & Richard Lewis (1962)

Don Ottavio, son morta!...Or sai chi l'onore - Lilli Lehmann (1906), Frida Leider (1928), Rosa Ponselle (1935), Maria Reining (1936), Elisabeth Rethberg (1937), Zinka Milanov (1943), Birgit Nilsson (1955), Eleanor Steber (1957), Joan Sutherland (1960), Leontyne Price (1960), Leyla Gencer (1962), Beverly Sills (1966), Margaret Price (1970), Carol Vaness (1988)

Bisogna aver coraggio...Protegga il giusto Cielo - Joan Sutherland, Ilva Ligabue & Richard Lewis (1960), Leyla Gencer, Sena Jurinac & Richard Lewis (1962)


Atto II

Crudele? Ah no, mio bene...Non mi dir bell'idol mio - Lilli Lehmann (1906), Elisabeth Rethberg (1937), Zinka Milanov (1943), Birgit Nilsson (1955), Eleanor Steber (1957), Joan Sutherland (1960), Leontyne Price (1960), Leyla Gencer (1962), Beverly Sills (1966), Margaret Price (1970), Cheryl Studer (1987), Renée Fleming (2000), Mariella Devia (2006), Marina Poplavskaya (2008)



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lunedì 22 dicembre 2008

Buon compleanno, Sor Giacomo! Sue, Magda & Eleanor

Buon compleanno, caro Puccini! In questo giorno, Vostro centocinquantesimo genetliaco, il Corriere della Grisi si unisce a tutto il mondo musicale nel ricordare il Vostro nome e soprattutto la Vostra opera. E lo fa, naturalmente, con un concerto, affidato in esclusiva a due autentiche Divine del canto: Magda Olivero ed Eleanor Steber. Voi non aveste la possibilità di udirle e vederle in scena, ma queste due gigantesse della scena lirica Vi hanno servito e onorato nel migliore dei modi, dai primi agli estremi anni delle loro carriere.

Difficile immaginare due percorsi più diversi: la regina incontrastata del repertorio decadente e verista fra Otto e Novecento, dalla carriera letteralmente interminabile, fra le scene di provincia e i grandi teatri internazionali, fino all'approdo, avvenuto nel 1975 a sessantacinque anni, al Met, e colei che per venticinque anni del Met fu l'eclettica ed elettrica principessa, alternando Mozart e Wagner a Verdi e Richard Strauss. Così come è difficile comparare la voce ricca, ambrata e cremosa di miss Steber allo strumento in natura meno attraente della signora Magda. Ma la tecnica ferrea e l'intelligenza interpretativa sono gli elementi che queste cantanti condividono e profondono a piene mani nelle loro interpretazioni delle figure pucciniane. E sono gli stessi elementi che latitano in tante esecuzioni correnti, in cui la musica Vostra, caro Sor Giacomo, si riduce, quando va bene, a ricettacolo di non sfogate buone intenzioni.

