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martedì 26 gennaio 2010

Vendetta ti chieggio: le grandi Donn'Anna

In fondo, dato il temperamento del personaggio, alla vendetta potrebbe benissimo provvedere da sola senza nessun ausilio vuoi di don Ottavio o di chicchessia. Oltre che virago la nostra è anche ipocrita. Deve, quindi, salvare le convenienze sociali, ossia la faccia, ed allora chiede all'uomo di turno di essere ultore del proprio onore di figlia. Perchè siamo onesti basta leggere il libretto di da Ponte per comprendere che altro onore, l'onore per antonomasia, donna Anna l'ha perso da tempo, visto che alle visite maschili notturne è avvezza. Lo ammette lei stessa nel lungo recitativo, che precede la procellosa aria "Or sai chi l'onore".

Insomma è una sorta di Erinni in versione andalusa e già borghese.
E all'essere Erinni le grandi donne di ogni tempo sono avvezze, anzi lo invocano, lo richiedono e lo pretendono.
Basta scorrere l'elenco delle grandi donna Anna. Agli Italiani di Parigi un autentico gotha del bel canto Giulia Grisi, Rosina Penco, Teresa Tietjens. Quando, poi, si affermò il teatro romantico e il don Giovanni subì quel che taluni ritengono "orrendo scempio" e che per noi sono le indimenticabili esecuzioni di Walter, Furtwängler, Busch, donna Anna divenne il corollario, il "riposo per la voce" delle grandi Rezia, Elisabeth, Isotta e Brunilde.
Poi venne la salvezza, secondo alcuni, la rovina, secondo altri e donna Anna finì cantata da soprani che in altri tempi avrebbero cantato Zerlina, che -sia detto- delle donne del capolavoro mozartiano fu l'altra parte, che attirò le grandi prime donne. Riflettiamo sulla circostanza che a Londra nel 1861 Adelina Patti vestì i panni di Zerlina, mentre Giulia Grisi e Rosina Penco quelli della figlia del commendatore, ed ancora al Met Marcella Sembrich fu sempre e solo Zerlina in compagnia di Donne Anna quali Lilli Lehmann o Lilian Nordica. Con queste scelte è pacifico che la differenza timbrica delle tre prime donne oltre che il carattere del personaggio era salvaguardato.
Addirittura in talune rappresentazioni i panni di Donna Anna erano affidati a mezzo soprani, come accadde con Virginia Guerrini al Colon di Buenos Aires nel 1897. Sarebbe interessante sapere gli accomodi che in questo, come in altri casi, vennero realizzati, soprattutto all'ingresso delle maschere, dove la scrittura vocalizzata è acuta e al rondò del secondo atto.
Rondò del secondo atto la cui sezione conclusiva, unica pagina acrobatica del ruolo ed ipostasi della di lei ipocrisia, si aveva l'abitudine di tagliare. Beneficio di cui si giovò anche Rosa Ponselle al Met negli anni '30.
Era e qui dobbiamo anche condividere la tesi di chi parla di travisamento dell'opera uno dei tagli, che si praticavano unitamente a quello del finale, atteso che l'opera finiva con la apocalittica scena del dissoluto punito inghiottito dalle fiamme dell'Inferno.
Opera da sempre in repertorio e mai uscita dallo stesso comporta che le testimonianze fonografiche delle grandi protagoniste partano dagli albori delle registrazioni per fermarsi a ieri sera.
Almeno sino al 1950 Donna Anna fu appannaggio di soprani drammatici, possibibilmente nella declinazione del drammatico d'agilità. Era la diretta derivazione delle Donna Anna di Giulia Grisi o Teresa Tietjens quella, che dal 1870 al 1909, venne considerata la più completa ossia Lilli Lehmann. Il suo repertorio ridicolizza quello della Callas o della Caballé, la durata della carriera ridimensiona quella di una Sutherland o di un'Olivero. Passava da Filina a Carmen, con tutto quel che c'era in mezzo ossia Violetta, Norma e le parti drammatiche di Wagner. Approdò al disco prossima ai sessant'anni di età ed ai quaranta di palcoscenico e ciò nonostante sentiamo un soprano in assoluto inarrivabile nel rondò e difficilmente eguagliabile nella cosiddetta Rache-Arie, dove il tempo trascorso costringe la divina Lehmann ad alcuni patteggiamenti con i fiati e soprattutto con il primo passaggio (vedasi i passi del recitativo). Patteggiamenti e limiti spariscono nel rondò perchè le esigenze vocali ed espressive dello stile grazioso e non grande agitato inducono a moderazione di accento e di suono. Il legato della prima sezione, lo slancio di quella conclusiva e la sicurezza dell'ornamentazione (vedasi per tutti i picchettati sul si bem. del lungo vocalizzo su pietà) rendono chiara l'idea di quello che per i nostri avi intendessero per soprano drammatico di agilità.
A questo modello si attennero, per certo, le donne Anna di scuola italiana come Giannina Russ e la Arangi-Lombardi. Ed ancora a quel modello si attennero sia Frida Leider, di cui dobbiamo solo rimpiangere che non abbia mai inciso la seconda aria, che Elisabeth Rethberg, di cui esiste una fortunosa integrale di Salisburgo (1937) sotto la guida di Walter.
Nessuno dei soprani, che oggi proponiamo dispone nell'esecuzione della prima aria dello slancio e della facilità di canto congiunta ad un timbro al tempo stesso nobile ed astratto come Frida Leider. Ai suoi tempi passava, soprattutto in Wagner, per una fraseggiatrice compassata. Oggi, per contro, noi parliamo di cantante misurata, ritenendo l'espressione algida e distaccata carattere essenziale del personaggio della perbenista dama sivigliana. Mai nessun soprano, neppure Birgit Nilsson o Joan Sutherland, hanno coniugato al grado della Leider queste caratteristiche. Ed è logico. Vero soprano drammatico, nonostante l'ampiezza della voce la Sutherland non lo è mai stata e la Nilsson ha sempre presentato nella prima ottava durezze nibelungiche ed un canto assai meno all'italiana della Leider.
Quanto ad Elisabeth Rethberg approdò a Donna Anna nella fase finale della carriera (un decennio prima al Met era stata una applaudita donna Elvira) dopo almeno quindici anni di Aida, Ballo, Forza, Butterfly, Elsa, Sieglinde. E se l'accento nel recitativo è quello della tragedienne, coniugato ad una saldezza del primo passaggio esemplare (vedasi frasi come "Era già alquanto avanzata la notte") qualche frase patisce un'enfasi di troppo rispetto al mezzo vocale ed acuti un poco aperti e spinti e le agilità che concludono il rondò non hanno le caratteristiche di quelle della Lehmann.
