lunedì 17 maggio 2010

Das Rheingold alla Scala: Barenboim non fa buu, ma non trionfa.

Milano è sempre più vicina a Berlino. Costo del viaggio: 1 Euro, prezzo del biglietto del tram che porta in piazza Scala. Si entra al Piermarini ed è come essere alla Staatsoper Unter den Linden. Ieri sera, infatti, si è alzato il sipario sul prologo dell’Anello wagneriano, affidato al duo Cassiers-Barenboim. Composizione del cast: un variegato assortimento di professionisti cosiddetti “stabili”, provenienti dai teatri di mezza Germania, da Berlino, appunto, ad Amburgo, Düsseldorf, Monaco, Francoforte.
Spettacolo accolto da un buon successo, per il maestro Barenboim in particolare ( ma senza esagerazioni o trionfi, stile Tristano..), ma che ha convinto poco e pochi. Contestazioni di media intensità al regista, per una serata all’insegna del senza infamia e senza lode.

Così è cominciata l’onerosa impresa della co-produzione da parte del Teatro alla Scala con la Staaatsoper Unter den Linden ed il Toneehuils di Antwerpen, di un nuovo “Ring”. A dire il vero è iniziata con una manifestazione discreta, allo spegnersi delle luci, da parte dei lavoratori della Scala, che hanno letto un breve testo contro il decreto Bondi.
Operazione onerosissima quello dell’allestimento di un nuovo Ring, sia sul piano economico e culturale, che richiede, da sempre, chiarezza di obbiettivi e convinzioni artistiche precise da parte dei timonieri, direttore e regista, soprattutto perché ormai il Ring non è evento corrente ma eccezionale.

E’ assodato che, alle prese con Wagner, Barenboim si trasformi, ma, lo dirò subito, la sua direzione di Rheingold non mi è parsa convincente come quella del Tristan. La cosiddetta “liricizzazione” di questo compositore è ormai un dato acquisito per tutte le bacchette contemporanee, ma ieri sera mi è parso che siano mancati, pur nell’abito di una bella e piacevole direzione, quei colori, quelle sfaccettature e nuances che caratterizzano notoriamente la sua edizione video-discografica del Ring. A momenti effettivamente poetici e di bella suggestione come la scena iniziale delle figlie del Reno, i grandiosi cambi di fronte tra una scena e l’altra, o l’apparizione di Erda, tanto per esemplificare, hanno fatto da contraltare grandi momenti di vuoto ed assenza di tensione ( per non dire noia ) come l’intera scena seconda, dall’ingresso di Wotan e Fricka a tutta la sezione con i Giganti. Lì Barenboim è parso assente, incapace di trovare colori adatti e sottolineature drammatiche che andassero oltre il clima del bisticcio famigliare e la scena popolaresca. Talvolta non mi pareva nemmeno di essere davanti ad un opera di Wagner, ma di qualche autore francese o italiano. Tra l’altro, questi dèi del Wagner modernamente “liricizzato”, se affidati a cantanti di assoluta mediocrità per non dire infimi, finiscono per sfuggire con facilità dalle mani delle bacchette, per trasformarsi in guitti, in caricature talora grottesche e felliniane, che, per forza di cose, non reggono la scena né l’azione drammatica. Complici un regista poco regista, un costumista senza idee ed il gusto da provincia tedesca di alcuni cantanti, i personaggi divini ne sono usciti sviliti e troppo caricaturali per via dell’abuso del parlato oltre che del bercio e del cachinno, depauperati proprio di quella “umanità” e sfaccettatura psicologica che la moderna concezione di Wagner vorrebbe, al contrario, mettere primo piano.
Il magico finale dell’ingresso al Walhalla sintetizza bene l’essenza di questo Rheingold. L’orchestra suona bene, ma non benissimo ( nemmeno da paragonare alla brutta prova offerta nel Boccanegra..), ma è senza speciali colori ed adeguata pienezza di cavata; il suono ha una certa intensità ma gli archi sono sempre poco brillanti e slentati rispetto ai fiati; mancano l’epica e la retorica che sono comunque la cifra del brano che chiude la serata, che è culminato prevedibilmente nei F e FF degli accordi finali, ascesa banale e senza spessore di alcun genere, insomma una “cosina” tra l’altro piuttosto malinconica e triste, in cui un gruppetto di figure si allontana di spalle, scontento, perchè pareva rientrare da un’agra riunione di famiglia o di condominio piuttosto che dei ascendenti alla celestiale dimora. Ho visto più vitalità e forza nel codazzo che insegue il protagonista del Cappello di Paglia di Firenze di Rota che in questo ascesa di déi al Walhalla!
Non credo che nessuno abbia mai scritto o prescritto che Wagner oggi debba essere, per non sembrare mastodontico o retorico, orrendamente cantato come ieri sera hanno fatto i protagonisti di questo surreale quadretto famigliare all’incipit della grandiosa scena; da Donner, di voce legnosa, fissa e stonata; a Froh, di voce eunucoide ed ingolata; a Wotan, di timbro morchioso, vuoto in basso ed in alto, costantemente proteso a spingere per avere un volume di voce degno dell’augusto personaggio; a Fricka, di timbro senescente da caratterista, fissa e ripetutamente stonacchiata. Una comitiva più da film di Almodovar che da opera di Wagner!