Ascoltiamo per esempio l'ingresso di Butterfly cantato dalla Steber. La voce della cantante americana è l'ideale per esprimere la giovinezza del personaggio, ma la brillantezza del timbro e la facilità in alto sono esaltate dal perfetto controllo del fiato, un fraseggio morbido e aderente alle Vostre richieste, Maestro: le indicazioni di "sostenendo", le smorzature, i crescendo, fino all'esaltante re bemolle sovracuto coronato in chiusa, il tutto con accento al tempo stesso castigato ed esaltato, il più adatto alla sposa, per quanto non americana e quindi agli occhi di Pinkerton piuttosto succedanea, che si accosti al talamo nuziale. La capacità di cantare legando i suoni a qualunque altezza, di variare la dinamica passando nello spazio di poche note da un pianissimo a un piano, a un forte capace di sovrastare l'orchestra, è identica nell'esecuzione della grande romanza del secondo atto, carica in eguale misura di malinconia e febbricitante attesa. La non perfetta padronanza della lingua italiana limita un poco l'effetto delle note ribattute al momento dell'approdo della Abramo Lincoln, ma la cavata che miss Eleanor sfoggia alle parole "Ei torna e m'ama" è tale da giustificare l'applauso a scena aperta che le tributa il pubblico.
Identici applausi, o meglio boati, suscita la signora Magda. "Un bel dì vedremo" è cantata con la consueta maniacale attenzione alle indicazioni dinamiche. Non Ve ne adombrate, Maestro, ma la signora introduce un paio di idee che, lungi dallo stravolgerla, migliorano la Vostra scrittura, ad esempio il pianissimo improvviso sulle parole "un picciol punto", a esprimere lo scarto fra l'irrisorietà di quel puntino che s'avvia per la collina e la felicità insostenibile che l'evento suscita nel cuore della protagonista, o la smorzatura sui do consecutivi di "per la collina", in modo da rafforzare la tensione del racconto. Tutta la sezione successiva è sussurrata in un pianissimo impalpabile ma perfettamente appoggiato sul fiato, in modo che il crescendo sulle parole "e un po' per non morire" e il successivo forte risuonino con un'intensità degna di una voce dotata di ben altra potenza rispetto a quella della Olivero. Altro momento altissimo è la scena della morte, in cui l'ascolto smentisce l'assunto, da tanti adottato, che vede nella cantante piemontese nient'altro che un'esecutrice bieca e sgangherata, verista nel senso più deteriore del termine. La spettrale declamazione delle parole incise sul pugnale, la smorzatura su "fior di giglio e di rosa", la messa di voce su "muore Butterfly", un non certo comodo la acuto, in cui l'indicazione "con voce di pianto" non ha nulla di naturalistico, e infine l'Andante sostenuto in cui la dinamica mutevolissima rende l'abbattimento e la commozione di Butterfly in maniera straordinariamente efficace. Insomma il bagaglio tecnico serve a rendere eloquente la voce, nel repertorio verista come in qualunque altro: non è un'alternativa all'espressività, bensì ne costituisce la precondizione, la base e il sostegno.

E sempre con l'ausilio della tecnica le signore danno vita a due letture di Tosca che più diverse non potrebbero essere, ma che hanno entrambe, caro Giacomo, un plausibile fondamento nella Vostra musica. Miss Eleanor coglie della cantatrice romana soprattutto il lato della Diva, forse in questo idealizzando un poco oltre il necessario un personaggio in realtà più pratico e per certi versi spiccio che poetico e distaccato. Però il duetto del primo atto è di un fascino irresistibile, l'Allegro moderato "Non la sospiri la nostra casetta" vario e sfumato, elegantissimo, un gioco sopraffino di rubati e accelerati, in cui la voce importante e nel registro acuto addirittura imperiosa è sempre dolcissima e può arrivare non solo a risolvere tutte le indicazioni richieste dallo spartito, ma a togliersi lo sfizio di eseguire la sestina a imitazione di un trillo su "ammolliscono i cuori", che nella Vostra bontà, Maestro, avete segnato come "oppure"... ben conscio, come certo eravate, di non aver certo lesinato in difficoltà e pensando al dopo-Darclée!! La perizia, l'intelligenza, lo charme della bella Eleanor sono tali, in questa pagina, che il suo Cavaradossi, non certo l'ultimo arrivato, si vede a mal partito e sembra perdere la testa, contentandosi di cantare su un solido mezzoforte, spianando le acciaccature per lui previste e osando qualche prudente mezzavoce e smorzatura solo nell'ultima sezione del duetto, in cui, per inciso, la Steber riesce a sopraffarlo nelle frasi cantate all'unisono. La sicurezza in alto è anche la cifra caratteristica della scena della tortura al secondo atto, in cui, se proprio vogliamo trovare un difetto alla cantante americana, dovremo ricercarlo nel registro basso, un poco troppo aperto e comunque non al livello dei centri, questi saldissimi e imprescindibili nel canto di conversazione da Voi condotto, in questa pagina, a vertici assoluti. Il perfetto controllo del fiato, che consente arcate sonore di grande compattezza, e il timbro luminoso rendono a "Vissi d'arte" tutto il suo carattere di preghiera, per quanto preghiera di una primadonna, e in quanto tale più simile alla perorazione teatrale che alla solitaria meditazione della credente, sia pure preda, a più riprese, di tentazioni blasfeme.
Tutt'altra sobrietà dimostra la signora Olivero, ancora una volta in ispregio all'immagine di strillona e becera che alcuni poco accorti censori hanno voluto di lei costruire. Basti sentire il raccoglimento della voce e le abbondanti sfumature profuse in "Ed io veniva a lui tutta dogliosa" per scorgere una Tosca affatto stanca e disillusa, ma non per questo meno nobile o composta. Al parlato (scritto, superfluo a Voi ricordarlo) di "Giuro!" segue infatti il più estatico dei pianissimi, prontamente scortato da un'incantevole filatura. Ecco il pianto nella voce, l'effetto alieno da ogni grossolanità ma sommamente efficace da Voi prescritto. Certo la signora Magda trova in pagine come questa la più alta espressione della propria arte. Il "Vissi d'arte" è tutto giocato su piani e pianissimi, un sussurro che però in nessun punto risulta diafano o evanescente, ed è ancora una volta la voce perfettamente appoggiata sul fiato a produrre quello che oggi parrebbe un vero miracolo, mentre un tempo era ordinaria amministrazione o poco più, ché se l'arte era, come sempre è stata, privilegio di pochi, il possesso dei ferri del mestiere era ben altrimenti diffuso. Qui come nella Butterfly, poi, l'accorta amministrazione dei mezzi vocali permette il rispetto letterale, anzi a tratti persino più accentuato che nella Vostra lettera, delle forcelle, conferendo alla voce, di per sé non irresistibile, una nota mesta e abbattuta che la rende unica e, mai come in questo momento drammatico, necessaria. Il finale del secondo atto, altro momento in cui molti attenderebbero, dalla cantante attrice quale la signora Olivero è, un eccesso di temperamento e un difetto di canto, la voce è sempre presente all'appello, l'intonazione non conosce vezzi od ondeggiamenti e l'unica licenza è costituita dalla resa parlata della celebre frase "E avanti a lui tremava tutta Roma", da Voi scritta come una serie di do diesis gravi. Come sentirete, Maestro, la soluzione non manca d'effetto, e credo che la divina Magda abbia a sperare nella Vostra approvazione.

