martedì 6 ottobre 2009

Mese verdiano III - Son giunta!...al Met - Seconda puntata: Zinka Milanov e Stella Roman

La Forza del destino debuttò al Met nel novembre del 1918. Rosa Ponselle, che con quel titolo inaugurava ufficialmente la propria carriera e contemporaneamente si presentava al teatro in cui avrebbe colto i suoi più grandi trionfi, esercitò di fatto un monopolio del titolo a New York fino al 1932. È un vero peccato che non esista la registrazione di una di quelle recite, così come è da rimpiangere – forse ancora più amaramente, perché non vi sono neppure brani incisi in studio, come invece nel caso della Ponselle – la mancata conservazione del broadcast del 19 gennaio 1935, seconda delle tre rappresentazioni in cui Donna Leonora fu nientemeno che Elisabeth Rethberg, affiancata da Giovanni Martinelli, Armando Borgioli ed Ezio Pinza, sotto la direzione di Vincenzo Bellezza. Possiamo quindi solo immaginare l’approccio dell’elegante e glaciale cantante tedesca (peraltro già in una fase avanzata della carriera) all’aristocratica e sventuratissima protagonista verdiana.

Alle successive riprese del titolo, nel 1943 e ‘44, furono Zinka Milanov e Stella Roman ad alternarsi come Leonora. Mentre la seconda prese parte a sette rappresentazioni soltanto, la prima divenne, di fatto, l’erede della Ponselle nel ruolo: fu un autentico impero, lungo quasi vent’anni (dal 1943 al ’62), e la parte della nobile dama di Vargas si rivelò una delle più rilevanti, anche dal punto di vista quantitativo, nella lunga e fortunata carriera della cantante croata, accanto ad Aida, Santuzza, Leonora del Trovatore, Gioconda e Maddalena di Coigny. Non si trattò di vero monopolio, ché negli stessi anni il Met applaudì la Leonora di Renata Tebaldi, oltre a quelle di oneste professioniste fra cui citiamo a titolo di esempio Lucine Amara (minor fortuna incontrò invece Leonie Rysanek: solo due rappresentazioni). Il dominio della Milanov rimase comunque assoluto, e per rendersi conto delle ragioni di un simile impero, è sufficiente ascoltare la registrazione di una delle recite del 1956, effettuate quando la cantante aveva cinquant’anni, trenta di carriera e poco meno di venti di esibizioni al Met.
Ebbene, con tutto questo la signora è una Leonora di Vargas molto limitata in acuto (dal la in su può succedere di tutto, e difatti succede, soprattutto nella parte finale del duetto, mentre più felice, benché un poco brutale, è il si naturale scoperto all’inizio del quadro), con slittamenti d’intonazione e una tendenza ad aprire i suoni al centro (vedi ad esempio l’attacco dell’arioso), ma la saldezza della fascia do centrale-sol e il vigore dell’ottava bassa, ancorché di minor fascino timbrico rispetto a una Cigna o una Caniglia, sono di monito ed esempio per qualunque interprete del ruolo. La Milanov riesce anche a dimostrare, se mai servisse, che soprano drammatico non fa necessariamente coppia con strillona. Anzi. La cantante dispensa piani e pianissimi (specie nel “Madre, pietosa Vergine”, con tanto di messa di voce sul re centrale di “Pietà Signor”, nella scena successiva, con analoga sfumatura sul fa diesis centrale, e nell’attacco della frase del duetto “Più tranquilla l’alma io sento”) che sono prova di una buona facilità (tenuto conto dell’età e della pesantezza del repertorio affrontato) nell’alleggerire e dosare la voce, il che per inciso risulta utile a preparare pubblico e cantante alle autentiche esplosioni di “Se voi scacciate questa pentita” e “Tua grazia, o Dio, sorride alla rejetta”. I passi in recitativo e i declamati non hanno forse tutta la forza che sarebbe necessaria, ma non sono mai ridotti a semplice parlato. Invano si cercherebbe nella Milanov eloquenza straordinaria o infinita varietà d’accenti: la sua Leonora è più energica che tragica, più sconvolta che annichilita dal dolore, ma nel complesso è un personaggio di grande effetto, sostenuto da una voce che, non più al massimo della forma, risulta comunque di sicuro impatto. E la preghiera finale è risolta con sobrietà espressiva e solidità di legato, sebbene la voce suoni stanca e un poco velata. Più che giustificate, quindi, le ovazioni che il pubblico del Met riserva all’artista. Al fianco del soprano troviamo Cesare Siepi, anche lui piuttosto monocorde dal punto di vista del fraseggio e con acuti un poco duri e schiacciati, almeno se lo si giudica alla luce dei Padri Guardiani proposti nella scorsa puntata: se confrontato con i principali interpreti del passato recente, il basso milanese è semplicemente un colosso, oltre che un monumento di stile e solidità professionale. Il Melitone di Fernando Corena ha discreta verve e severi limiti in alto. Sul podio, il braccio sicuro del poliedrico Fritz Stiedry, anch’egli di monito e ammaestramento per le nuove leve direttoriali che, fresche uscite di Conservatorio, aspirino a dirigere Verdi e Wagner a sere alterne.