La liricizzazione di Wagner, oggi come oggi, confligge intimamente con compagnie di canto modeste ed inadeguate, fatte di voci sgangherate, di timbri sgradevoli, ed ineducati all’espressione di buon gusto, che agiscono sotto l’egida di bacchette che di canto e voce nulla sanno, né capiscono né si curano. Perché queste bacchette i cantanti né li governano né li istruiscono né li censurano o li arginano nei difetti. Il paradigma? La signora Anna Larsson, che dava voce alla straordinaria apparizione di Erda, da affidarsi al vellutato e caldo timbro della voce di mezzosoprano. Al clima rarefatto e sospeso creato da Barenboim, la signora ha risposto con un canto tutto di fibra e calante, con voce di soprano al capolinea, dura e sgradevole, senza legato. In cosa la signor Larsson abbia coadiuvato ed incarnato la poetica di Barenboim non mi è dato capirlo, perché mi è parso abbia distrutto ciò che la bacchetta voleva raggiungere. E mi sono domandata che mai le sia stato detto in sala prove, se dalla sala prove ci sono passati insieme, lei ed il maestro. Del resto è cantante solita a lavorare con bacchette come Abbado, Metha etc….che continuano evidentemente ad ignorare i paradigmi della tecnica di canto professionale perché sordi di fronte alle voci. Ormai è chiaro: o i cantanti fanno da sé, oppure ..nada.Dalle bacchette, soprattutto se di blasone, non giunge l’upgrade doveroso per andare in scena come si deve.