Abbiamo lasciato per ultima la Fanciulla del West. Forse non lo sapete, Maestro, ma la signora Olivero considerava la parte di Minnie una delle più affascinanti del repertorio, per la gamma di emozioni teatrali che permette di dispiegare. Ovviamente a condizione che l'interprete sia in pari misura dotata di perizia e fantasia. E siccome la signora a nessuna era (è???) seconda in queste doti, pensiamo di non poterci esimere dal proporre un'ampia selezione di una produzione dell'opera che la vide protagonista accanto a un senescente ma non certo finito Giacomo Lauri-Volpi (in fondo aveva solo sessantacinque anni e cantava in teatro da trentotto!). L'assolo "Laggiù nel Soledad" è l'ennesima dimostrazione del talento e anche dell'accortezza della signora Magda: un pianissimo ininterrotto, impreziosito da filature che sembrano ricama, il che, oltre a esprimere splendidamente l'incanto dell'infanzia rievocata, permette alla cantante di risparmiare la voce e arrivare fresca e riposata alla frase "S'amavan tanto", in cui la voce ha da salire al do coronato. Ovviamente su "e certo l'amerei" la Olivero sdegna il comodo "oppure" in fascia centrale e opta per la soluzione acuta, che porta ancora una volta la voce al la naturale, anche questo con corona. Certo passare la Vostra turgida orchestra, caro Maestro, non è una passeggiata... ma nel successivo duetto del primo atto tenore e soprano non faticano a svettare, malgrado la voce di Lauri-Volpi accusi oscillazioni più che scusabili, per l'età e per la drammaticità di una parte del genere, arduo cimento anche in più freschi dì. Ciò detto il si naturale su "bella m'appar" testimonia ancora una volta la grandezza del tenore di Lanuvio e giustifica pienamente l'applauso a scena aperta tributatogli dal pubblico. A questo risponde la signora Magda con l'assolo "Io non son che una povera fanciulla", in cui è l'accento incantato e pudico a farla da padrone, il che prepara splendidamente, per contrasto, lo sfolgorante passaggio sulle parole "su, su, su come le stelle", che porta la voce a due luminosi si naturali. Prodezze come queste, sia chiaro, si integrano perfettamente nel discorso musicale, così che non solo l'orecchio del pubblico, ma l'arte Vostra ne ricava il massimo giovamento.
E dato che non possiamo certo deludere alcuni nostri simpatici lettori, che dalla stigmatizzazione dei monumenti del canto ricavano un sottile godimento, proponiamo anche la scena della partita a poker, certi che chi vorrà sghignazzare alle spalle delle risate previste in partitura e rese con foga nevrotica dalla signora Olivero, avrà l'agio di farlo. Gli altri potranno ammirare la magnificenza del legato della suddetta, interrogandosi magari su come possa una cantante da più parti ritenuta vocalmente reprensibile eseguire in scioltezza le tremende frasi acute che coronano il secondo atto.
Ma, con tutto il rispetto per la signora Olivero, chi meglio dell'americana Steber può dare vita e soprattutto voce all'ardita saloon girl della California? Per dimostrare una volta di più che l'arte del canto non è una proprietà transitoria né un attributo della gioventù, abbiamo scelto di proporre Miss Eleanor in pagine estratte da due differenti esecuzioni dell'opera, a dodici anni di distanza l'una dall'altra. La prova del 1966, per inciso, costituisce l'addio alle scene della cantante. Ebbene la voce, nell'arco di quei dodici anni, ha certo perso smalto, soprattutto nelle note centrali e nel registro basso che si è fatto più sordo, ma l'intonazione e soprattutto il mordente, indice di una voce perfettamente proiettata, sono identici nei due nastri, il più recente dei quali invero fortunoso. E se nel 1954 la divina Eleanor sfoggia un canto a fior di labbro e al tempo stesso appassionato, umiliando un partner dalla voce imponente, ma interprete monocorde e stentato in acuto, l'ascolto più impressionante rimane il finale ultimo, in cui Minnie non solo ha da svettare su coro e orchestra a suon di la e si naturali, ma deve persuadere, intenerire e commuovere, e ciò non può essere fatto che attraverso un canto privo di ogni durezza e fatica, un canto ideale... il canto, in una parola! E la buona Steber in questo non avendo problemi, riesce a bersi con sorridente agio le difficoltà di cui è costellato il ruolo.