Va, però, detto che frasi come quelle del recitativo che apre la grande aria o la sezione conclusiva risultano prive del loro significato tragico quando non siano affidate ad un soprano drammatico o almeno lirico spinto.
Basta sentire quel che accade con Beverly Sills o Leyla Gencer. Se donna Anna può considerarsi un incontro occasionale per il soprano americano, Leyla Gencer, per contro, la cantò e con una certa frequenza ed in grandi teatri.
La Gencer è sempre e prima di tutto una grande fraseggiatrice ed una fine dicitrice quindi nel recitativo debutta con grande foga, sfoggia una voce misteriosa per frasi come "un uom che al primo istante", attenzione a come sfrutta le prossibilità espressiva delle consonanti arrotate di "torcermi" ed arrivata il "da lui mi sciolsi", che con la sola voce rende il senso dello sfinimento, subito dopo ritorna ad assere arroventata nell'"arditamente" per ritornare ad un suono dolce in coincidenza della memoria del padre. Grandissima, signora Gencer! Ma quando arriva all'aria eseguita con autentico furore si sente che il peso vocale non è quello della Leider e l'accento può molto, ma non tutto.
In fondo era la voce al più di Donna Elvira o forse di una corposa Zerlina. Naturalmente nell'esecuzione del rondò le agilità sono fluide e scorrevoli anche se, Leyla Gencer non è Joan Sutherland cui appartiene- scontato dirlo- la più fluida, mordente esecuzione del medesimo brano. Ma la stessa Sutherland, i cui modelli intepretativi e vocali sono a 78 giri, non può, a sua volta, competere a parità di solennità e distacco con le donne Anna dell'ante guerra.
E siccome la parte è proprio ardua l'altra grande donna Anna del dopo guerra Leontine Price, timbro eccezionale per bellezza accento drammatico genuino e forse un po' verdiano arrivata al rondò, anche nel proprio momento migliore per impegno di studio e salute vocale, mette in pista compromessi e cempennamenti (la salita al la di "tu conosci la mia fè") ed il rigore classico non è certo quello della Leider, pur trattandosi di una storica esecuzione.
Eppure parliamo, criticando, di quattro primedonne, che hanno fatto la cronaca e forse la storia di almeno due decenni di melodramma e di cui oggi sentiamo la dolorosa mancanza.
Ciascuna è grandissima, ciascuna, però, è destinata a cedere dinnanzi al modello di Lilli Lehmann e, credo, di Eleanor Steber. La Steber non era un soprano drammatico nel vero senso del termine, vantava (basta guardarne un video) un controllo del fiato e della respirazione paradigmatico, che dava alla voce una ampiezza ed una risonanza capace, in grado in altro e ben più oneroso repertorio, di far soffire un Mario Del Monaco, e che le consentiva di cantare a tutte le altezze ed a tutte le sonorità, il che la trasformava, con l'ausilio di una buona dizione italiana, in una fraseggiatrice sobria e varia al tempo stesso.
Sentire Eleanor Steber nella prima aria: attacco da tragedia, rispettoso dell'indicazione in spartito "in estrema agitazione" e l'agitazione cresce sino a "il padre mio", cambia colore ed espressione a "al primo istante", la frase è una parentetica e la Steber ci canta una parentetica. Arrivata al "da lui mi sciolsi" a differenza della Gencer è la virago che si libera, nessuna fatica per la lotta, ma trionfo -ipocrita- della virtù. Il recitativo sta nella zona compresa fra i due passaggi, ossia scomoda per definizione, eppure si deve far attenzione alla assoluta proiezione del suono. La progressione tragica del racconto impone per fini espressivi un attacco sommesso, ripiegamenti come "il padre mi tolse" così il primo dei numerosi "vendetta" è efficace. La parola vendetta, ossia l'ossessione di donna Anna, anzi il comando della stessa a Don Ottavio sono sempre più scanditi e senza che il suono, pur nella zona del secondo passaggio possa essere qualitativamente parlando intaccato. Fraseggiatrice accorta, maestra dell'effetto drammatico la Steber attacca poco più che piano il primo "lo chiede il tuo cor" della perorazione finale. Una chiosa sul podio un direttore universalmente ed a ragione considerato noioso e meccanico come Karl Böhm non sembra quello di venti anni dopo con donne Anna di agenzia teutonica.
Il peana è lo stesso per la Steber nel rondò. Non sai se ammirare la facilità con cui supera certe inside come il si bem del recitativo "abbastanza per te" con tanto di messa di voce o il lungo passo vocalizzato conclusivo dell'allegretto moderato o la ripresa del "non mi dir" senza presa di fiato,ovvero con un ineccepibile rubato o l'interprete che riesce nell'assoluto rispetto del testo ad essere la ipocrita dama, forse solo seccata di non aver "messo in lista" anche don Giovanni.
Poi, poi abbiamo pensato che l'importante per il personaggio fosse l'esecuzione del rondò, la cui tessitura è piuttosto acuta e, quindi, abbiamo vestito della obbligatorie gramaglie della dama spagnola Mariella Devia ed Edita Gruberova. Abbiamo ottenuto fluide e flautate esecuzioni della sezione conclusiva della pagina e, magari, dell'intervento di Donna Anna nel finale, sentendo poco o nulla dell'incontro-scontro con il protagonista e della Rache-Arie, e, in buona sostanza confondendo donna Anna con Zerlina. Perché le grandi Zerline cantavano Elvira di Ernani (Marcella Sembrich) o addirittura Aida (Adelina Patti). Ve le vedete le nostre due inossidabili in quei ruoli?
Se, poi l'ultima possibile donna Anna rimane Diane Damrau, la cui voce è "coperta" dal suono di un'arpa mi domando se le campane a morto vadano suonate per il ruolo o per le cantanti inadeguate e votate a morte vocale, complici siffatte inadeguate scelte.
E d'altra parte se cerchiamo ancora qualche donna Anna drammatica sentiamo esecutrici che, prive del minimo supporto tecnico, vociano senza pietà e senza alcun rispetto per le prescrizioni vocali ed interpretative mozartiane. Starnazzone, ha detto qualcuno. Perdonate, non c'è altro motivo per proporre la signora Poplavskaya.