Torniamo al cast.
Il migliore di tutti è stato senza ombra di dubbio Kwangchoul Youn, Fasolt. La voce suona indietro, perché non è certo un mostro di tecnica, ma canta sempre con correttezza, non vocia mai, si sforza di interpretare e lo fa con pertinenza. E’ l’unico che meriti di essere ascoltato e che non causi il mal d’orecchie.
Deludente, se c’è ancora bisogno di ripeterlo, il blasonato René Pape. Alle prese con il canto magniloquente, dolente e lirico di Wotan ha mostrato carenze oggettive di volume, tanto che, come detto, è stato costretto a sforzare la voce e a sfibrarla oltre misura nei momenti chiave della parte. Legato scadente, poco e nessun fascino timbrico, zona grave vuota, zona medio acuto gestita con dei portamentoni telefonati e senza suono da far paura, scenicamente inesistente perché sempre apatico e lento nei movimenti, non ha avuto presenza né vocale né scenica per Wotan. E’ un signor Niente che passa casualmente per di lì….un mistero.
Sgradevole l’Alberich di J.M. Kraenzle. Abusa del parlato a sfavore del canto. Se poi canta, apre il suono al centro, fatto che gli sganghera l’emissione oltre misura rendendo il suo canto poco piacevole, senza legato. In basso la voce ha poca sostanza. Troppo volgare per i miei gusti.
La Fricka di Doris Soffel, con buona pace della carriera prestigiosa della cantante, meritava i fischi. E sonori. Vi ho già detto della voce sgradevole e delle condizioni vocali senescenti. Ogni tentativo di lirismo, sfumatura e smorzatura, ha avuto esiti dal nefasto al terribile. Che lirismo facciamo in queste condizioni? Andiamo via sul mezzoforte e buonasera, almeno a noi non cascano le orecchie per le stecche e gli stridori!
La Freia di Anna Samuil è stata un filo meglio ( ma dico ..un filo! ) solo perchè l’anagrafe è dalla sua rispetto alla Soffel. Voce chioccia, senza legato, acida appena sale. Da domandarsi seriamente, con le parole di F. Tosca, che avviene in quel teatro a Berlino ove la signora tanto spesso si esibisce in parti di soprano spinto, anche di opera italiana…..non oso immaginare che possa mai combinare!
Meramente caricaturale il Mime di W. Ablinger Sperrhache. Ha parlato sempre, con voce chioccia e nasale. Di canto nemmeno l’ombra, dunque n.p.
Del Froh di M. Jentzch vi ho già detto in precedenza, come del Donner di J. Buchwald, entrambi con una restituzione scenica voluta dalla regia da cui dissento profondamente, perchè non si tratta comunque di personaggi vili o deformi.
Pessimo il Fafner di T. Riihonen, del tutto privo di legato, ha abusato di suoni nasali, portamenti spaventosi e ciò nonostante pure stonatissimo.
Peccato per il finale stonato del Loge di S. Rugamer, che sin lì era andato via abbastanza bene, senza sgradevolezze eccessive. Al momento di cantare “Ihr da Ihn Wasser” si è unito alla truppa stonata del Wahlalla e ci ha lasciti lì con un palmo di naso, ma insomma… si sa che “chi va col lupo allupa”… dunque, nessuna meraviglia.
Alterne le signorine Figlie del Reno, che si sono esibite pure loro in una bella antologia di versetti, urletti e stonature assortite in chiusa alla prima scena. Mi sono parse soprattutto poco amalgamate tra loro, in difetto di sincronia ed affiatamento.

Non so, alla fine, quali siano gli specialismi in fatto di Wagner di cui questo cast si possa fregiare, perché buona parte dei componenti non è nemmeno di madrelingua tedesca. Del resto voi lo sapete, questo è un blog reazionario e così come non crede alla favoletta del Wagner liricizzato, che a noi pare solo mal cantato da voci sgonfie e scadenti, al pari crede che l’arte del comprimariato come quella delle seconde parti i nostri teatri dovrebbero seriamente iniziare a riaffidarla o a rifondarla su cantati nostrani, giovani soprattutto, anche in titoli di lingua straniera. Altrove l’opera italiana è eseguita da cantanti stranieri ( che la massacrano bellamente in molti lidi..), perciò non vedo quale motivo vi sia perché noi non si riprenda a cantare la loro, soprattutto nella generale situazione di depressione dei teatri italiani e carestia di occasioni per i giovani. Lo trovate demagogico?