Per tutte queste ragioni, caro Maestro, abbiamo scelto le due signore per omaggiarVi, e insieme con loro Vi rinnoviamo gli auguri di felice compleanno. Centocinquanta ancora di questi giorni... e centocinquanta (ma bastano anche cento... dieci... o una soltanto!!) di queste magnifiche Primedonne!



Gli ascolti - Giacomo Puccini


Tosca


Atto I

Mario! Mario! Mario! - Eleanor Steber & Carlo Bergonzi (1959)

Ed io veniva a lui tutta dogliosa - Magda Olivero (1957)

Atto II

Ed or fra noi parliam da buoni amici - Eleanor Steber & George London (1959)

Vissi d'arte - Eleanor Steber (1959), Magda Olivero (1957)

Vedi, le man giunte io stendo a te - Magda Olivero & Scipio Colombo (1957)


Madama Butterfly

Atto I


Ancora un passo or via - Eleanor Steber (1948)

Atto II

Un bel dì vedremo - Magda Olivero (1961), Eleanor Steber (1948)

Il cannone del porto! Una nave da guerra - Magda Olivero (1961), Eleanor Steber (1948)

Atto III

Con onore muore...Tu, tu, piccolo Iddio - Magda Olivero (1961)


La Fanciulla del west

Atto I

Laggiù nel Soledad - Magda Olivero (1957), Eleanor Steber (1954)

Mr Johnson, siete rimasto indietro - Eleanor Steber & Mario del Monaco (1954), Magda Olivero & Giacomo Lauri-Volpi (1957)

Atto II

Una partita a poker - Magda Olivero & Gian Giacomo Guelfi (1957)

Atto III

Non vi fu mai chi disse: "Basta!" - Eleanor Steber (1966)

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venerdì 28 novembre 2008

La Vedova allegra

Di recente la Scala, per la prima volta nella sua storia, ha allestito la più nota delle operette di Franz Lehár. La proposta non ci è parsa sufficientemente allettante da indurci ad assistere allo spettacolo. Soprattutto visto e considerato che in passato, quando circolavano diverse primedonne assai adatte alla bisogna, mai la dirigenza della sala del Piermarini sentì l'esigenza di proporre il titolo, mentre oggi si ritiene che basti la scelta di eseguire l'opera "in lingua originale" per conferire un valore culturale - che dico? intellettuale - all'operazione. Riteniamo che la Vedova sia una splendida composizione e per questo desideriamo onorarla proponendo alcune esecuzioni storiche. Naturalmente non solo in lingua tedesca. Del resto, la stessa Marcella Sembrich amava eseguire una Fantasia sui temi dell'opera, composta dall'autore, con il testo in italiano. Non casualmente, verrebbe da dire. Buon ascolto!