Molto diverso è il caso di Stella Roman, voce di soprano lirico che il Met impiegò spesso e volentieri in ruoli di lirico spinto e drammatico tout court. Qui il vero limite è costituito dai gravi, spesso al limite dell’udibile (con conseguente ricerca di maggiore sonorità a base di suoni di petto, un poco comici, e qualche scivolone nel parlato all’attacco del duetto), e dalla zona di passaggio fra il centro e gli acuti, non sempre a fuoco sotto il profilo dell’intonazione. A ciò va aggiunta la pesantezza della parte e lo spessore del tappeto sonoro, su cui la voce del soprano è chiamata a stagliarsi. La Roman ha delle carte da giocare a proprio vantaggio: innanzitutto il timbro, limpido e dolcissimo, quanto mai appropriato per la giovane e infelice nobildonna spagnola, e poi gli acuti, in cui la voce assume una robustezza e una capacità di penetrazione che invano si cercherebbero nel resto della gamma. Ma soprattutto il soprano si avvantaggia della presenza sul podio di un autentico asso della bacchetta quale Bruno Walter, che fa letteralmente di tutto per agevolarla e al tempo stesso metterne in evidenza le qualità. I tempi sono più rapidi di quanto sarebbe necessario con una voce di maggiore solidità, il tutto però senza compromettere l’atmosfera del quadro, che deve essere incalzante ma non isterica. L’orchestra si dissolve, senza sparire, nei momenti in cui Leonora è chiamata a cantare in prima ottava e magicamente ricompare quando si sposta dal do centrale in su. Verso la fine dell'arioso, il direttore arriva ad anticipare di una battuta l’inizio di una forcella orchestrale per farla coincidere con la ripetizione di “Deh non m’abbandonare, pietà di me, Signor”, che porta la voce del soprano al la diesis acuto. Il risultato è semplicemente magistrale: Walter riesce a convincere, sia pure per alcuni minuti, che la Roman sia una voce adeguata all’arduo cimento, vocale e interpretativo. Con questo non vogliamo certo sminuire la cantante, che anzi potrebbe insegnare molto alle tante “bellezze all’opera” oggi di moda: il grande fascino, sia in scena che fuori, non impedisce alla signora di sfumare i suoni a dovere (ad esempio nel recitativo con Melitone) e di legarli in modo ragionevolmente efficace. I limiti di calibro del soprano rumeno emergono soprattutto nel duetto con Ezio Pinza, cantante d'impressionante cavata, anche se tutt’altro che irreprensibile sotto il profilo dell’emissione. La linea vocale è compromessa da suoni duri, sforzati, che in acuto finiscono per causare, nella chiusa del duetto, una stecca francamente penosa sul mi acuto di “sul nuovo calle a reggervi”, il che induce il cantante ad effettuare un prudente trasporto al grave per evitare la stessa nota nella cadenza che precede la coda del brano. Pinza si prende la rivincita ne “Il santo nome di Dio Signore”: la sua "Maledizione", davvero epica, è assecondata forse con fin troppo clamore da Walter, che concerta poi la più incantata e sublime preghiera che si possa immaginare. È un vero peccato che la Roman abbia terminato la benzina vocale nell’impegnativa sezione conclusiva del duetto, e che quindi la bella voce risulti stanca e l’interprete poco motivata. Salvatore Baccaloni, una delle glorie del Met, confonde forse Melitone con l’amato Dottor Bartolo, ma la solidità e la bellezza di un’autentica voce di basso attenuano la perplessità di fronte ai tratti più farseschi della sua interpretazione.


Gli ascolti

Verdi - La forza del destino

Atto II

Son giunta!...Madre, pietosa Vergine...Chi siete?...Più tranquilla l'alma sento...Se voi scacciate questa pentita...Sull'alba il piede all'eremo...Il santo nome di Dio Signore...La Vergine degli Angeli

1943 - Stella Roman (con Ezio Pinza & Salvatore Baccaloni - dir. Bruno Walter - Met, New York)

1956 - Zinka Milanov (con Cesare Siepi & Fernando Corena - dir. Fritz Stiedry - Met, New York)


4 commenti:

pasquale ha detto...

grazie Tamburini per questi altri due ascolti

scattare ha detto...

Ascoltare queste voci, guardando bene le annate delle recite, è un puro piacere! Non c'è artista oggi che arriva, dopo lunga carriera, a pensare di proiettarsi così. E che direttori d'orchestra che aiutano i cantanti senza rovinare le idee musicali del compisitore! ANZI...
La Milanov l'ho sentita (ebbene sì, Desdemona, Maddalena)dal vivo. In teatro quel colore di voce ti scioglieva. Sapere che Richard Strauss scelse la Roman per la "Frau" scaligera e che lei, dopo aver studiato la parte della Marschallin con il compositore stesso, diede l'addio alla carriera con "Rosenkavelier" a Napoli, mi fa venire i brividi. Pensate e riflettete...

justsmile ha detto...

Le riflessioni che mi costringi a fare, caro scattare, mi porta a pensare che le mie idee sul mondo lirico/teatrale/discografico di oggi sono giuste!

Gabriele Brunini ha detto...

L'ascolto di Ezio Pinza nel live del 1943 lascia basiti per l'enormità di una voce che s'intuisce torrenziale, con una maestosa cavata di vero basso quale è oggi semplicemente inconcepibile. Quanto alla stecca, si tratta di un banale incidente, credo di un momentaneo groppo di catarro (altrove il cantante liquida ogni difficoltà senza la minima preoccupazione). Era certamente iniziato il declino di questa meravigliosa voce, che confrontata a quella delle registrazioni degli anni '20 e '30, appare meno morbida e rotonda. Il vero declino sopravvenne di lì a qualche anno, inducendo il nostro a ripiegare sul musical. Del Pinza declinante, quasi irriconoscibile, è testimone un LP Columbia (credo databile alla fine dei Quaranta) intitolato "Pinza sings enchanted melodies", in cui si ode una voce senile, tremolante, con scarso sostegno del fiato. Ma ancora nel 1943, ripeto, udiamo un grande, anche se non più grandissimo basso.