Detto ciò, due note sulla regia. Alle contraddizioni in cui versava la direzione d’orchestra ha fatto da contraltare la messa in scena di Cassiers, contestato all’uscita, per uno spettacolo quantomeno alterno, di poca presa, molte contaminazioni e dejà vue, freddo perché troppo high tech negli elementi fondanti. Ha cercato di creare atmosfere sfruttando retroproiezioni di vario tipo, naturalistiche, materiche, ombre etc…su un fondale in grado di trasformarsi in un setto murario tagliato attraverso cui filtravano i riverberi della fucina del Nibelheim della scena terza. Le proiezioni mobili di dirupi ed alture si alternavano ad altre di vapori, di fondali forse in metallo acidato, le ombre dei Giganti e perfino un orribile insieme di corpi a bassorilievo nel finale ( davvero deprecabile ed estraneo alla cifra della serata ..). Al preludio, ben governato da giochi di luci nel buio della scena, la solita vasca d’acqua quale metafora del Reno in cui si aggirano le Figlie e Alberich e….i mimi. Mimi danzanti, che recitano, danzano e variamente interagiscono con i protagonisti durante la serata, a perfezionare, a dire del regista stesso, la Gesamtkunstwerk di Wagner. Idea banale ed inutile, che ha infastidito non poco molti del pubblico, perché, di fatto, priva di efficacia e senso. Il gusto per l’high tech ci è stato poi propinato, senza troppa efficacia, nella piattaforma mobile adorna di fari da studio televisivo nella scena del Nibelheim ( una sorta di trono di Alberich…!), nel pagamento del riscatto da parte dei Nani mediante lastre retroilluminate al neon giallo stile Star Wars ( scena peraltro non priva di una certa suggestione anche grazie all’orchestra.. ) come nelle proiezioni stesse, ma senza che ne uscisse una cifra chiara ed unitaria per lo spettacolo. Poca regia, déi con abiti sdruciti o polverosi visti mille volte, i Loge o i Donner vestiti e pettinati come caricature e via di seguito. Un mix poco convincente perché evidentemente di poche idee. Insomma, aver poco o nulla da dire di nuovo, come invece dovrebbe essere per una new production di tale portata.

Serata di successo moderato, in cui parecchi hanno voluto consolare il maestro per la strapazzata del recente Boccanegra, ma del resto avanti così non si può andare. Il colonialismo culturale di questa direzione scaligera non fa troppo per noi.


La locandina

Direttore Daniel Barenboim

Regia Guy Cassiers

Scene Guy Cassiers e Enrico Bagnoli

Costumi Tim Van Steenbergen

Luci Enrico Bagnoli

Video Arjen Klerkx e Kurt d'Haeseleer

Coreografia Sidi Larbi Cherkaoui

Personaggi - Interpreti

Wotan René Pape

Donner Jan Buchwald

Froh Marco Jentzsch

Loge Stephan Rügamer

Alberich Johannes Martin Kränzle

Mime Wolfgang Ablinger-Sperrhacke

Fasolt Kwangchul Youn (13, 16, 22, 26 maggio)- Tigran Martirossian (19, 29 maggio)

Fafner Timo Riihonen

Fricka Doris Soffel

Freia Anna Samuil

Erda Anna Larsson

Woglinde Aga Mikolaj

Wellgunde Maria Gortsevskaya

Flosshilde Marina Prudenskaya


5 commenti:

Gilbert-Louis Duprez ha detto...

Non ho visto questo Rheingold...e credo che non ci andrò affatto: per tante ragioni che vanno dalle reazioni poco lusinghiere di chi ha visto e ascoltato, dalla lettura dei nomi del cast, sino alla solita intollerabile abitudine (nostrana) di un Ring spalmato in 4 anni. Forse nel 2013 (se il progetto si realizerà) andrò a vedere l'intero ciclo, ma un Rheingold isolato non trovo abbia senso.

La recensione mi fa capire il livello della serata: voglio proporre alcune riflessioni.

1) ben venga l'uso della tecnologia nella messinscena! Ben vengano letture nuove e ben venga una regia con un'idea interpretativa forte. Ma se la tanto rivoluzionaria lettura di Cassier si esaurisce nella solita vasca, nelle solite proiezioni e nelle solite luci di taglio...mi chiedo che senso abbia sbandierare rivoluzioni e grandi tecnologie! Possibile che si debba ancora ricorrere a videoproiezioni (già in uso dagli anni '80) e le si spacci per soluzioni high tech?