Gli ascolti

Lehár - La Vedova allegra

Atto I

Entrata di Hanna Glawari - Joan Sutherland, Frederica Von Stade

Atto II

Romanza della Vilja - Richard Tauber, Eleanor Steber, Raina Kabaivanska

Atto III

Tace il labbro - Richard Tauber, Beverly Sills & Alan Titus, Raina Kabaivanska & Michael Melbye, Frederica Von Stade & Placido Domingo

Bonus

Fantasia su La Vedova allegra - Marcella Sembrich

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giovedì 9 ottobre 2008

Il soprano prima della Callas, seconda puntata: Eleanor Steber, Met forever

Entusiasmarsi dopo quarant’anni di frequentazione dei teatri d’opera mi è accaduto, predisponendo gli ascolti di questa seconda puntata del canto sopranile ante Callas, grazie all’esecuzione di Summertime di Eleanor Steber.
Perfetta vocalmente: ogni nota risuona dove deve, ossia è “avanti” , quindi, nessuna stimbratura, opacità, omogenea in tutte le intensità dal pianissimo al forte ed in tutta la zona della voce.
Grandissima interprete: restituisce all’ascoltatore il clima della ninna nanna, sorretta dalla capacità di reggere un tempo lento, estranea al tentativo - legittimo - di fare folklore, come accade ad altre grandi, Price e Bumbry.
La carriera di Eleanor Steber coincide con il Metropolitan, dove debuttò nel 1940, il 7 dicembre e vi cantò ininterrottamente sino al 25 dicembre 1962, quando venne, di fatto, licenziata per essersi presentata ubriaca in scena nel ruolo di Donna Anna. Vi ritornò, però, una sola sera con una delle sue opere simbolo, Fanciulla del West, nel 1966 e l’applauso, cinque minuti di orologio che, eterni, l’accolsero all’entrata, rappresenta l’omaggio più grande che un pubblico possa dare ad un artista.