Gli ascolti

Mozart - Don Giovanni

Atto I


Ah, del padre in periglio...Fuggi, crudele fuggi - Rosa Ponselle & Tito Schipa (1935), Maria Reining & Julius Patzak (1936), Birgit Nilsson & Anton Dermota (1955), Joan Sutherland & Richard Lewis (1960), Leyla Gencer & Richard Lewis (1962)

Don Ottavio, son morta!...Or sai chi l'onore - Lilli Lehmann (1906), Frida Leider (1928), Rosa Ponselle (1935), Maria Reining (1936), Elisabeth Rethberg (1937), Zinka Milanov (1943), Birgit Nilsson (1955), Eleanor Steber (1957), Joan Sutherland (1960), Leontyne Price (1960), Leyla Gencer (1962), Beverly Sills (1966), Margaret Price (1970), Carol Vaness (1988)

Bisogna aver coraggio...Protegga il giusto Cielo - Joan Sutherland, Ilva Ligabue & Richard Lewis (1960), Leyla Gencer, Sena Jurinac & Richard Lewis (1962)


Atto II

Crudele? Ah no, mio bene...Non mi dir bell'idol mio - Lilli Lehmann (1906), Elisabeth Rethberg (1937), Zinka Milanov (1943), Birgit Nilsson (1955), Eleanor Steber (1957), Joan Sutherland (1960), Leontyne Price (1960), Leyla Gencer (1962), Beverly Sills (1966), Margaret Price (1970), Cheryl Studer (1987), Renée Fleming (2000), Mariella Devia (2006), Marina Poplavskaya (2008)



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sabato 28 novembre 2009

Mese verdiano XVI - Son giunta! Quinta puntata: Leontyne Price

Nel proseguire il percorso di analisi delle più rilevanti interpretazioni di Donna Leonora di Vargas, è opportuno considerare quelle che erano le caratteristiche vocali della prima interprete del ruolo (nella seconda versione dell’opera) ossia quella Teresa Stolz che con Verdi ebbe una vera e propria liaison, forse non soltanto di natura artistica. Cantante tra le più celebrate della sua epoca, si fece le ossa nei grandi teatri della mitteleuropa e almeno dal 1865 si dedicò ad un repertorio pesantissimo che comprendeva Lurezia Borgia, Norma, Guglielmo Tell, Juive, Robert le Diable, Huguenots. Prima Aida alla Scala (dopo la premiere del Cairo), nel 1874 cantò alla prima esecuzione del Requiem, cantò anche in Giovanna D’Arco, Rigoletto, Trovatore, Un Ballo in Maschera, Don Carlo e Otello. Le cronache dell’epoca tramandano un timbro potente e passionale, una voce sicura e ottimamente controllata, un vero soprano drammatico. Tale carisma non lasciò indifferente Verdi che la volle fortemente per la seconda versione della Forza del Destino e, difatti, appare interprete ideale delle più tormentate e mature creazioni sopranili del Maestro di Busseto.

Monopolista del ruolo negli anni ‘60/70, insieme alla Tebaldi (anche se con esiti diversissimi), fu Leontyne Price. Il soprano americano fu, forse, la più compiuta incarnazione del soprano verdiano della nostra epoca – almeno una certa categoria di soprano verdiano: quello del Verdi più drammatico. In effetti in quegli anni, e in quelli immediatamente successivi, la Price costituì un unicum nel panorama delle interpreti verdiane, soprattutto se confrontata con le contemporanee (con pochissime eccezioni, quali la Cerquetti ad esempio): si pensi agli esiti deludenti di certe esperienze della Callas (Aida, Forza del Destino, Un Ballo in Maschera) oppure ai maldestri tentativi di spacciare per soprano verdiano certe declamatrici di stretta osservanza bayreuthiana (secondo una degenerazione del canto wagneriano, poi...) dalle voci possenti come monoliti, certo, ma al pari dei monoliti flessibili e sfumate. L’interpretazione di Leonora, segna tutta la carriera della Price: dagli esordi al declino vocale. Nelle tre incisioni ufficiali che ci restano del ruolo, e nelle testimonianze live, infatti, si assiste alla completa parabola artistica della cantante, si assiste alla sua maturazione, al progressivo avanzare dei difetti, alla decadenza finale. A cominciare dall’edizione diretta da Schippers nel 1964, passando da Levine nel 1976, fino alle ultime esibizioni al Met nel 1984, sempre sotto la bacchetta di Levine. Ciò che colpisce l’ascoltatore è, innanzitutto, il colore e il timbro: ricco e passionale, notturno e misterioso, brunito e caldo, vellutato e sensuale, particolarmente adatto nel rendere i personaggi tormentati e drammatici che caratterizzano il Verdi della maturità artistica, assai più della paciosità un po’ provinciale di una Freni (da taluno giudicata iperbolicamente, una delle migliori Leonore di sempre), o l’esangue ed asessuato biancore di una Caballè (ben diverso dalla Leonora penitente e angelicata di una Tebaldi). Un canto morbido e legatissimo con acuti corposi e sicuri. La Price è una Leonora peccatrice, carnale, profondamente romantica. Gradualmente, dopo gli anni ’60, compaiono le prime difficoltà: nel registro basso inizia a farsi strada una certa opacità (poi esteso anche in zona centrale), una certa fumosità che compromette in parte la morbidezza di un timbro straordinario. Al velluto di qualche anno prima si sostituisce una evidente durezza e legnosità. Gli acuti un tempo raggianti e sicuri, diventano più difficili. Ma la Price sa cantare, e pur nei vizi che caratterizzano il suo declino (inevitabile per tutti), rimangono squarci da grande cantante: i difetti sono quelli della decadenza, tipica della parte finale della carriera di tanti, non sono mai frutto di mancanze tecniche (la voce resta sempre appoggiata perfettamente e mai indulge in suonacci gutturali – che caratterizzano il triste presente di alcune sue ancor giovani colleghe, nel pieno della carriera e, nonostante questo, già in disarmo, anche se pochi vogliono accorgersene). Ma al di là della carriera – straordinaria – della Price, interessa qui analizzare la sua Leonora, il suo arrivo al convento: usando come paradigma l’edizione del 1964 (la cui interpretazione sostanzialmente, almeno per quel che la rigurada, verrà replicata neglia anni immediatamente successivi, al Met, pagando però, la mancanza di un direttore come Schippers). Impressiona subito la Price, sin dal recitativo - quanta differenza rispetto all'analogo brano nell'esecuzione a volte troppo concitata, a volte eccessivamente enfatica o caricate, di tante sue colleghe - un Son giunta finalmente non strillato: il secondo FA# non è un grido disperato (o un ululato), ma quasi uno sfogo, un sollievo, sottolineato dalla morbidezza rilassata della frase successiva, con una discesa al RE, tranquilla, clama, serena. Il secondo Son giunta è più commosso, mentre in orchestra si insinua il tema del destino, e Leonora riepiloga la propria storia: ricordi che si accavallano nella sua mente. Lo scampato pericolo, la paura ancora viva, il rifugio tanto sperato, la pace (forse), il rimorso e, infine, una rabbia impotente che pure vorrebbe reprimere: è l'amore per Alvaro, compagno di peccato e di delitto, che ora l'ha tradita e fugge (almeno così lei crede). La Price dipinge un recitativo teso e continuo, senza mai spezzare la frase o indulgere in effettacci, tutto risolto sul fiato, sulla continuità della linea musicale, resa però varia dal rispetto delle indicazioni verdiane e dei segni d'espressione: alternanza sapiente di p e f, lo splendido crescendo di Quella notte in cui io, io... che sfocia in un radioso SOL naturale a voce piena, in corrispondenza di Del sangue... per poi ridiscendere al DO con un significativo rallentando sino al ppp. Le due successive frasi, cantabili, vengono eseguite su di uno splendido legato che porta la voce ad un SI acuto, tenuto per due battute, timbratissimo, fermo, luminoso, e che che si spegne nel lento morendo che conduce all'aria. Inizia come una preghiera: la preghiera di una peccatrice, non di una casta vergine penitente. Le legature sono perfette e le forcelle eseguite con scrupolo, in un crescendo appena percettibile, rispettosissimo delle indicazioni verdiane. Un dosaggio perfetto di p e f, incalzante sino allo sfogo sull'ampio tremolo degli archi: Deh non m'abbandonar, amplissimo, morbido, vellutato, che cresce e decresce in un solo respiro. Gli acuti sono sicuri e facili: il LA in crescendo nella ripetizione della frase, con la voce che subito si spegne per lasciare spazio al coro, è un esempio impressionante di controllo, reso possibile solo da una tecnica dominata alla perfezione. Gli incisi di Leonora si intrecciano al canto dei frati, senza alcuna discontinuità, in un equilibrio di rarefatta suggestione. Il registro centrale è corposo e caldo: il SI basso in Fede, conforto e calma è una vera nota e non un sussurro impercettibile o un bercio di gola. Il breve passaggio di recitativo si conclude, poi, con un crescendo impressionante per volume e corpo della voce: MI, MI#, FA#, procedendo per semitoni ascendenti e allargandosi in una corona in f per poi sfociare in un Non mi lasciar soccorrimi ancora più ampio e vibrante, mostrando una cavata autenticamente verdiana, e allargandosi ancora in corrispondenza del primo LA acuto, saldo e tenuto. Le frasi successive, legatissime, portano al secondo LA, rallentando sino al lento spegnersi del finale. Questo è il Verdi della Price: nobile, ampio, sicuro, vibrante, forse per taluni non abbastanza moderno...soprattutto se la modernità è presa a pretesto per giustificare certo malcanto.