2) sulla liricizzazione di Wagner credo vi sia il solito equivoco: ultimamente si ricorre alla liricizzazione per mascherare inadeguatezze e difficoltà. In realtà non c'entra nulla la liricizzazione con una visione bonsai dell'epica wagneriana, una lettura edulcorata, insipida e bianchiccia. Insomma il Ring di Karajan - esempio di liricizzazione e di scostamento dal Wagner granitico (quando non retorico) e muscolare - è tutt'altra cosa! E pure il Ring di Krauss... A dimostrare che non c'è solo Furtwangler o Solti! Ecco io credo che la liricizzazione di Wagner (e di Verdi) sia una grande evoluzione dell'interpretazione wagneriana, ma che non c'entra nulla con quello che oggi viene spacciato per "liricizzazione"!

3) peraltro ritengo il Wagner di Barenboim del tutto assimilabile all'interpretazione tradizionale...monumentale ed epicheggiante (così era il suo Ring di Bayreuth...all'opposto di quello di Boulez). Le incertezze di questa direzione, invece, mi confermano tutti i problemi identitari del buon Barenboim...i tempi del Tristan sono lontani ahimé...

Adolphe Nourrit ha detto...

Segnalo i due cantanti titolari dei ruoli di Fricka e Fasolt, rispettivamente Katharina Kammeloher e Hanno Muller-Brachmann, protestati durante le prove dello spettacolo scaligero. In quel di Berlino sono soliti cantare Dorabella e Guglielmo, Flora Bervoix e Papageno...eccone una testimonianza. Sono queste le voci con cui dovrebbero esprimersi gli dei dei Walhalla?

http://www.youtube.com/watch?v=jnYeCohfzVM

Antonio Tamburini ha detto...

Ma neppure Dorabella e Guglielmo dovrebbero esprimersi con queste voci!

Marco ha detto...

Per quanto riguarda la liricizzazione wagneriana, io vorrei spezzare una lancia anche in favore di Hans Knappertsbusch, che quasi sempre viene presentato come un rappresentante del Wagner più roccioso, primitivo, attento soltanto ai grandi gesti ed alle pose eoiche. Orbene, io in queste ultime settimane ho ascoltato con passione il suo "Ring" bayreuthiano del 1957, e ho scoperto con un certo stupore che non soltanto di primitivismo si tratta. Certo, c'è lo sguardo su lontananze sconfinate, ma il canto è doloroso, lancinante, umanissimo; Knappertsbusch non sa far parlare soltanto gli dèi. L'Addio di Wotan è il più bello che abbia mai ascoltato. E poi le campiture del racconto non procedono soltanto a grandi tratti; la perfezione del dettaglio, la trasparenza dell'analisi è assoluta. Quando si pensa che Knappertsbusch era un nemico giurato delle prove (a Bayreuth pare si presentasse poco prima della generale), la fisionomia di un interprete dal fascino e autorevolezza trascendentali si impone di fronte a noi.
Saluti
Marco Ninci

Giuditta Pasta ha detto...

Pape mi è molto piacuto a Berlino come Marke. Ma ero convinto che non avrebbe avuto assai di "sostanza" per un Wotan e ancora di meno per un Wotan alla Scala. La Staatsoper di Berlino dove Pape è "a casa" è una sala di modesti proporzioni, forse la metà della sala Piermarini. L'acustica è buona. Il volume della voce di Pape è sufficiente per un teatro come questo. Nel Tristano cantava con un fraseggio molto coerente, l'emissione era stabilissima. Ma in ogni caso Marke se stesso è un ruolo che non deve quasi mai battersi contro un'orchestra gigantesca giocando a fff (salvo due-tre momenti nel terzo atto). Cosi la voce di Pape era perfettamente audibile e anche lui cantava con conforto. E come faceva un ruolo (in una sala) chi correspondeva ai suoi mezzi, produceva non solamente un canto controlato al cento per cento, ma riusciva anche a interpretare il personaggio. Non è stato sicuramente il Marke piu commovente nel senso di un vecchio re tradito e malinconico, ma materialmente ha fatto un belissimo lavoro.
Se è inadeguado già nel Rheingold, sarà al limite del udibile e percettibile nella Walkuere.
Peccato per un artista che, per me, non è a disprezzare complettamente.