Il concerto di chiusura del vecchio Met è l’addio della Steber al suo teatro.
La Steber cantò, oltre al Met, in tutti i maggiori teatri americani; una apparizione a Bayreuth nel 1953 come Elsa ed al Maggio Musicale Fiorentino nel 1954 come Minnie nella Fanciulla, in uno spettacolo che configura una pietra miliare del Maggio Musicale e dell’interpretazione pucciniana.
Fu anche una famosa concertista ed in concerto si esibì sino agli anni settanta. Una delle sue più ricordate esibizioni concertistiche avvenne al Continental Bath, sauna gay di New York.
Genio e sregolatezza. Nel romanzo di Robert Merrill “Le primedonne” è facile scorgere nei panni di Gloria, incline a qualche alzata di gomito, il grandissimo soprano americano. Ma è anche esemplare l’ammirazione di cui Merrill, collega spesso sulle tavole del palcoscenico del Met, fa oggetto Eleanor Steber.
Vicende e fortune umane della Steber non furono, purtroppo, pari a quelle artistiche. Che, ripeto, sono uniche.
Ho il fondato dubbio che in Italia, e con altra temperie culturale e musicale, la Steber avrebbe potuto essere la più seria e completa antagonista proprio della Callas. Ben più di Renata Tebaldi.
Eleanor Steber cominciò come soprano lirico o addirittura lirico leggero. Il debutto al Met (e di fatto debutto sulle scene) avvenne con Sofia del Rosenkavalier, cui seguirono, nel volgere di tre o quattro stagioni, le tipiche parti del soprano lirico: Margherita del Faust, Alice del Falstaff, Eva dei Maestri cantori, Violetta di Traviata e soprattutto Mozart (Contessa, Donna Elvira, la prima dama del Flauto e Konstanze del Ratto dal serraglio e la Fiordiligi del Così).
Nella prima fase della carriera, diciamo sino al 1950 circa, la Steber era, prima di tutto, una grandissima mozartiana. La maggiore e più accreditata negli Stati Uniti. Non è un caso che la mozartiana per eccellenza delle major discografiche debutterà al Met solo nel 1964 e nel Rosenkavalier.
Nel decennio successivo aggiunse al repertorio anche parti decisamente spinte a partire da Wagner (Elsa, fu la prima americana a Bayreuth, ed Elisabetta) sino a Puccini (Minnie e Tosca, Butterfly era stata una meteora nel 1949), Verdi, oltre a Violetta la Leonora del Trovatore ed Elisabetta di Valois, Strauss con Marescialla, Arabella, il passaggio da Donna Elvira a Donna Anna e l’incontro con l’opera moderna, Wozzeck, in prima al Met, e la prima esecuzione mondiale di Vanessa di Barber.
Larghissima è stata la frequentazione con il repertorio cameristico tedesco e francese, oltre che i songs americani.
Si deve aggiungere che la Steber cantava in inglese, tedesco, italiano e francese senza difficoltà o difetti di pronuncia, anzi la precisione di accento e l’attenzione alla cosiddetta “parola scenica” sono capisaldi dell’interpretazione e della storicità di Eleanor Steber.
Se si escludono Furtwängler e Karajan, direttori attivi essenzialmente di piazze europee, la Steber ha collaborato con tutti i grandissimi della bacchetta a partire da Toscanini per proseguire con Walter, Szell, Mitropoulos (qui un vero sodalizio), Reiner, Busch sino a Maazel.
Intensa attività discografica sia di opere che di recital discografici spesso diretta da grandi direttori (si pensi ad un recital mozartiano con Walter e alle Nuits d’été con Mitropoulos).
Se carriera, repertorio, cronologia e collaborazioni della Steber sembrano quelle delle attuali più quotate e retribuite star discografiche, quest’ultime spesso, alla prova del palcoscenico, non reggono e le loro performance specie fuori dei teatri di influenza delle case discografiche sono problematiche. Si pensi al burrascoso rapporto Studer o Ricciarelli con la Scala, o al debutto di Renée Fleming, sempre nella sala del Piermarini.
Nessuno di questi inconvenienti alla nostra, che, al contrario, si prendeva il lusso di cantare matinée e serale al Met.
Quando si parla, oggi spesso a sproposito, del rapporto fra un cantante ed un direttore, per averne l’esatta portata si dovrebbe ascoltare quello che accade nella grande aria della Contessa del terzo atto delle Nozze con Bruno Walter. Cantante e direttore sono tutt’uno con una identica perfezione tecnica e danno luogo ad una interpretazione di perfetto equilibrio fra stile ed esigenze drammatiche. E’ un Mozart elegante e vibrante al tempo stesso, accento scandito e perentorio e dall’altro malinconia e rammarico. E la situazione interpretativa si presenta identica con la donna Elvira, sotto la guida di un altro grande: George Szell, nel dicembre 1944.
Le arie acrobatiche di Mozart dall’Exsultate jubilate a quelle del Ratto o del Così, ma anche la pazzia di Elvira ( un divertimento concertistico di una Steber matura, 1957) sono per precisione di esecuzione la smentita che prima della Callas nessun soprano fosse in grado di eseguire correttamente passi di agilità, a meno che non si trattasse di un cosiddetto soprano di coloratura. Inutile dire che, secondo quanto acquisito nel dopo Callas, la Steber dà anche senso a quelle colorature che canta.
Questa capacità, perdono per la ripetizione, è la conseguenza diretta del pieno possesso della tecnica di canto. In questo senso i filmati dei Firestone (i famosi concerti televisivi degli anni quaranta e cinquanta) sono esemplificativi della perfetta respirazione e del compiuto sostegno del fiato di cui la Steber disponeva. Un’esecuzione dell’aria di Nedda dei Pagliacci è esaustiva e non serve alcun commento.
Infatti quando la Steber affronta Maria del Wozzeck esemplifica che il cosiddetto canto declamato non è affatto una serie di scomposti urli e rantoli, spacciati per adesione al personaggio, ma prima di tutto il risultato del controllo assoluto del fiato che, anche quando la scrittura non è rispettosa delle esigenze vocali e l’ordito orchestrale meno ancora, consente di emettere suoni facili e timbrati e di dare senso ad ogni parola e frase.
E lo stesso accade quando la Steber affronta Strauss. Nel Rosenkavalier, sotto la guida di Fritz Reiner (Met 1949), la voce della Steber è uno strumento in perfetta sintonia con la bellezza orchestrale che la partitura richiede. Una Marescialla dalla voce brutta, perché mal emessa o dalle troppo insistite sottolineature del testo e dai ricercati preziosismi, è quanto di meno straussiano possa esistere. In questo senso è evidente che la Steber aveva come modello, disponendo di una più completa quadratura tecnica, la Marescialla di Lotte Lehmann.
Le interpretazioni della Steber procedono nello stesso modo anche con Wagner. Nel Lohengrin, Elsa è sognante, innamorata ed estatica, eseguendo i segni di espressione (forcelle in primis) e cantando ogni suono, tanto è che alla fine del duetto d’amore del terzo atto Windgassen, in una parte a lui assolutamente congeniale, è piatto dinnanzi a questa Elsa, che alla chiusa regge senza sforzo frasi non certo agevoli ed orchestre corpose. La liricizzazione di Wagner non era stata codificata, ma la Steber come quasi tutti gli interpreti di scuola o frequentazione statunitense, la praticava ante litteram. Rectius ante Karajan.
Quando si ascolta Elisabetta di Valois, una delle pochissime parti da soprano drammatico verdiano che la Steber affrontò, e perché soprano drammatico non lo era e perché il monopolio di quei ruoli era della Milanov, si ha la dimostrazione che il canto professionale e di scuola serve per emettere, alla fine della serata e dopo vent’anni di carriera, i suoni morbidi, dolci ed, al tempo stesso, corposi e timbrati con cui Elisabetta dà commiato al figliastro. Un figliastro, di nome Richard Tucker, che canta ed interpreta esattamente allo stesso modo.
Dimenticavo, ma non è neppure il caso di dirlo perché lo vede chiunque. Secondo le più tipiche caratteristiche della cantante idolatrata dal pubblico americano, Eleanor Steber era anche molto, molto bella.