Gli ascolti

Verdi - La forza del destino


Atto II

Son giunta!...Madre, pietosa Vergine...Chi siete?...Più tranquilla l'alma sento...Se voi scacciate questa pentita...Sull'alba il piede all'eremo...Il santo nome di Dio Signore...La Vergine degli Angeli

1963 - Leontyne Price (con Walter Kreppel & Elfego Esparza - dir. Francesco Molinari-Pradelli - Opera di San Francisco)

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mercoledì 28 ottobre 2009

Mese verdiano XII - L'accento verdiano, parte terza: "Ma dall'arido stelo divulsa"

La grande scena di Amelia, che apre il secondo atto del Ballo in maschera, è una delle più impegnative del repertorio sopranile. A differenza della romanza del terzo atto, in cui alla sposa penitente si richiede soprattutto purezza di suono e accento castigato, “l’orrido campo” esige, fin dal recitativo, grande varietà drammatica e assoluta precisione nello scandire quella che l’autore avrebbe in seguito definito “la parola scenica”, oltre naturalmente a un’attenta lettura dei segni dinamici e delle indicazioni espressive. Anzi, la cantante dovrebbe, ove possibile, aggiungerne di propria iniziativa.

La scena si apre con il recitativo “Ecco l’orrido campo”, in Allegro agitato, cui succede il cantabile in fa minore “Ma dall’arido stelo divulsa” (Andante). L’aria, introdotta e accompagnata dal corno inglese, si sviluppa in modo strofico: dopo i primi sei versi, che enunciano il tema, il passaggio alla seconda parte (“Oh! Chi piange?”) è sottolineato da una variazione nell’accompagnamento orchestrale, che si fa più ossessivo e nervoso (terzine di semicrome dei violini primi), mentre il corno inglese riprende il tema e la voce procede per brevi incisi, ritrovando l’espansione melodica (sottolineata dall’indicazione di “cantabile”) solo al verso “non tradirmi, dal pianto ristà”. Il rintocco di una campana dà il via all’Allegro “Ah, che veggio?”, in cui la voce deve confrontarsi con il “fortissimo” dell’orchestra in tumulto. Si torna all’Andante per la coda del brano, che ripropone, variandola in fa maggiore, la melodia che concludeva le due strofe precedenti.
La scrittura eminentemente centrale non esclude incursioni nelle zone estreme della voce, dal la sotto il rigo (previsto in “oppure” sull’ultima ripetizione di “e terribile sta") ai numerosi la bemolle acuti (fin dal recitativo: “s’adempia”), ad un la naturale, un si bemolle e un si naturale su “e terribile sta”, alla salita al do di “miserere d’un povero cor”, fino alla cadenza, che inizia con un si bemolle acuto attaccato scoperto e discende al do grave per concludere sul fa centrale. Per inciso, e legittimamente, molte delle interpreti che proponiamo optano per cadenze alternative, capaci di valorizzare al meglio le loro caratteristiche vocali. Con tanti saluti ai fautori della filologia da quattro soldi così di moda nel recente passato, e anche oggi. Ricordiamo che Verdi giudicava esemplare la Traviata di Adelina Patti anche sotto il profilo di cadenze e riscritture.

Precisiamo, a titolo preliminare, che le interpreti da noi scelte non esauriscono di certo il panorama interpretativo del brano. Abbiamo privilegiato, oltre ovviamente alla qualità vocale, il differente calibro delle voci, l’appartenenza a diverse scuole di canto e i repertori frequentati, in modo da avere un quadro pressoché completo dei possibili approcci al personaggio. In fondo l’accento verdiano, chimera cui abbiamo dedicato questo mese di ottobre, non conosce frontiere, se non quelle dettate dalla tecnica, dal gusto e dalla musicalità, e nulla impedisce a insigni wagneriane e sperimentate primedonne veriste di essere, per quanto è possibile udire dai dischi, grandi interpreti di questa e altre pagine del Cigno di Busseto.

Inauguriamo la nostra galleria proprio con “le tedesche”, vale a dire con il canto di tre grandi primedonne d'area germanica, frequenti esecutrici tanto di Verdi quanto di Mozart e Wagner: Melanie Kurt, Elisabeth Rethberg e Gertrude Grob-Prandl. Tutte e tre interpreti di lungo corso del Ballo, si segnalano in prima istanza per l’accento nobilissimo e l’assoluta compostezza con cui attaccano e gestiscono la cantilena “Ma dall’arido stelo divulsa”, e in secondo luogo per l’attenzione alla dinamica, sempre varia e sfumata, senza per questo ridurre il canto a una serie di manierismi. Nessuna delle tre è immune da difetti, quasi tutti legati al versante dell’espressività: così, ad esempio, le indicazioni “con passione” e “con spavento” trovano un poco carenti la Grob-Prandl e, più ancora, la Rethberg, che dal luogo spettrale e dall’ora notturna non sembra trarre non dico autentici brividi, ma neppure un occasionale diversivo alla propria imperturbabilità. Mentre la Rethberg risulta assolutamente inappuntabile sotto il profilo dell’intonazione, della musicalità e del legato (e non ce ne stupiamo, perché il broadcast parziale del secondo atto del Ballo, San Francisco 1940, quindi solo un anno e mezzo prima dell’addio alle scene della signora, resta ancora impietosa pietra di paragone per le suddette caratteristiche), la Grob-Prandl attacca il recitativo con un'intonazione non perfetta e presenta, in basso, suoni un poco fiochi e occasionalmente gonfi (il la grave di “e terribile sta”), mentre la Kurt accusa occasionali fissità sul sol acuto e ripiega sul la centrale prima dell’invocazione conclusiva al Signore. Detto questo, va sottolineata la salute vocale quasi insultante della Grob-Prandl (propiziata, occorre ribadirlo, da una tecnica di altissima scuola) e la clamorosa espansione in acuto, che le permette di infondere accenti nibelungici all’Allegro “Ah che veggio?” e di esibire, in chiusa, la bellezza e pienezza della fascia medio-acuta, chiudendo la cadenza un’ottava sopra rispetto a quanto previsto dall’autore. Melanie Kurt, oltre a un legato di prim’ordine, caratteristica propria delle più autentiche dive wagneriane, sfoggia, al pari della collega, grande facilità in alto, arrivando a una vera e propria prodezza, vale a dire la smorzatura sul la bemolle acuto di “che ti resta, mio povero cor?”. Fra l’altro, pur cantando l’aria in traduzione tedesca, la Kurt risulta, all’ascolto, assai meno “teutonica” e più “italiana” rispetto alla Grob-Prandl, anche per l’accento, quasi sbigottito ma carico di passione, davvero ideale per il personaggio e la situazione drammatica.