Gli ascolti - Eleanor Steber

Rameau
Le Berger Fidèle - link alternativo

Mozart
Die Entführung aus dem Serail - Martern aller Arten - link alternativo
Le Nozze di Figaro - E Susanna non vien...Dove sono i bei momenti - link alternativo
Don Giovanni - Ah, del padre in periglio...Fuggi, crudele, fuggi (con Jan Peerce) - link alternativo
Don Giovanni - In quali eccessi, o Numi...Mi tradì quell'alma ingrata - link alternativo
Die Zauberflöte - Ah, ich fühl's - link alternativo
Exsultate, jubilate - link alternativo

Schubert
Ständchen - link alternativo
In Abendrot - link alternativo

Bellini
I Puritani - Qui la voce sua soave...Vien, diletto - link alternativo

Berlioz
La Damnation de Faust - D'amour l'ardente flamme - link alternativo
da Les Nuits d'Eté:
Villanelle - link alternativo
Le Spectre de la rose - link alternativo
Absence - link alternativo
Au Cimetière - link alternativo
L'lle Inconnue - link alternativo

Gounod
Faust - Il se fait tard (con Eugene Conley & Cesare Siepi) - link alternativo

Verdi
La Traviata - E' strano...Ah, fors'è lui...Follie! follie!...Sempre libera (con Giuseppe Di Stefano) - link alternativo
La Traviata - Di sprezzo degno...Alfredo, Alfredo, di questo core (con Giuseppe Di Stefano & Robert Merrill) - link alternativo
Don Carlos - J'avais fait un beau rêve (con Richard Tucker) - link alternativo
Otello - Ave Maria - link alternativo

J. Strauss II
Die Fledermaus - Klänge der Heimat (Csárdás) - link alternativo

Wagner
Lohengrin - Euch Lüften, die mein Klagen - link alternativo
Lohengrin - Das süsse Lied verhallt (con Wolfgang Windgassen) - link alternativo
Die Meistersinger von Nürnberg - Gut'n Abend, Meister! (con Herbert Janssen) - link alternativo

Puccini
Tosca - Non la sospiri la nostra casetta (con Carlo Bergonzi) - link alternativo
Tosca - Ed or fra noi parliam da buoni amici (con George London & Carlo Bergonzi) - link alternativo

Charpentier
Louise - Depuis le jour - link alternativo

R. Strauss
Der Rosenkavalier - Da geht er hin - link alternativo
Der Rosenkavalier - Marie Theres'...Hab' mir's gelobt (con Risë Stevens & Erna Berger) - link alternativo
Die Frau ohne Schatten - Ist mein Liebster dahin - link alternativo
Arabella - Das war sehr gut, Mandryka (con George London) - link alternativo
Freundliche Vision - link alternativo

Canteloube
da Chants d'Auvergne:
Passo pel prat - link alternativo
Berceuse (Soun, soun, bèni, bèni) - link alternativo
Fibilou par una sera - link alternativo

Berg
Wozzeck - Und ist kein Betrug - link alternativo

Copland
da Old American Songs:
Long Time Ago - link alternativo
Simple Gifts - link alternativo