Tutt’altro clima si respira nelle incisioni di due grandi cantanti veriste, fra le più celebrate della loro epoca, e a ragione: parliamo di Eugenia Burzio ed Ernestina (ossia Tina) Poli Randaccio. Purtroppo della seconda esiste solo il frammento “Mezzanotte!”, ma è sufficiente ad avere un’idea di quello che doveva essere il resto dell’aria. La Burzio si segnala, in primo luogo, per l’eccezionale varietà agogica e dinamica (certo propiziata dall’accompagnamento di pianoforte solo), che le consente di sottolineare ogni parola del testo, senza che questo vada a intaccare il senso del discorso musicale o la precisione dell’esecuzione. È vero che alcuni suoni risultano un poco aperti, ma non sono affatto sgangherati, e a ogni modo le corone, i rubati e gli “stringendo” disseminati generosamente (vedi a titolo di esempio l’indugiare su “quell’eterea”, “non tradirmi”, “battere”, “t’annienta”, e ancora, il tempo improvvisamente più rapido alle parole “che ti resta, perduto l’amor”) dipingono con grande efficacia l’ansia e l’angoscia che attanagliano l’infelice mancata adultera. L’unico rimprovero che si può muovere alla Burzio è quello di restituire quell’ansia e quell’angoscia ricorrendo ai mezzi e alle risorse espressive della Giovane Scuola, piuttosto che a quelli di Verdi, ma è peccato veniale, alla luce della monotonia, sovente condita da imbarazzanti problemi vocali, che oggi molti propagandano quale assoluta aderenza al dettato musicale. E se gli acuti della parte finale non sono proprio esaltanti (quasi un urlo il si naturale, assai fisso il do), il la grave di “e terribile sta” ha una pienezza da vero soprano drammatico, mentre la cadenza, conclusa sul fa acuto, prova che il registro medio-acuto non è meno imponente di quello basso.
Di Tina Poli Randaccio, come detto, possediamo solo la sezione finale dell’aria. La signora è, fra le esaminate, quella che meglio risolve l’indicazione “con voce soffocata” alla ripetizione di “e m’affisa, e terribile sta”. Scontata l’imperiosità del la grave di “sta”, in un autentico soprano drammatico, avvezzo a ruoli ben più pesanti e orchestrali anche più densi, tanto che appare legittimo credere che il Ballo fosse, per la cantante, prendendo a prestito le parole di un’altra solidissima collega, “riposo per la voce”. Qualche problema si riscontra nel legato in fascia acuta, ad esempio nel passaggio fra si bemolle e do acuto, mentre per cogliere la forza espressiva dell’interprete, oltre alla forza tellurica del suo strumento, bastano la corona aggiunta su “m’aita o Signor” e la cadenza, rimpolpata di un mi grave in cui la potenza del registro di petto rifulge come meglio non potrebbe.

Ascoltata dopo quelle di due grandi soprani drammatici, la delicata, squisita voce di Claudia Muzio potrebbe risultare insufficiente, per ampiezza e colore, di fronte alle più dotate colleghe. In realtà l’ascolto si rivela deludente soprattutto per una caratteristica contingente, vale a dire il taglio, verosimilmente propiziato da limiti di tempo legati alla tecnologia di registrazione, della seconda parte dell’Andante (dalle parole “Oh! chi piange?” a “t’annienta, mio povero cor”). La cantante, pur evitando il si naturale acuto alla fine del primo “e terribile sta” ed esibendo in seguito un do acuto marcatamente fisso, è impareggiabile per condotta vocale e continenza espressiva. Il timbro è di grande dolcezza, il fraseggio sapientissimo nella sua apparente semplicità, la carica di malinconia pari a quella infusa dalla Kurt, ma la Muzio, o meglio “la divina Claudia”, come giustamente la chiamavano i suoi ammiratori, vi aggiunge una nota di morbida sensualità che, lungi dal tradire il personaggio, ne esalta la frustrazione erotica e rende vivo e palpitante il personaggio, come nessun’altra interprete (se non la Cerquetti, assistita da un mezzo vocale ben più imponente) sa fare. Va anche sottolineata l’abilità della cantante nell’adattare alle proprie esigenze la scrittura verdiana, senza travisarne il dettato, vedi la trasposizione all’ottava alta della ripetizione “o Signor, m’aita o Signor”, che consente all’interprete di fraseggiare e sfumare nella zona più brillante della voce.

Con Anita Cerquetti abbiamo invece la declinazione perfetta della vera voce verdiana. Una voce giustamente definita d’oro, ampia, timbricamente opulenta, sempre sul fiato e perciò capace di piani e pianissimi morbidi e al tempo stesso sonori, disseminati con grande accortezza (ad esempio nel recitativo, alle parole “s’inoltri”); un legato di prima qualità; un’espressione sobria, maestosa (qualcuno la definirebbe forse un poco matronale), velatamente malinconica e un niente sussiegosa, adattissima a una dama di rango, seppure sconvolta dall’amore e poi dal terrore. Invano si cercherà nella Cerquetti la sicurezza sugli acuti (il la suona alquanto tirato, il si gridacchiato, meglio invece il do, che la cantante sottolinea con una corona), ma la saldezza della voce negli altri registri (si ascolti, per quanto concerne quello grave, l’autorevolezza del la sotto il rigo), la dinamica non varia ma accortamente amministrata, l’accento dolente e la dizione perfetta contribuiscono a creare un’Amelia che giustifica i rumorosi entusiasmi del pubblico fiorentino. Oggi avvezzo ad Amelie di tutt’altra pasta.

Altra voce d’oro, o meglio di bronzo, quella di Leontyne Price, il cui fascino strumentale, secondo forse solo a quello della Cerquetti, contribuì non poco a fare della cantante americana una delle interpreti di riferimento del Ballo. Il timbro davvero malioso è intaccato solo in minima parte da alcuni effetti prossimi al parlato disseminati nel recitativo (“Ah mi si gela il cor”) e da suoni alquanto duri sul fa e sol acuti (“quell’eterea sembianza”). La Price lega bene nella salita “che ti resta perduto l’amor”, ma non riesce a saldare a dovere il do centrale e il la bemolle acuto di “che ti resta”, mentre la dinamica è varia, ma non sufficientemente sfumata, con una netta prevalenza del “forte”. L’apparizione della larva notturna ispira nuove scivolate nel parlato (“Una testa”), ma nella salita conclusiva agli acuti la cantante è di nuovo gloriosa, a dispetto di un do alquanto tirato, preso forse più con il favore delle stelle che con quello dell’ugola.

Concludiamo la nostra breve rassegna con Maria Callas, più volte interprete del ruolo in teatro. Si tratta di un nastro, alquanto fortunoso, del 1951, in cui la cantante greca suona sensibilmente più in forma rispetto alle registrazioni integrali del titolo, di pochi anni successive. L’ascolto è interessante, se non altro perché dimostra che non sempre una grande cantante, e in taluni casi una grande interprete, riesce a rendere giustizia a un grande autore. La Callas, le cui interpretazioni di Abigaille e Lady Macbeth sono di assoluto riferimento, si accosta al Ballo guardando più a quelle volitive signore, che non alla trepida e sventurata moglie di Renato. Il recitativo è accentato a dovere, ma la celebre “voce grigia” di Medea non rende giustizia al personaggio. Dov’è la paura, dove il raccapriccio? Viene quasi da pensare che la stessa Ulrica abbia preso il posto della sua assistita. Il registro acuto non è sfolgorante, fin dal la bemolle, assai duro, di “s’adempia”, mentre in prima ottava (segnatamente in zona do-sol) compaiono suoni fin troppo marcatamente di petto. Le note acute (dal sol in su) “ballano”, specie se attaccate scoperte, e si riscontrano problemi di legato, ad esempio alle parole “t’annienta”. Nella sezione finale la cantante tenta giustamente di alleggerire e sfumare, finendo però con l’esibire la voce, drammaticamente assai poco consona, di Gilda. Poco felice anche la cadenza, risolta, come nel caso di altre colleghe, sul fa acuto. Il fraseggio e la dizione sono al solito curati a dovere, la registrazione assai precaria sicuramente non rende appieno giustizia alla cantante, ciò detto la prova non appare delle più felici. Tutt'altro.



Gli ascolti

Verdi - Un ballo in maschera


Atto II

Ecco l'orrido campo...Ma dall'arido stelo divulsa...Mezzanotte!

1906 - Eugenia Burzio (link alternativo)

1916 - Melanie Kurt (link alternativo)

1918 - Claudia Muzio (link alternativo)

1919 - Tina Poli Randaccio (link alternativo)

1929 - Elisabeth Rethberg (link alternativo)

1951 - Maria Callas (link alternativo)

1953 - Gertrude Grob-Prandl (link alternativo)

1957 - Anita Cerquetti (link alternativo)

1966 - Leontyne Price (link alternativo)


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lunedì 27 luglio 2009

L'africaine Sélika fra antico e moderno, seconda parte.


Veniamo ora all'esecuzione di Antonietta Stella, che interpretò Sélika due volte nella propria carriera, nel 1963 a Napoli e nel 1972 a New York con Richard Tucker, sempre in italiano.
Rispetto alle interpreti d'inizio secolo la Stella risulta meno vaga per la dinamica e il tempo, soprattutto nella prima parte, è un po' tirato via. La voce è però splendida, sicurissima in tutta la gamma, e la cantante bravissima nell'esecuzione delle note gravi, dove raramente ricorre al registro di petto, mentre in acuto sentiamo la consueta facilità e sicurezza. Se la cava piuttosto bene nei passi vocalizzati, meglio nelle quartine di "le bengali dit" che non nelle terzine discendenti e ascendenti di "l'etoile scintille dans l'ombre". Nella sezione centrale il canto è sicurissimo nell'affrontare l'orchestrale, rispettando l'espressione dolorosa richiesta dallo spartito e dal momento drammatico.

Non di grande interesse l'esecuzione di Josephine Veasey, purtroppo non all'altezza delle colleghe per via di un timbro non troppo particolare e di un'esecuzione piuttosto anonima per dinamica e vocalmente non priva di difetti.

Fra le interpreti proposte l'unica forse a non aver mai interpretato il ruolo dal vivo è Leontyne Price, che era però solita eseguire la berceuse di Sélika in concerto, registrandola inoltre nel 1967 in un recital RCA in cui esibisce una voce sensualissima, rotonda, di grande fascino e bellezza, attenta ai segni d'espressione e al fraseggio. Un'esecuzione in cui l'unico difetto segnalabile è una certa tendenza all'essere sfocata nelle frasi sotto al rigo. Una bellissima esecuzione che fa rimpiangere che negli stessi anni la Price non sia stata interprete in teatro dell'opera o che non l'abbia incisa.
La registrazione live da un concerto del 1976 è fortunatamente molto bella. Il tempo da subito spedito, e marcatamente nella berceuse, le impedisce di avere in questa sezione il giusto accento e il giusto languore per la cantilena di Sélika (quello di molte incisioni antiche o della Bumbry). La voce è come sempre squillante nel registro acuto, l'interprete brilla nell'esecuzione delle terzine dove scende agevolmente sotto al rigo. E' poi bellissima la parte finale, lo splendido la naturale pianissimo di "murmure" e l'accento sofferente con cui la Price scandisce le ultime frasi, con una voce più che mai sensuale per timbro. In questo ascolto i 50 anni che all'epoca la Price aveva si sentono a dire il vero pochissimo, molto meno che in coeve Aide e Forze del destino e riesce ad essere all'altezza del confronto con la Price di 9 anni prima, forse anche per la scrittura di Meyerbeer, più attento alle esigenze della voce.

A Firenze nel 1971 appare come interprete dell'Africana in italiano la giovane Jessye Norman, nel suo unico approccio al grand-opéra. La voce nell'Air du Sommeil apparte molto bella al primo ascolto, ma rispetto alle colleghe e contemporanee innegabilmente indietro per emissione, e ciò è possibile sentire da subito nei due fa diesis di "gemit" e "fremit" e nella frase "Sommeil en paix" che porta la voce al sol diesis, con prescrizione dello spartito di "très doux", frase che nella Norman risulta invece piuttosto dura. Sono buone le quartine e anche i si naturali risultano facili e sicuri, al pari dei trilli. Nella sezione centrale è purtroppo in difetto di fiato soprattutto alla frase "Au maitre étranger qui dort là". In una voce anfibia come quella della Norman appaiono più che mai brutte le note di petto della frase "Ah! Malgré moi je regrette à peine".