Gershwin
Porgy & Bess - Summertime - link alternativo

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mercoledì 20 febbraio 2008

La fantasia al potere in Scala - 1

Questa sera va in scena alla Scala Wozzeck di Alban Berg.
Stamane il massimo quotidiano milanese, tradizionalmente vicino al Teatro, plaudiva per il ritorno, dopo una immotivata assenza di dieci anni, del capolavoro.
L’estensore dell’articolo un po’ più oculatamente avrebbe dovuto consultare, prima di dar la stura ai propri entusiasmi, le cronologie del teatro e riflettere.
Riflettere su assenze, ingiustificate, che superano il mezzo secolo per capolavori del teatro italiani quali Iris ed Isabeau di Mascagni per tacere di Francesca da Rimini. E che sono immotivate non solo per la indiscussa qualità dei lavori, ma per l’obbligo che un teatro italiano, a maggior ragione se ritenuto “il” teatro italiano per eccellenza, ha di offrire una completa panoramica della produzione da Monteverdi a Dallapiccola o Malipiero.
Riflettere poi sul fatto che nel proporre le composizioni operistiche degli ultimi cento anni il teatro milanese non brilli per fantasia ed originalità. tante sono le riproposizioni in questi ultimi anni di Adriana e Fedora a scapito di tutti indistinto gli altri titoli e come, per contro il cartellone milanese abbondi di titoli pucciniani.
Riflettere che la limitata fantasia non riguarda solo il post Verdi, ma in generale tutto il melodramma italiano. L’assenza di un titolo assoluto quanto a valori storici ed estetici come Semiramide è un peccato mortale che le dirigenze artistiche scaligere con eguale stolidità si tramandano da ben 45 anni. E anche Norma ormai fa compagnia al capolavoro rossiniano.
Riflettere che l’attuale, assai più delle passate, dirigenza artistica non ripropoponga da anni un melodramma inedito. E il melodramma va, tanto per rinfrescare la memoria a chi deputato e pagato per averla aggiornata e fresca da Monteverdi a Dalla Piccola, come detto sopra. Se il titolo è “inedito” possiamo star certi che lo è solo per il teatro milanese, perché in altri vuoi italiani vuoi stranieri ha già avuto copiose ed interessanti riproposte. Non mi si venga a parlare di Stuarda o Borgia, che sono, ormai, opere consuete, se non proprio di repertorio.
La lista degli assenti è lunghissima, penso ad un lavoro pre handeliano che non sia la scontata trilogia di Monteverdi (in arrivo, infatti nella sala del Piermarini) ad un grand-operà, ad un melodramma francese, che non sia la più scontata ovvietà fatta di Manon, Werther, Faust, Carmen e Sansone.
Riflettere che anche fuori del repertorio italiano fantasia e cultura latitano. Esemplare il fatto che Richard Strauss, quantitativamente ben presente nelle ultime stagioni, sia qualitativamente limitato a Salome, Elektra, Ariadne e Rosenkavalier. Scusate, ma una Arabella, una Dafne o una donna silenziosa? E le conclusioni non mutano se si considera anche l’inflazionatissimo Mozart, ancor di più inflazionato per la costante proposizione della cosiddetta trilogia di Da Ponte. I nostri organizzatori hanno meno fantasia di quelli che operano in un qualsiasi teatro tedesco dedito istituzionalmente alla routine.
Riflettere che varietà e fantasia postulano, presuppongono e richiedono cultura, gusto e sensibilità per la ricerca autonoma di titoli inediti, che escludono acquistare idee e produzioni da teatri sempre stranieri, sposare idee e pensieri altrui, che possono anche essere ottimi, ma che per solo fatto di essere altrui mancano della freschezze, dell’inventività e dell’originalità di chi scopre e riscopre.
Per tornare al Wozzeck, ormai in scena freschezza, originalità e cultura erano sovrabbondanti quando nel lontano 1943 al Reale dell’Opera di Roma Tullio Serafin propose la prima italiana di Wozzeck, erano ancora ben presenti quando nel 1952 l’opera di Berg approdò alla Scala e il grande Mitropoulos faticò non poco a portarla a termine. Oggi mi spiace non le vedo proprio.
Le vedrei se mi venissero riproposti Iris o gli Orazi e Curiazi di Cimarosa.
Riflettere che per gestire un teatro tante, molte doti ci vogliono, ma prima di tutto fantasia e cultura. Oggi rarissime.
In omaggio a quelle uno stralcio del Wozzeck diretto da Böhm con la fantasiosa Eleanor Steber.

Alban Berg - Wozzeck: Wiegenlied - Eleanor Steber

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