Celeberrima Sélika è stata Shirley Verrett, per il live del 1972 da San Francisco e per il tardivo video del 1988. L'ascolto comparato fa ridimensionare entro certi limiti anche questo mito. La Verrett risulta un po' tirata sui fa diesis di "gemit" e anche lei non riesce ad essere dolce sui sol diesis di "Sommeil en paix". E' molto brava nell'esecuzione dei si naturali ribattuti e in tutto il brano è possibile sentire la grande fraseggiatrice, che si sforza di essere sempre malinconica e dolce più possibile, ma che risulta più nel suo elemento quando affronta lo slancio la frase "Si la mer m'eut engloutie...". E' poi molto passionale nell'accento delle ultime frasi, coronate da un si naturale su "Hélas! Je t'aime" degno della sua futura Lady Macbeth, seguito da bellissime mezzevoci sull'ultimo "mon bien suprême hélas c'est toi".

Molto sottovalutata come interprete del grand-opéra è stata Martina Arroyo, che invece dal vivo è stata una grandissima Valentine, la più sicura possibile in tutta la storia dell'interpretazione, consegnata fortunatamente anche al disco, e in un live del 1977 anche una grande Sélika. Nella Berceuse esibisce un accento molto semplice e la voce da subito apparte molto bella per timbro.
La cantante è ancora eccezionale per padronanza tecnica, risulta sempre omogenea in tutta la gamma vocale, esegue benissimo le terzine di "scintille dans l'ombre" dove scende sotto al rigo per terminare sulle note centrali senza che la voce cambi colore o posizione vocale. Forse manca di slancio nelle quartine discendenti prima e ascendenti poi che precedono i si naturali ribattuti, che ovviamente risultano suoni pieni, facili e squillanti.
La Arroyo può apparire meno sensuale per timbro e varietà d'accento rispetto alla Bumbry e alla Price, ma appunto insieme a loro divide la palma della migliore Sélika della storia interpretativa moderna.

Nello stesso anno della Arroyo è interprete dell'Africaine anche Montserrat Caballé a Barcellona. Il tempo da andante grazioso diventa molto slentato, un largo quasi e bisogna dire che nella prima parte non si evita un senso di prima prova al pianoforte, soprattutto nelle terzine discendenti, eseguite con grande cautela. Meglio risultano le quartine che precedono i si naturali ribattuti, che però la Caballè sostituisce con un unico si naturale tenuto, un pò spinto. E' bellissimo il timbro, ma non è altrettanto bella l'esecuzione, tirata via dalla ormai all'epoca internazionale Caballé, che non evita neppure di sbracare le note gravi di "Eteins Brahma" o di esibire i celebri filatini o falsettini alle frasi "Qui font mes maux et mon bonheur" e neanche qualche portamento nella sezione finale. I segni d'espressione di cui Meyerbeer fa come sempre largo uso, sono pochissimo rispettati, e lo stesso dicasi per la dinamica, piuttosto limitata. Infine bruttini gli effetti di singhiozzo dell'ultimo "mon bien suprême", che precede una puntatura al la in pianissimo con cui la Caballè chiude la sua esecuzione.

Ultima interprete in teatro in ordine cronologico e forse la migliore nel complesso è Grace Bumbry, che debutta Sélika a Londra nel 1978, dove la interpreta ancora nel 1981, ruolo congeniale alla cantante statunitense che troverà modo di riproporlo ancora nel 1992. La voce della Bumbry nell'Air du Sommeil è da subito morbida e sensuale, mantenuta leggera per emissione, col risultato che anche i sol diesis di "Sommeil en paix", a volte ostici per un mezzosoprano, risultano facili e nella giusta prescrizione di "très doux", come da spartito. La Bumbry non incontra difficoltà alcuna in tutta l'estensione, esegue benissimo i passi vocalizzati e i si naturali ribattuti, degni di confronto con qualsiasi soprano. Prima della ripresa della berceuse la Bumbry esegue sì la variante con le tre terzine al posto del lungo trillo, ma al trillo non rinuncia inserendolo sul mi acuto che precede la ripresa. Esegue anche in modo perfetto il la naturale acuto in pianissimo di "murmure" come pure il si naturale preso di slancio su "Hélas, je t'aime". La Bumbry, fra le voci anfibie tra i registri di mezzosoprano e soprano, appare certamente la più sicura e tecnicamente agguerrita, doti che rendono la sua Sélika la più completa fra le interpreti moderne e forse di tutto il 900. L'esecuzione del 1981 presenta immutati i pregi dell'esecuzione di 3 anni prima, con forse solo meno facilità nel gestire i pianissimi in zona acuta. Da questo ascolto però è facile farsi un'idea del volume e soprattutto della proiezione della Bumbry nel passare l'orchestrale meyerbeeriano senza lasciarsi mai coprire e senza gridare. Vale inoltre la pena notare come oltre ad un perfetto la naturale acuto in pianissimo la Bumbry inserisca questa volta sul punto di corona anche un bellissimo trillo.

Come curiosità finale proponiamo Joan Sutherland che in fine di carriera in un recital Decca presto risultato fuori catalogo e credo mai riversato in cd esegue la berceuse di Selika, probabilmente un omaggio ad Adelina Patti, più volte interprete di Selika negli anni 70 e 80 dell'Ottocento. Viene eseguito il taglio della sezione centrale, come nelle esecuzioni a 78 giri. Pur con timbro depauperato e minor fluidità nella linea vocale, al pari della sua Bolena, la Sutherland riesce a non essere fuori luogo in una pagina del genere, anzi riuscendo anche a fraseggiare con gusto.


Gli ascolti

Meyerbeer - L'Africaine


Acte II

Sur mes genoux (Air du Sommeil)


1963 - Antonietta Stella
1963 - Josephine Veasey
1971 - Jessye Norman
1972 - Shirley Verrett
1976 - Leontyne Price
1977 - Martina Arroyo
1977 - Montserrat Caballé
1978 - Grace Bumbry
1981 - Grace Bumbry
1986 - Joan Sutherland

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lunedì 29 giugno 2009

Aida in Scala, quarta puntata: le Aide "del boom economico" (1950-1966)

Gli anni tra il 1950 e il 1970 vengono solitamente ricordati come una sorta di “epoca d’oro” del teatro milanese. Mentre l’Italia viveva quello che è rimasto nella memoria collettiva come il periodo del “boom economico” (dopo le fatiche del lungo dopoguerra), anche i cartelloni scaligeri di quegli anni riflettevano quel rinnovato benessere e quella nuova opulenza. Scorrendo le stagioni susseguitesi in quei venti anni, ci si imbatte, effettivamente, in tutti i grandi nomi (direttori d’orchestra e cantanti: da Furtwängler a Karajan, dalla Callas alla Price etc..) che hanno segnato la storia dell’interpretazione musicale. Tra il ’50 e il ’70, Aida compare in cartellone ben sette volte: e ciascuna di esse, con cast (o almeno parte di essi) che oggi riempiono di amara nostalgia – soprattutto se confrontati con la cronaca di questi giorni. Va anche detto che trattasi di interpretazioni di Aida note al grande pubblico e per l'epoca relativamente recente e per la diffusione discografica, che tutte hanno avuto.

Nel febbraio del 1950, sotto la guida di Votto e Capuano, Aida presenta una vera e propria “classica” delle rivalità operistiche (con fazioni e sostenitori che – ancora oggi – si scontrano “l’un contro l’altro armati”): nel title role si alternarono, infatti, Renata Tebaldi e Maria Callas. Non voglio, però, soffermarmi troppo sulla seconda, innanzitutto perchè il suo incontro con il personaggio verdiano non fu memorabile né troppo frequentato (e saggiamente: la schiava etiope rimarrà sostanzialmente estranea al fraseggio della Callas) e poi per evitare di rinverdire le solite e “vedovili” querelles. Assai più interessante, invece, l’Aida della Tebaldi: un personaggio risolto essenzialmente nella purezza del timbro e nella bellezza del suono, che meglio risalta, ovviamente, nei momenti lirici piuttosto che nella concitazione drammatica. Si cercherebbe, dunque, invano nella sua Aida, il calore e la brunitura di una Price (ad esempio), tuttavia neppure si può liquidare la sua interpretazione con l’usata formuletta – cara a certa critica, con velleità enciclopediche, che per esaltare la sua “divina” denigra istericamente, e sempre e comunque, l’odiata “rivale” – di una Tabaldi inerte interpretativamente, stentorea e “matronale” (vecchia storia, dura a morire, ma ormai entrata nella vulgata dell’opera). In realtà l’Aida della Tebaldi è cantata dalla prima all’ultima nota e risente – ovviamente – del gusto dell’epoca, ma resta comunque un puro piacere estetico: in particolare il legato impeccabile del “là tra foreste vergini”, o i “cieli azzurri”, quasi sospesi in una nuvola leggera di suono (e poco importa se il do sovracuto è leggermente appannato, lo baratto volentieri con la sfingica immobilità interpretativa di una Caballé, questa sì interessata solamente a emettere dei bei “filatini”). Anzi il meglio dell'Aida di Renata Tebaldi si ha proprio quando il soprano assottiglia la voce e modera l'enfasi, che talvolta la porta soprattutto in zona acuta ad emissioni e suoni, che tradiscono la bellezza e preziosità - uniche - del timbro.

L’anno successivo la protagonista sarà affidata a Costantina Araújo: soprano brasiliano, lirico spinto, che rimarrà, tuttavia, “di seconda fila” rispetto alle altre interpreti coeve del ruolo. Aida aprirà poi la stagione del 1956 (e si trattava di un grandissimo risultato nella carriera del soprano di Perugia perchè sino ad allora le inaugurazioni erano toccata alle due illustri rivali) con la schiava di Antonietta Stella, della quale non si può che lodare, ancora una volta, il timbro davvero bello ed angelico, specie nella seduzione di Radames al terzo atto. Risentita oggi l'Aida di Antonietta Stella elimina le perplessità che, soprattutto in Scala, accompagnarono molte delle sue apparizioni, anche se ragguagliate alle frequentazioni del pubblico del tempo si può comprendere che la Stella non esibisse un timbro comparabile con quello tebaldiano e risorse e "trovate" d'accento callasiane. Limiti, però, che in un personaggio dolente, remissivo e di limitata personalità non sono insuperabili ed insormontabili. Al fine di eliminare da parte di qualche nostro affezionato lettore la possibilità di polemiche circa le qualità del deuteragonista milanese (Pippo!) abbiamo optato per un assai raro ascolto from the Met, successivo di un paio di mesi all'Aida scaligera.

Nel 1960 si alterneranno nel title role Birgit Nilsson e Leontyne Price, ossia due tra le più importanti cantanti del XX secolo. Diversissime le loro interpretazioni. La Nilsson ci descrive un’Aida dalla voce possente, sicura in ogni angolo della tessitura, eccellente per il legato impeccabile e per la facilità mostrata nell’eseguire “ogni nota”, tuttavia appare spesso gelida e non priva di talune durezze “nibelungiche” (dovute all’abituale frequentazione del repertorio wagneriano e straussiano). Certo è che la drammaticità di alcuni passi lascia sbalorditi, dall’ondata di voce che è il suo “ritorna vincitor”, sino allo svettare nei concertati e nei pezzi d’insieme. Il rovescio della medaglia è, necessariamente, una certa artificiosità nei momenti di abbandono lirico (i duetti con Radames, il finale dell’opera e i “cieli azzurri”). Fra l'altro la prodezza del do dei "cieli azzurri" in recita riesce a metà ad una cantante dal grandissimo controllo tecnico.

Con la Price – che rivestirà lo stesso ruolo nel 1963, accanto al Radames di Bergonzi – si ascolta forse la migliore Aida del secolo (e sicuramente l’ultima). Colta nel suo periodo di massimo splendore, la voce calda e brunita disegna un’Aida completa: drammatica e languida, capace di rendere al meglio i momenti di passione e di orgoglio (“Ritorna vincitor”) così come gli abbandoni lirici dei “cieli azzurri” e del finale. La Price domina il legato e dona, con un timbro vellutato e scuro (ma anche caldo e sensuale), una visione contemporaneamente solare e notturna della schiava etiope. Nel '63, sostituta della Price fu Leyla Gencer (che sarà di nuovo Aida nel 1966, ma con un'organizzazione vocale già appannata). Personaggio a lei non propriamente congeniale, rivela più di una difficoltà in acuto (spesso avventuroso) oltre ad una certa disuguaglianza nei registri. L'anno prima, il 1965, si alternarono nel ruolo Gabriella Tucci e Luisa Maragliano (per le quali si rimanda a quanto già scritto nelle pagine dedicate alla cosiddetta serie B: quarta e quinta puntata). Al periodo del boom economico, però, seguì, nel paese e nelle sue istituzioni musicali, un periodo di riflusso...


Gli ascolti

Verdi - Aida


Atto I

Ritorna vincitor - Renata Tebaldi (1951), Birgit Nilsson (1960)

Atto II

Fu la sorte dell'armi - Giulietta Simionato & Birgit Nilsson (1960)

O Re, pei sacri Numi - Maria Callas, Mario del Monaco, Oralia Domínguez, Giuseppe Taddei, Roberto Silva & Ignacio Ruffino (1951)

Atto III

Qui Radames verrà...O cieli azzurri - Birgit Nilsson (1960), Leontyne Price (1963)

Ciel! mio padre - Renata Tebaldi & Paolo Silveri (1951)

Pur ti riveggo, mia dolce Aida - Maria Callas & Mario del Monaco (1951), Antonietta Stella & Kurt Baum (1957), Leontyne Price & Carlo Bergonzi (1963)

Atto IV

La fatal pietra - Antonietta Stella & Kurt Baum (1957)

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